mercoledì 10 giugno 2026

10 giugno - Le testimonianze degli operai del cantiere del Consolato Usa: «Dodici ore di lavoro a 1,55 euro l'ora e minialloggi condivisi con affitto coatto. E se parliamo ci torturano»

 di Giovanni Cortesi

Nel cantiere da 200 milioni di dollari dell'ex Tiro a Segno, in piazzale Accursio, la Procura contesta il caporalato

«Ci hanno ordinato di non parlare con voi italiani. Chi lo fa, verrà torturato». Nascosto dietro a un telo, al riparo dagli sguardi dei suoi superiori, S. (iniziale usata per tutela) racconta con apprensione le condizioni di lavoro sul cantiere del futuro consolato statunitense in zona Cagnola, a nord-ovest di Milano.
Indiano — come la maggioranza degli operai impiegati dall’impresa edile americana Caddell Construction — S. è in compagnia di due colleghi: hanno appena staccato, attendono l’arrivo dell’autobus che li riporterà al Ripamonti Residence, un palazzone rosso e brutalista di Pieve Emanuele dove abita gran parte dei manovali. I lavori, nonostante l’inchiesta giudiziaria in corso e l’attenzione mediatica, sono proseguiti senza sosta: «Oggi eravamo circa 300 indiani, 30 kenioti e una ventina di turchi».

S. parla anche per gli altri due, che a differenza sua faticano a esprimersi in inglese. La sua testimonianza conferma quanto emerso negli ultimi giorni: «Dai circa 1400 euro mensili ne vengono detratti 510 per l’alloggio, 370 per il cibo. Alla fine ce ne restano 520, ma lavoriamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 ore, sei giorni su sette. Vale a dire 1,55 euro l’ora». A differenza della maggioranza di voci di denuncia recentemente raccolte — ossia quelle di ex-dipendenti ormai licenziati mesi fa — S. è ancora assunto: il suo racconto è uno squarcio nell’attuale situazione di caporalato che subiscono centinaia di operai. Quotidianamente.

Il tutto gestito dalla società Caddell, anche gli alloggi: in ciascun piccolo appartamento vivono tre operai, che pagano 510 euro a testa. «Uno dorme in cucina — aggiunge S. — e l’anno scorso ci hanno decurtato altri 150 euro ciascuno per la disinfestazione dagli insetti». E più passa il tempo, più le condizioni dell’affitto coatto peggiorano: «L’anno scorso ci sottraevano 467 euro ogni mese, ora 510».
Tanti manovali avevano già lavorato con Caddell, in precedenza: 
gli operai kenioti a una sede diplomatica statunitense nella capitale del loro Paese, Nairobi; S. e diversi connazionali indiani a un’ambasciata americana a Colombo, Sri Lanka. «La paga era quasi la stessa: 1,50 dollari l’ora. La differenza è che qui il costo della vita, in proporzione, è di molto maggiore. Con queste paghe non possiamo fare nulla».

Si è fatto tardi, sta per passare l’autobus che li riporta a «casa»: S. e gli altri due si congedano, con la supplica di non fare i loro nomi. Dal cantiere esce un americano: «I don’t work here», non lavoro qui, e se ne va. Poco più in là, un ragazzo bengalese, autista di uno di quei pullman. Parla italiano, e racconta di ciò che sente tutte le mattine, quando alle 5 passa a prendere gli operai. È del Bangladesh, ma capisce la loro lingua: «Uno, poco prima di arrivare al lavoro, ha detto: “Entrare qui è come un suicidio. Ma non c’è alternativa, devo sopportarlo per mandare soldi alla mia famiglia”».
Un cantiere da 200 milioni di dollari di fronte al quale ieri mattina si è tenuto un presidio sindacale in solidarietà ai lavoratori: 
«Questa è solo la punta dell’iceberg», ha detto Riccardo Piacentini, segretario generale di Fillea Cgil Milano. Anche Assimpredil condanna «il caso estremamente grave di caporalato e sfruttamento». Sul sito di Caddell, invece, si trovano le dimensioni del colosso americano: «Progetti completati per un valore complessivo superiore ai 24 miliardi di dollari negli Stati Uniti e in 38 Paesi».

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