domenica 21 marzo 2021

21 marzo - Amazon - Lo sciopero del consumo...? Ma per favore

Lo sciopero Amazon del 22 marzo - mx pubblicazione su bolto propagandato dai mass media, a differenza di altre importanti lotte nella logistica, vedi quella recente in corso alla TNT fedex Piacenza - ci auguriamo che veda il maggior numero di lavoratori partecipare come segno di ribellione al 'sistema Amazon'. Ma esso è divenuto occasione per forme di solidarietà che danno solo molto lustro a chi le lancia, che così si fa autopropaganda facendo una finta lotta e un finto sostegno - e non si tratta solo di cittadini ma anche di gruppi politici di sinistra che se la cavano così con poco. Questi, invece di partecipare a blocchi e presidi che restano difficili e che comportano rischi di interventi della polizia, multe e persecuzioni varie, si uniscono alla proposta lanciata dai sindacati confederali dello "sciopero del consumo" non acquistando per quel giorno 'prodotti amazon on line' - una cosa che nelle circostanze attuali è del tutto inoffensiva.

Mobilitazione Amazon, lunedì presidio dei sindacati “I cittadini si uniscano a noi con lo sciopero del consumo”

“I cittadini si uniscano alla nostra protesta di lunedì: niente acquisti on line il 22 marzo”.

E’ l’invito dei sindacati che ricordano le motivazioni dello sciopero nazionale Amazon del 22 marzo. Alla mobilitazione, promossa dalle sigle sindacali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti, aderiscono le rappresentanze dello stabilimento di Castelsangiovanni che sono inquadrate nel contratto del Terziario e Segreterie territoriali di settore, così come da Nidil Cgil, Felsa Cisl e Uiltemp Uil. Sciopero di 24 ore, quindi, con un presidio davanti ai cancelli del magazzino di Castello, dalle 11 e 30 alle 14 e 30 di lunedì 22 marzo, annunciano Floriano Zorzella (Filt Cgil), Salvatore Buono (Fit Cisl) e Maria Stella Vannacci (Uiltrasporti).

Tra i motivi al centro della protesta – spiegano i sindacati – l’indisponibilità dell’azienda e dalle associazioni datoriale ad affrontare le tematiche presenti nella piattaforma sindacale per la contrattazione di secondo livello della filiera Amazon (verifica carichi e ritmi di lavoro, contrattazione della turnistica, corretto inquadramento professionale, riduzione orario driver, buono pasto, indennità di trasferta, clausola sociale in caso di appalto-cambio fornitore, PdR, indennità Covid, danni e franchigie, salute e sicurezza, formazione, stabilizzazione precariato). Da qui l’invito rivolto ai cittadini di schierarsi a fianco della protesta, lasciando vuoti almeno per una giornata i carrelli ‘virtuali’ dei propri acquisti on line sulla piattaforma Amazon.


21 marzo - ancora su Brescia: INCHIESTA OPERAIA - LA SITUAZIONE NELLE FABBRICHE BRESCIANE - ALFA ACCIAI

 

Un’altra azienda che incrementa i profitti societari e al tempo stesso fa politica per Federmeccanica e Confindustria è Alfa Acciai, grossa azienda siderurgica, con una forte presenza sindacale, Fiom in maggioranza e Fim che, alimentando polemiche sindacali fantasiose, cerca di espandere la sua presenza. Ad oggi la fabbrica risulta separata per contratti applicati e stipendi, in tre società che gestiscono l’ Acciaieria e il Laminatoio, Parco rottami, Derivati. La scomposizione artificiosa della fabbrica, accettata sindacalmente, non contrastata, ha creato una divisione immediata tra gli operai, e lasciato campo libero alle nuove assunzioni che ad es. nel grande reparto Derivati, avvengono da tempo con le agenzie di somministrazione, per uno, due, tre mesi alla volta. Con una riduzione dello stipendio per via del contratto applicato, per via di ‘escamotage’ come il riposo a scorrimento che porta gli operai in fabbrica al sabato a costo zero. Del resto la nuova avvertenza è ‘sei precario devi stare zitto o non ti rinnovano il contratto’. Con un riflesso immediato sulle condizioni di lavoro, dove l’intensificazione dello sfruttamento passa anche strumentalmente nel regime anticovid attuale, niente mensa, disattivate le chiavette per il caffè, si mangia tra la polvere dei reparti sui muletti o nei pulpiti con i thermos portati da casa. Chiaro che in queste condizioni la prevenzione dalla pandemia poteva, e si può fare, in modo diverso, tenendo al centro il rispetto e i diritti degli operai. Ma ciò richiede una scelta di campo, o gli operai o la produzione che per i confederali non può essere messa in discussione, nemmeno per garantire un minimo di vivibilità agli operai pur dentro il diritto a proteggersi dal contagio. Il peso della crisi sanitaria va così tutto sulle spalle degli operai. I protocolli confederali, con le norme anticontagio condivise con Confindustria, si fermano dove iniziano i reparti: mascherine, distanziamento, gel quant’altro possa servire, a volte più formale che effettivo, ma senza intaccare il normale svolgimento della produzione. Le regole anticovid diventano così facilmente misure da caserma, tese ad imporre la disciplina, più che la difesa della salute. Tutto il contrario di quello che gli operai potrebbero definire organizzandosi direttamente ‘in comitati di reparto’ per decidere come applicare le misure di sicurezza nei reparti salvaguardando salute e condizioni di lavoro e il caffè! Nel tempo l’attività sindacale si è ristretta a far digerire gli accordi alla massa degli operai, con tutti mezzi. Per i delegati i contratti di assunzione tramite le agenzie diventano ‘...normalmente e automaticamente si trasformano in fissi dopo un anno’. Ma normale e automatico non corrisponde al vero. Che ad Alfa Acciai, per far digerire un brutto rospo agli operai si sia ricorso ad un passaggio ‘automatico’ dopo un anno, può essere. Ma dire che ciò sia normale ovvero diffuso no! Le centinaia di migliaia di lavoratori precari da anni, rinnovo dopo rinnovo, gridano vendetta. Così come, questo fortunato automatismo non cancella il cancro del precariato e della divisione che si è insinuato con Ranstad e soci, in una fabbrica oggi simbolo contrattuale per l’intera provincia. Ciò si regge su schiere di delegati sindacali impegnati a far passare gli accordi come tattica sindacale, quando in effetti impongono la strategia padronale. Vedi l’accordo del 2016/2019, ritenuto innovativo per il coinvolgimento di lavoratori e management, ha segnato la strada che lega quote di salario alla produttività, qualità, efficienza impianti, è stato di soddisfazione per il risultato raggiunto dice la Fiom, dimostrando prosegue la Fiom, che si possono coniugare le esigenze dei lavoratori in relazione alla gestione della situazione di mercato. Sempre all’Alfa Acciai, un accordo giudicato innovativo, aprì la strada all’applicazione creativa, ovvero flessibile, dei contatti di solidarietà nel bresciano. Rientrare nelle fabbriche, recuperare alla lotta di classe, all’organizzazione gli operai, richiede anche coscienza e coerenza sull’effettivo ruolo esercitato dai sindacati confederali in fabbrica, al centro Fiom/Cgil, strumenti indispensabile per l’affermazione dei piani e delle concezioni padronali. Intanto la condizione operaia comunque peggiora giorno dopo giorno, rivolte non sono certo impossibili, ma senza la lotta o

21 MARZO - DOPO L'8 MARZO. LA NECESSITÀ DELLA LOTTA, CONTRO L'USURA SCIENTIFICA DEI METODI OCRA E KAIZEN CHE CONSUMANO IN FRETTA LE OPERAIE

EVOCA - L'APPLICAZIONE COMBINATA DEL METODO DI VALUTAZIONE DEI LAVORI RIPETITIVI SULLE LINEE DI MONTAGGIO 'OCRA', I CORSI MOTIVAZIONALI KAIZEN, PER IL MASSIMO DI EFFICIENZA DISCIPLINATA NELLA PRODUZIONE ALLA CATENA, PRODUCE DISTRIBUTORI AUTOMATICI PIÙ VELOCEMENTE E ABBASSA ALTRETTANTO VELOCEMENTE LA SOGLIA ANAGRAFICA DELLE PATOLOGIE: SI ESTENDE LA MASSA DELLE OPERAIE CON DISTURBI E LIMITAZIONI ANCORA IN GIOVANE ETÀ. PER CHI NON REGGE I RITMI  FIOM FIM UILM HANNO PENSATO ALL'ESODO INCENTIVATO 'VOLONTARIO'.




PROSEGUE LA CAMPAGNA DELLO SLAI COBAS SC, CONTRO LO SFRUTTAMENTO PADRONALE E I LORO SERVI

QUESTO L'APPELLO DISTRIBUITO DOPO LO SCIOPERO DELL'8 MARZO



Il suo danno… ‘NON PRESENTA LE CARATTERISTICHE PER IPOTIZZARE UN’ORIGINE PROFESSIONALE’.


Quante operaie e operai si sentono rispondere così? Alla Medicina del lavoro? Tante, troppe.

Eppure in fabbrica una parte importante soffre di problemi alle articolazioni superiori, cuffie, spalle, cervicale, alla colonna vertebrale, o per il classico tunnel carpale. CASUALITÀ??? 

sabato 20 marzo 2021

20 marzo - SOLIDARIETÀ AI PORTUALI DI TRIESTE

 

Lo Slai Cobas sc Coordinamento Nazionale esprime la solidarietà ai lavoratori portuali rinviati a giudizio per una manifestazione tenuta il 26 agosto 2015 quando i lavoratori delle aziende portuali scioperarono e manifestarono contro condizioni di lavoro inaccettabili,

la violazione di norme e contratti, la precarietà e le privatizzazioni di aziende dell’Autorità Portuale, per l’applicazione della legge in vigore nel Porto Franco Internazionale di Trieste che avrebbe dovuto garantire uguali condizioni di lavoro per tutti, stabilità dei posti di lavoro, detassazione dei salari e nuovi posti di lavoro.

Quella manifestazione rappresentò una svolta con risultati positivi.

11 portuali sono sotto processo. La prima udienza, lunedì 22 marzo alle ore 9.00 al Tribunale di Trieste. Sono processati per aver difeso la dignità dei lavoratori del Porto, aver lottato per il miglioramento delle condizioni di lavoro e per nuovi posti di lavoro in una città con tanti disoccupati e precari.


20 marzo - ANCORA SU PRATO - PER NON DIMENTICARE QUELLO CHE È SUCCESSO

 Senza Tregua | senzatregua.it

Prato: violenza inaudita della polizia contro gli operai Texprint

Giorgio Pica 

Il 10 marzo, quasi in contemporanea con l'azione repressiva contro gli operai della TNT di Piacenza e i responsabili locali del Si Cobas, la polizia è nuovamente intervenuta contro gli operai della Texprint, la stamperia tessile a conduzione cinese nel Macrolotto industriale di Prato. Gli operai sono in sciopero dal 18 gennaio e dall'11 febbraio in presidio permanente giorno e notte davanti la fabbrica contro la condizione di assoluto sfruttamento a cui sono costretti, con turni massacranti da 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana, la negazione di tutti i diritti fondamentali e l'assenza totale di sicurezza con continui incidenti. Gli operai denunciano l'utilizzo arbitrario e illegittimo dei contratti di apprendistato - che permettono all'azienda di pagare meno e mantenere i lavoratori in una condizione di precarietà - e chiedono contratti a tempo indeterminato e il rispetto dei contratti collettivi nazionali, con turni da 8 ore al giorno per 5 giorni la settimana, il riconoscimento di due giorni di riposo e la possibilità di avere le ferie. Le immagini dell'intervento del 10 marzo della polizia in assetto antisommossa testimoniano invece un uso inaudito della violenza contro gli operai per sgomberare il presidio e far passare le merci in uscita dalla fabbrica con un triste bilancio di numerosi feriti, due operai portati in ospedale con l'ambulanza ed un altro operaio che ha perso coscienza in seguito ad un pugno al volto ricevuto da un poliziotto. Non è la prima volta che la Questura di Prato prova a sgomberare il picchetto: già pochi giorni fa un intervento di polizia e carabinieri aveva portato all'arresto di due lavoratori dando luogo nei giorni successivi a numerose manifestazioni di solidarietà. Inoltre un appello a sostegno della lotta degli operai ha ricevuto il sostegno da nomi come Alessandro Barbero, Zerocalcare, Moni Ovadia e molti altri. La cosa più preoccupante è che questo atto vergognoso di repressione avviene a 24 ore di distanza dal tavolo con l'Unità di Crisi della Regione e nello stesso giorno in cui la Prefettura di Prato ha emesso una interdittiva antimafia nei confronti proprio della Texprint, provvedimento amministrativo che impedisce alle pubbliche amministrazioni di dare in appalto o commissionare lavori, oltre che erogare soldi pubblici alle aziende colpite da tale interdittiva. Proprio la Texprint era stata una delle aziende che ad inizio pandemia aveva ricevuto centinaia di migliaia di euro pubblici per riconvertire la propria produzione in quella di mascherine. L'interdittiva antimafia è arrivata dopo la denuncia dei Si Cobas di Prato, come si legge dal loro comunicato di ieri: "Da quasi 60 giorni denunciamo l'intreccio tra Texprint e clan della 'ndrangheta, e la figura di Zhang Yu Sang (detto Valerio), arrestato in luglio dalla FDA di Milano insieme a membri del clan Greco con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale aggravata dal metodo mafioso e dalla disponibilità di armi, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni e bancarotta". Il comunicato continua nel denunciare la situazione di sfruttamento presente in tutta il settore tessile del pratese: "La vertenza TEXPRINT ha scoperchiato un vaso di Pandora. Il distretto tessile pratese è territorio di illegalità e sfruttamento da almeno due decenni. I lavoratori che denunciano si ritrovano trattati come pericolosi criminali". Negli anni passati infatti sono state molte le lotte supportate dal Si Cobas contro lo sfruttamento di manodopera immigrata che avviene nelle numerose aziende della zona come la tintoria Fada, la tintoria Superlativa, DS, la stamperia Rosso, il Panificio Toscano e molte altre. "Oggi si è scritta una pagina buia sui diritti e nella dignità del lavoro sul nostro territorio - conclude il comunicato - Lo sciopero continua insieme al presidio permanente ai cancelli. In questi giorni invece inizieranno le iniziative sindacali di protesta ai negozi dei marchi della moda che in questi anni si sono servite della Texprint come terzista. Anche loro, che hanno goduto di tariffe "competitive" garantite dallo sfruttamento, sono responsabili di questa realtà. La campagna di denuncia inizierà dai punti vendita del marchio DIXIE".

Video

19 marzo - conoscere per intervenire: INCHIESTA OPERAIA - LA SITUAZIONE NELLE FABBRICHE BRESCIANE - IVECO

 DIETRO OGNI RISTRUTTURAZIONE, DIETRO LA PACE SOCIALE IN FABBRICA CONDIZIONE NECESSARIA PER LO SFRUTTAMENTO IN FABBRICA, CI SONO LE CENTRALI SINDACALI CONFEDERALI

Sotto l’ombrello di una delle centrali sindacali confederali più importanti del paese con la parte predominante coperta dalla Fiom/Cgil, si consuma a Brescia lo sfruttamento quotidiano di decine di migliaia di metalmeccanici divisi tra le aziende siderurgiche tondino metalmeccaniche armi posate e la storica ex OM, Iveco, oggi parte del gruppo Stellantis. Osservare più da vicino la situazione in un paio di queste fabbriche, Alfa Acciai e Iveco, con le trasformazioni in corso, aiuta a farsi un’idea della condizione della classe operaia, dei compiti necessari nello scontro di classe con i padroni, nella ricostruzione dell’organizzazione di classe degli operai.

All’Iveco, una fabbrica simbolo per la presenza e ruolo nelle lotte operaie del secolo scorso, il destino produttivo e occupazionale è legato alla ristrutturazione del gruppo FCA passato a Stellantis, e alla temuta vendita dello stabilimento ad una multinazionale cinese.
Ma prima di questi scenari, in fabbrica sta passando una ristrutturazione interna con circa 300 esuberi e a seguire piani di CdS e Cig, attraverso la trattativa sindacale, con la sponda del MISE, ovvero le condizioni meno favorevoli per la difesa dei posti di lavoro. Trattativa, non di una vertenza conflittuale si tratta, dove la parola d’ordine sia difesa dell’occupazione, difesa delle condizioni di lavoro, difesa dei diritti sindacali e dei contratti a tempo indeterminato propri degli operai dichiarati in esubero. Nella guerra quotidiana dei padroni ‘al posto fisso’, l’esito di questa trattativa, qualunque saranno i numeri effettivi finali e l’incentivo raggiunto per convincere i volontari a liberare il campo, verrà capitalizzato dall’avversario di classe, come un ‘più 300 verso la precarietà a vita’. Ragione che dovrebbe essere di per sè sufficiente per fare dell’Iveco una vertenza provinciale, pur volendo considerare questi esuberi solo dallo stretto punto di vista sindacale. Ma cosi non è, e il peso della grande fabbrica, che può essere trainante nello scontro di classe, può assumere anche il peso di grande sconfitta, quando a passare sono accordi negativi, in questo caso, strategicamente negativi, senza dare battaglia. Nello stabilimento bresciano, l'Iveco ha contabilizzato 600 operai RCL, ovvero a Ridotte Capacità Lavorative, tra questi il 70% di livello 3, nella concezione aziendale inadatti ai ritmi della produzione nello stabilimento. Numeri da guerra del profitto, che ci avvicinano ai 300 esuberi dichiarati, per una operazione che in un colpo solo ottiene l’eliminazione degli operai diventati improduttivi - usati/consumanti -, la riduzione del 25% dei contratti indeterminati ‘tutelati’, la legittimazione dello sfruttamento intensivo, scientifico delle catene di montaggio, che rendono prematuramente gli operai troppo giovani per andare in pensione, ma ormai troppo vecchi per tenere il loro posto in fabbrica. Un nuovo salto nella crescita del plusvalore, vista la tendenza a spalmare il più possibile le mansioni degli operai eliminati, tra i colleghi rimasti sulle catene di montaggio, considerando l’assenza di conflittualità verso le ristrutturazioni. Utile sapere che il 2020, con le pessime condizioni di lavoro imposte dalla pandemia, l’azienda dichiara, sia stato l’anno migliore degli ultimi cinque, come risultato nel rapporto tra la cadenza impostata sulle linee e il prodotto effettivo. Dopo gli esuberi, con la gestione dell’odl attraverso la flessibilità dei CdS, si giocherà questa riorganizzazione delle linee, più camion con meno operai e sempre più veloci. Aumentando i ritmi di lavoro, i carichi individuali, la saturazione. Prospettiva ben interpretata dai nuovi operai ‘jolly rambo’, portati in palmo di mano, gratificati a mò di esempio da capi e capetti, riverenti verso il padrone, meno conflittuali possibili, e più produttivi perché incentivati a lavorare di più, ‘un bravo del capo reparto vale più di 100 euro in busta paga ormai…’ Operai formati ed inquadrati all’ombra di sindacati tradizionalmente aziendalisti, in fabbrica non manca nessuno, Fim Uilm Ugl Fismic e il sindacato dei capi AqcfR, ma non spicca certo la scelta di campo della Fiom ancora maggioritaria. Le bandiere verdi, blu, e ‘rosse’ sventolano fianco a fianco alle portinerie, comunicati e trattativa rigorosamente unitaria. Ma tra gli operai, tra quelli che in fabbrica ci resteranno ancora, dire che prevale la rassegnazione ai piani di ristrutturazione, non sarebbe corretto. Piani che non vedono al momento un’opposizione, è vero. Non quella di delegati e loro organizzazioni, dato che sono impegnati a far quadrare i conti dell’azienda e a tenere sotto controllo il malcontento nei reparti. ‘Nessuno verrà licenziato, solo volontari, tanto sono vicini alla pensione gli conviene...’ è il ritornello stonato che equivale a ‘non mettetevi in mezzo o è peggio per voi, per chi protesta non ci sarà posto nella nuova produzione’. Fatevi gli affari vostri. E difficilmente alle portinerie, vigilate dal sindacato, si alza la testa. Non c'è ancora la ribellione degli operai, ingabbiata nella demoralizzazione di sentirsi senza strumenti, isolati, in mezzo agli altri che vanno nella direzione inversa, dove il ‘tanto fanno sempre quello che vogliono, si sono già messi d’accordo’, via via è diventato distacco alle ‘cose sindacali’ e condivisione degli obiettivi e dei principi del padrone ‘, ci mette i soldi, la fabbrica non è una onlus, anch’io farei lo stesso se fossi al suo posto’. Dove la coscienza di classe, superata dal miraggio della professionalità e dalla competitività tra colleghi, per una scalata dove si procede salendo solo sulle spalle dell’altro, per una fabbrica in cui ognuno deve dare il massimo, per la produzione per il profitto…, spinge gli operai ad essere convenienti dal punto di vista produttivo per concorrere con gli operai della Polonia o della Cina. Dove gli operai fanno capire che non c’è più posto per la solidarietà di classe, che è stata seppellita sotto montagne di accordi sindacali, perdenti dal punto di vista sindacale ed economico, disastrosi dal punto di vista politico ideologico che hanno spinto gli operai nell’individualismo padronale. Ma il pericolo sta nel credere, adattandosi, a chi, pensa, afferma, pratica, che questa ormai sia la condizione senza prospettive, la dura legge della fabbrica, dove è normale lo sciovinismo, la concorrenza tra stabilimenti personificata negli operai aziendalisti, e nei comunicati sindacali che recitano che ‘il tal modello perde quote rispetto al tal altro della concorrenza, ma il modello di punta regge garantendo anche in queste condizioni una forte redditività al padrone’. Viva lo sfruttamento, e gli operai con le masse popolari diventano effetti collaterali.


19 marzo - per il dibattito: UN'INCHIESTA SUL CAPORALATO - Stralci da Terre Libere

 

Il nuovo caporalato? Manager e subappalti

Un monitoraggio su 260 inchieste giudiziarie anti-sfruttamento stravolge l’idea comune sul caporalato. Coinvolge sia piccole aziende a km zero che multinazionali. Sono coinvolte grandi aziende pubbliche e startup “green”. Il lavoro schiavile riguarda l’agricoltura (62% delle indagini) ma anche la logistica dei libri. È presente nella distribuzione di volantini così come nelle cooperative di somministrazione di manodopera. Colpisce tutti, dai lavoratori italiani ai richiedenti asilo subsahariani. E la maggior parte delle inchieste riguarda il Centro Nord. Emerge che il lavoro sfruttato è ovviamente presente nelle campagne meridionali ma la situazione è critica in Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Lombardia. Tra i tantissimi esempi, quello di un giovane bracciante africano che raccoglieva fragole. A quindici chilometri dal Duomo di Milano, non nelle campagne del meridione. “Enrico e il Capo Grasso usavano parole come coglione, negro di merda, animali”, racconta S.F. ai magistrati. Il suo datore di lavoro era un manager di formazione bocconiana, pluripremiato per il suo spirito ecologico e considerato un esempio del km zero. Lo scorso agosto, però, l’azienda è finita sotto amministrazione giudiziaria con l’accusa di grave sfruttamento.

Multinazionali in amministrazione giudiziaria

Si tratta di una ditta di food delivery nata nel 2015, punto terminale di un articolato sistema che comprende la sede centrale Uber a San Francisco, due società in Olanda (Uber international Holding Amsterdam, Uber Portier) e appunto la filiale italiana. Il Tribunale di Milano ha “commissariato” quest’ultima lo scorso 29 maggio. Da allora, si è creata una situazione mai vista. I manager hanno lavorato “in condivisione” con Cesare Meroni, un professionista milanese incaricato dell’amministrazione giudiziaria. All’inizio di marzo 2021 il pm di Milano riteneva la situazione caporalato ormai “sanata” e chiedeva la revoca del provvedimento.

L’accusa per Uber? Aver sfruttato i rider attraverso un sistema di subappalti che coinvolgeva due ditte del capoluogo lombardo. Molti rider erano reclutati tra i migranti. Secondo i magistrati, in attesa dell’esito della domanda di asilo politico, avevano documenti temporanei e dunque si trovavano in condizioni di grave vulnerabilità. Le intercettazioni hanno svelato un sistema di punizioni spesso arbitrarie basato sulla “disconnessione”. “Diamogli un giorno così capisce”, dicono i manager a proposito di un rider africano. “Domani riattivalo please”, risponde un altro. Dobbiamo fare così con questi. Fargli capire che non possono fare e dire come vogliono”. E a proposito di un altro: “Bloccalo, tra due giorni lo riattiviamo. Non ha fatto niente di particolare ma è da un’ora che sta con una consegna in mano, non capisce un cazzo della via”... È bastata l’amministrazione giudiziaria a “sanare” Uber? “Non c’è l’idea di togliere il controllo [alle aziende], ma di affiancare una sorta di commissario che verifica che la gestione dei lavoratori sia fatta regolarmente”, spiega Emilio Santoro,  docente di Filosofia del diritto all’Università di Firenze e responsabile del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”.

L’amministrazione giudiziaria serve a “sanare” l’impresa e a rimetterla sul mercato

giovedì 18 marzo 2021

18 marzo - dal blog tarantocontro: Cosa realmente succede a Bagnoli - Dall'intervento di un compagno di Bagnoli dell'Iskra nell'assemblea nazionale informativa su Taranto organizzata il 26/2 da Slai Cobas sc

 

Anche a Bagnoli è in atto un processo inerente la “Bagnoli futura”. Si tratta di un processo farsa che in primo grado non ha comportato condanne gravi, hanno addirittura derubricato i reati come “non intenzionali”, ma casuali, determinati dall'incapacità dei manager di questa trasformazione urbana. E' un processo che si sta svolgendo in una certa indifferenza, scarsa partecipazione ed essendo avvenuto post chiusura non ha un coinvolgimento della popolazione né degli ex lavoratori.
Sui soldi sprecati a Bagnoli, buona parte dei fondi li ha sprecati proprio la Società creata dal Comune di Napoli a fine anni '90 per procedere alla bonifica. Invece c'è stata la falsa bonifica che invece di bonificare i suoli inquinati ha equamente distribuito l'inquinamento.
Il paradosso è ancora più assurdo perchè sicuramente l'Ilva di Bagnoli inquinava il quartiere di Bagnoli e il quartiere di Cavalleggeri, come a Taranto Tamburi e Paolo VI, ma non si è intervenuti all'epoca. Ci fu la chiusura della fabbrica, ma questa fu dettata in primis da scelte dirigenziali, non sicuramente da un confronto, un'analisi reale; la dirigenza decise di investire altrove, non prima di aver abbondantemente speculato e ricevuto soldi dallo Stato, che quando si tratta di fare regali alle imprese è sempre pronto, poi quando si tratta di assicurare diritti, garantire, dare ascolto alle istanze popolari e proletarie scompare, o per meglio dire, scompare dall'ascolto e passa ai fatti e con le parole ci fa capire chi ha il vero monopolio della violenza.

I soldi sprecati a Bagnoli per la non bonifica sono un problema perchè creano anche un precedente molto grave dal punto di vista storico dell'azione dello Stato; perchè oltre ai soldi sprecati, la bonifica non fatta, c'è anche la questione dei debiti che questa Società ha contratto e che, nel commissariamento di Bagnoli, sono stati trasformati nella legge “sblocca Italia” del governo Renzi in quegli strumenti che da un lato hanno giustificato il commissariamento e l'ingresso di Invitalia per effettuare le bonifiche, ma soprattutto hanno giustificato delle voci nello “sblocca Italia” che dicono che un giorno, quando saranno effettuate le nuove bonifiche, al di là di guadagnare su quello che ci potrà essere dopo, quindi determinare il futuro con un futuro di speculazione, o comunque si produzione di denaro, ci saranno degli interventi che diventeranno degli strumenti finanziari con i quali poi entrare nel mercato. E' evidente che queste cose non si fanno pro bono e che lo spreco di fondi da parte dello Stato giustifica poi quello che potrebbe essere un modo perchè i privati che hanno inquinato Bagnoli, penso a Caltagirone, ecc., potrebbero rientrare, perchè dovrebbero acquistare pezzi dei terreni bonificati, e rifarsi in vario modo. C'è quindi da stare attenti da questo punto di vista.

La vicenda di Taranto non è detto che debba essere come Bagnoli, ma non lo è se si crea in primis una coscienza di classe all'interno della fabbrica e questa coscienza di classe deve anche saldarsi con coloro che vivono nel territorio, che lo abitano, che naturalmente vogliono intervenire su di esso per far sì che la fine della storia di Taranto non sia la stessa fine di Bagnoli, dove ci sono 30 anni di vuoto. Oggi le mobilitazioni ci stanno portando a vedere dei possibili risultati, ma nulla è già scritto e se viene meno il nostro fiato sul collo – e lo dico come abitante di Bagnoli – lo Stato ha posto tutti gli strumenti affinchè in un attimo ci butti fuori a “calci nel sedere” e si riprenda ciò che è suo. In questo momento non accade, probabilmente perchè tra il 2014 e 2016 si è vista una forte risposta e mobilitazione popolare; ma se noi abbassiamo la guardia, sappiamo ciò che succede; e qui purtroppo le questioni operaie, le questioni lavorative ce lo ricordano drammaticamente.

18 marzo - INTERVENTO X ASSEMBLEA TELEMATICA 13 MARZO, INVIATO AL COORDINAMENTO AUTOCONVOCATI

 Cari compagni, non sono riuscito a partecipare all'assemblea telematica da voi organizzata il 13 marzo in occasione dell'anniversario della Strage operaia della Mecnavi al Porto di Ravenna. Ero di ritorno con il treno dalla grande manifestazione proletaria di Piacenza contro la repressione antioperaia (Piacenza e Prato), per la libertà dei lavoratori arrestati, partecipatissima nonostante i divieti, ma ho avuto dei problemi con le coincidenze al ritorno. Vi invio un intervento scritto come contributo alla discussione sui temi dell’assemblea da voi proposta.

La strage operaia della Mecnavi, suscitò rabbia e dolore e tutti in coro, confederali, padroni, istituzioni dissero ipocritamente “mai più”. Invece i morti sul lavoro continuano a ritmo di 4 operai al giorno.

La lotta per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e nell'ambiente dev'essere rilanciata. 57 morti sul lavoro nel mese di febbraio, 123 dall'inizio dell'anno. Dai Tribunali dei padroni escono sentenze solo favorevoli all’impunità dei padroni. L’ultima è la sentenza di Viareggio, dove la Cassazione ha prescritto e cancellato i reati di “omicidio colposo plurimo” per i dirigenti di Ferrovie.

Diciamo spesso che l'unica giustizia è quella proletaria, ma cosa possiamo fare per quest’obiettivo?

Pensiamo che la maniera migliore per commemorare la strage dei 13 operai uccisi dal profitto al Porto di Ravenna nell''87, morti asfissiati nei cunicoli di una nave come topi perchè i padroni assassini gli avevano negato sicurezza e diritti, con il ricatto del lavoro nero, sia quella di rilanciare la lotta generale su questi temi e di organizzare iniziative in presenza, in sicurezza per la pandemia, ma che nessuna assemblea telematica può sostituire.

Proprio l'anno scorso ci eravamo incontrati per organizzare l'iniziativa a Ravenna ma abbiamo dovuto cambiare programma e annullare l’evento perchè era appena scoppiata la pandemia. Come non sono “fatalità” le morti sul lavoro, così anche la pandemia è un prodotto di questo sistema di produzione che si basa sul profitto dei padroni che hanno distrutto l’ambiente con le monoculture e gli allevamenti intensivi. I padroni e i governi al loro servizio l’hanno poi trasformata in strage.

Come voi, anche noi pensiamo che occorra la ripresa di un’attività a livello nazionale su queste questioni, lavorando per unire, organizzare, promuovere una larga aggregazione di energie che si rendano protagoniste nel condurre una battaglia di civiltà contro la barbarie della guerra quotidiana dei padroni assassini.

La lotta contro le morti sul lavoro e la lotta contro precarietà, cassintegrazione, attacco al diritto di sciopero, la rappresaglia padronale e poliziesca, sono tutte lotte che attaccano la radice del modello di produzione capitalistico. Se c’è ancora chi pensa che queste lotte si possono fare solo in ambito aziendale o solo a livello territoriale, ci deve dimostrare con i fatti che così i lavoratori possono portare a casa dei risultati. La nostra esperienza come Rete nazionale per la salute e sicurezza dimostra invece che è necessario organizzare un fronte ampio di lotta, una Rete appunto, per condurre questa battaglia.

Abbiamo unito, come Rete nazionale, tanti soggetti diversi, dai delegati sindacali extraconfederali agli studenti, dall’associazioni dei famigliari delle vittime, a qualche giornalista, a qualche avvocato, all’intellettuale.

Abbiamo organizzato 2 manifestazioni nazionali (5 mila a Torino e 5 mila patecipanti a Taranto), una presenza in tutte le realtà dove sono avvenuti incidenti mortali, un Convegno nazionale sul nesso “morti su lavoro/precarietà” organizzato proprio a Ravenna e moltissime iniziative territoriali. Attraverso la Rete nazionale è stato possibile coordinare tutte le vicende legate a queste questioni.

A Ravenna abbiamo occupato un’agenzia interinale proprio il 13 marzo, proprio al Porto dove incidenti e morti sul lavoro si sono susseguiti anche dopo la Mecnavi, come nel 2006, quando era morto sul lavoro l’operaio Vertullo, al suo primo giorno di lavoro, dopo solo un’ora di lavoro. Una lotta che non potevamo certo fare assieme ai confederali che si sono dimostrati parte del problema (caporali, gestione diretta dell’Agenzia interinale). Una lotta a cui la compagnia portuale, e con essa i confederali con in testa la CGIL, ha reagito portandoci in Tribunale con cui 7 di noi hanno ricevuto un decreto penale di condanna.

Poi ci sono stati i processi che dobbiamo considerare come parte di questa guerra e che richiedono una mobilitazione, dalla Thyssen all’ILVA, all’ Eternit se non si vuole delegare ai giudici borghesi questa battaglia.

Abbiamo lanciato campagne a difesa dei delegati combattivi licenziati per rappresaglia dai padroni, come Dante De Angelis, Riccardo e altri, portando avanti denuncia e mobilitazione.

L’esperienza della Rete nazionale per la salute e sicurezza non è stata solo di denuncia ma anche di proposte che, proprio perché sostenute come Rete nazionale, hanno potuto avere la forza necessaria nella costruzione di vertenze.

Il legame con la lotta di classe è l’altro elemento che dà la forza necessaria a questa battaglia, con i lavoratori protagonisti delle lotte per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Con scioperi e fermate nei luoghi di lavoro la realtà dell'Assemblea dei lavoratori combattivi si sta già battendo su questi temi e quelle lotte secondo noi vanno rafforzate, sostenute ed estese. Come la scadenza prossima del 17 aprile contro la gestione fallimentare della pandemia da parte di governo ed istituzioni, sulla questione vaccini.

La questione dei processi contro i padroni assassini, dicevamo, è terreno di lotta. Oggi la madre di tutti i processi è il processo all’ILVA di Taranto, oggi ArcelorMittal, il maxiprocesso “ambiente svenduto” che ha unito diverse realtà di lavoratori, medici e avvocati esperti sul fronte della salute e sicurezza in fabbrica. Ma è anche un processo che ha al centro il conflitto capitale/lavoro, capitale/natura, l'inquinamento ambientale per cui “nocivo è il Capitale, non la fabbrica”, del rapporto tra fabbrica e territorio che caratterizza la situazione dell'AM a Taranto. Questo processo riguarda tutta la classe operaia del nostro paese. L’azione dei compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto al processo, in fabbrica e in città, deve essere sostenuta perché è una lotta esemplare che unisce la lotta per l’occupazione con la salute e la sicurezza per gli operai, contro padroni e governo, in opposizione ai sindacati filopadronali e all'ambientalismo che ne chiede la chiusura.

Per concludere: la battaglia per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e nell’ambiente è di lunga durata. Considerate, compagni, questo intervento come un contributo a questo processo. E’ una guerra e dobbiamo combatterla. Tenetemi informato sulle vostre proposte.

Enzo per lo Slai Cobas per il sindacato di classe – Ravenna



mercoledì 17 marzo 2021

18 marzo - INTERVENTI ASSEMBLEA 14/3 LAVORATRICI/RI COMBATTIVE/IVI -3-

 

Slai Cobas sc Tenaris Dalmine Bergamo

Non posso che partire dalla la grande manifestazione di ieri a Piacenza e non posso che dire che l'assemblea dei Lavoratori combattivi è quella piazza dove c'erano realmente i lavoratori combattivi.

Chi pensa che questo sia un attacco solamente al SiCobas sbaglia. Esso riguarda tutta l’assemblea dei lavoratori combattivi, il patto d’azione un anticapitalista e anche tutta l'opposizione proletaria e popolare che vuole mettere in discussione la situazione esistente.

Ma dove erano quel giorno tutti quelli che hanno fatto comunicati a sostegno dei lavoratori colpiti dalla repressione? Dove erano le bandiere dell’opposizione CGIL e di tutti gli altri sindacati di base? È una grande vergogna perché quando il padrone attacca e si dice che sta attaccando tutti, bisogna metterci la faccia e la faccia si incomincia a mettermela scendendo veramente in campo.

Per respingere questo attacco repressivo che colpisce tutti, occorre capire un altro elemento: come le lotte uniscono gli operai, anche la repressione ci fa capire che siamo tutti di una stessa classe.

I lavoratori in piazza a Piacenza hanno detto: vogliamo che questi provvedimenti vengano ritirati e quindi all'ordine del giorno è come proseguire per combattere questa repressione, perché è normale che se da un lato si innalza il livello della lotta, si innalza dall’altro livello della repressione.

Bisogna anche capire la natura del governo Draghi, che è chiaramente il governo della Confindustria e della grande Finanza, appoggiato da tutti i partiti in Parlamento, dai sindacati confederali con in testa, ma soprattutto ha il carattere di governo politico di destra, da Stato di polizia e moderno fascismo. Quindi non è soltanto il governo della gestione dei soldi europei, del bilancio, della politica economica, della gestione della pandemia, ma soprattutto il governo della repressione delle lotte e dell'opposizione politica reale.

Il nostro problema è come fare adesso una campagna effettiva, e il 26 può essere usato in funzione di questo, dove ci mettiamo la faccia. In tutte le varie città ci devono essere iniziative. Serve anche l’iniziativa legale, le montature devono cadere, ma anche questo deve far parte di una azione di mobilitazione specifica sulla questione della repressione che deve vedere in prima fila gli operai. E la risposta alla repressione deve andare di pari passo con la denuncia di tutti quelli che sostengono questo governo tra le file degli operi, Landini in primis.

Faccio un esempio: a Dalmine ci sono state assemblee sul contratto dei metalmeccanici e la CGIL, la Fiom hanno cercato di impedire che parlassero gli operai contrari al contratto, non solo perché denunciavano che dava risposte inadeguate in termini salariali di lavoro e sicurezza sul lavoro, ma perchè, ed è quello che gli dava più fastidio, smascheravano la loro natura di puntello principale della pacificazione.

Il carattere moderno fascista del governo sta nell'aspetto dell'attacco ai lavoratori, nel permesso di soggiorno come arma di ricatto. Al governo c’è Salvini, c’è fascismo e c’è Landini a sostenerlo nelle fabbriche, questo è il problema! Dobbiamo, con intelligenza strutturarci per rispondere.

La giornata del 26 della logistica è importantissima, riprende una battaglia nazionale anche sul versante contrattuale. Chi fa le lotte sindacali, in particolare nei magazzini, nelle cooperative, sa cosa significa la repressione, le contestazioni, i cambi di appalto che lasciano fuori e ricattano i lavoratori, le discriminazione... Questa è la realtà che esiste e allora non aspettiamo solamente le giornate nazionali, deve diventare una prassi quotidiana l’unità delle lotte, in particolare nel settore della logistica, dove abbiamo un punto di forza. Altrimenti la resistenza resta un fatto momentaneo mentre la repressione ci chiama ad alzare il livello dello scontro, questo è il problema.

Il messaggio che viene dallo stato dei padroni è che loro hanno alzato il livello dello scontro. I lavoratori combattivi che sono scesi in piazza e ci hanno messo la faccia con le loro bandiere di lotta hanno dato una risposta è vogliono altre risposte in questo senso.

Quello che stanno facendo oggi ai lavoratori immigrati, in particolare nei magazzini delle logistiche o in altri posti dove ci sono le cooperative è quello che vogliono fare a tutta la classe operaia. Perciò dobbiamo smascherare, rompere, far saltare il ruolo di pacificazione dei sindacati confederali, della Cgil di Landini, che ora è diverso da prima, perché sono strutturalmente all'interno di questa compagine governativa.

Perciò non basta che l'opposizione CGIL siano solidali. In tutte le città dove sono presenti che vadano fuori le questure e le prefetture a gridare libertà per Arafat e Carlo. Non facciamo i leoni da tastiera e dopo non ci mettiamo la faccia realmente contro la repressione. Questo è ciò che tutti gli operai condividono e dobbiamo fare.


18 marzo - dal blog tarantocontro: Chiusura asili - provvedimenti per le lavoratrici ausiliariato - Richiesta dello Slai Cobas per il sindacato di classe

 

A fronte della chiusura da lunedì 15 marzo al 6 aprile 2021 degli asili comunali per cui 82 lavoratrici e lavoratori dell'ausiliariato, dipendenti della Ditta Servizi Integrati srl, rischiano di perdere 20 giorni di lavoro e di salario, che pesa enormemente su stipendi già molto miseri, dopo assemblea con le lavoratrici e lavoratori, comunichiamo e chiediamo quanto segue:

Le lavoratrici non vogliono che questa nuova situazione di chiusura degli asili sia "tamponata" con la richiesta della Fis, che per le lavoratrici l'anno scorso è stata solo una vessazione, con ritardo di mesi del pagamento dell'Inps (alcune lavoratrici ancora oggi stanno attendendo il pagamento degli assegni familiari) e una copertura salariale solo del 60%; nè detraendo ferie che per legge devono servire solo al recupero psicofisico.

Di seguito, quindi, le nostre proposte alternative che hanno lo scopo sia di difendere i lavoratori, sia di migliorare lo stato degli asili per la salute dei bambini e del personale educativo per una riapertura in sicurezza.

1) pur con gli asili chiusi, le lavoratrici e lavoratori ausiliari possono lavorare all'interno per fare con accuratezza pulizie straordinarie (anche di mobili/strutture varie/centinaia e centinaia di giocattoli, ecc.) e sanificazione degli ambienti - si sottolinea che la chiusura degli asili avvantaggia questo lavoro, permettendo alle lavoratrici di rispettare al massimo il distanziamento che nella ordinaria attività con asili aperti, non è possibile;

2) utilizzare una parte dei giorni di chiusura per fare in smart working i corsi di aggiornamento e formazione professionale sulla sicurezza, tenendo conto che oltre una formazione per la situazione in corso di epidemia, a tutt'oggi devono essere ancora fatti corsi per antincendio e primo soccorso;
3) in subordine - recupero dei giorni di fermo dal 15/3 al 6/4 nel periodo estivo: luglio e agosto; anche in questo caso le scuole chiuse permetterebbero una più efficare attività lavorativa;
4) In ulteriore subordine: le lavoratrici e i lavoratori accetterebbero la FIS, solo e soltando all'attuarsi di due condizioni: l'anticipazione da parte della Ditta della Fis; l'integrazione dell'indennità da parte del Comune, perchè copra il salario perso - tenendo conto che per il Comune non è un costo in più, avendo posto in bilancio il pagamento di tutte le giornate, e che non è giusto che a risparmiare sia solo il Comune e a perdere solo le lavoratrici.

Per quanto sopra chiediamo un immediato incontro con il Comune, con l'Ass.  Castronovi, a cui sarebbe opportuna e necessaria la presenza del responsabile della Servizi Integrati.


17 marzo - (pattodazione): INTERVENTI ALL'ASSEMBLEA DELLE/DEI LAVORATRICI/RI COMBATTIVI DEL 14 MAZRZO -2-

 

Donatella

Slai Cobas per il sindacato di classe - Palermo

Un forte saluto ai lavoratori di Piacenza colpiti così pesantemente dalla repressione di Stato. L'importante risposta che ieri la piazza di Piacenza ha messo in campo a fronte attacco repressivo gravissimo, ha contrastato sul campo la repressione. La Polizia ha avuto un atteggiamento arrogante, accerchiando la piazza, creando loro l’assembramento, quando poi ogni giorno i lavoratori, i proletari vengono multati o comunque attaccati per aver creato assembramento.

Occorre valorizzare questa risposta di ieri, che è anche una risposta incoraggiante per lavoratori e lavoratrici in lotta. Piacenza. non riguarda solo il SiCobas ma è un attacco che ci riguarda tutte, e tutti ci dobbiamo sentire coinvolti.

Da Palermo, al di là del comunicato immediato, che è la prima cosa da fare in solidarietà verso lavoratori così pesantemente repressi, ci siamo subito attivati per rendere concreta la parola d'ordine “se toccano uno toccano tutti” e quindi abbiamo ha fatto un lavoro in città di controinformazione, di denuncia, assemblee con le lavoratrici – che anche loro in 31 sotto processo per aver difeso il diritto al lavoro. Abbiamo anche affisso di striscioni in luoghi mirati, quartieri proletari, quartieri abitati da immigrati e anche presso la sede TNT Fedez qui a Palermo. Questo lavoro continuerà la prossima settimana con altre azioni e assemblee; porteremo la risposta forte alla repressione di stato che c'è stata agli operai dei cantieri navali, perché si rende ancora più necessario affermare che le lotte non solo non si possono e non si devono fermare ma devono essere rafforzate ed estese dalla solidarietà concreta e dall'unità concreta e attiva.

Questa Assemblea delle lavoratrici e Lavoratori combattivi, che corre sempre il rischio di trasformarsi in un raggruppamento di sigle, deve invece essere uno degli strumenti che dobbiamo utilizzare non solo per rafforzare la solidarietà ma anche per l’estensione delle lotte, perché sono le lotte che devono parlare, le lotte reali. Non si deve guardare tanto alla grandezza o piccolezza delle lotte, quello che conta sono le lotte reali che si mettono in campo e che devono avere diritto di parola.

Tutto si lega: l'attacco al diritto di sciopero che c'è stato in occasione dell’8 marzo, anche il semplice fatto avvenuto nello sciopero del 29 gennaio a Palermo, in sui, mentre eravamo in piazza, la Digos si è avvicinata e ci ha fatto domande: “ma questo Patto? questa assemblea di cui ora fare fate parte?”. Tutto questo ci fa capire che comunque questo nostro percorso è monitorato, che la borghesia comprende che può dare veramente fastidio ed essere veramente una spina nel fianco e risponde con la repressione.

La repressione viene da parte di un governo che, se dal punto di vista della gestione dell'Economia e della pandemia non sta facendo più di quello che ha fatto il governo Conte, è nell'aspetto politico che è peggiore. L'aspetto della sua base di consenso del Fascio populismo da un lato, e dei sindacati confederali che ne sono un puntello dall'altro. L'aspetto di passo in avanti del moderno fascismo. Di qui il ruolo della repressione e della polizia la piena rimessa in campo del decreto sicurezza, per nulla modificato dal governo precedente per ciò che colpisce e lotte sociali. Questo dei decreti sicurezza che deve essere posto come un nodo centrale per le battaglie che dobbiamo mettere in campo ed è anche uno dei punti della piattaforma generale di questo percorso.

Anche l’attacco allo sciopero della scuola è collegato. È stato un attacco non solo sindacale, è stato un attacco politico, un attacco ideologico, un attacco che ha inciso in un settore che nello sciopero delle donne è stato sempre significativo in questi anni. Ma noi dobbiamo valorizzare lo sciopero dell’8 marzo che si è fatto nel nostro paese. Dobbiamo soffermarci un attimo a vedere che cosa ha significato, il salto di qualità che c’è stato quest'anno anche attraverso il percorso del patto di azione anticapitalista e dell'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Che cosa ha significato in senso di contaminazione e di comprensione dell'aspetto profondo di questo sciopero che non è solo uno sciopero sindacale.

Per quanto riguarda lo sciopero del 26, credo sia un'altra tappa importante che parte da un settore che in questo momento è sicuramente un’avanguardia ma è importante che si estenda anche ad altri settori. Per esempio nella scuola. Quello che diceva il compagno di Piacenza dei supplenti è vero. Io sono una lavoratrice alla scuola e lo vivo da vicino il problema degli stipendi dei supplenti, che è grave ma non è il solo, ci sono tanti altri problemi strutturali legati alla salute e sicurezza che continuano a non risolversi, e per questo ci sono categorie di lavoratori che sono fuori dal lavoro. Le lavoratrici a Palermo non lavorano dall'anno scorso non solo per la privatizzazione dei servizi ma anche per la non soluzione di questi problemi che non solo vivono le lavoratrici e i lavoratori all'interno della scuola ma ricadono anche su altri lavoratori che perdono il lavoro.

Sulle vaccinazioni, la scorsa settimana abbiamo partecipato all’iniziativa che c'è stata a Palermo contro la guerra dei vaccini per il profitto capitalista, dove si è parlato delle disdette da parte migliaia di lavoratori della scuola perché in Sicilia abbiamo avuto tre decessi per un lotto di vaccino AstraZeneca, e ora ci sono disdette di massa e non sappiamo se quei lavoratori resteranno fuori dalle vaccinazioni.

Tutto questo per dire che la scuola veramente mette in campo tantissimi temi e quindi è importante che lo sciopero venga esteso anche ad altre categorie e si lavorerà in tal senso.


martedì 16 marzo 2021

16 marzo - Interventi all'Assemblea Nazionale Lavoratrici/Lavoratori Combattive/Vi -1- ALLARGARE LA LOTTA PERCHÈ ARAFAT, CARLO SIANO LIBERATI. Perché NESSUN PERMESSO DI SOGGIORNO AI LAVORATORI COMBATTIVI IMMIGRATI SIA REVOCATO

 

Margherita - Slai Cobas per il sindacato di classe 

Taranto

 

Da Taranto diamo un abbraccio, purtroppo solo virtuale, ma molto, molto sentito, ad Arafat e Carlo e a tutti i compagni lavoratori che a Piacenza per una giustissima ed esemplare lotta, si trovano arrestati, colpiti. Pensiamo anche a quei lavoratori immigrati che rischiano ora di vedersi revocare il permesso di soggiorno. Questa è veramente una carognata che non deve assolutamente passare, come devono essere subito revocati gli arresti di Arafat e Carlo.

Ieri siamo stati da un lato felici, dall'altro un po' tristi perché non abbiamo potuto essere fisicamente da Taranto alla manifestazione di Piacenza. Ma siamo stati lì, siamo stati col cuore, siamo stati lì con la mente e l'abbiamo seguita con i video, con le foto che abbiamo subito fatto girare, fatto conoscere agli altri lavoratrici e lavoratori a Taranto e non solo.

Io vorrei che oggi ci si fermasse su questo perché non sarebbe giusto andare subito oltre quello che è successo a Piacenza, che è gravissimo, è un segnale, come è stato detto, per tutti, e oltre la risposta grande, bella, combattiva della manifestazione di sabato.

Io penso che almeno per per oggi dovremmo parlare soprattutto di questo e chiaramente anche dei passi futuri. Tutto il lavoro che si è fatto per giungere a questa manifestazione che, e penso che i tanti che ci ha lavorato lo sanno bene, non era affatto semplice, non era affatto scontata. In questa situazione niente affatto facile, in cui ci sono le restrizioni, se migliaia di lavoratori e lavoratrici, compagne e compagni, scendono in piazza, è un risultato importante, e anche in questo da Piacenza viene un esempio da seguire: non tener conto dei divieti, sfruttare tutto quello che anche legalmente è possibile fare, ma noi dobbiamo scendere in piazza comunque e ovunque dobbiamo continuare a fare presidi iniziative di piazza, ecc.

Noi martedì faremo un assemblea dei rappresentanti dei Lavoratori e lavoratrici combattive a Taranto e partiremo dai video della manifestazione di Piacenza, perché più di tante parole danno il segno di ciò che è necessario fare oggi, e danno incoraggiamento agli altri lavoratori.

È questo che serve, non fare le pulci alla manifestazione di ieri. La prima cosa da fare è valorizzarla come è un segnale che deve essere esteso a tutti.

A Taranto, appena abbiamo saputo di questa gravissimi azione repressiva, abbiamo mobilitato quelli che era possibile mobilitare, anche il Fronte della gioventù comunista e gli studenti; la città ma anche la fabbrica, l'Ilva, l'appalto, sono pieni di striscioni per libertà la Arafat e Carlo e di solidarietà con tutti i lavoratori. Martedì terremo un’assemblea da cui sicuramente usciranno delle iniziative di piazza, sicuramente il 26, che, al di là del fatto che è uno sciopero della logistica, per noi e credo anche per le altre città deve essere una data e un appuntamento in cui facciamo il secondo passo dopo Piacenza per mantenere viva questa risposta.

La situazione è da un lato drammatica, ma dall'altro è da assumere subito in termini di combattimento, come è nel nome di questa assemblea. Drammatica perché appena pochi giorni prima c'è stata un'altra azione repressiva, quella della Commissione garanzia sciopero che ha vietato lo sciopero dell’8 marzo in un settore, come la scuola, che aveva negli anni passati dato una larga partecipazione, almeno nel pubblico impiego, allo sciopero delle donne.

Un divieto con cavilli assurdi che chiaramente vanno anche attaccati sul piano legale. Qui apro una parentesi: noi abbiamo cominciato a chiamare, interessare gli avvocati non solo di Taranto, un esempio per tutti, è l'avv, di Torino Sergio Bonetto che si è occupato della battaglia processuale dei Riders, perché anche in via preventiva denuncino, facciano ricorso contro questo divieto per darci anche delle armi legali, per impedire che ciò si ripeta. Questo divieto non lo devono più poter fare, non così facilmente senza che ci sia una risposta come per esempio c'è stata Piacenza ma che c'è stata anche l'8 marzo, in situazioni a volte difficili, nelle fabbriche, dove c’erano operaie immigrate che però sono scese in sciopero sfidando ricatti, anche licenziamenti, sfidando anche la CGIL.

E qui dico solo una parola sulla CGIL perché, ripeto, oggi è importante valorizzare Piacenza e vedere come avanzare nella risposta alla repressione. Sono d'accordo con l'intervento che mi ha preceduto: basta denunce della burocrazia sindacale! Ma quale burocrazia! Queste sono ben precise linee, pratica, teoria, politica della CGIL e non da oggi. Landini oggi è un puntello del governo Draghi, dall’altro lato ci sono Salvini, Renzi ecc. Quindi, di quale burocrazia si parla? Certo noi vogliamo e dobbiamo rivolgerci ai lavoratori tutti, iscritti non iscritti a questo o quel sindacati. Ci dobbiamo rivolgere a tutti ma con la chiarezza, dicendo chiaro chi è Landini, qual è la linea della CGIL, della Fiom, che porta alla sconfitta e anche peggio, porta oggi a stare dietro il governo Draghi, che sul piano economico sta facendo le stesse di Conte, ma è sul piano politico il vero problema, e questo trova sua sintesi nella repressione. Quindi su questo non possiamo tergiversare, ripetere di assemblea in assemblea le stesse le stesse cose. Oggi ci vuole rottura, non mascherare quella che è la realtà.

Sui passi concreti, il problema è continuare a rispondere, ad allargare la lotta perché Arafat, Carlo siamo liberati, perché nessun permesso di soggiorno ai lavoratori immigrati sia revocato. Su questa lotta da continuare da subito c'è anche il 26, anche dove, come al Sud, la logistica quasi non c'è.

Altra questione è l'iniziativa ad Aprile sulle questioni della salute e sicurezza. Anche a Taranto tante lavoratrici si sono vaccinate col vaccino Astra-Zeneca ora sotto inchiesta. Anche su questo non lasceremo correre, ne parleremo anche martedì, parleremo con gli avvocati per fare una denuncia collettiva contro il governo,l'Asl locale, ecc. che hanno messo a rischio la vita di tante lavoratrici e lavoratori.

Rispetto alla questione della Commissione garanzia sciopero, hanno detto: il problema è che non c'erano abbastanza giorni di distanza tra uno sciopero e l'altro... Bene, allora l’indizione la facciamo già oggi per l'8 marzo del 2022. Vogliamo proprio vedere cos'altro tireranno fuori per impedirlo. Come Slai Cobas lo faremo e chiamiamo il SiCobas a fare lo stesso..

Anche qui la questione è la continuazione del 8 Marzo. Non solo “tocca una tocca tutte” ma “lotta una lottano tutte” nel senso di essere uniti contro ogni repressione e attacco ma anche in tutte le lotte reali delle lavoratrici, dei lavoratori. Chiunque le indica, se sono lotte reali, noi siamo lì, sono lotte nostre, nel senso di tutto il movimento. L’8 marzo deve continuare, deve continuare ad esempio a Torino, dove vogliono far entrare ufficialmente negli ospedali il Movimento per la vita per attaccare il diritto d'aborto.

Chiudo qui, rinnovando la nostra fortissima solidarietà anche da parte degli altri lavoratori e lavoratrici di Taranto ai lavoratori arrestati e colpiti a Piacenza.



16 marzo - Martedi 16 marzo - assemblea rappresentanti lavoratori combattivi - ore 17.30 sede Slai Cobas per il sindacato di classe via Livio Andronico 47 Taranto

 

Nell'osservanza delle misure di emergenza sanitaria contenute nei DPCM

ordine del giorno

- la repressione sui posti di lavoro e la solidarietà con i lavoratori di Piacenza e prato colpiti dalla repressione - libertà per i lavoratori arrestati - massima difesa della libertà di sciopero e di manifestazione - massima difesa degli attivisti sindacali onesti e combattivi fatti segno di discriminazioni e persecuzioni anche a Taranto -

- l'emergenza sanitaria Covid a Taranto vaccini per tutti, sicuri  - personale sanitario e strutture ospedaliere - inchiesta autonoma- esposti e iniziative lavoratori e personale sanitario medici

- l'emergenza ambientale alla luce delle sentenze del consiglio di stato - corte di Strasburgo - processo ambiente svenduto

- la situazione all'ArcelorMittal, nell'appalto Ilva, e nelle altre realtà a rischio posti di lavoro, Natuzzi, tessitura Mottola, Isola Verde , Cemitaly ecc. piattaforme operaie - lotta ad oltranza autorganizzazione sindacale

- la situazione di lavoro, salute , condizioni di lavoro diritti negli appalti comunali e delle pulizie asili nido, Amiu/Amat - internalizzazione, tutela del salario, fine della precarietà

All'assemblea parteciperanno rappresentanti di realtà giovanili e studentesche per affrontare l'emergenza scuola

Per coloro che non possono intervenire direttamente - telefonare a 3475301704 per collegamenti telematici

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

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16 marzo - PIACENZA

 lo Slai Cobas per il sindacato di classe a 

sostegno dei lavoratori arrestati a Piacenza

la montatura giudiziaria poliziesca al servizio dei padroni deve cadere

info dalla stampa

Dopo la manifestazione di sabato 13 marzo a Piacenza, i lavoratori appartenenti al sindacato Sì Cobas si sono dati appuntamento questa mattina, lunedì 15 marzo, davanti al tribunale di Piacenza dove si è svolto l’interrogatorio di garanzia dei due sindacalisti finiti agli arresti domiciliari in seguito agli scontri avvenuti la sera del 1 febbraio davanti al magazzino Fedex-Tnt di Piacenza.

Oltre 150 i manifestanti presenti questa mattina in vicolo del Consiglio presidiato dalle forze dell’ordine. , Carlo Pallavicini e Mohamed Arafat, sono difesi dagli avvocati dei Sì Cobas Eugenio Losco e Mauro Straini che hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari per i loro assistiti: “Abbiamo ricostruito la vicenda dal punto di vista della vertenza sindacale – spiegano a interrogatorio concluso – Pallavicini e Arafat sono ritenuti responsabili solo perché sono i coordinatori del sindacato a Piacenza, ma hanno invitato i lavoratori a mantenere la calma durante lo sciopero di febbraio. Abbiamo chiesto la revoca dei domiciliari e depositeremo il ricorso al tribunale del riesame di Bologna” – concludono i legali.

Arafat ha ricostruito i contorni della vicenda mentre Pallavicini ha depositato, tramite gli avvocati, una memoria difensiva. L’interrogatorio è stato condotto dal gip Luca Milani, che si è riservato di decidere sulla revoca dei domiciliari entro cinque giorni, era presente anche il procuratore capo Grazia Pradella. Pallavicini è entrato in tribunale con il pugno alzato. 

i. “Non ci fu violenza, ma legittima lotta sindacale” hanno detto gli avvocati all’uscita dal tribunale.

Oggi sono previsti gli interrogatori di garanzia nei confronti di altri 5 esponenti del Si Cobas, nei confronti dei quali è stato adottato il divieto di dimora.


lunedì 15 marzo 2021

15 marzo - Il lavoro nei Call Center - un contributo critico utile

 Negli ultimi decenni c’è stata una crescita notevole delle società di Call Center, ma le loro caratteristiche, le condizioni di lavoro, sono molto differenti rispetto al loro esordio.

Il lavoro nei Call Center inizia a svilupparsi in Italia alla fine degli anni ’90 con la liberalizzazione dei servizi di telefonia e conseguente nascita delle prime aziende italiane di telecomunicazione (Omnitel e Infostrada create da Olivetti) alternative alla monopolista Telecom.

I Call Center raggruppano oggi una grande varietà di attività che vanno dall’assistenza, al telemarketing, dalle indagini di mercato, alla vendita e al servizio post-vendita.

Anche ai loro esordi i Call Center  erano caratterizzati da contratti part time e a termine, ma proprio per questo graditi da chi decideva di lavorarci essendo per la grande maggioranza giovani che cercavano una occupazione part time in attesa del lavoro “vero” o per mantenersi gli studi e avere un piccolo reddito proprio.

Anche oggi persiste l’uso prevalente di contratti part time, ma questi sono nella quasi totalità “involontari”. Il part time permette alle aziende maggiore elasticità e profitto: se ne hanno bisogno chiedono ai lavoratori di fare straordinario anche fino ad arrivare al completamento dell’orario settimanale, richiesta che viene quasi sempre accettata dai lavoratori non avendo scelto loro part time e necessitando di guadagnare di più; se non ne hanno bisogno risparmiano avendo imposto il tempo parziale.

Altra differenza è che i primi Call Center erano interni alle aziende come servizio di assistenza clienti e promozione dei propri prodotti. Negli anni il settore si è modificato radicalmente con l’outsourcing generalizzando che ha prodotto un sistema parossistico che ha portato a condizioni di lavoro indegne.

Con la crisi occupazionale dovuta alla distruzione del lavoro industriale per delocalizzazioni estreme e al prevalere della finanza sulla produzione, il lavoro nei Call Center è diventato per molti territori del nostro paese la principale possibilità occupazionale. Le operatrici e gli operatori di Call Center odierni, non sono più giovani in attesa di altra più ambita occupazione, ma donne e uomini che non hanno trovato altra occupazione o che hanno perso il lavoro per l’ennesima chiusura di una fabbrica, di un’azienda.  E’ inoltre cresciuto ampiamente l’ambito dei servizi telefonici, non più organizzato dalla sole aziende TLC, ma attivato da ogni tipo di azienda e società, pubbliche e private. Dallo sport alle banche, dall’operatore energetico, all’istituto pubblico.  E con la diffusione dei servizi telefonici per la clientela, che hanno sostituito i servizi di sportello, i Call Center sono usciti dalle aziende proprietarie dei prodotti/servizi per essere convogliati in aziende specializzate in servizi telefonici per conto terzi.

E’ in queste ultime aziende che si è formata una nuova classe di lavoratori assimilabili ai cottimisti di ieri, agli operai delle catene di montaggio, con tanto di dispotici “capetti”. Con la differenza peggiorativa della precarietà, non solo per i lavoratori e le lavoratrici con contratti a tempo determinato o “in somministrazione” (aberrazione moderna), ma anche per quelle e quelli a tempo indeterminato grazie allo scellerato contratto a “tutele crescenti” introdotto nel 2015 dal Jobs Act renziano che allo stesso tempo ha abolito l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Di (falso) positivo vi è stata l’eliminazione dei contratti di collaborazione a progetto (utilizzati con disinvoltura dalle aziende per avere forza lavoro “agile”), peccato che sia stata prevista un’eccezione: salvaguardate le collaborazioni regolamentate da accordi collettivi. E di questo han gioito le associazioni padronali delle aziende di Call Center in outsourcing che avevano siglato nel 2013 un accordo collettivo che prevedeva i contratti di collaborazione a progetto per i lavoratori impiegati in attività in outbound (quelli che chiamano per vendere). Si è creata così anche una discriminazione fra lavoratori della stessa azienda: ai lavoratori impiegati per l’inbound (quelli che ricevono le chiamate) viene applicato il Jobs Act, mentre per quelli che fanno outbound vale il contratto a progetto siglato nel 2013. Nessuna delle due categorie comunque ha condizioni di lavoro dignitose.

Alla precarietà introdotta per legge con il Jobs Act, si aggiunge infatti l’aggravante di un settore caratterizzato da una stretta sempre maggiore dei committenti sui costi, con gare al massimo ribasso che impiccano le società di Call Center che si rivalgono naturalmente a loro volta sui lavoratori. Ne è nata anche una lotta fra poveri per la spasmodica ricerca delle società di un costo del lavoro anch’esso al minimo (o sotto). Una guerra non solo fra lavoratori italiani contro lavoratori di paesi con meno tutele che ha dato vita alle tante delocalizzazioni, ma anche all’interno del territorio nazionale fra regioni e fra generazioni. Secondo uno studio della Cgil, i Call Center  sono fra i settori i più colpiti dal conflitto intergenerazionale e si calcola in circa 7.000 le persone che potrebbero essere sostituite con altre meno costose (perché più giovani o perché residenti in regioni con più grave crisi occupazione), grazie agli incentivi di legge.

Mission aziendale: ridurre i costi. Via con le delocalizzazioni!

domenica 14 marzo 2021

15 marzo - dal blog tarantocontro: martedi 16 marzo - assemblea rappresentanti lavoratori combattivi - ore 17.30 sede Slai Cobas per il sindacato di classe via Livio Andronico 47 Taranto

 

 nell'osservanza delle misure di emergenza sanitaria contenute nei DPCM

ordine del giorno

- la repressione sui posti di lavoro e la solidarietà con i lavoratori di piacenza e prato colpiti dalla repressione - libertà per i lavoratori arrestati - massima difesa della libertà di sciopero e di manifestazione - massima difesa degli attivisti sindacali onesti e combattivi fatti segno di discriminazioni e persecuzioni anche a Taranto -

- l'emergenza sanitaria Covid a Taranto vaccini per tutti  - personale sanitario e strutture ospedaliere - inchiesta autonoma- esposti e iniziative lavoratori e personale sanitario medici

- l'emergenza ambientale alla luce delle sentenze del consiglio di stato - corte di Strasburgo - processo ambiente svenduto

- la situazione all'ArcelorMittal, nell'appalto Ilva, e nelle altre realtà a rischio posti di lavoro Natuzzi tessitura Mottola, Isola Verde , Cemitaly ecc. piattaforme operaie - lotta ad oltranza autorganizzazione sindacale

- la situazione di lavoro, salute , condizioni di lavoro diritti negli appalti comunali e delle pulizie asili nido, amiu/amat - internalizzazione, tutela del salario, fine della precarietà

all'assemblea parteciperanno rappresentanti di realtà giovanili e studentesche per affrontare l'emergenza scuola

per coloro che non possono intervenire direttamente - telefonare a 347-5301704 per collegamenti telematici

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

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