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giovedì 11 maggio 2017

9 maggio - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 08/05/17



Marco Spezia
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INDICE
Slai Cobas per il Sindacato di Classe slaicobasta@gmail.com
PARTECIPARE E SOSTENERE L’INIZIATIVA DI LOTTA DI BERGAMO
Slai Cobas per il Sindacato di Classe slaicobasta@gmail.com
E’ NECESSARIO SAPER COGLIERE LE OPPORTUNITA’ CHE IL 1° MAGGIO CI OFFRE
Slai Cobas per il Sindacato di Classe slaicobasta@gmail.com
COMUNICATO DEL SI COBAS SULLA MANIFESTAZIONE DEL PRIMO MAGGIO 2017

BARI, 28 APRILE 2017: XII GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME DELL’AMIANTO
Posta Resistenze posta@resistenze.org
1° MAGGIO: LA LOTTA CONTRO L’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO CONTINUA
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
LA SCHIAVITU’ NON E’ UN ROTTAME DEL PASSATO, MA UN’ISTITUZIONE RIPORTATA IN AUGE DAL CAPITALISMO DEL TERZO MILLENNIO
Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
REPORT MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI 4 MESI DEL 2017
COMUNICATO ASSEMBLEA OPERAIA DEL 1° MAGGIO A POMIGLIANO
Scotto Daniello Giustino scottodaniello@tiscali.it
SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO: AL VIA IL BANDO PER FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO
Luca Nanfria USB l.nanfria@usb.it
COMUNICATO STAMPA SICUREZZA SUL LAVORO
Posta Resistente posta@resistenze.org
USB: IN PUGLIA E CALABRIA I BRACCIANTI DI OGGI SONO RIPARTITI DAI LUOGHI DELLE LOTTE DI IERI PER CHIEDERE LAVORO, DIRITTI E DIGNITA’
Posta Resistente posta@resistenze.org
SOVRAPPRODUZIONE E CRISI CAPITALISTICA
USB Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
OSPEDALE GASLINI: PRESIDIO MERCOLEDI’ 10 MAGGIO ALLE 11 PER LA SICUREZZA
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To:
Sent: Saturday, April 29, 2017 12:26 PM
Subject: BARI, 28 APRILE 2017: XII GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME DELL’AMIANTO
Un groviglio di emozioni.
Questo è il modo migliore per descrivere quello che abbiamo provato ieri mattina nel sopralluogo effettuato nell’area Fibronit.
Capannoni irriconoscibili, coperti da teli bianchi che creavano una luce suggestiva tanto da far apparire il tutto come un set cinematografico per un film sulla guerra. Una guerra che, come tutte le guerre, non ha vinti o vincitori, ma solo sconfitti e vittime. Una guerra non dichiarata ma subita da ignari operai e innocenti cittadini che non hanno potuto difendersi dall’attacco vigliacco e subdolo di fibre sempre più sottili che hanno raggiunto i loro alveoli polmonari sino a farli soffocare.
Indubbiamente quella descritta è un’immagine forte che si inserisce bene nella giornata del 28 aprile dedicata a tutte le vittime dell’amianto a cui vogliamo dedicare le emozioni provate questa mattina durante la visita nel sito inquinato.
Lo hanno capito bene anche i ragazzi delle scuole medie superiori che hanno aderito al concorso dal titolo “Storie di lavoro e di morte: dialoghi d’amianto. Su nostra iniziativa, il concorso prende il via quest’anno. Giovedì prossimo 4 maggio ci sarà la premiazione di cinque lavori selezionati dalla commissione giudicante, presso l’auditorium dell’Istituto Istruzione Superiore Secondaria Gorjux Tridente Vivante in via Raffaele Bovio, 3 a Bari.
Il concorso è stato promosso dall’Associazione Italiana Esposti Amianto Val Basento, dall’Associazione Familiari Vittime Amianto di Bari, dal Comitato Cittadino Fibronit, dalla Società italiana di Geologia Ambientale sezione Puglia, dall’Associazione “Memoria Condivisa” e dall’Associazione “Capo Gallo 6 agosto 2005”, in collaborazione con il Liceo scientifico “Enrico Fermi” di Bari.
L’obiettivo principale è quello di stimolare, nelle nuove generazioni, una riflessione sulla gravità della catastrofe sanitaria e ambientale che l’utilizzo dell’amianto ha comportato e tuttora comporta.
L’amianto continua a fare paura e continua a produrre dolore in numerose famiglie di nostri concittadini, ma le positive impressioni raccolte durante il sopralluogo nel sito Fibronit e l’interesse suscitato nei giovani studenti baresi, ci lasciano sperare che questa guerra si possa vincere.
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To:
Sent: Thursday, April 27, 2017 11:21 PM
Subject: 1° MAGGIO: LA LOTTA CONTRO L’ABOLIZIONE DELLO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SULL’UOMO CONTINUA
La classe operaia deve ancora liberarsi dalle catene, prendere in mano il proprio destino, costruire il proprio futuro e il partito comunista per il cambiamento del sistema capitalista.
Ormai da anni il 1° Maggio (giornata internazionale di lotta del proletariato e degli sfruttati di tutto il mondo, occasione di scioperi, manifestazioni e proteste contro lo sfruttamento capitalista) è stato snaturato dai sindacati di regime e trasformato in una giornata di festa.
I supermercati e i grandi magazzini rimangono aperti e i dipendenti restano reclusi. I sindacati confederali festeggiano con concerti e una manifestazione nazionale all’insegna del pacifismo, dell’unità nazionale, del nazionalismo a sostegno dell’imperialismo italiano, la chiesa celebra San Giuseppe falegname.
In ogni caso in Italia, come in tante parti del mondo, migliaia di operai e proletari insieme a compagni rivoluzionari, comunisti, anarchici, sindacati di base, scendono nelle piazze sulla base dell’internazionalismo e della solidarietà di classe.
Il 1° Maggio i rivoluzionari di tutto il mondo ricordano che la storica conquista delle 8 ore fu un importante passo sulla strada dell’emancipazione operaia e che nel 1886 fu bagnata dal sangue proletario degli operai statunitensi, e che la lotta contro l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo continua.
La lotta per le otto ore fu la prima lotta mondiale di un proletariato che si riconosceva come classe internazionale. Il 1° Maggio gli operai scioperavano e scendevano in piazza, nelle strade, si radunavano in conferenze e assemblee per dimostrare l’unità degli sfruttati, la solidarietà internazionale, riconoscendosi come classe con gli stessi interessi.
Oggi, dopo 131 anni, lo slogan: 8 ore per lavorare, 8 ore per dormire e 8 ore per educarci, o 8 ore per fare quello che mi pare (quest’ultimo usato in polemica contro chi sosteneva che la riduzione della giornata lavorativa avrebbe portato ad una maggiore “dissolutezza”) è ancora attuale. Gli sviluppi della scienza e della tecnica renderebbero possibile un’altra notevole riduzione d’orario, ma oggi persino la “storica” conquista delle 8 ore è messa in discussione e vanificata dalla “modernità” del capitalismo e dalla flessibilità della giornata lavorativa.
Nonostante la crisi, le fabbriche chiuse, gli operai licenziati o in cassa integrazione i padroni e i governi, nella difesa strenua del profitto costringono i lavoratori a lavorare sempre di più e, come si vede dalla tabella che riportiamo, i lavoratori italiani sono quelli che in Europa lavorano di più con salari sempre più bassi.
Queste le ore annue lavorate in diversi paesi (dati OCSE 2014):
Italia 1.734;
Giappone 1.729;
Spagna 1.689;
Regno Unito 1.677;
Finlandia 1.645;
Francia 1.473;
Germania 1.371.
Nel “moderno” sistema capitalista lo sviluppo del macchinario, il mezzo che accorcia il tempo di lavoro, l’informatica e la robotica si trasformano per l’operaio in maggiore tempo di vita disponibile per la valorizzazione del capitale. La maggiore introduzione dei robot sostituirà sempre più la manodopera aumentando la disoccupazione e il conseguente impoverimento. I mezzi che potrebbero essere usati per alleviare la fatica e per accorciare la giornata lavorativa si trasformano nel loro contrario e diventano una potente arma del capitale per impedire eventuali ribellioni operaie e scioperi.
La parola d’ordine che portò alla conquista legale delle 8 ore e all’unità del proletariato internazionale nella lotta contro il capitale recitava: “l’offesa verso uno riguarda tutti” e si basava sul principio della solidarietà di classe senza tenere conto della qualifica, della nazionalità o della “razza”.
Il contrario di quello che succede oggi, dove il proletario immigrato, lo “straniero” e l’operaio italiano diventano “concorrenti” e “nemici”.
Il razzismo, fomentato da chi ha interesse ad acuire la concorrenza fra lavoratori mettendo i proletari gli uni contro gli altri, serve solo ad alimentare guerre fra poveri, abbassare i diritti e il salario a tutti a tutto vantaggio dei capitalisti.
Il lavoratore italiano non potrà mai emanciparsi in un paese dove la concorrenza e lo sfruttamento considerano normale far lavorare come schiavi gli immigrati e dove il numero dei disoccupati aumenta a dismisura, in particolare fra i giovani e le donne.
L’Italia è il Paese europeo con il numero più elevato di persone che vivono in “gravi privazioni materiali”, secondo la definizione di “povertà” dell’Eurostat.
Sono 41 milioni i poveri in Europa, di cui 7 milioni in Italia. Si tratta di persone che non possono affrontare una spesa inaspettata, il dentista, permettersi un pasto a base di carne ogni due giorni o tre giorni, mantenere una casa, fare una vita decente.
Di questi 1,5 milioni di famiglie residenti in Italia vivono in condizioni di assoluta povertà, cioè pari al 6,8 dell’intera popolazione.
La “modernità” del capitalismo si vede anche dai dati degli infortuni e dei morti sul lavoro, un vero e proprio bollettino di guerra. Nel 2016 i morti sul lavoro sono stati, secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna, 641 e, se si considerano i morti sulle strade e in itinere, oltre 1.400: si tratta di una stima minima, per l’impossibilità di conteggiare le morti in itinere delle partite IVA individuali, di coloro che lavorano in “nero” e di altre innumerevoli posizioni lavorative, dato che solo una parte degli oltre 6 milioni di partite IVA individuali sono assicurate all’INAIL.
Attraverso il nazionalismo, il localismo, il razzismo, i borghesi e i partiti al loro servizio alimentano divisione e concorrenza fra lavoratori.
L’Italia è presente ed è coinvolta in decine di guerre imperialiste nascoste dietro il nome di “missioni umanitarie”. Con le guerre le industrie multinazionali legate alla produzione di materiale bellico (industria definita pilastro dal Ministro Pinotti), il capitale finanziario, le banche, gli speculatori fanno soldi a palate sui cadaveri insanguinati dei proletari, uomini, donne e bambini e dei popoli del mondo. Intanto nei paesi imperialisti i proletari e le masse popolari vedono le loro condizioni di vita e di lavoro peggiorare inesorabilmente e costantemente.
La storia insegna che senza una teoria rivoluzionaria non è possibile nessun movimento rivoluzionario e oggi la borghesia ha concentrato la sua offensiva proprio su questo.
Dopo la sconfitta momentanea delle rivoluzioni proletarie, la borghesia ha cominciato un’opera di smantellamento, revisione e cancellazione della teoria marxista-leninista dello Stato e dell’analisi delle classi sociali.
Ormai da anni è cambiato anche il lessico comune. Le parole padroni e operai (borghesi e proletari) sono state sostituite da “datori di lavoro” e “risorse umane”. Le guerre imperialiste e di rapina sono chiamate “missioni di pace”.
L’imperialismo, dopo aver affossato temporaneamente il socialismo, agisce ormai senza freni. La brutalità del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo si abbatte contro chiunque ostacoli i suoi interessi per sottomettere ancora di più la classe proletaria, nel tentativo di cancellare la sua memoria storica.
La storia e la realtà di ogni giorno dimostrano che il lavoratore isolato come “libero” venditore della propria forza-lavoro è alla completa mercé del padrone.
La conquista della giornata lavorativa di 8 ore è stata ottenuta perché è diventata una rivendicazione di tutto il proletariato internazionale che ha lottato non solo contro il singolo padrone ma contro lo Stato rappresentante dell’intera classe capitalista, cioè di coloro che possiedono tutti i mezzi di produzione.
La lotta contro lo sfruttamento e la conquista delle otto ore è stata il risultato di una guerra civile fra la classe capitalista e quella operaia. Una lotta a volte latente e lenta, a volte pacifica e in alcuni momenti violenta, nella quale il movimento operaio e proletario si è presentato e imposto sulla scena politica come un’unica classe internazionale con gli stessi interessi. Sebbene la Costituzione della Repubblica Italiana formalmente stabilisca l’uguaglianza dei diritti fra padroni e operai, come sempre succede, fra diritti apparentemente uguali vince chi ha dalla sua la forza del potere economico, politico, istituzionale, militare: in una parola, lo Stato borghese.
In mancanza di un combattivo movimento operaio, unito e organizzato che costringa lo Stato (in quanto capitalista collettivo) a obbligare i singoli padroni a mettere un argine sia alle condizioni di sfruttamento nei luoghi di lavoro, sia alle continue delocalizzazioni produttive e spostamenti delle sedi legali delle imprese all’estero, l’unico diritto realmente riconosciuto da questa società è quello al profitto a scapito di tutti gli altri. Senza una propria organizzazione, il proletariato è legato al carro della borghesia imperialista e la classe operaia senza una sua organizzazione, come un gregge di pecore, è condotto al macello.
Il proletariato è una classe internazionale e l’emancipazione della classe operaia, l’unica classe che, liberando sé stessa libera tutta l’umanità, si può ottenere solo con il proletariato organizzato nel suo partito. Un partito operaio rivoluzionario, comunista che, conquistando il potere politico, espropria la classe dei capitalisti e si appropria dei mezzi di produzione. Un partito che distrugge la dittatura del capitale e della borghesia imperialista e instaura la democrazia operaia, la dittatura del proletariato in un sistema socialista dove si produce per soddisfare i bisogni degli esseri umani e dove lo sfruttamento capitalista è considerato un crimine contro l’umanità.
E’ giunto il momento in cui la classe operaia, per liberarsi dalle sue catene, deve smettere di delegare agli intellettuali borghesi di “sinistra” o ad altri il proprio futuro e la costruzione del suo partito ma sia lei stessa l’artefice del proprio destino.
Michele Michelino
aprile 2017
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To:
Sent: Saturday, April 29, 2017 10:07 PM
Subject: LA SCHIAVITU’ NON E’ UN ROTTAME DEL PASSATO, MA UN’ISTITUZIONE RIPORTATA IN AUGE DAL CAPITALISMO DEL TERZO MILLENNIO
 “La schiavitù del capitale” (Bologna 2017) è il nuovo libro di Luciano Canfora, che stupisce sempre per l’ampiezza della sua cultura e per la lucidità delle sue analisi, le quali delineano un quadro complessivo e sintetico delle prospettive storiche che abbiamo davanti a noi. Inoltre, si può cogliere tra le righe il piacere che prova lo studioso italiano, svolgendo il suo attento lavoro di ricerca, anche se da esso emerge un disegno drammatico.
“La schiavitù del capitale” è un saggio breve (111 pagine), nel quale vengono individuati in maniera precisa i gravissimi problemi della società contemporanea, che sarebbe caratterizzata dal “ritorno in grande stile del fenomeno della schiavitù come anello indispensabile del cosiddetto capitalismo del Terzo Millennio” (pagina 69). Questo ritorno non deve meravigliarci, giacché conferma quanto sosteneva Aristotele: “la necessità e l’eternità della schiavitù” (pagina 68).
Secondo Canfora la partita che è stata giocata nel corso del Novecento, iniziata con la Grande Guerra, è stata vinta da chi sfrutta e gli sconfitti sono stati gli sfruttati, ma è stato un grave errore credere che questa vicenda abbia posto fine alla storia. Che non fosse così ce lo ha fatto capire il “crollo del lungo, ostinato, alla fine insostenibile esperimento di socialismo”, evento dal quale possiamo ricavare una serie di osservazioni. Prima di tutto, che la partita è appena cominciata e che il modello capitalistico si è espanso in tutto il pianeta, conquistando anche la Russia e la Cina. A ciò dobbiamo aggiungere che solo oggi il capitalismo ha il dominio del mondo debolmente contrastato dai residui delle organizzazioni sindacali non collegate a livello internazionale, giacché gli sfruttati non sono in grado di compattarsi per ragioni religiose, etniche ecc.
Inoltre, per rendere efficace la sua espansione e seguendo la sua logica del profitto e dell’acquisizione di nuovi mercati, il capitalismo ha reintrodottoforme di dipendenza di tipo schiavile” sia nel mondo sviluppato che in quello arretrato (pagine 10 e 11), in cui probabilmente (aggiungo io) non ha mai cessato di esistere. Tale reintroduzione ha comportato la perdita dei “diritti del lavoro”, ottenuti in Occidente grazie all’esistenza del blocco socialista, che costringeva il capitalismo ad essere più benevolo. Infine, Canfora sottolinea il ruolo determinante della malavita organizzata nella gestione delle varie forme di dipendenza oggi esistenti (pagine 11 e 12).
Un altro aspetto interessante della dinamica storica esaminato da Canfora è costituito da quella che chiama “svolta occidentalista” che ha portato l’ex Unione Sovietica ad adottare uno stile di vita americaneggiante, abbandonando la linea politica internazionale perseguita fino agli anni Settanta-Ottanta.
Quest’ultima consisteva nell’appoggio anche materiale ai paesi ex coloniali per indirizzarli verso una prospettiva politica nazionalista-socialista, che si è dissolta provocando la fine del socialismo arabo e il trionfo del fondamentalismo religioso (pagine 20 e 21). Tale osservazione conferma quello che pochi hanno pensato prendendo atto della caduta del muro di Berlino, mentre i più esultavano: quali sconvolgimenti provocherà la dissoluzione del “socialismo reale”?
Che l’Unione Sovietica dovesse puntare sulla rivoluzione delle colonie, dopo che questa era stata sconfitta in Europa, lo aveva scritto Lenin, il quale attribuiva la causa di tale disastroso evento al comportamento delle “aristocrazie operaie” che avevano patteggiato con le rispettive borghesie. A suo parere solo la fine della colonizzazione e dello scambio ineguale avrebbe determinato un cambio di atteggiamento nelle prime non più privilegiate dalle briciole della rendita coloniale (pagine 25 e 26).
Il trionfo attuale del capitalismo è legato all’occidentalizzazione del mondo, anche se Canfora ci avverte che la parola “Occidente” non ha un significato univoco e per questa regione è anche di difficile localizzazione. Assai spesso, scrive, è stato identificato dai vari autori con una delle tendenze in esso presenti secondo un criterio arbitrario, ossia ciascuno ha scelto l’Occidente che preferiva. La complessità delle relazioni che hanno unito e contrapposto i diversi paesi occidentali, rendono inaccettabili le sbrigative equazioni, che identificano l’Occidente con la democrazia e il cristianesimo. Inoltre, bisogna tenere conto che l’Occidente affonda le sue radici nelle terre feconde della Mesopotamia, dalla quale ebrei e greci hanno attinto molti aspetti, integrandoli nella loro tradizione. D’altra parte, la Grecia, ritenuta la culla della civiltà occidentale, è da tempo stata espulsa da questa comunità e considerata, invece, un paese “orientale”. Un destino diverso è toccato al Giappone, che è stato a pieno titolo incorporato dall’Occidente, ormai dominato dall’estremo Occidente, identificato invece con gli Stati Uniti, che impongono attraverso la NATO i loro voleri ai paesi europei, i quali li accettano masochisticamente. Un esempio di questo atteggiamento supino sta nell’imposizione delle sanzioni alla Russia, che danneggiano l’economia europea, solo per allinearsi con gli Stati Uniti, che mirano all’inserimento dell’Ucraina nella NATO.
Secondo Canfora oggi non ha più senso la contrapposizione Oriente/Occidente, che deve essere sostituita da quella tra Nord e Sud del mondo, tenendo presente, tuttavia, che il secondo è presente anche da noi nelle zone marginali. Pertanto, a causa del massiccio fenomeno migratorio, Nord e Sud del mondo si penetrano reciprocamente e inevitabilmente si scontreranno, giacché il Sud non può che richiedere una diversa distribuzione della ricchezza attualmente monopolizzata dal Nord. Lo studioso italiano cita alcuni documenti sul traffico degli esseri umani, che produce la costante violazione dei diritti umani e che è un fenomeno transnazionale, da cui scaturiscono le nuove modalità del lavoro schiavile, nel quale si ricicla il “denaro sporco”.
Riprendendo la riflessione di Arnold Toynbee, sviluppata in un piccolo libro intitolato “Il mondo e l’Occidente”, di cui Canfora ha curato la traduzione italiana, egli delinea le tappe percorse da quest’ultimo per estendere il suo dominio mondiale, a partire dall’epoca delle grandi scoperte geografiche. Queste ultime, grazie all’evoluzione tecnica nella costruzione dei velieri e dei cannoni, si trasformarono ben presto nella costituzione di domini extracontinentali. Ma tale processo non è stato esente da contraddizioni, che hanno messo l’Occidente contro se stesso, come quando vinse la seconda guerra mondiale, nella quale erano state sconfitte Germania, Italia (e Giappone). Inoltre, aveva vinto a prezzo di allearsi con l’Unione Sovietica, ossia con il nemico dell’Occidente, trovandosi di fronte un mondo percorso da moti rivoluzionari (Cina) e instabile nel suo assetto per la costituzione di movimenti di liberazione in vari paesi.
Rotta quella scomoda alleanza, nel corso della lunga fase della cosiddetta Guerra Fredda, l’Occidente riprende il suo atteggiamento di sfida verso il mondo e, in particolare, verso l’Est. Se Toynbee, pur consapevole delle colpe consumate dall’Occidente verso il mondo, sperava che alla fine sarebbe di nuovo riuscito vittorioso, Canfora osserva, invece, che questo “si trova di fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni” e proprio per questo rischia di perdere. E ciò perché (come mostra il risorgere della minaccia islamica), le sue vittime non possono sopportare tale spietato dominio senza rispondere. In particolare, paradossalmente sono stati gli stessi Stati Uniti a fomentare e a sostenere i nemici dell’Occidente, schierandosi con l’estremismo islamico in maniera più o meno aperta e senza preoccuparsi della politica che potrebbe essere vantaggiosa per l’Europa, non in grado di dare una risposta ai flussi migratori prodotti dalla politica del “caos creativo” in Medio Oriente.
Questa scelta richiama alla mente quella riflessione contenuta nel “Manifesto”, un’opera non certo ottimistica, in cui si sviluppa una comparazione tra il potere trasformatore e distruttore del capitalismo e lo “stregone che non sa più controllare le potenze sotterranee da lui evocate”.
Con l’abbattimento del muro di Berlino molti avevano vaticinato l’estensione del “mondo libero”, la fine della Guerra Fredda e un felice avvenire di pace; purtroppo, abbiamo avuto modo di sperimentare che le cose non stanno proprio così: il numero dei muri è cresciuto, aggiungendosi a quelli già esistenti, mentre altri sono stati costruiti come quello tra Macedonia e Grecia, tra Ungheria e Serbia e l’utopia del rinnovamento con il passaggio al nuovo secolo si è sbriciolata.
Ribadendo con Croce che “la storia è sempre un processo aperto”, Canfora si chiede cosa è restato delle utopie che si sono scontrate nel corso dei due ultimi secoli, da lui identificate con l’utopia dell’egoismo e con quella della fratellanza.
La prima sarebbe ben espressa dalla politica dell’Unione Europea, la quale, arroccata su se stessa, persegue il suo disegno di tenere in piedi “una moneta inutilmente competitiva” e di fare a pezzi i diritti sociali conquistati nel corso del Novecento. E per conseguire questi obiettivi non si vergogna di regalare miliardi di euro al dittatore turco, perché crei un cordone contenitivo che difenda la “fortezza Europa”.
Purtroppo l’utopia della fratellanza, anche se ha radici antiche, oggi è assai debole e non può certo espandersi anche per il dominio indiscusso dei mezzi di comunicazione di massa, i quali cancellano dal reale tutto ciò che per loro è scomodo.
Nonostante ciò le conclusioni di Canfora non sono pessimistiche, giacché egli ritiene che “la storia procede a spirale: dà l’impressione di tornare indietro anche quando, faticosamente, procede”. Da questo punto vista, tutti gli eventi che hanno scandito la vittoria dell’utopia della fratellanza (dalla presa della Bastiglia, all’Ottobre Rosso, alla Liberazione di Saigon e di Cuba ecc.) non sono occorsi invano. Nonostante ciò, bisogna tenere conto del fatto che (come sta scritto nel “Manifesto”) la lotta tra le due classi in lotta, che si richiamano alle due diverse ideologie su menzionate, può anche generare la rovina di entrambe.
In appendice lo storico italiano pone il discorso radiofonico tenuto l’11 settembre 1973 da Salvador Allende, mentre il Palazzo presidenziale veniva bombardato, nel quale egli afferma di non morire invano e di nutrire speranze per il futuro. Al discorso di Allende segue quello pronunciato da Alexis Tsipras il 27 giugno 2015, nel quale si annuncia la prossima celebrazione di un referendum sulle misure imposte alla Grecia dalla UE. Come è noto, le misure vennero respinte con una larga maggioranza, ma l’esito del referendum non fu rispettato.
29/04/17
di Alessandra Ciattini
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To:
Sent: Sunday, April 30, 2017 8:26 PM
Subject: REPORT MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI 4 MESI DEL 2017
Dall’inizio dell’anno al 30 aprile ci sono stati 197 morti sui luoghi di lavoro. Erano al 30 aprile 2016 193, l’aumento è del 2,04%.
Ma, attenzione, se ai 197 morti sui luoghi di lavoro ci aggiungiamo i morti sulle strade e in itinere si superano i 430 morti. Ma per questi morti per infortuni si possono solo fare delle statistiche comparando diversi dati. Probabilmente sono molti di più.
Ma se andiamo a vedere i morti sui luoghi di lavoro registrati al 30 aprile 2008, che è l’anno di apertura dell’Osservatorio viene l’ansia. I morti erano al 30 aprile di quell’anno 176: l’aumento rispetto a al 2017 è del +10.7%.
Del resto la politica tutta se ne frega dei lavoratori dipendenti, se ne fregano le Istituzioni e chi dovrebbe occuparsene. Basta pensare agli oltre 450 agricoltori schiacciati dal trattore negli ultimi tre anni, senza che si sia visto un intervento concreto né sulla sicurezza, né con la comunicazione.
Se si prendono tutti i morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL si rimane basiti. Si parla sempre di cali, ma in realtà i morti sui luoghi di lavoro aumentano e non di poco. A mio parere è completamente fallita la politica sulla sicurezza (non) fatta in questi dieci anni.
Ha funzionato solo nei luoghi di lavoro dove è presente il Sindacato, dove le morti sono quasi inesistenti rispetto al numero di lavoratori.
Esprimo un mio parere che poi si può valutare come si vuole: il calo si ha esclusivamente sulle strade e in itinere e questo per la patente a punti e i tutor che ci sono sulle strade, che sono un bel deterrente per chi guida in modo pericoloso.
Diamo una rappresentanza sindacale e un responsabile della sicurezza a tutti i lavoratori, e un posto stabile senza Jobs Act che uccide, che precarizza anche la vita di chi lavora. eventualmente nei posti con pochi dipendenti, un rappresentante che rappresenti diverse aziende. Solo così avremo un calo delle morti sui luoghi di lavoro.
Per quello che riguarda “le morti verdi” (quelle in agricoltura), la strage continua: non passa giorno senza apprendere della morte di un agricoltore schiacciato dal trattore, sono già 36 dall’inizio dell’anno. L’ultima il 21 aprile a Torino val di Sangro.
Il Ministro delle Politiche Agricole Martina batta finalmente un colpo su queste tragedie. Da quando è Ministro sono morti schiacciati da questo mezzo oltre 450 agricoltori. Un morto su cinque sui luoghi di lavoro di tutte le categorie è causato dal ribaltamento del trattore. Occorre che qualcuno che ci governa faccia una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo. E chi di dovere dia forti incentivi per mettere in sicurezza i vecchi trattori.
MORTI NELLE REGIONI E PROVINCE ITALIANE NEL 2017 PER ORDINE DECRESCENTE
I morti sulle autostrade e all’estero non sono a carico delle province
ABRUZZO 22: L’Aquila 5, Chieti 3, Pescara 12 Teramo 3;
VENETO 21: Venezia 4, Padova‎ 1, Rovigo 4, Treviso 2, Verona 5, Vicenza 5;
SICILIA 15: Palermo 2, Agrigento 2, Catania 1, Enna 1, Ragusa 3, Siracusa 1, Trapani‎ 5;
LOMBARDIA 14: Milano 4, Bergamo 1, Brescia 2, Lecco 2, Lodi 1, Monza Brianza 2, Pavia 1, Sondrio 1;
CAMPANIA 14: Napoli 5, Benevento 2, Caserta 3, Salerno 4;
EMILIA ROMAGNA 13: Bologna 2. Forlì Cesena 1, Ferrara 2, Parma 2, Piacenza 1, Ravenna 3, Reggio Emilia 2;
TOSCANA 12: Firenze 2, Grosseto 2, Livorno 3, Lucca 1, Massa Carrara 1, Pisa‎ 2, Pistoia 1;
PIEMONTE 11: Torino 5, Biella 1, Cuneo 3, Verbano Cusio Ossola 1, Vercelli 1;
LAZIO 8: Roma 5, Latina 3;
CALABRIA 8: Catanzaro 2, Cosenza 4, Crotone 1, Reggio Calabria 1;
PUGLIA 6: Bari 3, Brindisi 2, Lecce 1;
UMBRIA 4: Perugia 2, Terni 2;
LIGURIA 4: Genova 1, Imperia 1, Savona 2;
FRIULI VENEZIA GIULIA 4: Trieste 1, Gorizia 1, Udine 2;
MARCHE 4: Ancona 1, Pesaro-Urbino 3;
TRENTINO ALTO ADIGE 3: Bolzano 3;
SARDEGNA 2: Oristano 1, Sassari 1;
BASILICATA 1: Potenza 1, Molise 1 Campobasso 1, Isernia 1.
Carlo Soricelli
Curatore dell’Osservatorio Indipendente d Bologna morti sul lavoro, attivo dal 1° gennaio 2008
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To:
Sent: Tuesday, May 02, 2017 8:52 AM
Subject: COMUNICATO ASSEMBLEA OPERAIA DEL 1° MAGGIO A POMIGLIANO
Riceviamo e diffondiamo il comunicato stampa dello SLAI Cobas sull’assemblea operaia svolta il 1° maggio a Pomigliano, cui abbiamo partecipato.
Lavoriamo per mettere in pratica le decisioni prese.
Invitiamo tutte le compagne e i compagni operai a dare il proprio contributo.
Piattaforma Comunista - per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
COMUNICATO STAMPA
Assemblea 1° maggio a Pomigliano
ALTRO CHE “ANTIPOLITICA” E POPULISMO
AGLI OPERAI SERVE UNA PROPRIA POLITICA, QUELLA DI CLASSE!
E’ stata un’affollata assemblea operaia quella svoltasi stamattina a Pomigliano per “fare il punto” sui modelli di Trump e Marchionne.
“Questi stanno prefigurando la costruzione di un nuovo ordine mondiale in cui le multinazionali esercitano una inquietante influenza politica sugli Stati” - ha sostenuto Mara Malavenda nella sua complessa relazione introduttiva “per il dominio del capitale sul lavoro e la trasformazione in tal senso dell’intera società con la progressiva eliminazione della democrazia sindacale e politica e dei diritti dei lavoratori nonché di quelli sociali, civili e Costituzionali. E quando la FIAT a Pomigliano si permette addirittura di colpire con provvedimenti repressivi le operaie per aver partecipato allo sciopero e alla manifestazione di genere operaio in occasione della scorsa ricorrenza internazionale della donna allora possiamo ben dire che la misura è colma e l’attuale momento di grande debolezza dei lavoratori è senz’altro data dalla mancanza di dirette espressioni politiche e sindacali, di classe e di parte operaia!”.
Né il voto alle strumentali formazioni dell’antipolitica o del populismo potrà dare “voce e forza” alle ragioni dei lavoratori.
Per questo, oggi più che mai, si rende necessaria la ricostruzione della nostra storia sociale, culturale e politica perché, quando si perdono le proprie radici ci si preclude il futuro e finanche la speranza e la determinazione per una vita diversa e migliore.
E la nostra storia, quella del Movimento Operaio, è una storia sicuramente incompatibile ed estranea alla natura e ai contenuti del costituendo nuovo ordine capitalistico mondiale.
L’assemblea ha deciso all’unanimità le prossime iniziative:
una mobilitazione in occasione della discussione in Tribunale della denuncia contro la FIAT di Pomigliano per repressione di genere e antisindacale;
una assemblea operaia nazionale a Pomigliano in occasione del centenario della rivoluzione socialista d’ottobre.
I PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA OPERAIA DEL 1° MAGGIO A POMIGLIANO
Pomigliano d’Arco, 1° maggio 2017
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Sent: Tuesday, May 02, 2017 7:09 PM
Subject: SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO: AL VIA IL BANDO PER FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO
Segnalo l’articolo sottostante.
Giustino
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L’INAIL finanzia in conto capitale le spese sostenute per progetti di miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. I destinatari degli incentivi sono le imprese, anche individuali, iscritte alla Camera di Commercio, industria, artigianato e agricoltura.
L’INAIL, tramite il Bando ISI 2016, rende disponibili complessivamente 244.507.756 euro. I finanziamenti sono a fondo perduto e vengono assegnati fino a esaurimento, secondo l’ordine cronologico di arrivo delle domande.
Leggi tutto al link:
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To:
Sent: Wednesday, May 03, 2017 1:28 PM
Subject: COMUNICATO STAMPA SICUREZZA SUL LAVORO
COMUNICATO STAMPA
LA SICUREZZA NON E’ BENVENUTA AL GASLINI
La USB Sanità Nazionale denuncia il comportamento antisindacale dell’Istituto Gaslini di Genova nei confronti del nostro dirigente sindacale nonché Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Luca Nanfria.
Il fatto: Luca Nanfria dopo aver svolto le sue legittime funzioni di RLS nella Unità Operativa Pediatria III si è visto recapitare una contestazione di addebito finalizzata a colpire le prerogative del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza e, quindi, a rendere sempre più a rischio gli ambienti di lavoro.
L’Esecutivo Nazionale USB Sanità approva e sostiene l’iniziativa di controllo e verifica, a tutela della salute dei Lavoratori, del proprio delegato sindacale che ha esercitato le sue funzioni di RLS nel rispetto della normativa in vigore (D.Lgs. 81/08).
Contestualmente la USB richiede con forza al Direttore Generale la revoca immediata dell’atto con il quale è stata disposta la contestazione di che trattasi.
In mancanza di un atto in questa Direzione la USB intraprenderà, a tutela del proprio dirigente sindacale, qualsiasi iniziativa atta a garantire il corretto esercizio dell’attività di RLS.
Inoltre si chiede alla Direzione Generale dell’Istituto Gaslini di adempiere agli obblighi che le competono quali: corso di formazione per RLS, consegna della copia del DVR a tutti gli RLS del Gaslini e accesso immediato alla stanza RLS dove è custodita la documentazione degli anni precedenti.
Roma, 2 maggio 2017
Esecutivo Nazionale USB Sanità
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To:
Sent: Thursday, May 04, 2017 6:37 PM
Subject: USB: IN PUGLIA E CALABRIA I BRACCIANTI DI OGGI SONO RIPARTITI DAI LUOGHI DELLE LOTTE DI IERI PER CHIEDERE LAVORO, DIRITTI E DIGNITA’
Da USB
02/05/17
I braccianti giunti dalle campagne hanno marciato il 1° Maggio affollando le strade di Reggio Calabria (Calabria) e San Severo (Puglia). Territori e luoghi che storicamente sono stati caratterizzati dalle lotte bracciantili. Così i braccianti di oggi hanno voluto rimettere al centro i temi dei diritti negati nella filiera agricola: paga giusta e dignitosa, riconoscimento della disoccupazione agricola e diritto alla previdenza, acqua potabile, casa, permesso di soggiorno, iscrizione all’anagrafe, trasporto.
In Calabria gli operai agricoli sono partiti dalla tendopoli di San Ferdinando, proprio là dove oltre 2.000 braccianti sono ancora ghettizzati e dove venne ucciso Sekine Traore per mano di un carabiniere, dalle campagne dalla Piana di Gioia Tauro, dalle varie provincie della regione raggiungendo Reggio Calabria con un corteo meticcio e combattivo.
In Puglia i braccianti hanno marciato partendo dalle campagne di Rignano Garganico, già teatro della morte tra le fiamme di Mamadou Konaté e Nouhou Doumbia mentre i sopravvissuti sono da mesi privi di acqua potabile e di un tetto, raggiungendo il centro di San Severo. La stessa località in cui il 23 marzo 1950 venne repressa la lotta dei braccianti addirittura con i carri armati. Tra i lavoratori si contarono un morto e numerosi feriti, e tanti furono gli arresti di uomini e donne che chiedevano diritti sindacali e sociali.
La giornata del 1° Maggio, con il sostegno e la condivisione di numerose delegazioni giunte dalle altre regioni (Lazio, Campania, Basilicata in prima fila) insieme ad associazioni e movimenti territoriali, ha sottolineato l’importanza del progetto di sindacalizzazione ed organizzazione lanciato dall’USB nella filiera agricola. Una filiera che vede schiacciati contadini e braccianti sotto le imposizioni della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e dell’agro-business.
La nostra lotta per il riconoscimento dei diritti sociali e sindacali è e rimane la nostra bussola, proprio come chiedevano i braccianti di ieri: “pane e lavoro”
Ringraziamo tutte le lavoratrici, lavoratori, disoccupati, precari pensionati, movimenti ed associazioni che hanno sostenuto con determinazione la giornata, trasformando il 1° Maggio in un momento di ricomposizione concreto.
I firmatari dell’appello del 1° Maggio:
Coordinamento Lavoratori Agricoli USB
Federazione USB Foggia
Federazione Regionale USB Calabria
Collettivo Autonomo “Altra Lamezia”
Federazione Regionale USB Basilicata
Collettivo “Ri-scossa Studentesca”
Federazione Regionale USB Puglia
“SOS Rosarno”
CoSMi (Comitato Solidarietà Migranti di Reggio Calabria)
Centro Socio Culturale “Nuvola Rossa” di Villa San Giovanni
Associazione Culturale “Il Brigante” Serra San Bruno
Comitato Culturale Equosud Reggio Calabria
PSC Partigiani della Scuola Pubblica
ACAD Associazione contro gli Abusi in Divisa
Centro Internazionale “Crocevia”
Agribio Emilia Romagna (Associazione produttori e consumatori biologici e biodinamici dell’Emilia-Romagna)
CISPM (Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo)
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To:
Sent: Thursday, May 04, 2017 6:37 PM
Subject: SOVRAPPRODUZIONE E CRISI CAPITALISTICA
Di Michael Roberts
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
27/04/17
Ho ricevuto recentemente alcune mail che mi chiedevano se la Grande Recessione in cui siamo appena passati (e le precedenti recessioni economiche) è stata causata dalla sovrapproduzione oppure dalla caduta del tasso di profitto. Sarebbe scortese rispondere dicendo: leggete il mio libro! Dopo tutto, questo è l’argomento affrontato da una considerevole parte dello scritto:
Ma non voglio essere così bisbetico e cercherò di rispondere in modo breve.
La sovrapproduzione avviene quando i capitalisti producono troppo in proporzione alla domanda di beni e servizi. Ciò comporta che i capitalisti accumulino scorte di beni che non possono vendere, essi hanno impianti con troppa capacità produttiva rispetto alla domanda e hanno troppi lavoratori rispetto a quelli di cui han bisogno. Per tali motivi chiudono gli impianti, tagliano la forza lavoro arrivando persino a chiudere e liquidare l’attività produttiva. Questa è una crisi capitalista.
La sovrapproduzione è l’espressione stessa della crisi capitalistica. Prima del capitalismo, le crisi erano di sottoproduzione (ossia carestia o scarsità di beni). Ma dire che la sovrapproduzione è la forma che assume una crisi capitalistica non è dire che la sovrapproduzione è la causa della crisi. Se fosse la causa, allora il capitalismo sarebbe in crollo permanente, perché i lavoratori non sarebbero mai in grado di riacquistare tutti i beni che producono. Dopo tutto, la differenza tra ciò che i lavoratori ricevono in salario e il prezzo dei beni o dei servizi che producono e che vengono venduti dai capitalisti non è altro che il profitto. Per definizione, i lavoratori non possono disporre di questo valore per spendere, ma rimane nelle mani dei proprietari capitalisti.
Marx criticò in modo sorprendente quegli economisti capitalisti che sostenevano che non ci può mai essere crisi di sovrapproduzione perché ogni vendita che il capitalista realizza significa che ci sarà un acquirente. Come ha detto Marx, che ci sia un acquirente per ogni venditore è una tautologia, la definizione stessa dello scambio. Di sicuro “nessuno può vendere senza che un altro comperi” [Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1974, Libro I, pagina 146]. Il denaro ricavato da una vendita può essere accumulato (risparmiato) e non utilizzato per acquistare. Questo solo aumenta le possibilità di sovrapproduzione e di crisi.
Ma la possibilità della crisi nel processo di scambio capitalistico per mezzo del denaro non significa che accada e non fornisce alcuna spiegazione sul quando e sul come. Così Marx andò oltre e spiegò che ciò che farà decidere i capitalisti se fare acquisti per investire in un impianto o in nuova tecnologia e per acquistare forza lavoro per la produzione è la redditività di tali azioni. “Il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica: viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto” [Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1974, Libro III, pagina 313]. E’ qui che entra in gioco la legge di Marx della caduta tendenziale del saggio di profitto. Marx dimostra che la redditività della produzione capitalista non rimane stabile, ma è soggetta a una inesorabile pressione (o tendenza) al ribasso. Ciò conduce infine al sovrainvestimento (sovraccumulazione) dei capitalisti, i quali accumulano troppo rispetto ai profitti che ottengono dai lavoratori.
A un certo punto, la sovraccumulazione rispetto al profitto (vale a dire un calo del tasso di profitto) porta al totale o alla massa di profitti che non sale più. Allora i capitalisti smettono di investire e produrre e abbiamo la sovrapproduzione o la crisi capitalistica. In tal modo è il calo del tasso di profitto (e il crollo dei profitti) che causa la sovrapproduzione, non il contrario.
Ma un calo nel tasso di profitto non porta direttamente a una crisi finché la massa dei profitti può aumentare. Come ho dimostrato nel mio libro, è stato precisamente quando la massa dei profitti ha smesso di salire che la Grande Recessione è nata. Nel mio blog del 19 gennaio, “La massa dei profitti e la crisi economica”, ho portato più prove a favore di questo argomento di Marx con gli ultimi dati dagli Stati Uniti.
Se questo è corretto, cioè che la causa delle crisi economiche capitalistiche e dei crolli è la caduta del tasso di profitto che porta ad una caduta nella massa dei profitti e così alla sovraccumulazione di investimenti e sovrapproduzione di beni e servizi (che sono profittevoli), allora questo porta ad importanti conclusioni politiche.
Per esempio, se noi pensiamo che la crisi capitalistica è causata dalla sovrapproduzione rispetto alla capacità dei lavoratori di acquistare i beni che vengono prodotti, come pensano i keynesiani, allora la risposta politica può consistere solo nell’incentivare la spesa pubblica oppure tagliare le tasse o i tassi di interesse (quello che sta accadendo oggi). Problema risolto.
Dall’altra parte, se pensiamo che la crisi è causata dalla mancanza di profitto, allora c’è solo una soluzione per il capitalismo: distruggere il valore del capitale esistente (impianti, macchinari e occupazione) al fine di tagliare i costi e ripristinare la profittabilità. Solo questo potrà far ripartire di nuovo il capitalismo (per un po’ di tempo), ma a spese di tutti noi. Così è svelata la contraddizione intrinseca del capitalismo. Solo la sua abolizione può fermare il ciclo di espansione e crollo.
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Sent: Saturday, May 06, 2017 1:49 PM
Subject: OSPEDALE GASLINI: PRESIDIO MERCOLEDI’ 10 MAGGIO ALLE 11 PER LA SICUREZZA

OSPEDALE GASLINI: MERCOLEDI’ 10 MAGGIO PRESIDIO SICUREZZA E COMMISSIONE SANITA’
Continuano le nostre iniziative in difesa dei lavoratori del Gaslini, ma che riguardano tutti i lavoratori.
Per questo motivo siete tutti invitati al presidio che si terrà mercoledì 10 maggio alle ore 11 dall’ingresso al mare dell’Istituto Gaslini in difesa della sicurezza sul lavoro.
Ogni anno aumentano i danni e gli infortuni ai lavoratori per mancanza di tutele.
Al Gaslini è stata inviata una contestazione di addebito perché il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza si è recato in un reparto per controllare che un determinato processo fosse a norma.
Ricordiamo che in caso di infortunio o di malattia professionale le spese vengono attinte da soldi pubblici.
PRESIDIO MERCOLEDI’ 10 ALLE ORE 11 PER LA TUTELA DEI LAVORATORI!!!
Giovedì 11 maggio alle ore 15 una delegazione USB si recherà in Commissione Sanità Regione Liguria per discutere di diverse problematiche alla presenza del Direttore Generale.
In questo modo potremo affrontare direttamente le questioni bypassando sindacati completamente asserviti all’Amministrazione.
Invitiamo i lavoratori ad abbandonare i sindacati complici di un sistema in cui in cambio di alcuni favori per i dirigenti sindacali si svendono anni di diritti.
Scandaloso a tale proposito è l’ultimo avviso per mobilità interna.
PORTIAMO TRASPARENZA
Le nostre “parole d’ordine” sono quelle su cui ci siamo impegnati nelle precedenti elezioni RSU e che continuiamo a portare avanti: TRASPARENZA E SICUREZZA!
Genova 06/05/17
USB Ospedale Gaslini
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Sent: Sunday, May 07, 2017 9:16 AM
Subject: PARTECIPARE E SOSTENERE L’INIZIATIVA DI LOTTA DI BERGAMO
PARTECIPARE E SOSTENERE L’INIZIATIVA DI LOTTA DI BERGAMO
APPROFONDIAMO IL CONFRONTO E L’UNITA’ NELLE LOTTE E DELLE LOTTE
APPELLO
11 lavoratori della logistica della Kamila di Brignano (BG) sono stati licenziati, tra cui 4 delegati dello Slai Cobas per il sindacato di classe.
Essi erano e sono alla testa di una lunga lotta degli operai della logistica di Brignano per i diritti lavorativi e sindacali, per la dignità, contro un sistema delle cooperative che viola il rispetto delle condizioni contrattuali di lavoro, la sicurezza e porta avanti discriminazioni, fino ad introdurre metodi da caporalato per scegliere quanti e quando gli operai devono lavorare, facendo agire anche un pesante ricatto in un settore in cui il 99% sono migranti che, senza lavoro, rischiano di vedersi togliere il permesso di soggiorno.
Viene portato avanti un intreccio tra questi attacchi alle condizioni di lavoro e i licenziamenti repressivi, per cercare di soffocare una grande ed estesa lotta che i lavoratori della logistica stanno portando avanti da tempo, con coraggio, dignità; una lotta indomabile, resistendo anche di fronte a pesanti aggressioni fisiche, morti, provocazioni, e diventando un esempio anche per altri settori di lavoratori.
In questo gli 11 licenziamenti di Brignano sono una delle realtà emblematiche.
Questi licenziamenti rappresentano un salto di qualità, che chiunque si batte, con i suoi mezzi e le sue forme, per la difesa dei diritti dei lavoratori, non può non comprendere e rispondere.
Da un lato, si tratta di licenziamenti volti a colpire l’organizzazione sindacale dei lavoratori, la loro “testa”. I padroni sanno bene che senza organizzazione sindacale i lavoratori possono essere manovrati in qualunque maniera, possono essere divisi e meglio colpiti.
Dall’altro, le stesse lettere di licenziamento non sono “normali” lettere di contestazione su mancata produttività, non rispetto dei carichi di lavoro, o su “false” malattie o infortuni, ecc; 11 lavoratori vengono licenziati perché colpevoli di portare avanti un “disegno criminoso”, un’azione di “sabotaggio”, finalizzata a “mettere in ginocchio la cooperativa”.
Cioè, una normale attività sindacale contro tempi e ritmi di lavoro, contro l’arbitrio aziendale, per la difesa dei diritti, oggi viene chiamata “disegno criminoso”, una sorta di “azione terrorista” verso le aziende della logistica.
Ma c’è un altro aspetto “nuovo”. Le “prove” di questa azione di “sabotaggio” sarebbero nei messaggi fatti dai lavoratori su WhatsApp. Le cooperative, non avendo riscontri oggettivi, giustificano i licenziamenti spiando nei telefonini personali dei lavoratori. E’ necessario che anche avvocati, giuristi, dicano che questo non è legittimo!
I padroni delle cooperative, dei consorzi multinazionali vogliono alzare il tiro: non vogliono solo licenziare le avanguardie sindacali dei lavoratori ma, come nel fascismo, denunciarli penalmente, farli andare in galera. Ma questo non lo possono e non lo devono fare!
Questo salto di qualità dei piani del padronato deve trovare una larga opposizione unitaria, perché se passano questi licenziamenti, questa linea di attacco all’organizzazione sindacale dei lavoratori, di paragonare la lotta a un crimine, questa linea sarà seguita in tante altre realtà lavorative in lotta e nei Tribunali.
Facciamo appello a tutti a dare il loro concreto sostegno ai lavoratori licenziati!
Facciamo appello a sostenere, con piccoli o grandi contributi, a estendere dovunque la cassa di resistenza, perché la resistenza degli 11 lavoratori e della lotta possa continuare fino a che sarà necessario, fino a vincere.
Facciamo appello a dare voce alla lotta contro i licenziamenti repressivi, antisindacali dei lavoratori della logistica di Brignano, perché: se colpiscono uno, colpiscono tutti.
Slai Cobas per il sindacato di classe Bergamo
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Sent: Sunday, May 07, 2017 9:16 AM
Subject: E’ NECESSARIO SAPER COGLIERE LE OPPORTUNITA’ CHE IL 1° MAGGIO CI OFFRE
E’ NECESSARIO SAPER COGLIERE LE OPPORTUNITA’ CHE IL 1° MAGGIO CI OFFRE
INVITO AL CONFRONTO
Crediamo che il Primo Maggio sia stata un’eccezionale giornata di lotta, che ha visto la partecipazione determinata di migliaia di lavoratori, compagni e compagne, che insieme hanno contribuito a tracciare una chiara linea di incompatibilità politica e sindacale con il capitale.
Senza entrare nel merito dei contenuti che demandiamo all’appello di indizione, giriamo a questo proposito il comunicato del Si Cobas che, con uno sforzo politico e organizzativo non comune, ha riempito la piazza con i lavoratori della logistica e non solo che si sono resi protagonisti negli ultimi anni dei livelli di conflitto più marcati in senso anticapitalista.
Crediamo però che questa bellissima giornata di lotta possa rappresentare anche qualcosa di più. Questo proprio partendo da ciò che è stato il confronto franco e dialettico tra le realtà sindacali e politiche che hanno contributo alla sua realizzazione.
Un confronto costruito a partire dall’esigenza di amplificare e generalizzare i diversi livelli e pratiche del conflitto, per una ricomposizione sociale e un’unità di classe da sperimentare e provare a costruire sul terreno concreto della lotta sulla materialità dei bisogni, in una chiara prospettiva antagonista al modo di produzione capitalistico.
Siamo convinti infatti che il Primo Maggio possa essere un ottimo punto di partenza per mettere in campo, in maniera orizzontale e plurale dal punto di vista delle diverse specificità e settori di intervento, un’opposizione concreta e radicale ai tentativi di superamento della crisi da parte del capitale.
Essere conseguenti con la costruzione del Primo Maggio vuol dire arrivare a un prossimo momento di confronto nel quale auspichiamo si comprenda la necessità di una mobilitazione comune nel caso dei preannunciati scioperi generali della logistica e dei trasporti. Ancor di più dopo il sonoro schiaffone ricevuto da Alitalia e sindacati confederali.
Questi crediamo possano rappresentare solo i primi due importantissimi possibili passi su cui costruire mobilitazioni condivise e partecipate, in un momento nel quale anche altri terreni di scontro diventano impellenti come xenofobia e razzismo e la campagna continua contro i proletari che scappano dai teatri di guerra edificati dalle cosiddette “democrazie occidentali” e i nuovi venti di guerra sempre più forti.
Sta a noi tutti saper valorizzare quella giornata e saperne cogliere l’opportunità che ci offre.
I compagni e le compagne del CSA “Vittoria”
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To:
Sent: Sunday, May 07, 2017 9:16 AM
Subject: COMUNICATO DEL SI COBAS SULLA MANIFESTAZIONE DEL PRIMO MAGGIO 2017
PRIMO MAGGIO: FORTE MANIFESTAZIONE INTERNAZIONALISTA A MILANO
La manifestazione del Primo Maggio a Milano, organizzata nel pomeriggio dal SI Cobas con USI, SGB, e diverse federazioni della CUB, con l’adesione di numerose organizzazioni politiche, associazioni e collettivi, ha visto la nutrita e vivace partecipazione di migliaia di persone, nonostante la pioggia battente che ha accompagnato gran parte del corteo, snodatosi nel quartiere popolare di via Padova e poi viale Monza.
Un grande numero di partecipanti era costituito dal multicolore mondo dei lavoratori della logistica, provenienti da ogni parte del mondo e organizzatisi con il SI Cobas in diverse regioni d’Italia (sono venuti a Milano con 20 pullman). Sono i protagonisti delle lotte di questi anni che hanno sollevato migliaia di lavoratori da condizioni schiavistiche imponendo rispetto e dignità sul lavoro e un salario decente. Essi rappresentavano anche visivamente il carattere di classe e internazionale del Primo Maggio, “leit motif” della manifestazione, e il collegamento ideale con le manifestazioni che in questa giornata si sono svolte in tutti i paesi del mondo.
Un fattore di mobilitazione aggiuntivo è stata la protesta contro l’arresto, le accuse infamanti senza prova alcuna, e l’obbligo di dimora inflitti al coordinatore del SI Cobas Aldo Milani per la lotta ancora in corso contro i licenziamenti alla Alcar 1 del gruppo Levoni a Modena: “siamo tutti Aldo Milani” è stato uno dei cori più ripetuti. Accomunava i partecipanti l’opposizione contro gli attacchi al diritto di organizzazione e di sciopero, portati avanti oltre che con centinaia di denunce, con l’accordo sulle rappresentanze.
Il corteo, per nulla assottigliato dalla pioggia battente, si è concluso nel parco Trotter, dove oltre ad Aldo Milani sono intervenuti diversi esponenti delle organizzazioni partecipanti. Essi hanno ricordato le origini del Primo Maggio nella lotta per le 8 ore, e nella violenta repressione di quella lotta a Chicago nel lontano 1886. Diversi intervenuti hanno sottolineato la necessità dell’unione internazionale dei lavoratori per lottare non solo per il miglioramento immediato delle condizioni dei lavoro e di vita (conquiste che il capitalismo continuamente rimette in discussione) ma per opporsi al militarismo e alle guerre condotte dagli imperialismi, Italia inclusa, e alla repressione contro profughi e immigrati in generale; e soprattutto la necessità della lotta per portare al potere i lavoratori rovesciando quello del capitale, e realizzare così una società senza classi, senza sfruttamento e senza guerre.

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