di Giovanni Cortesi
Nel cantiere da 200 milioni di dollari dell'ex Tiro a Segno, in piazzale Accursio, la Procura contesta il caporalato
«Ci
hanno ordinato di non parlare con voi italiani. Chi lo fa, verrà
torturato». Nascosto dietro a un telo, al riparo
dagli sguardi dei suoi superiori, S. (iniziale usata per tutela)
racconta con apprensione le condizioni di lavoro sul cantiere del
futuro consolato statunitense in zona Cagnola, a nord-ovest di
Milano.
Indiano — come la maggioranza degli operai impiegati
dall’impresa edile americana Caddell Construction — S. è in
compagnia di due colleghi: hanno appena staccato, attendono l’arrivo
dell’autobus che li riporterà al Ripamonti
Residence, un palazzone rosso e brutalista di Pieve Emanuele dove
abita gran parte dei manovali. I lavori, nonostante l’inchiesta
giudiziaria in corso e l’attenzione mediatica, sono proseguiti
senza sosta: «Oggi eravamo
circa 300 indiani, 30 kenioti e una ventina di turchi».
S. parla anche per gli altri due, che a differenza sua faticano a esprimersi in inglese. La sua testimonianza conferma quanto emerso negli ultimi giorni: «Dai circa 1400 euro mensili ne vengono detratti 510 per l’alloggio, 370 per il cibo. Alla fine ce ne restano 520, ma lavoriamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 ore, sei giorni su sette. Vale a dire 1,55 euro l’ora». A differenza della maggioranza di voci di denuncia recentemente raccolte — ossia quelle di ex-dipendenti ormai licenziati mesi fa — S. è ancora assunto: il suo racconto è uno squarcio nell’attuale situazione di caporalato che subiscono centinaia di operai. Quotidianamente.
Il tutto
gestito dalla società Caddell, anche gli alloggi:
in ciascun piccolo appartamento vivono tre operai, che pagano 510
euro a testa. «Uno
dorme in cucina — aggiunge S. — e l’anno scorso ci hanno
decurtato altri 150 euro ciascuno per la disinfestazione dagli
insetti». E
più passa il tempo, più le condizioni dell’affitto
coatto peggiorano:
«L’anno scorso ci sottraevano 467 euro ogni mese, ora 510».
Tanti
manovali avevano già lavorato con Caddell, in precedenza: gli
operai kenioti a una sede diplomatica statunitense nella capitale
del loro Paese, Nairobi;
S. e diversi connazionali indiani a un’ambasciata americana a
Colombo, Sri Lanka. «La
paga era quasi la stessa: 1,50 dollari l’ora. La differenza è che
qui il costo della vita,
in proporzione, è di molto maggiore. Con queste paghe non possiamo
fare nulla».
Si
è fatto tardi, sta per passare l’autobus che li riporta a «casa»:
S. e gli altri due si congedano, con la supplica di non fare i loro
nomi. Dal cantiere esce un americano: «I don’t work here», non
lavoro qui, e se ne va. Poco più in là, un ragazzo bengalese,
autista di uno di quei pullman. Parla italiano, e racconta di ciò
che sente tutte le mattine, quando alle 5 passa a prendere gli
operai. È del Bangladesh, ma capisce la loro lingua: «Uno, poco
prima di arrivare al lavoro, ha detto: “Entrare
qui è come un suicidio. Ma non c’è alternativa,
devo sopportarlo per mandare soldi alla mia famiglia”».
Un
cantiere da 200 milioni di dollari di fronte al quale ieri mattina si
è tenuto un presidio sindacale in solidarietà ai
lavoratori: «Questa
è solo la punta dell’iceberg», ha detto Riccardo Piacentini,
segretario generale di Fillea Cgil Milano.
Anche Assimpredil condanna «il caso estremamente grave di caporalato
e sfruttamento». Sul sito di Caddell, invece, si trovano le
dimensioni del colosso americano: «Progetti completati per un valore
complessivo superiore ai 24 miliardi di dollari negli Stati Uniti e
in 38 Paesi».

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