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venerdì 23 ottobre 2026
23 ottobre - Dall'ex-Ilva di Taranto una corrispondenza aggiornata
Questa mattina abbiamo incontrato i lavoratori dell'Appalto ex Ilva per fare con loro il punto della situazione.
La prima questione che appare chiara è che tanti lavoratori - ora ce ne sono molto meno - sono in cassa integrazione e quindi sono a casa e di conseguenza il numero degli operai che qui è sempre molto alto e concentrato, ora è molto di meno. Esiste la giungla degli Appalti che corrisponde alla giungla di situazioni, una parte di rilevante non lavora, è in cassa integrazione, una parte continua a lavorare in attesa della soluzione della vicenda Ilva che ne potrà comportare la cassa integrazione, tutti sono più o meno sotto la mannaia dei licenziamenti collettivi richiesti dalle ditte che ora sono sospesi come licenziamenti ma sono dentro questa vicenda.
Noi da tempo insistiamo per l'unità del fronte dei lavoratori dell'Appalto e naturalmente dell'unità di tutto il fronte operaio, ma l'unità del fronte dell'Appalto è una questione importante perché è il fronte dell'Appalto che nella crisi Ilva e nelle soluzioni di padroni e governo può pagare il costo maggiore della situazione, già lo paga perché già nelle richieste sindacali e nella trattativa in corso col governo, nel decreto governativo, non è prevista alcuna integrazione alla cassa integrazione, non sono previsti blocchi di licenziamenti né sono previsti sostanzialmente gli ulteriori ammortizzatori sociali che vengono rivendicati per gli operai Ilva, quindi né incentivi all'esodo che diventano una scelta individuale dei lavoratori insieme alle imprese, una scelta individuale e discrezionale dell'azienda di accettarli ma sicuramente a cifre molto inferiori di quelli che potranno essere definite in sede nazionale nel corso di questa trattativa.
Non hanno alcuna integrazione salariale, questa è una enorme ingiustizia per i lavoratori dell'Appalto rispetto agli operai diretti ed è una rivendicazione che noi innanzitutto sosteniamo con forza, i sindacati dicono ai lavoratori che la sostengono però sostanzialmente, si è passati da tavoli in tavoli e i lavoratori dell'appalto Ilva l'integrazione alla Cassa integrazione non l'hanno ricevuta. Per di più la nuova Cassa integrazione in deroga prevista dal decreto stabilisce che essa spetterebbe solo alle aziende che hanno negli ultimi due anni un fatturato di 50% del loro generale fatturato con Acciaierie. Si tratta di una situazione abbastanza assurda e che peraltro nelle precedenti vicende che hanno coinvolto l'appalto, sembrava essere superata, c'era già più o meno una lista di aziende che era entrata in quelle che avevano diritto non tanto alla Cassa integrazione che non era allora in discussione come Cassa integrazione in deroga, a una soluzione nella controversia tra aziende dell'Appalto e Acciaierie, che vuole dire pagamenti del pregresso, garanzie delle ulteriori commesse, etc. Questo vuole dire che perfino la Cassa integrazione in deroga a cui noi siamo contrari, prevista dal nuovo decreto, non toccherebbe che solo una parte delle operai dell'Appalto e chiaramente le ditte che già ora sanno di non poter rientrare dovranno scegliere tra la Cassa integrazione per aree pregresse (che ha un altro iter rispetto a questa in deroga) e si trovano di fronte al fatto che per questo tipo di Cassa integrazione, se ci sarà l'anticipazione dell'azienda, è per decisione delle aziende, non per il vincolo imposto dai decreti. Nello stesso tempo non è chiaro quante nuove Cassa integrazioni saranno formalmente approvate e da quando effettivamente partiranno, per cui ci sono diversi lavoratori, tra cui quelli che organizziamo noi, che si trovano a casa, in ferie forzate sostanzialmente, consumando l'intero patrimonio delle ferie in attesa di essere messe in Cassa integrazione.
Solo Slai Cobas a Taranto sta rivendicando comunque il pagamento delle giornate che precedono l'entrata in vigore della Cassa integrazione, gli altri sindacati, tutti, USB compreso, accettano la logica che intanto i lavoratori vadano in ferie oppure, come dicono informalmente ai lavoratori, di mettersi in malattia, questo lungi da risolvere il problema alimenta la giungla dei comportamenti individuali e delle differenze tra le aziende a cui si aggiungono i comportamenti individuali differenti tra i lavoratori.
Quindi la linea del governo e il ruolo dei sindacati in questa vicenda in parte convergono nel considerare i lavoratori dell'Appalto come lavoratori di serie B e su di essi viene scaricata la parte maggiore della crisi che attraversa lo stabilimento, almeno nei suoi effetti immediati e nella sua ricaduta, anche sul fronte degli ammortizzatori sociali.
Stiamo insistendo e là dove ci siamo agiamo per combattere questa situazione, ma chiaramente il contesto in cui lo facciamo è quello di singole aziende e non della mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori dell'Appalto e questo è chiaramente un fattore di debolezza e lascia soli i lavoratori che sono con noi che vogliono condurre e conducono questa lotta.
Su tutto il resto la situazione è quella che abbiamo già descritto in altre occasioni.
Noi siamo stati contrari alla fine dei blocchi alla fabbrica e alle strade che stavano vedendo una grossa partecipazione di operai sia dello stabilimento sia dell'Appalto e che stava dando di nuovo vigore alla lotta dei lavoratori e un luogo unitario con cui questa lotta poteva pesare e nei giorni dei blocchi ha pesato, perché si sono bloccate in particolare la raffineria Eni e questo ha prodotto un disagio indotto con la mancata entrata e uscita di oltre 100 camion della raffineria che servono i distributori di benzina etc., non solo di Taranto, ma di un circondario abbastanza ampio che arriva agli aeroporti di Bari etc. Questa lotta quindi stava riuscendo ed era forte e chiara e doveva essere portata avanti fino all'ottenimento di risultati concreti, risultati concreti che il governo ha legato agli incontri, in particolare all'incontro che viene considerato principale del 27.
Anche intorno a questo, ma il vuoto di blocchi ha provocato innanzitutto un effetto negativo che era già inglobato nella vicenda Ilva, il distacco degli operai degli stabilimenti del Nord, l'alleanza - che noi definiamo infame obiettivamente - tra i sindacati, le istituzioni, i padroni di Genova, Novi Ligure etc., per smarcarsi da Taranto, per rivendicare una continuità lavorativa per loro tramite acquisizione delle materie prime da altre fonti, delle bramme, essendo questi stabilimenti dipendenti da Taranto, in maniera che la vicenda della continuità lavorativa di questi stabilimenti andasse da sé, lasciando Taranto al suo destino.
Noi abbiamo sempre condannato questa posizione, anche quando essa si traveste da sinistra e utilizza forme di lotta davvero positive che anche a Taranto vorremmo fossero utilizzate, come quelle che succedono a Genova, noi non condividiamo in generale la posizione di divisione di classe sostanzialmente localista e neocorporativa che sostiene questa battaglia.
Quindi in questo vuoto la posizione dei stabilimenti del Nord è andata avanti attraverso uno sciopero, una nuova manifestazione che ha ottenuto alcune garanzie in questo senso, anche se sono garanzie tuttora non corrispondenti a nessun fatto concreto, dato che è in alto mare l'assegnazione degli stabilimenti agli industriali, sia quelli che hanno fatto le offerte, Jindal, Flax, sia la cosiddetta “cordata dei patrioti” che vede protagonisti i padroni italiani, Marcegaglia in testa etc., quindi questo vuoto di lotta a Taranto ha prodotto dei danni, non parliamo dei danni nel rapporto Taranto-città, operai e movimento ambientalista di carattere antioperaio che impazza in città.
L'altra grossa questione è che i sindacati confederali hanno detto ai lavoratori che la sospensione dei blocchi non era affatto una sospensione della lotta, ma bensì un'attesa della sentenza della Cassazione che affronterà il problema da cui dipenderà anche il carattere dell'incontro romano, però i sindacati avevano detto ai lavoratori qui a Taranto, ai blocchi, che li mandavano intanto a casa, sospendevano i blocchi per preparare una grande manifestazione a Roma il 27.
Nella discussione di oggi è emerso che questa idea della grande manifestazione a Roma via via non è mantenuta e sostanzialmente non è affatto vero che gli operai di Taranto si preparano a una grande manifestazione a Roma per il 27, anche qui si dice che ne parleranno dopo l'emissione della sentenza che può andare anche oltre il 27 - anche se non lo pensiamo - per vedere qual è lo scenario che la sentenza apre.
Lo stesso vale per quanto riguarda l'incontro che c'è stato a Roma relativo all'estensione degli ammortizzatori sociali che non hanno ottenuto alcun risultato, è stato un incontro che eufemisticamente viene definito “interlocutorio”, ma che nella sostanza non ha portato alcun risultato, quindi gli operai si ritrovano ora a casa, in cassa integrazione o in attesa della sentenza senza alcun risultato, né sul fronte degli ammortizzatori sociali ulteriori, né rispetto alla continuità del loro lavoro in un quadro di piano industriale e ambientale che salvaguardi il lavoro, attui la trasformazione dell'Ilva in senso di riduzione delle fonti inquinanti e affronti nel quadro generale il problema delle bonifiche e del risanamento della città dagli effetti dell'inquinamento e del disastro ambientale provocato dalle gestioni capitalistiche dell'ex Ilva, da Riva alla recente ArcelorMittal.
La nostra posizione però è ben chiara all'interno degli operai, non ha la forza materiale attualmente di mettere in discussione le posizioni dei sindacati interni coalizzati maggioritari, i tre confederali e l'USB che agisce ormai esplicitamente come quarto sindacato e quindi senza in nessuna maniera poter essere considerato un'alternativa ai sindacati confederali, ma solo una quarta gamba del sindacalismo in questa grande fabbrica, in questo grande gruppo.
Però la nostra posizione ottiene consensi tra gli operai e ottenere consensi e costruire una forza di base auto organizzata in grado di mettere in discussione, di orientare le decisioni e la prassi dei sindacati confederali ancora però è lungi da poter apparire, ma stiamo a vedere quello che succederà nei prossimi giorni e nelle prossime ore.
La vicenda Ilva è la più grande delle vicende operaie nel nostro paese, non solo perché lo stabilimento Ilva è il più grande stabilimento in funzione - per modo di dire - delle fabbriche in Italia, ma anche perché le implicazioni di tutta questa vicenda chiariscono molto bene qual è lo stato della condizione operaia, della situazione operaia e qual è lo stato dell'azione del Capitale, dei suoi governi e dei padroni su un fronte importante che è il lavoro, il salario, il rapporto tra fabbrica e città e la forma fisiologica e patologica rappresentata dalla ex Ilva di Taranto.
Una battaglia quindi sociale, politica e sindacale su cui si gioca una parte dei destini alla classe operaia del nostro paese e su cui chiaramente solo il sindacalismo classista e combattivo rappresentato in questa città e in questa fabbrica dallo Slai Cobas è un'autentica alternativa, alternativa che deve avanzare nel contesto di questa situazione difficile.
lunedì 19 ottobre 2026
19 ottobre - Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»
Dura presa di posizione del sindacato di classe sulla crisi dello stabilimento siderurgico. Critiche alla gestione della cassa integrazione e alla sospensione della protesta operaia. Contestato anche il corteo del 17 ottobre: «Ha contribuito a isolare i lavoratori»
redazione.taranto@buonasera24.it
19 Ottobre 2026 – 08:54
I lavoratori ex Ilva - archivio
TARANTO - Riprendere la mobilitazione dei lavoratori dell'ex Ilva, riportando i presidi sulle strade e rilanciando lo scontro sindacale contro le decisioni del Governo e la gestione commissariale dello stabilimento. È la posizione espressa dallo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene con un documento particolarmente duro sugli sviluppi della vertenza siderurgica, prendendo le distanze anche dalle scelte delle organizzazioni sindacali e dalla manifestazione ambientalista del 17 ottobre.
Secondo lo Slai Cobas, gli avvenimenti dell'ultima settimana avrebbero evidenziato una contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori, impegnati a difendere occupazione e reddito, e le decisioni assunte dalle istituzioni sul futuro della fabbrica.
Nel mirino dell'organizzazione finisce innanzitutto il Governo Meloni e, in particolare, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ai quali viene attribuita la responsabilità politica dell'attuale gestione della crisi.
Nella ricostruzione proposta dal sindacato, le misure adottate dall'esecutivo e gli sviluppi giudiziari legati alla decisione della magistratura milanese starebbero determinando le condizioni per una progressiva chiusura dello stabilimento tarantino, accompagnata da un ridimensionamento dell'occupazione.
Lo Slai Cobas sostiene infatti che il progetto di una nuova configurazione industriale dell'ex Ilva non presenti, allo stato attuale, sufficienti garanzie economiche e produttive.
Il sindacato contesta in particolare quella che considera una prospettiva di chiusura della fabbrica senza un'alternativa industriale concretamente definita, con conseguenze dirette per migliaia di lavoratori.
Le critiche si concentrano anche sul ricorso agli ammortizzatori sociali, giudicati inadeguati a garantire la salvaguardia dell'occupazione e del reddito.
Secondo l'organizzazione, il decreto governativo finirebbe per determinare una condizione di cassa integrazione prolungata per una parte molto consistente dei dipendenti, senza assicurare reali prospettive di rientro al lavoro.
La situazione viene considerata ancora più preoccupante per gli addetti delle imprese dell'appalto, particolarmente esposti alle conseguenze del ridimensionamento delle attività produttive.
Per lo Slai Cobas, le misure annunciate non costituirebbero dunque «un paracadute» capace di tutelare il reddito dei lavoratori, ma rischierebbero di accompagnare una consistente riduzione dei livelli occupazionali.
Nel documento non vengono risparmiate critiche neppure alla magistratura milanese. Il sindacato contesta le conseguenze della pronuncia sulla continuità produttiva dello stabilimento, attribuendole una funzione favorevole, nella propria lettura politica, agli interessi del Governo e delle imprese.
Particolarmente severo anche il giudizio sull'operato dei commissari straordinari di Acciaierie d'Italia, accusati di aver dato immediata attuazione alle misure di fermata degli impianti e di ricorso alla cassa integrazione.
Secondo lo Slai Cobas, la gestione commissariale avrebbe agito senza tenere adeguatamente conto dei tempi della vicenda giudiziaria e delle trattative ancora in corso tra Governo e organizzazioni sindacali.
Il documento attribuisce invece un significato positivo alla mobilitazione degli operai, che per 5 giorni hanno presidiato e bloccato alcune delle principali arterie stradali di accesso alla città, dando vita a una protesta contro le prospettive di ridimensionamento dello stabilimento.
Una mobilitazione che lo Slai Cobas interpreta come una dimostrazione della capacità dei lavoratori di reagire alle decisioni considerate dannose per il proprio futuro.
L'organizzazione ritiene tuttavia che quella spinta sia stata interrotta troppo presto, rivolgendo critiche alle direzioni dei sindacati confederali e dell'Usb.
Pur riconoscendo che queste organizzazioni abbiano sostenuto lo sciopero e i blocchi stradali, lo Slai Cobas contesta la scelta di sospendere la mobilitazione per privilegiare la prosecuzione del confronto istituzionale.
Nella nota si parla espressamente di un'interruzione dello sciopero e dei blocchi «prematura e sbagliata», una valutazione che, secondo il sindacato di classe, sarebbe condivisa anche da numerosi lavoratori.
La contestazione riguarda soprattutto l'eccessiva fiducia riposta nelle trattative e nella possibilità di individuare una soluzione attraverso il confronto tra istituzioni, Governo e rappresentanze sindacali.
Secondo lo Slai Cobas, la sospensione della protesta avrebbe consentito ai commissari di procedere con l'attivazione della cassa integrazione a zero ore, determinando una situazione che rischierebbe di rendere più difficile la ripresa dell'iniziativa operaia.
Il documento affronta poi un altro tema particolarmente delicato, quello della manifestazione “Taranto Torna a Vivere” del 17 ottobre, alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini per chiedere la tutela della salute e un futuro diverso per la città.
La valutazione dello Slai Cobas è fortemente critica. L'organizzazione interpreta il corteo come un'iniziativa che avrebbe finito per contrapporre una parte della cittadinanza ai lavoratori dello stabilimento e alle loro forme di protesta.
Secondo la stima riportata nel comunicato, alla manifestazione avrebbero partecipato circa 5.000 persone. Il sindacato ritiene che, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli partecipanti, l'iniziativa abbia contribuito ad accentuare la distanza tra la mobilitazione ambientalista e quella operaia.
Nel documento si sostiene che il corteo avrebbe avuto, al di là delle intenzioni dei manifestanti, «l'obiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta».
Una posizione che conferma la distanza tra lo Slai Cobas e quelle componenti dell'associazionismo ambientalista che chiedono la chiusura integrale dello stabilimento siderurgico.
Il sindacato non nega la gravità delle conseguenze ambientali e sanitarie legate all'attività industriale, ma contesta l'idea che la soluzione possa essere rappresentata dalla cessazione della produzione senza un progetto capace di garantire il futuro dei lavoratori.
Nella prospettiva indicata dall'organizzazione, la tutela dell'occupazione deve procedere insieme alla trasformazione ambientale della fabbrica, alla sicurezza degli impianti e alle bonifiche del territorio.
È su questa impostazione che lo Slai Cobas propone di ricostruire una mobilitazione comune tra operai e cittadini, superando le contrapposizioni che, a suo giudizio, rischiano di indebolire entrambe le rivendicazioni.
La conclusione del documento è un appello esplicito alla ripresa immediata dell'iniziativa sindacale.
Per l'organizzazione non esistono alternative al ritorno alla protesta, con una mobilitazione ancora più incisiva rispetto a quella dei giorni scorsi.
Lo Slai Cobas sostiene infatti la necessità di «riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima», per respingere le scelte del Governo e delle imprese e affermare una piattaforma operaia che comprenda occupazione, salario, diritti, salute e sicurezza.
Una proposta che il sindacato colloca all'interno di una prospettiva più ampia di trasformazione del sistema industriale e di contrapposizione alle politiche economiche che ritiene responsabili della crisi.
La posizione dello Slai Cobas riapre così il confronto sulle strategie di mobilitazione nell'ex Ilva, in una fase nella quale il futuro degli impianti, il destino occupazionale dei lavoratori e la tutela ambientale continuano a rappresentare i principali nodi irrisolti della vertenza tarantina.
19 ottobre - LA SITUAZIONE ALL'EX ILVA DI TARANTO
All’ex Ilva di Taranto e a Taranto si è giocata in questa settimana una partita molto chiara che ha visto due fronti contrapposti.
Da un lato il governo Meloni/Urso responsabile dell’attuale gestione della crisi Ilva che, oltre a non aver dato soluzioni accettabili, proprio nelle ultime settimane e giorni ha mostrato da che parte sta, e lo ha fatto da un lato dando il là, utilizzando la sentenza di Milano, al piano di chiusura, con elementi di ristrutturazione, della fabbrica a Taranto; perché accettare e o utilizzare quella sentenza porta inevitabilmente alla chiusura dell’attuale ex Ilva per un fumoso piano di nuova Ilva che attualmente non ha né basi economiche, né industriali, né materiali; e come conseguenza di questa linea generale ha emesso un decreto che è di cassintegrazione permanente di quasi totalità dei lavoratori e un piano assolutamente insufficiente di ammortizzatori sociali che ne fanno, sia nello stabilimento, sia soprattutto nelle Ditte dell’appalto una misura di accompagnamento alla massiccia riduzione dell’occupazione e niente affatto un “paracadute” che tuteli il reddito dei lavoratori.
Chiaramente del fronte opposto agli operai, lo vogliano o no, sono i magistrati di Milano che hanno fatto questa sentenza, che lungi dall’essere chiara, risponde ad esigenze concentrate di padroni, governo e della frazione antioperaia del movimento ambientalista.
In questo quadro l’azione dei Commissari è apparsa dall’inizio alla fine “più realista del re”, traducendo subito in fatti il fermo della fabbrica prima e la messa generale in cassintegrazione dei lavoratori, senza tener conto della lotta – e questo sarebbe il minimo – ma soprattutto senza tener conto dei tempi effettivi della vicenda giudiziaria e degli incontri e trattative in corso tra governo e sindacati.
Fanno parte chiaramente di questo fronte antioperaio i capi e le associazioni del movimento ambientalista che perseguono la chiusura di tutta la fabbrica, usando la gravità della vicenda inquinamento prodotta dalla gestione capitalista della fabbrica con il suo carico di morte, malattie professionali, e effetti gravi sul territorio.
Dall'altro lato il fronte degli operai che hanno opposto una esplosione di resistenza, che ha visto migliaia di essi bloccare per 5 giorni le strade, facendo sentire la loro forza e la loro voce a tutela del lavoro, salario, diritti salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio
Purtroppo in mezzo a questi due fronti c’è il ruolo dei sindacati confederali/USB e innanzitutto delle direzioni di essi che certo hanno risposto con lo sciopero, il blocco, con un documento del Consiglio di Fabbrica che cerca di mantenere una parte dell’apparato produttivo, ma che è fondamentalmente orientato a misure straordinarie che riguardano le ulteriori misure sociali a tutela dei lavoratori.
Ma il feticcio delle trattative e dell'unità del fronte istituzionale e il feticcio della magistratura hanno prodotto un’interruzione di questo sciopero e blocco. prematuro e sbagliato, come è convinzione di tanti lavoratori però non in grado autonomamente di continuarlo.
I commissari hanno immediatamente approfittato di questo per far partire la cassaintegrazione a zero ore per tutti e creare il fatto compiuto che favorisce il piano di governo e padroni.
Nel vuoto della iniziativa degli operai si è prodotto e si è lasciato campo libero alla manifestazione cittadina ambientalista del 17, come chiamata a raccolta dei cittadini contro i lavoratori, la loro lotta, i loro blocchi,; manifestazione che ha visto la composita partecipazione di migliaia di persone,circa 5 mila, che ha al di là delle stesse intenzioni l'obbiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta.
A fronte di questo non c'è altra strada che riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima per respingere il piano di padroni e governo e imporre la piattaforma operaia, che contiene nei suoi sviluppi le trasformazioni ambientali della fabbrica , le bonifiche del territorio, e la prospettiva della continuità della lotta comune tra operai e masse popolari per una alternativa anticapitalista a padroni, stato e governi del capitale
Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto
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19 ottobre 2026
sabato 17 ottobre 2026
18 ottobre - Il Capitale è nocivo, non il lavoro. Ribellione operaia contro morti e sfruttamento
Torniamo sui lavoratori uccisi nei posti di lavoro, nella guerra di classe a senso unico che i padroni a difesa ed incremento del loro profitto, giorno per giorno portano avanti, posto posto.
Cinque lavoratori sono morti uccisi dal profitto nelle ultime 24 ore in altrettanti posti di lavoro, diversi tra loro, lontani tra loro, lavoratori con esperienza ed età differenti.
Ed a questa criminale lista dobbiamo aggiungere 5 operai travolti in Alto Adige dalla caduta di un solaio da 10 metri che stavano preparando per colare, due sono in condizioni gravi.
Questo per dire che il modo di produzione capitalista colpisce ovunque con la stessa logica. Contro questo dobbiamo attrezzarci, come classe operaia, come l’insieme dei lavoratori. Attrezzarci e organizzarci.
A questo serve la Formazione Marxista che riprende proprio in questi giorni di ottobre e di cui parliamo negli altri post del blog, perché armare le menti e le mani degli operai, dei proletari, con la teoria vuol dire trasformarli in forza pratica rivoluzionaria.
Ce lo spiega scientificamente Marx, nel primo libro del Capitale dove riporta che le morti sul lavoro e l’usura fisica degli operai non sono incidenti casuali, ma una conseguenza strutturale e necessaria del sistema capitalista.
Analizzando a fondo questo fenomeno Marx, che aveva utilizzato i rapporti dei medici, ispettori di fabbrica dell’epoca, documentando turni massacranti di trenta ore consecutive, ritmi innaturali e condizioni igienico- sanitarie pessime che portano all’invecchiamento precoce ed alla morte prematura della classe operaia.
E questo diceva per una ragione specifica, ben precisa, per il capitalista - il capitalista tanto quello del 19° secolo tanto quello di oggi nelle attuali condizioni - la forza lavoro degli operai è una merce da sfruttare al massimo nel minor tempo possibile e in tutte le condizioni, comprese quelle mortali.
Prolungare la giornata lavorativa oltre il limite del recupero delle energie, vuol dire di fatto consumare e distruggere la vita dell’operaio e provocare condizioni peggiori di lavoro immediate.
E l’estrazione del plusvalore, la parte di tempo non pagato che genera il profitto per il capitalista, è proprio fondata sul consumo intensivo del ‘lavoro vivente’, dove salute e la vita stessa del lavoratore ne vengono sacrificate.
Anche la cronaca ci fornisce tutti i giorni elementi per una comprensione di questo fenomeno.
Da un lato ci conferma come questo attacco colpisca a 360° i lavoratori, dall’altro, leggendo tra le righe, dietro i fatti riportati con fatalismo complice, tende a nascondere la verità scientifica, di classe, dello sfruttamento, e così il caso, le macchine, le travi, i ponteggi vengono fatti diventare il centro delle cause che travolgono improvvisamente, inspiegabilmente, o che colpiscono mortalmente il malcapitato di turno,
Un titolo a grandi caratteri di un quotidiano pareva proprio raccogliere impotente questa angoscia ‘Rocco morto a 50 anni. Basta’.
In generale questa stampa sta nel campo opposto, ma questa cronaca qui la vogliamo usare, anche se è di parte, se non esaustiva, dove spesso l’identità dei lavoratori colpiti viene negata, se ne parla come numeri di un inevitabile elenco in continuo aggiornamento. La vogliamo usare e la dobbiamo contrastare.
Altre volte i nomi non sono immediatamente disponibili, per il sistema degli appalti e subappalti modello Calderone/Salvini che li hanno fortemente sostenuti, estesi dal governo Meloni, come un caporalato di sistema che rende difficile avere in tempo reale pure l’identità dei lavoratori in produzione, anche per dare tempo a banditeschi tentativi di retrodatare le assunzioni.
Tutto ciò contribuisce a darne una visione fatale, dentro l’inevitabile modo di produzione capitalista da accettare, un resoconto che ci restituisce come nessun settore non sia a rischio sotto il Capitale.
Proprio per quanto appena detto qui è doveroso ricordare l’attiva e aggiornatissima fonte dell’ Osservatorio indipendente di Bologna sui morti sul lavoro, di Carlo Soricelli e il suo continuo impegno di denuncia
Con gli ultimi infortuni mortali è stata superata la quota di 1.120 lavoratori morti complessivi dall’inizio dell’anno (compresi i morti in itinere). I soli deceduti direttamente sui luoghi di lavoro sono già 907.
Solo negli ultimi giorni abbiamo
• Flavio Bertacchini 52 anni– Precipitato da un ponteggio nel Bresciano. L’ennesima caduta dall’alto, tra le cause più frequenti e drammatiche nei cantieri.
• Rocco De Carlo – Operaio della Lucania Resine di Potenza, schiacciato da un pesante macchinario che stava movimentando con altri colleghi.
• A Firenze nel cantiere dell’alta velocità Abourabil Ayoub 31 anni, gruista, operaio specializzato colpito a morte da un pilone sganciato mentre veniva trasferito da un camion a un altro
• Nel porto industriale di Cagliari l’autotrasportatore Carlo Spiga, di 61 anni è morto schiacciato da un carico di grandi tubi che stava scaricando in solitaria dal suo camion, a causa del cedimento delle cinghie, è stato trovato alle 6 di mattina da un passante che transitava sulla banchina. Condizioni di lavoro bestiali.
• Un autotrasportatore romeno di 52 anni è di cui ancora non si conosce il nome, è morto invece in galleria dell’autostrada nei pressi di Bologna per ribaltamento del suo tir
• Cataldo Modugno un operaio di 54 anni, è morto dopo 48 ore di agonia, dopo essere stato ferito gravemente ferito alla testa lo scorso 26 agosto nello stabilimento dei Molini Casillo a Corato (Bari), dove lavorava da quasi 40 anni,
• E pesante è il bilancio dei morti in itinere, sulle strade di Padova Iliena Callegaro è stata uccisa mentre andava al lavoro.
• I cantieri dell’Alto Adige allungano la lista: 5 operai sono rimasti feriti dal crollo di un solaio e 2 sono feriti gravemente
• Sabatino Biondi, operaio di 57 anni, è morto precipitando in un lucernario mentre lavorava sul tetto di un capannone a Roma.
• In una cantina sociale è morto a 23 anni anche Andrea di Risio, operaio stagionale, che ci rappresenta un’altra condizione dello sfruttamento: studente universitario chiamato a svolgere mansioni che richiedevano personale formato e qualificato, caduto dentro un macchinario che stava pulendo.
Ma questo è uno di quei giovani nella scuola caserma di Valditara che ha dato il suo contributo a contro-riformare l’insegnamento per renderlo sempre più funzionale ai bisogni del Capitale nella sua fase acuta imperialista.
Libro e moschetto, nozioni essenziali e asservimento all’azienda.
Un programma formativo per un modo di sfruttamento contro cui gli studenti nelle piazze rivendicano, dalla Francia, al Belgio, un esempio contagioso che in questi giorni sta coinvolgendo tante scuole anche in Italia, un’altra formazione.
Come ai tempi della riforma Gentile del 1923, la più fascista delle riforme come la definì Mussolini, Valditara si muove sempre in questo contesto, una riforma gerarchica e funzionale allo sfruttamento, il riordino degli ordini scolastici su base di classe, indirizzando i figli dei proletari sempre in termini relativi rispetto alla scolarizzazione del tempo, negli istituti tecnici ed i borghesi nei licei, secondo le necessità che lo sviluppo dei mezzi di produzione poneva ai padroni nel ‘900.
Non ci si scappa, sotto il potere della borghesia e del suo Stato, anche la pedagogia è piegata agli interessi di classe ed ai proletari viene riservata, alle condizioni specifiche di ogni epoca, quanto serve per essere forza lavoro adatto alla produzione delle merci.
Come fin dagli agli albori nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, quando agli operai, strappati dai campi e dalle botteghe artigiane, veniva chiesto di saper far di conto e un’alfabetizzazione di base, contare i pezzi, distinguere i diversi materiali, per tenere il passo con la produzione che si modernizzava e via via cresceva in volume ed in intensità, una infarinatura elementare che usava come abecedari testi religiosi in classi da campo improvvisate e gestite dai religiosi, l’istruzione era finalizzata alla produzione e allo sfruttamento del capitalismo allora nascente.
In questi ultimi anni ci sono stati incidenti che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica, dal rogo della Tyssen Krupp in cui morirono 7 operai perché gli estintori - ed in generale la manutenzione - non rientravano più nelle spese di una fabbrica destinata alla chiusura, ma ancora attiva e produttiva, fino a Luana ammazzata dentro un telaio per guadagnare una manciata di secondi perché il padrone aveva disattivato le protezioni di sicurezza.
Questi hanno provocato una profonda ondata di risentimento ed anche di mobilitazione, ed in maniera differente hanno contribuito ad alzare la coscienza e la denuncia contro il Capitale e l’impunità dei padroni.
Nel caso della Tyssen ci fu una vasta mobilitazione nazionale, una forte indignazione di massa, con l’attività della Rete sicurezza sul lavoro, di cui siamo stati parte promotrice ed attiva, nelle città e davanti ai tribunali che aveva portato in piazza a Torino e a Taranto migliaia di lavoratori, associazioni, organizzazioni sindacali e politiche, studenti che ha fatto sì che per la prima volta il capo di imputazione per i padroni assassini si è configurato come omicidio volontario plurimo.
È su questa strada bisogna continuare oggi per rendere permanente, organizzata questa mobilitazione e parte della lotta contro questo sistema di produzione capitalista.
Per il Capitale la sicurezza è un costo, i padroni vogliono avere mano libera su protezioni, cinture di sicurezza, manutenzione, attrezzature adeguate, sostituzioni di quelle usurate, formazione/precarietà, ritmi e condizioni di lavoro
I padroni hanno un forte aiuto dal governo Meloni che si è insediato con un ‘lasciamo lavorare liberamente i padroni’ e in questi quattro anni ha agito di conseguenza anche a livello normativo per rendere meno efficaci le norme a tutela dei lavoratori.
Un altro aspetto rilevante con cui gli operai devono fare i conti, sono gli accordi sindacali per la produttività, che sono un autoincentivo a correre e a rinunciare alla sicurezza, che per i sindacati collaborativi, venduti, burocratizzati di Cgil/Cisl/Uil sono diventati strutturali, provocando una variazione della composizione del salario e portandoli a rinunciare alla insostituibile battaglia generale per aumentarlo.
Quindi la lotta, la denuncia, il coinvolgimento anche dolorosa dei parenti, fanno avanzare la comprensione.
Citiamo un ultimo esempio, Avvenire, il quotidiano d ispirazione cattolica ha riportato una intensa lettera della sorella di Daniel giovane operaio colpito da un pezzo sparato da una macchina operatrice senza protezioni in una fabbrica dove già erano avvenuti infortuni simili, per cui si è aperto il processo. Riportiamo un passo di questa lettera:
‘Daniel era andato a lavorare, era uscito da casa per fare il suo dovere, per costruirsi il suo futuro e in un secondo qualunque un macchinario esplode ed una scheggia lo trafigge. Un attimo. È bastata una frazione di secondo per spezzare una vita intera. Pochissimi secondi che la fabbrica ha voluto risparmiare eliminando le protezioni e la sicurezza sui macchinari per non rallentare la produzione. Pochi secondi sui macchinari guadagnati sul ritmo dei pezzi da sfornare, barattati spietatamente con il suo futuro, con la sua stessa vita’.
Ma questa coscienza, non può restate un fatto isolato, estemporaneo, lo dobbiamo raccogliere, ci vuole la ribellione operaia, una lotta autonoma da padroni governo e sindacali confederali, per dare base e forma ad una lotta continuata nei posti di lavoro contro le morti al lavoro, per la salute e la sicurezza, che per noi è una Rete nazionale che dentro e fuori i posti di lavoro, nei territori, raccolga e organizzi su questo terreno le necessarie battaglie di operaie e delegati, delle loro organizzazioni sindacali realmente attive su questo terreno, di associazioni, tecnici e medici, giovani, che si possono coinvolgere, che la lotta organizzata può attrarre attorno a se.
Perché contro abbiamo il Capitale che è nocivo, non la fabbrica. Ce lo ricordano gli operai dell’Ilva in questi giorni impegnati in una durissima battaglia per la difesa dei posti di lavoro. Un Capitale da cui difenderci sicuramente, ma dentro una lotta irrinunciabile per il suo rovesciamento perché il profitto non è riformabile.
Vogliamo chiudere ancora con Marx. Abbiamo imparato che il capitalismo è un modo di produzione storicamente determinato, non eterno come dicono i borghesi e chi li serve, non è eterno e immodificabile e, all’interno del suo sviluppo, ha le condizioni e le contraddizioni che ne provocano le crisi e aprono alla sua fine, dentro un processo rivoluzionario con la classe operaia in prima fila organizzata con il suo partito.
giovedì 15 ottobre 2026
15 ottobre - da tarantocontro: EX ILVA UNA RIPRESINA SOLO PER FERMARE LA LOTTA?
infostampa
Gli stabilimenti ex Ilva di Taranto e Genova continueranno a produrre
RedazioneCorrieredi taranto
Gli stabilimenti ex Ilva di Taranto e Genova continueranno a produrre. Per Novi Ligure, invece, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria puntano a individuare una soluzione entro il primo trimestre del 2027, con l’obiettivo di scongiurare la chiusura del sito. È quanto si legge nel documento trasmesso alle organizzazioni sindacali, con il programma degli interventi per contenere gli effetti della contrazione produttiva, salvaguardare i livelli occupazionali e tutelare le imprese dell’indotto.
La comunicazione arriva in una fase delicata della vertenza, mentre a Genova prosegue la mobilitazione dei lavoratori. Dopo tre giorni di presidio in largo Eros Lanfranco, un gruppo di dipendenti ha occupato la Prefettura per protestare contro le prospettive dello stabilimento ligure.
I commissari ribadiscono che le sospensioni tecniche previste tra una fase produttiva e l’altra rientrano in un piano di continuità industriale e occupazionale e non rappresentano una cessazione dell’attività. Per Taranto e Genova è previsto il progressivo richiamo dalla cassa integrazione straordinaria del personale necessario alle lavorazioni.
Taranto, 365mila tonnellate di bramme per la laminazione
Per lo stabilimento ionico il programma si basa sugli accordi di laminazione conto terzi avviati con alcune delle principali imprese siderurgiche italiane. I commissari hanno già sottoscritto con tre società ordini per la laminazione di circa 365mila tonnellate di bramme, quantitativi destinati ad alimentare le successive fasi di lavorazione.
Le prime ricadute organizzative riguardano il personale degli impianti marittimi e del trasporto ferroviario, già richiamato dalla cassa integrazione straordinaria per garantire la movimentazione dei materiali necessari alle attività produttive.
Il programma prevede poi il rientro, nei primi giorni di novembre, dei lavoratori addetti all’esercizio e alla manutenzione del Treno Nastri 2, l’impianto destinato alla laminazione a caldo dei semiprodotti. Si tratta di una fase centrale del calendario operativo predisposto per lo stabilimento di Taranto.
La laminazione delle bramme è programmata dal 10 novembre al 14 dicembre 2026. Al termine delle lavorazioni, entro il 19 dicembre, dovranno essere completate le operazioni di messa in sicurezza degli impianti.
Il piano non si esaurisce con il primo ciclo. Una seconda fase è prevista dal 7 gennaio 2027 per tutto il mese, mentre i commissari stanno lavorando per ampliare gli ordinativi già acquisiti e definire nuovi accordi con altri operatori siderurgici. L’obiettivo è garantire ulteriori lavorazioni per l’intero primo semestre del 2027.
L’estensione dell’attività dipenderà dalla conclusione di queste trattative e dalla disponibilità di nuove commesse. Gli ordini già sottoscritti per 365mila tonnellate rappresentano intanto la base del programma di laminazione avviato per il sito ionico.
Genova, forniture per 35mila tonnellate di coils al mese
Per lo stabilimento ligure i commissari confermano la prosecuzione delle attività sulle linee di zincatura, decapaggio e produzione di banda stagnata fino alla fine di novembre 2026, utilizzando i coils attualmente disponibili e impiegando le maestranze.
Parallelamente, sono in corso trattative avanzate con operatori esterni per nuove forniture e accordi commerciali, anche attraverso la laminazione conto terzi. La conclusione delle negoziazioni è attesa entro circa dieci giorni, ma gli accordi non risultano ancora finalizzati.
L’obiettivo è assicurare a Genova una fornitura di 35mila tonnellate mensili di coils: 25mila destinate alle linee di zincatura e decapaggio e 10mila alla produzione di banda stagnata. Il richiamo del personale necessario alla ripresa delle lavorazioni è previsto a partire dall’11 gennaio 2027.
Tra l’esaurimento dei materiali attualmente disponibili, previsto a fine novembre, e l’avvio delle nuove lavorazioni si renderà necessaria una sospensione tecnica di alcune settimane. Secondo i commissari, la pausa non equivale a una chiusura: le linee dovrebbero riprendere regolarmente l’attività una volta disponibili i nuovi materiali e perfezionati gli accordi commerciali.
Novi Ligure, il nodo dei coils idonei
Più incerta la situazione di Novi Ligure, dove non è stata ancora individuata una soluzione definitiva. I commissari dichiarano di essere consapevoli delle difficoltà affrontate dai dipendenti e confermano l’impegno a individuare condizioni analoghe a quelle previste per Taranto e Genova.
La principale criticità riguarda la disponibilità di coils con caratteristiche tecniche compatibili con gli impianti di laminazione del sito piemontese. L’obiettivo indicato è arrivare, ragionevolmente, entro il primo trimestre del 2027 a una soluzione in grado di sostenere la continuità produttiva.
Al momento, tuttavia, per Novi Ligure non è stato definito un accordo equivalente a quelli già avviati a Taranto o in fase avanzata a Genova.
Il piano per salvaguardare produzione e occupazione
Il documento dei commissari delinea un programma basato sull’acquisizione di commesse e sulle forniture di materiale da parte di operatori esterni, con il progressivo richiamo dalla cassa integrazione del personale necessario alle diverse fasi produttive.
Per Taranto, i passaggi immediati sono già scanditi: richiamo delle maestranze degli impianti marittimi e ferroviari, rientro del personale del Treno Nastri 2, laminazione dal 10 novembre e messa in sicurezza degli impianti entro il 19 dicembre. La seconda fase è prevista a gennaio, mentre proseguono le trattative per ampliare le lavorazioni nel primo semestre del 2027.
Per Genova, la continuità oltre novembre dipende dalla conclusione degli accordi per le forniture di coils. Per Novi Ligure, invece, resta da risolvere il problema dell’approvvigionamento di materiale idoneo.
I commissari confermano che le sospensioni tecniche previste a Taranto e Genova non costituiscono una cessazione dell’attività, ma intervalli funzionali all’organizzazione delle successive fasi produttive. Il piano punta a contenere gli effetti della contrazione produttiva e a tutelare l’occupazione e l’indotto, ma la sua attuazione dipenderà dalla disponibilità dei materiali e dal perfezionamento degli accordi commerciali ancora in corso.
*sull’argomento ilva, ecco il contenuto del decreto del governo
Ex Ilva, ecco il contenuto del decreto del governo
Redazione Online
Il governo interviene sul futuro dell’ex Ilva con un pacchetto di misure che riguarda la funzionalità degli impianti, il sostegno ai lavoratori, la tutela delle imprese dell’indotto e la reindustrializzazione delle aree disponibili. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri, individua una serie di strumenti per affrontare la fase di transizione del polo siderurgico, mentre restano aperte le questioni legate alla continuità produttiva e alle prospettive occupazionali.
Tra i punti centrali figura il mantenimento in riscaldo di alcune strutture dello stabilimento, insieme agli interventi sugli ammortizzatori sociali e agli incentivi destinati alle imprese che assumeranno personale proveniente da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria.
Impianti in riscaldo fino al 15 dicembre
martedì 13 ottobre 2026
13 ottobre - Oggi ai blocchi degli operai ex Ilva Ta - info- commenti .. da Tarantocontro
Oggi ai blocchi degli operai ex Ilva - Una prima informazione
Da
un operaio di Ilva AS dello Slai cobas presente ai blocchi:
Stamattina verso le 8,30 la presenza degli operai diretti e appalto sembrava anche più grossa di ieri. Sono sempre presidiatiùe la via Appia, e la 106 - Oggi a differenza di ieri il varco in cui transitano i camion per l'Eni è chiuso.
Lo spirito che si percepisce è in generale ottimista, nonostante una parte dei lavoratori ha passato la notte ai blocchi. Stamattina si deciderà fino a quando continuarli.
Da poco (verso le 14) è arrivato un comunicato di Fim, Fiom, Uilm nazionale che estende lo sciopero di altre 48 ore, anche Usb aderisce. Quindi è sciopero ad oltranza fino a che non arrivano novità da Roma. Ora, rispetto a stamattina c'è meno gente.
Il varco dell'Eni resta chiuso e i camion sono fermi; questo sta portando ad una carenza di rifornimento alle stazioni di servizio.
Tra gli operai gira voce che, per questo motivo, domani potrebbero arrivare agenti antisommossa per sgomberare i blocchi.
Da Slai Cobas
"Grande il disordine sotto il cielo - ma la situazione è eccellente. Che cento fiori sbocciano" - ma molti sbocciano con appassite visioni e proposte ingenue o strampalate da parte di sindacalisti.
Lo Slai Cobas si muove con due piani e due logiche che a volta sono parallele; ma, come si sa, le parallele non si incontrano mai. Tifiamo rivolta ma su una linea di classe chiara unitaria e di massa e non su corporativismi.
Aspettiamo al varco dei fatti illusioni e sciocchezze seminate che vengono e verranno sempre più al pettine, sperando che da questo si avvantaggi l’autonomia di classe e soprattutto l’organizzazione di classe.
13 ottobre - Da Taranto - da Cronache tarantine - x Ilva, Slai Cobas: «Sciopero a oltranza e blocco degli impianti, la mobilitazione continui fino a risultati concreti»
Scritto da Redazione
- Creato: 13 Ottobre 2026
Foto di repertorio
La decisione di Acciaierie d'Italia di fermare tutti gli impianti dell'ex Ilva "non rappresenta un atto dovuto", ma una scelta che punta alla chiusura dello stabilimento, alla cassa integrazione di massa e ai licenziamenti nell'appalto.
È
la posizione espressa dallo Slai Cobas per il Sindacato di Classe,
che chiede la prosecuzione della mobilitazione e rilancia la
richiesta di una trattativa sul futuro del siderurgico direttamente a
Taranto.
«La decisione di Acciaierie d'Italia di fermare tutti
gli impianti dell'ex Ilva, indipendentemente dalla sentenza della
Cassazione e da qualsiasi misura finalizzata a salvaguardare lavoro,
salario, salute e sicurezza, non rappresenta un atto dovuto. Al
contrario, si tratta di un'inaccettabile scelta che punta alla
chiusura degli stabilimenti, alla cassa integrazione di massa e ai
licenziamenti nell'appalto».
Secondo il sindacato, il
provvedimento «vanifica gli incontri tenuti a Roma e sul territorio,
creando un fatto compiuto che lascia migliaia di lavoratori senza
soluzioni e senza una prospettiva concreta per il futuro».
«Come
Slai Cobas abbiamo sostenuto tra i lavoratori che questa situazione
doveva essere impedita attraverso un'azione diretta all'interno della
fabbrica, con il coinvolgimento di tutte le organizzazioni sindacali.
Questo non è avvenuto ed è stato un errore».
Il sindacato
chiama in causa anche il Governo: «Oggi è necessario chiedersi:
quale gioco sta facendo il Governo? Per conto di quali interessi e
quale soluzione reale si sta lavorando per Taranto?».
Da qui
l'appello a rafforzare la mobilitazione. «Di fronte a questa
situazione la risposta dei lavoratori deve continuare a essere forte,
unitaria e prolungata nel tempo, utilizzando tutte le forme di lotta
necessarie, compresa l'occupazione della fabbrica».
Lo
Slai Cobas indica quindi una piattaforma rivendicativa che comprende
l'uscita dei commissari, il no al fermo degli impianti fino a
soluzioni concrete per lavoro, salari, salute e sicurezza, un piano
straordinario di ambientalizzazione e bonifiche con l'impiego dei
lavoratori diretti e dell'indotto e la nazionalizzazione immediata
dell'azienda.
Tra le altre richieste figurano nessun esubero,
integrazione salariale per lavoratori diretti e dell'appalto,
superamento del contratto Multiservizi nelle ditte dell'indotto con
applicazione del contratto dei metalmeccanici, una legge speciale su
amianto e lavori usuranti, una postazione ispettiva permanente in
fabbrica e nell'area industriale e lo svolgimento della trattativa
sul futuro di Taranto direttamente in città.
«Costruire un vero
sciopero generale che unisca operai, studenti e masse popolari.
Proseguire la mobilitazione fino al raggiungimento di risultati
effettivi. Lavorare meno, lavorare tutti: riduzione dell'orario di
lavoro a parità di salario».
13 ottobre - Lotta ex Ilva Taranto - Il volantino diffuso ieri dallo Slai Cobas e commento
Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 12 ottobre
Speciale dalla Ex-Ilva in lotta
Questa settimana seguiremo quasi quotidianamente l'ex Ilva Acciaierie d'Italia e appalto di Taranto che è in lotta insieme a tutti i lavoratori del gruppo da questa mattina (12/10) con uno sciopero generale.
A Taranto i lavoratori si sono concentrati in massa nel piazzale della direzione, migliaia di operai, questa volta con tantissimi operai diretti delle Acciaierie. Qui, dopo gli interventi dei segretari sindacali di FIM, FIOM, UILM, USB, i lavoratori si sono recati in massa e stanno via via arrivando per bloccare la strada Taranto-Reggio Calabria nei pressi dell’Eni. Come è stato detto, non una goccia di gasolio deve uscire da quella fabbrica.
Questa come prima iniziativa di lotta in risposta al grave e provocatorio attacco che viene dall'azienda, coperta chiaramente dal governo Meloni/Urso.
La decisione di fermare tutti gli impianti indipendentemente dalla sentenza della Cassazione e dalle decisioni che si richiedono volte a salvaguardare salario, lavoro, salute, lungi dall'essere un atto dovuto è
un'inaccettabile e provocatoria azione, volta a chiudere gli stabilimenti, con cassintegrazione di massa e licenziamenti nell'appalto.
Così in realtà si vanifica, si toglie il potere contrattuale ai lavoratori in maniera che gli incontri romani e locali creino un fatto compiuto e lasciano i lavoratori senza soluzioni vere e senza un vero futuro.
Questo è il punto forte della discussione odierna e della giornata di lotta odierna a cui i sindacati confederali tutti hanno risposto con lo sciopero di 24 ore e con le iniziative che sono in corso.
Si è parlato negli interventi sindacali di lotta ad oltranza. Noi siamo d'accordo, risposta dura e prolungata è la nostra parola d'ordine usando tutte le forme di lotta.
Il problema sono ancora una volta i contenuti delle lotte.
Gli interventi dei sindacati confederali, a parte la giusta denuncia della gravità della situazione e della vera sostanza dell'azione decisa da padroni e governo, si sono concentrati sulle proposte. Ma qui noi vediamo un lato debole nelle proposte o almeno nella loro interpretazione.
Si chiede l'intervento dello Stato. A nostro giudizio si deve andare invece alla nazionalizzazione subito perché l'intervento dello Stato c'era stato già con ArcelorMittal, e anche ora lo Stato non nega affatto di voler intervenire, ma all'interno di una fabbrica consegnata a nuovi padroni che vogliono tagliare almeno il 50% dei posti di lavoro o fare uno “spezzatino” di Acciaierie d’Italia. Invece la nazionalizzazione come misura concreta attuale permetterebbe ai lavoratori di avere come interlocutore lo Stato e chiedere direttamente le rivendicazioni immediate possibili.
Nello stesso tempo, i sindacati hanno denunciato che nessuna soluzione concreta è stata offerta finora dal governo. L'unica questione è il decreto che sarà fatto nella giornata di domani e quanto pare per la Cassa integrazione per tutti i lavoratori, addirittura due anni iniziali per tutti subito, ma con la prospettiva - conoscendo quello che è già avvenuto per le precedenti cassaintegrazioni in questo stabilimento – di anni futuri (gli stessi sindacalisti hanno parlato di 5-10 anni).
Noi invece vogliamo che in realtà lo stabilimento sia in condizione di essere riavviato, sentenza o non sentenza, e vogliamo che soprattutto ci sia la possibilità dei lavoratori di continuare ad essere nello stabilimento in maniera che questa sia l'arma che i lavoratori hanno per ottenere una soluzione concreta e un piano straordinario su ambientalizzazione e bonifiche in fabbrica e nel territorio.
I sindacati considerano le misure straordinarie coincidenti con il discorso della “Legge Taranto”, che altro non sarebbe che un allargamento degli stessi ammortizzatori sociali, vale a dire estensione dei benefici amianto, lavori usuranti e misure di incentivo all'esodo.
Concentrare tutto su questo non è per noi corretto, perché da un lato evidentemente anche queste misure non possono che essere di accompagnamento della cassa integrazione, e quindi prevedono comunque una cassa integrazione di massa, perché comunque solo una minoranza di operai potrebbe beneficiare di quegli ammortizzatori sociali; dall’altro l'eccessiva insistenza sull'incentivo all'esodo riduce la soluzione a scelte individuali, che si sono dimostrate illusorie.
Il resto sono diritti, c'è il diritto a ottenere l'estensione dell'amianto, c'è il diritto a ottenere i lavori usuranti, ma c'è soprattutto il diritto ai prepensionamenti, 44 anni di stabilimento sono troppi e di conseguenza il nostro problema è di abbassare questo livello. Questa è una rivendicazione che risponde a esigenze immediate, ma è una rivendicazione generale permanente per i lavoratori della siderurgia per cui noi da tempo immemorabile abbiamo insistito - la nostra parola d'ordine è “25 anni bastano”.
Ma soprattutto non bisogna concentrare tutto su queste misure, bisogna invece rivendicare lavoro, lavoro, lavoro e quindi un piano industriale all'altezza di continuità del lavoro, delle bonifiche e dell'ambientalizzazione della fabbrica.
Inoltre, a nostro giudizio il problema non sono i tavoli regionali e romani, che evidentemente restano in piedi, ma quanto imporre che la trattativa si deve fare a Taranto, perché questo permette ai lavoratori di fare la pressione necessaria per ottenere le misure che richiedono, perché sappiamo tutti che la questione centrale è Taranto.
Circa lo sciopero generale riteniamo che l’acciaieria di Taranto sia la più grande fabbrica in questo paese, l'industria siderurgica raccoglie migliaia e migliaia di lavoratori; quindi a nostro giudizio è necessario uno sciopero generale di tutti i lavoratori metalmeccanici.
In questa città bisogna ricostruire l'unità tra operai e masse popolari, e gli studenti, dato che evidentemente la grande contraddizione della fabbrica del capitale ex Iiva resta quella della continuità dell'insicurezza sui posti di lavoro, dei morti sul lavoro, della continuità dei processi di inquinamento della città, della continuità delle malattie professionali e così via. Quindi la trattativa a Taranto, al di là delle sbagliate contrapposizioni sviluppate soprattutto dall'area piccolo-borghese e anti-operaria dell'ambientalismo, permetterebbe agli operai e alle masse popolari di unirsi e di avere un interlocutore immediato della loro battaglia per il lavoro, la salute e l'ambiente.
Tutto questo vogliamo che cammini all'interno nel fuoco della lotta, della continuità di una lotta prolungata, che trovi lungo la strada il modo per rivendicare, per affermare l'autonomia operaia, il potere contrattuale dei lavoratori, il potere di decisione dei lavoratori e delle masse popolari che ad essi si uniscono.
Forniremo quotidianamente elementi, testimonianze e cronache di quello che sta avvenendo.









