domenica 12 giugno 2022

12 giugno - LO SCIOPERO NON SI PROCESSA! MARTEDÍ 14 GIUGNO: PRESIDIO E CONFERENZA STAMPA SOTTO IL TRIBUNALE DI ALESSANDRIA!

 

Nella mattinata di Martedì 14 Giugno, nelle aule del Tribunale di Alessandria ricomincerá (da capo) il processo che vede alla sbarra più di 50 persone – tra lavoratori, operatori sindacali, attivisti del S.I. Cobas – rei, secondo il teorema della Procura, di aver partecipato a diverse giornate di sciopero che nel gennaio 2018, avevano messo in discussione il sistema di sfruttamento, di bassi salari e di appalti poco chiari presso il magazzino Mercato In’s, sito all’interno del Logicor Park di Torre Garofoli. Alla Procura di Alessandria non è evidentemente bastata la brutta figura fatta con il primo procedimento, che il giudice aveva di fatto, dopo la prima udienza filtro, dovuto annullare per l’irregolarità dell’azione penale dell’allora pubblico ministero incaricato del caso. Oggi, quasi con la bava alla bocca, la Procura – invece di rinunciare nuovamente all’azione penale, come avrebbe potuto dignitosamente fare – ritorna all’attacco, dando vita un nuovo identico procedimento, per provare a portare alla sbarra tutti i 54 lavoratori. Un accanimento giudiziario notevole verso dei lavoratori, per anni impiegati e sfruttati nei magazzini della logistica del territorio, spremuti come limoni e oggi messi ridicolmente sotto accusa, colpevoli di aver alzato la testa, di essersi organizzati sindacalmente, di aver denunciato lo sfruttamento e il malaffare dentro il Logicor Park, ma soprattutto di aver vinto quella battaglia, conquistandosi migliori salari e condizioni di lavoro! Retoricamente ci potremmo chiedere se la stessa determinazione Questura e Procura la stanno mettendo nel perseguire quelle aziende e societá titolari all’epoca dell’appalto presso il magazzino In’s e che a seguito della conquista di condizioni di lavoro dignitose erano scappate dal cantiere dalla sera alla mattina, lasciando debiti per centinaia di migliaia di euro.In realtà, non ce lo chiediamo perchè la risposta la conosciamo bene: ed è no! Non ce lo chiediamo perché sappiamo bene che le motivazioni che hanno spinto alla riapertura di un costoso ed elefantiaco procedimento, poco hanno a che fare con vuoti principi di giustizia, ma molto hanno a che fare con la necessità di andare a colpire ogni forma e resistenza di lotta, capace di mettere in discussione profitti e sfruttamento dentro fabbriche e magazzini! L’interesse di padroni e aziende di colpire un’importante esperienza di lotta che sul territorio è stato esempio per molti altri lavoratori e motore dell’allargamento del sindacato, è oggi fatta propria dall’intero sistema repressivo alessandrino che riprova a mettere in piedi l’intera operazione: processare questi 54 lavoratori per mettere sotto processo la pratica dello sciopero vero, quello senza preavviso, quello in grado di bloccare magazzini e produzione. Come lavoratori, militanti sindacali e solidali non saremo vittime sacrificali e inermi di questa ennesima operazione repressiva, che ormai da nord a sud, prova a colpire i lavoratori più combattivi e le proprie organizzazioni sindacali! Anche per questo Martedì 14 Giugno, a partire dalle 10, saremo in presidio, a testa alta, davanti al Tribunale di Alessandria, per denunciare quest’ennesimo attacco repressivo e per rivendicare la libertà di sciopero e di agibilità politica e sindacale dei lavoratori! Ancora una volta porteremo sotto quel palazzo, che ci vuole giudicare, le nostre voci, per affermare con ancora più forza che lo sciopero non si processa!Invitiamo tutte le organizzazioni sindacali e politiche di classe, lavoratori e lavoratrici combattivi/e, attivisti/e alla massima partecipazione al presidio e alla solidarietá a questi lavoratori! In occasione del presidio, convochiamo una conferenza stampa – sempre per Martedì 14 Giugno, dalle ore 10, sotto il Tribunale di Alessandria – a cui invitiamo a partecipare tutti i giornalisti e gli organismi di stampa!

S.I. Cobas Alessandria – Tortona

12 giugno - SOSTEGNO A TUTTE LE LOTTE

 

Cesena: gli schiavi della Green Economy si ribellano

sciopero dei lavoratori addetti all’igiene ambientale contro carichi di lavoro e turni massacranti, per l’indennità disagio, per l’erogazione di buoni pasto dopo le 6,30 ore di lavoro, per una maggiore sicurezza




sabato 11 giugno 2022

11 giugno - Il 10 giugno in Sicilia è finita la scuola.. conquistati alcuni reali risultati ma la lotta per diritti basilari deve continuare ... organizziamoci!


Il 10 giugno in Sicilia è finita la scuola, a Palermo all' 80 per cento gli studenti disabili hanno potuto frequentare le lezioni con la presenza degli Assistenti igienico personale specializzati grazie ad una tenace e coraggiosa lotta che abbiamo portato avanti in primis contro la Regione degli scellerati Musumeci/Scavone ma non solo, dopo quasi due anni si è rientrati al lavoro, ma una parte di studenti seppur minoritaria è rimasta senza assistenza così una parte di Assistenti non ha lavorato se non in forme di sostituzioni, ma su questo hanno giocato molto sporco anche i padroncini di alcune Coop Sociali in particolare che in nome dell' infame sistema clientelare su cui fondano per la loro natura di classe buona parte del loro operato hanno cercato di lasciare fuori in particolare i lavoratori e le lavoratrici dello Slai che hanno lottato sempre non riuscendovi se non per alcuni casi.

Ma in alcune città della Sicilia come Catania Agrigento Trapani e in altri comuni il servizio di assistenza igienico personale specializzato non è invece affatto partito penalizzando pesantemente centinaia di studenti disabili e altrettanti Assistenti. Le gravi responsabilità di questo scempio sono tutte del nero governo regionale Musumeci/Scavone ma anche di inetti arroganti rappresentanti di Città Metropolitane e Comuni senza scrupoli.

Ora è tempo di bilancio della lotta che da un lato ha ottenuto risultati concreti seppur parziali ma assolutamente non scontati nella fase in cui viviamo (la pandemia che non è affatto finita e ora anche la guerra con tutto lo scaricamento dei suoi costi sociali su lavoratori, lavoratrici, precari disoccupati, famiglie...) vedi Palermo, Piazza Armerina, Monreale e altri comuni... ma dall'altro pone già la necessità e l'urgenza di fare tesoro di quanto fatto/non fatto per riorganizzarsi per riprendere/continuare la lotta visto che per l'inizio dell'anno scolastico prossimo il parlamento siciliano/Ars col particolare sporco attivismo degli onorevoli referenti del governo Musumeci hanno tagliato di ben 4 milioni di euro i fondi per l' assistenza agli studenti disabili per il 2022/2023 nell' ultima finanziaria approvata, un nuovo attacco al diritto allo studio degli studenti e al lavoro degli Assistenti.

 

Ora però, a parte qualche rara eccezione, sono ipocritamente e vergognosamente impegnati a diversi livelli a farsi la propaganda elettorale anche sulla questione disabilità

 

A breve organizzeremo delle assemblee... contattateci per partecipare e per organizzarci

 

SLAI Cobas sc Palermo/Sicilia

 

venerdì 10 giugno 2022

10 giugno - Piemonte - la crisi scaricata dai padroni sugli operai ovunque con chiusure, trasferimenti, licenziamenti attacco ai diritti

 

Menci: lavoratori in assemblea urgente, annunciata la chiusura

CASTELNUOVO SCRIVIA – Lavoratori della Menci stamattina riuniti in assemblea convocata d’urgenza. La situazione dell’azienda è improvvisamente precipitata. Annunciata la chiusura della sede locale.

Tre dipendenti trasferiti in Messico, protesta alla Util

Delegazione sindacale in prefettura ad Asti

Le cose sono precipitate la sera di mercoledì 8 giugno alla Util di Villanova d'Asti. Tre lettere recapitate ai dipendenti. Oggetto: trasferimento in Messico. Quanto basta per scatenare la protesta alla Util di Villanova.

«La rabbia è subito montata perché potrebbe sembrare una ritorsione. Così siamo stati ricevuti in Prefettura per affrontare il problema».

CUNEO)

Flussi: i braccianti in Granda ci sono ma non possono lavorare

Senza un’occupazione e spesso senza una dimora, da oltre un mese attendono che il Viminale riattivi la piattaforma informatica che elabora i contratti per ottenere l’assunzione.

I braccianti ci sono ma non possono lavorare perché non hanno un contratto. E in attesa che la piattaforma si rimetta in moto, il comparto agricolo perde ogni giorno una parte dl suo raccolto. La frutta non aspetta i tempi biblici della burocrazia e in attesa che il Viminale riattivi la piattaforma informatica, mirtilli, pesche e susine, maturano, cadono e marciscono. Così un’annata agricola buona rischia di finire al macero”.

 nonostante la soluzione sia a portata di mano, anzi di un semplice tasto che deve essere schiacciato per riavviare il sistema informatico che gestisce i flussi, bloccato dal 22 aprile al 10 maggio ed ora in attesa che qualcuno esegua quel salvifico clik.

Questa è una buona annata - prosegue il direttore Porcu - eppure rischiamo che la frutta non raggiunga i punti vendita dove così ci saranno solo prodotti stranieri e con i prezzi alle stelle. E questo nonostante una parte dei mille e 600 flussi del Cuneese, siano già arrivati: alcune centinaia di persone sono come parcheggiate in attesa che si riattivi la piattaforma per avere un contratto che permetta loro e quindi agli imprenditori, di essere in regola”.

Una sorta di limbo che nuoce a tutto il comparto e crea un cortocircuito: i braccianti sono regolarmente in Italia ma non possono lavorare perché privi di contratto .

Le aziende “si scambiano” i pochi lavoratori disponibili ma la frutta non ritarda la maturazione in attesa che la piattaforma informatica torni ad essere operativa.

TORINO)

 Carrefour: "Sostituisce i dipendenti tagliati con le cooperative"

L'azienda dei supermercati aveva incentivato 719 esuberi: ma ora parte del lavoro viene esternalizzato

Prima si tagliano lavoratori, poi si constata che manca il personale e per sopperire si aprono le porte alle cooperative, esternalizzando alcuni servizi. Sta accadendo in questi giorni a Carrefour, la catena della grande distribuzione che ha in Piemonte uno dei poli più densi di punti vendita d'Italia, assieme alla Lombardia. Su 719 esuberi dichiarati in tutta Italia con una procedura di licenziamento collettivo, un centinaio riguardano la sola provincia di Torino, che conta 13 ipermercati e 18 Carrefour Market.

IVREA)

Comdata precisa brutalmente: chi non passa in Inps si ritenga licenziato

“Le precisiamo che la cessazione della commessa di cui al richiamato contratto farà venir meno la ragion d‘essere del Suo rapporto di lavoro con noi.”

nonostante la richiesta di alcuni lavoratori di sciopero immediato, ad oggi non sia pervenuta alcuna dichiarazione di stato di agitazione.

Con questa gelida frase Comdata precisa “per quanto superfluo” ai suoi dipendenti impegnati sulla commessa del call center Inps che con l’avvio dell’internalizzazione del servizio a dicembre 2022 gli stessi devono ritenersi licenziati. In realtà, poi, ad esempio nella sede di Ivrea, l’azienda ha mandato la lettera di “avviso” non solo ai 100 dipendenti impegnati su Inps, ma a tutti quelli che risultano aver lavorato su Inps dal 2019, non importa se oggi non sono più su quel cliente, portando a 170 le persone alle quali Comdata ha detto in pratica se non entreranno in Inps devono comunque ritenersi fuori anche da Comdata.

giovedì 9 giugno 2022

9 giugno - POSIZIONE ELEZIONI E REFERENDUM

 

12 GIUGNO

Elezioni comunali

Nesuna lista, nè della maggioranza Draghi, nè della falsa opposizione
Meloni rappresenta gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari

Referendum

Diciamo NO, anche nella forma di NO al quorum

Serve  la lotta l'organizzazione proletaria e popolare contro padroni,
Governo, partiti parlamentari, Stato del capitale


9 giugno - APPALTO ALLA PELLEGRINI, ACCIAIERIE Italia TA, accordo pilota.....

 ...da tarantocontro

Appalto Acciaierie d'Italia - Troppo dalla parte delle aziende!

Nei giorni scorsi avevamo denunciato (e stiamo andando avanti) l'accordo discriminatorio firmato alla Ditta Pellegrini da Cisl e Usb.

Ma purtroppo dalla denuncia di vari lavoratori di altre ditte viene fuori che questo tipo di accordi/svendita stanno diventando una prassi e guarda caso sono quasi sempre Cisl e Usb a firmarli. Tanto che operai iscritti all'Usb per avere un sindacato dalla loro parte - contro l'andazzo di accordi svendita dei sindacati confederali - si ritrovano, anche in ditte in cui vi è una presenza maggioritaria dell'Usb, con gli stessi accordi svendita, e anche peggiori (come appunto alla Pellegrini), e si rendono conto che nessun reale cambiamento c'è stato nella difesa intransigente dei loro interessi e anche nella gestione delle trattative . per cui prima si firma e poi i lavoratori lo sanno a cose fatte.

La giustificazione da parte dei sindacati è la condizione di difficoltà delle ditte per avere i pagamenti da Acciaierie d'Italia; ma in questo modo questi sindacati non fanno altro che accompagnare l'andazzo inaccettabile, per cui le difficoltà vengono subito scaricate sui lavoratori (dalla Peyrani, alla Sanac, dalla Ecologica alla Geapower, ecc.) non pagando per mesi gli stipendi, o facendoli lavorare per poche giornate, o mettendoli in cassintegrazione o minacciando chiusure e licenziamenti.   

COSI' LE AZIENDE, SPESSO GRANDI AZIENDE, SALVAGUARDANO I LORO PROFITTI E GLI OPERAI E OPERAIE PERDONO SEMPRE!

Occorre un'altra azione sindacale. E su questo lo Slai Cobas sc è disponibile.

TORNANDO ALL'ACCORDO ALLA PELLEGRINI

Questo accordo ha in un certo senso superato i limiti di accordi al ribasso a cui purtroppo gli operai e operaie ci sono abituati. Infatti alla Pellegrini si è stabilito un precedente molto negativo: si è resa legittima la discriminazione sull'orario di lavoro tra lavoratori e lavoratrici che svolgono lo stesso lavoro; si è messo sotto "processo" il diritto (si a per dire...) alla malattia; si è resa legittima l'aperta violazione di norme dello Statuto dei Lavoratori e contrattuali, e della privacy dei lavoratori. Si è creato un precedente pericoloso per altri accordi simili in altre ditte.

Ora delegati della USB (firmataria dell'accordo con la Cisl - mentre gli altri sindacati non l'hanno firmato), ammettono che quest'accordo è illegittimo, che è stato un errore firmarlo, che ora (e solo ora...) devono far esprimere i lavoratori e lavoratrici con assemblee. MA LA PRIMA COSA DA FARE E' RITIRARE LA FIRMA!

Questa mattina all'interno di un volantino sulla situazione generale ad Acciaierie d'Italia/Appalto, siamo tornati sulla situazione alla Pellegrini.

DAL VOLANTINO DIFFUSO ALLE DITTE APPALTO QUESTA MATTINA

L’accordo discriminatorio alla Pellegrini, un caso 

che può valere anche per altri

L’accordo sull’orario di lavoro firmato alla Pellegrini da Cisl e Usb prevede che solo a una parte minoritaria dei lavoratori part time vengono stabilizzate le 24 ore settimanali fatte nei due anni di covid; a tutti gli altri NO, tornano indietro a 20 o meno ore settimanali. Vengono esclusi chi ha superato le 48 ore di assenza nel periodo feb/dic 2021; da queste assenze vengono illegalmente escluse buona parte delle malattie, anche interventi operativi, periodi di quarantena per covid - in cui era vietato dalla normativa di uscire di casa, ecc.
Questo accordo colpisce soprattutto le donne. Per le lavoratrici solo la “maternità obbligatoria o facoltativa” non viene definita “assenza”, ma tutto il resto sì: problemi di salute per dover fare il doppio lavoro, in fabbrica e in casa, problemi familiari, con i figli, problemi di assistenza genitori (scaricati sulle donne).
Si tratta di una vera e propria discriminazione e divisione tra i lavoratori fondata su un “criterio di premialità”, una sorta di fedeltà all’azienda, alla subordinazione ai criteri di “produttività, efficienza e obiettivi”. La Pellegrini, grazie a questo lavoro ha incassato profitti, ai lavoratori si attaccano diritti.
Non solo. I sindacati stanno dicendo ai lavoratori di presentare all’azienda cartelle cliniche, cioè di permettere che sia l’azienda a decidere se quella patologia e il livello di malattia sia riconosciuta o meno nei criteri fissati dall’accordo. Violando in questo modo sia la privacy, sia lo Statuto dei lavoratori, che dice: “Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia del lavoratore. Il controllo può essere effettuato soltanto attraverso gli istituti previdenziali competenti”.

QUESTO ACCORDO DISCRIMINATORIO, 

ILLEGALE VA RITIRATO.

Slai Cobas per il sindacato di classe


9 giugno - ATTACCO AL DIRITTO DI SCIOPERO, una denuncia: Sarebbe questa la “logistica etica”? Bella schifezza

 

L’Interporto, puntando sulla 146, studia come impedire scioperi e fermi dei sindacati di base. Lo conferma l’intramontabile Alberani, paracadutato da Lepore nel management dell’hub: l’obiettivo è dire “no alle forze sociali che promuovono blocchi improvvisi e selvaggi, che hanno meno senso di responsabilità di altri”. Eccola, l’etica: decidere come le/i lavoratrici/i devono combattere lo sfruttamento.


08 Giugno 2022 - 14:01

All’Interporto di Bologna si studia una manovra appositamente pensata per arginare gli scioperi e i blocchi con cui i sindacati di base, negli ultimi anni, hanno lottato per migliorare le condizioni delle/i facchine/i: proprio queste forme radicali di lotta hanno scoperchiato le enormi sacche di sfruttamento, illegalità e mancanza di sicurezza sul lavoro che caratterizzano i magazzini della logistica e che sono andate avanti indisturbate per anni, nel silenzio della politica. In particolare, l’intento sarebbe quello di garantire le imprese del settore “fresco” che trattano prodotti deperibili. Se ne è parlato ieri alla firma con la Prefettura del nuovo protocollo di legalità per il mega-hub di Bentivoglio. L’idea, in base a quanto circolato, è quella di far ricadere anche la logistica nella legge 146, che riguarda le misure a tutela del lavoro nei settori essenziali, aggiornata nel decreto di fine 2021, che prevede ad esempio tempi più lunghi e procedure più articolate per organizzare gli scioperi. L’Interporto vorrebbe far partire l’iniziativa da Bologna, aprendola a livello nazionale con l’aiuto della Regione, direttamente all’attenzione del ministro del Lavoro, Andrea Orlando.

La conferma di tutto ciò arriva dall’intramontabile Alessandro Alberani, già segretario Cisl, poi proposto dall’ex sindaco Virginio Merola per la presidenza di Acer, ruolo in cui si è distinto come amante dei muri “anti-degrado” attorno ai caseggiati Acer e delle ruspe di salviniana memoria da sfoggiare negli sgomberi, tanto per dirne un paio. All’inizio della campagna elettorale, Alberani ha detto di volersi candidare a sindaco, poi si è ritirato e il passaggio successivo ha visto l’attuale primo cittadino Matteo Lepore paracadutarlo, con un ruolo nuovo di zecca, sulla poltrona di “direttore della logistica etica” dell’Interporto. E lui, molto eticamente, ora dichiara che l’obiettivo è dire “no alle forze sociali che promuovono blocchi improvvisi e selvaggi, che hanno meno senso di responsabilità di altri” sindacati.

Vale la pena ricordare, a questo punto, che in piena campagna elettorale fu l’allora candidato Lepore a dire di voler rendere Bologna “la prima città d’Italia a stipulare un accordo metropolitano per una logistica etica”. Perchè, disse Lepore, “La logistica oggi ha bisogno di etica, ha bisogno di imprese che insieme alle istituzioni e ai sindacati, questo è il modello emiliano, accettino di autoregolamentarsi finchè non ci sarà una legislazione nazionale degna di questo nome”. A Bologna “noi vogliamo lavorare con le imprese che investono sulla logistica perchè è un settore industriale strategico e la pandemia lo ha dimostrato”, continuava l’aspirante sindaco, “ma vogliamo investimenti buoni, non cattivi. E quali strumenti mettiamo in campo a livello istituzionale per far sì che ci siano la tutela del lavoro e buoni investimenti?”. Ecco, qualche risposta comincia ad arrivare. La “logistica etica”, a quanto pare, secondo la maggioranza che governa questa città è quella in cui manager di nomina pubblica scelgono i sindacati a cui dire “no” e immaginano provvedimenti ad hoc per contrastare le forme di lotta più determinate e, di conseguenza, più efficaci. Come se ad attuarle fossero astratte “forze sociali”, non facchine e facchini in carne ed ossa che si spezzano la schiena e rischiano la vita – sì, la vita – nella jungla degli appalti che governa i magazzini o lungo le strade buie che portano all’Interporto. Senza queste lotte, la verità su cosa si nasconde dietro la logistica bolognese non sarebbe mai venuta  a galla e i sindacati “responsabili”, quelli che piacciono ad Alberani, dormirebbero ancora della grossa.

Eccola qua, allora, la logistica etica: padroni, multinazionali, grandi piattaforme, coop spurie e caporali sentitamente ringraziano.


9 giugno - sulla questione SALARIO MINIMO. dal blog proletari comunisti

 

"Per i "working poors" d'Europa, le persone che lavorano per retribuzioni talvolta al di sotto della soglia di povertà o quelli che riescono a starci sopra per poco, è una buona notizia" (da Sole 24 Ore").

Ciò che c'è di buono è solo la notizia, appunto, il fatto che in Europa si sia cominciato a porre la questione del salario.

Noi siamo con i lavoratori che hanno salari contrattuali da sempre molto bassi (i lavoratori e lavoratrici dei contratti Multiservizi, coop sociali, ristorazione, agricoltura, ecc), che hanno visto i loro salari tagliati in questi anni e ora sempre più ridotti dal carovita, dall’aumento delle bollette, benzina, dall’inflazione, fino alla miseria, senza che nessun intervento sia fatto per difendere i salari; siamo con i lavoratori precari, tra cui tantissime donne, con orari e giornate al minimo, e periodi di non lavoro; siamo con i disoccupati, chi perde il lavoro; ecc.; siamo con tutti quei lavoratori, giovani, donne per cui il “salario minimo” porterebbe ad aumento del loro attuale misero salario orario, o ad un reddito stabile.

In questo senso serve un provvedimento generale, una legge che fissi un salario base, sotto il quale non

si può andare.

Per la UE il provvedimento del salario minimo è la loro risposta ad un aumento dell’inflazione, dei prezzi che andrà avanti; dal loro punto di vista serve per uniformare la situazione dei salari minimi in Europa; serve per frenare richieste/lotte per aumenti salariali settoriali, non controllati, in nome dell’interesse generale della classe capitalista; è in un certo senso la risposta al timore espresso giorni fa da Visco sulla “rincorsa salari-prezzi”.

Cosa succede ora con questa decisione della UE?

Per l'Italia (che è tra i 6 paesi su 27 che non hanno già una legge sul salario minimo), il giornale della Confindustria, e anche gli altri, dice subito "Nessuna conseguenza diretta per l'Italia dall'accordo politico raggiunto a livello europeo sulla direttiva sui salari minimi... "non imponiamo all'Italia il salario minimo..." - ha spiegato il commissario europeo al lavoro Nicolas Schmit".

Poi ci sono i tempi: "il testo definitivo della direttiva dovrà passare al vaglio del voto parlamentare e dei governi. Poi ci sarà tempo due anni per incorporarla nelle legislazioni nazionali...".

E, intanto, nel merito c'è ancora troppo poco: si tratta solo di indicazioni, di “consigli”, anche sull’introduzione di una sorta di “scala mobile”, in vigore già in diversi paesi.

In Italia c’è la maggioranza del governo, del parlamento che o è contraria esplicitamente, la Lega, ma anche rappresentanti del centrodestra, che rappresenta parte di quei settori padronali che danno salari bassi, o esprime forti perplessità, Draghi non è certo entusiasta, vuole continuare a dare quelle minime elemosine (come le 200 euro una tantum di luglio), ma non vuole riconoscere un aumento stabile del salario; gran parte del padronato non lo vuole, perché non vuole provvedimenti sul salario che siano di fatto alternativi alla loro richiesta di riduzione del costo del lavoro, della tassazione, contribuzione. C’è un dibattito/scontro che si trascina, tra chi (M5S in particolare) propone 9 euro lorde, come salario minimo orario, che è comunque basso rispetto ad altri paesi europei (in Germania passerà al 12 euro, in Francia è a 10 euro); e chi propone di estendere erga omnes l’applicazione dei minimi dei contratti.

Ci sono i sindacati confederali, in particolare Landini, che non sono favorevoli, perché una legge di questo genere svaluterebbe la contrattazione. Ma questo da un lato è assolutamente falso, perché i Contratti collettivi nazionali servono eccome per avere molto più del “minimo”; dall’altro è una sorta di auto-dichiarazione dei sindacati confederali che la loro contrattazione non recupera neanche una parte della perdita salariale per l’inflazione, figurarsi aumenti effettivi.

Il “salario minimo” è una necessaria rivendicazione di molti settori dei lavoratori e lavoratrici a fronte dei loro bassi salari attuali; ma non può affatto sostituire la lotta sindacale per avere “salari massimi”.


9 giugno - ASSASSINI SUL LAVORO NEL MONDO: 49 MORTI IN INCENDIO CONTAINER DEL BANGLADESH

 

Lunedì, 6 Giugno 2022 11:13

di Redazione

Mille container sono bruciati in un enorme incendio nel terminal BM Container, a 40 chilometri dalla città di Chittagong, che è uno dei principali porti del Bangladesh. I Vigili del Fuoco, aiutati dall’Esercito, hanno impiegato 25 ore per domare le fiamme (senza però spegnerle completamente) e dodici pompieri rientrano nelle 49 vittime causate dall’incidente.

Si stima che siano andate in cenere merci per circa cento milioni di dollari. L’incendio è scaturito da un’esplosione di un container carico di sostanze chimiche, avvenuta il 4 giugno 2022 e si è diffuso a causa di decine di contenitori carichi di perossido d’idrogeno. Per evitare che l’acqua usata dai pompieri e contaminata da sostanze chimiche tracimasse nelle acque del Golfo del Bengala, è stata anche costruita una diga nell’area del terminal.

Oltre ai 49 morti, si registrano oltre duecento persone ricoverate in ospedale per ustioni, alcune delle quali sono in condizioni molto gravi. Secondo la Bangladesh Inland Container Depot Association, il terminal ospitava circa 1300 container carichi, di cui 800 in esportazione (anche per l’Europa) e 500 in importazione. Nell’impianto lavorano circa seicento persone.

Recentemente, la International Labour Organization ha denunciato la scarsa attenzione verso la sicurezza per le infrastrutture e le industrie del Bangladesh, che è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento grazie al basso costo della sua manodopera. Negli ultimi anni sono avvenuti nelle fabbriche incendi che hanno causato decine di morti. L’impresa che gestisce il terminal ha comunicato che i parenti di ogni vittima di questo incidente saranno risarciti con l’equivalente di 10.190 euro.

In Bangladesh operano diciannove terminal container interni, che gestiscono quasi tutte le esportazioni e 38 tipologie di merci in importazione nel Paese. Tra queste ultime ci sono numerosi prodotti alimentari. Questi impianti servono soprattutto il porto di Chattogram e permettono il rapido sdoganamento delle spedizioni in ingresso. Hanno complessivamente una capacità di 76.255 teu, a fronte dei 49.018 teu del porto.


BONOMI E BERETTA, LE MENZOGNE DEI PADRONI SI INFRANGONO NELLA REALTÀ DELLA FABBRICA. PRECARIETÀ E APPALTI PER SMANTELLARE I 9 EURO ANCHE DOVE GIÀ CI SONO. QUESTI I CONTRATTI PIRATA DA SRADICARE DALLE FABBRICHE

 

 Bonomi cerca attenzione con sparate ad effetto, ma la realtà della fabbrica è più forte dei media ossequiosi.

Salario minimo, Bonomi: «Non è un tema di Confindustria, i nostri contratti sopra i 9 euro l’ora»

Bonomi tace tutti i sistemi che i padroni di Confindustria utilizzano per violare questo presunto limite. Agenzie di somministrazione e contratti di appalto, per fabbriche senza operai diretti ad esempio, ma con li moderno caporalato della intermediazione di manodopera.

BERETTA È UN ESEMPIO DA MANUALE, È UNA REALTÀ DI LOTTA OPERAIA DA ALLARGARE ORA NEGLI APPALTI DI FABBRICA. I PADRONI SONO RIUSCITI CON IL RICATTO DEL CAMBIO APPALTO E CON LA SPONDA CONFEDERALE, AD IMPORRE CONDIZIONI CRITICHE OCCUPAZIONALI. DA QUI SI RIPARTE, CONTINUANDO LA LOTTA IN TUTTE LE FORME POSSIBILI, IN FABBRICA E CON UNA CAMPAGNA DI SOSTEGNO, CON LA SOLIDARIETÀ E L’UNITÀ TRA LE LOTTE.

BERETTA

La rapina sul salario

la truffa degli appalti

un reparto, lo stesso lavoro con tre paghe diverse

Torniamo sul caso della Beretta, multinazionale dei salumi, dove la lotta è aperta per un lavoro stabile in fabbrica, e contro un salario da fame dimezzato dall’uso proditorio del CCNL MULTISERVIZI.

Nel reparto in appalto, lavorano per Beretta un centinaio di operaie, tutte a svolgere la medesima mansione, ma con tre contratti diversi, diretti, somministrati, appalto, retribuite secondo il CCNL Alimentari, con riduzioni nel caso dell’agenzia e con il Multiservizi per l’appalto.

Questa condizione di lavoro, molto diffusa nelle fabbriche e sviluppata all’ombra degli accordi e della complicità confederale, smentisce Bonomi, dato che Confindustria nelle fabbriche, ha operai con contratti da mille euro al mese ben al di sotto dei 9 euro l’ora, come alla Beretta che sfrutta il lavoro operaio nello stesso reparto, pagandolo in tre modi diversi.

Va sfatata l’immagine familiare dei grandi marchi che nei supermercati per vendere, ammiccano ai valori tradizionali della famiglia, quando le famiglie, a partire dalle madri/operaie, le attaccano tutti i giorni con un lavoro precario, duro veloce e usurante, per un salario sotto il livello di sussistenza.

È una condizione da combattere, per recuperare il salario già sottratto grazie agli appalti, e come parte della generale e urgente mobilitazione per il salario.

mercoledì 8 giugno 2022

8 giugno - “APPALTO ex ILVA, ACCORDO ANTISINDACALE”

 

https://www.corriereditaranto.it/2022/06/07/appalto-ex-ilva-accordo-antisindacale/

 

Lo Slai Cobas contesta l'intesa con l'azienda Pellegrini sottoscritto da Usb e Cisl

Redazione

pubblicato il 07 Giugno 2022, 19:07 

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe, presente nell’appalto Acciaierie d’Italia, interviene in merito all’accordo sottoscritto il 23 marzo tra l’azienda Pellegrini Spa e le organizzazioni sindacali Fim Cisl ed Usb.

Nella denuncia dello Slai Cobas si legge che “tale accordo prevede che solo per una parte dei lavoratori part time venga confermato il rapporto di lavoro a tempo indeterminato e le 24 ore settimanali; per tutti gli altri no. Tutti gli operai e le operaie in questi quasi tre anni di pandemia hanno ugualmente lavorato intensamente, anche a rischio di prendersi il covid. Pertanto, escludere vari lavoratori e lavoratrici sulla base di un arbitrario tetto massimo di assenze è una oggettiva discriminazione e divisione tra i lavoratori e lavoratrici“.

“Questo accordo – prosegue lo Slai Cobas – invece che riconoscere a tutti gli stessi criteri, stabiliti tra l’altro da leggi e normative contrattuali, “punisce” lavoratori e lavoratrici che, non certo per loro “colpa“, sono stati in malattia o hanno dovuto per motivi familiari assentarsi. Questo accordo colpisce soprattutto le donne. Per le lavoratrici solo la “maternità obbligatoria o facoltativa” non viene definita “assenza”, ma tutto il resto sì: problemi di salute che le lavoratrici hanno per dover fare il doppio lavoro, in fabbrica e in casa, problemi familiari, con i figli, problemi di assistenza anziani (che vengono scaricati,come si sa, sempre sulle donne), ricoveri ospedalieri, fino anche ad assenze imposte dalla legge per quarantena covid sia propria che di familiari”.

“Si fa presente, inoltre, che questa parte dell’accordo viola anche norme dello Statuto dei Lavoratori – proseguono dallo Slai Cobas -. Infatti, nella sua applicazione si sta aggiungendo un altro sopruso. Si costringe di fatto i lavoratori che non rientrano nella stabilizzazione a presentare all’azienda cartelle cliniche, certificazione medica attestante il motivo della loro infermità; ma codesta azienda sa benissimo che non è un’azienda che può decidere se quella patologia e il livello di malattia sia riconosciuta o meno nei criteri fissati dall’accordo, violando in questo modo sia la privacy di donne e uomini, sia la normativa sanitaria che impedisce che l’azienda sia “giudice” della patologia del lavoratore”.

“Riportiamo a questo proposito due articoli dello Statuto dei LavoratoriART. 5. – Accertamenti sanitari. Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente. Il controllo delle assenze per infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, i quali sono tenuti a compierlo quando il datore di lavoro lo richieda. Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico. ART. 6. – Visite personali di controllo. ART. 16. – Trattamenti economici collettivi discriminatori. È vietata la concessione di trattamenti economici di maggior favore aventi carattere discriminatorio. Per tutto quanto sopra evidenziato, chiediamo che l’accordo del 23 marzo vada rettificato e quindi vada riconosciuto per tutte le lavoratrici e lavoratori la stabilizzazione dell’aumento dell’orario di lavoro. In caso contrario faremo ricorso” concludono dallo Slai Cobas per il sindacato di classe.


8 giugno - MORIRE DI FATICA NEL MONDO A MISURA DI PROFITTO

 

di Vito Totire (*)

Appena conclusa l’assemblea di fondazione della «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO» (**) tutti i temi al centro vengono riproposti da fonti attendibili che confermano la necessità di continuare a lavorare politicamente anche in un’ottica europea – e planetaria – affrontando la contraddizione capitale-lavoro.

In concreto ci dobbiamo porre la necessità e l’urgenza di allargare da subito – almeno con i primi contatti – la rete oltre l’ambito italiano. La nostra ultima fonte di riferimento è la rivista Internazionale (1462 pubblicato il 27 maggio, proprio il giorno dopo la nostra assemblea fondativa). Il settimanale Internazionale cita Der Spiegel che a sua volta riporta dati Oms-Ilo (cioè dell’Organizzazione mondiale della samità e dell’Ufficio internazionale del lavoro) pubblicati nel 2021 ma relativi al periodo precedente la pandemia. Secondo questi dati nel mondo ogni anno morivano 745.000 persone «a causa del troppo lavoro»; un numero superiore a quello causato da “incidenti” e uso di sostanze nocive. Uno degli autori dello studio dell’OMS Frank Pega, citando a sua volta studii dell’Università di Harvard spiega che a causa della pandemia i tempi di lavoro si sono allungati almeno del 10%. In Germania nel 2020 ci sono state 1.7 miliardi di ore di straordinario non retribuite mentre le assenze per problemi psicologici si sono raddoppiate.«Tutto lavoro – conclude Der Spiegel – che è toccato sbrigare a chi è rimasto».

Non è un caso se nei mesi passati abbiamo proposto – in analogia con l’amianto – che i due anni di lavoro con il covid siano riconosciuti come tre anni dal punto di vista pensionistico, appunto per il sovraccarico psicofisico lavorativo. La proposta ha riscosso interesse e condivisione anche se non ha avuto, al momento, “le gambe su cui marciare”. Certo è più facile (e spesso ipocrita) dedicare lapidi, cippi e concerti alle vittime del covid che riconoscere i veri danni subiti.

I dati che abbiamo visto sopra sono certamente frammentari ma importanti perché confermano valutazioni di fondo che abbiamo messo al centro della nostra assemblea fondativa e in particolare: la drammatica e colpevole sottostima del vero impatto sanitario, fisico e psicosociale dell’organizzazione capitalistica del lavoro sulla speranza di vita e di salute dei lavoratori (di conseguenza anche dei loro familiari anche se i dati relativi restano molto aleatori e ancor più fortemente sottostimati). I dati portati da Der Spiegel sono aggiornati ma niente affatto nuovi: confermano quanto già noto dall’epoca della pubblicazione della «Guida europea per la prevenzione del distress lavorativo» (1999) secondo cui le conseguenze negative del distress sono dello stesso ordine di grandezza degli eventi “infortunistici” e delle malattie professionali. Con la differenza – lo diceva già nel 1999 la «Guida» citata – che gli effetti del distress sfuggono quasi sempre alla possibilità di essere riconosciuti e indennizzati (cioè ancora di più e quasi nella totalità dei casi rispetto ai risicati risarcimenti per “infortuni” e malattie professionali). Una situazione – scrive sempre la «Guida» citata – che configura un quadro di «privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite». I fatti dunque confermano la fondatezza della proposta politica della RETE NAZIONALE LAVORO SICURO: occorre costruire una società non più di schiavi ma di persone libere da nocività e costrittività lavorative.

(*) Vito Totire è portavoce della «Rete europea per l’ecologia sociale»

(**) cfr Nasce la «Rete nazionale lavoro sicuro»…

La foto riguarda Reuf Islami, un morto sul lavoro (nero) che il Comune di Bologna non vuole ricordare; è meglio rimuovere la memoria o invece rimuovere il ceto politico che soffre di amnesia selettiva?

 


8 giugno - MORTI SUL LAVORO: ALCUNI DATI INAIL.....

.....da

 Centro iniziativa popolare “Tagarelli

Escono i numeri degli infortuni e dei morti di lavoro, spaventosi come sempre, contabilizzati dall’INAIL: nei primi 4 mesi di quest’anno 47 vittime, uno ogni 72 ore, solo in Lombardia.

L’ultima sabato scorso, un lavoratore deceduto a Rho, durante l’allestimento dei padiglioni per la Fiera del Mobile, visitati da migliaia di persone probabilmente ignare di quanto appena successo.

In generale un aumento del 54% rispetto al 2021.

In Italia le vittime, nel primo bimestre 2022, sono state 114, il 10% in più rispetto all’anno scorso.

Non va meglio per gli infortuni (quelli denunciati): secondo l’INAIL in Lombardia sono 49.531 le denunce, con un incremento del 32,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

A livello nazionale, tra gennaio e febbraio, le denunce sono state 121.994, con un incremento del 50% rispetto al bimestre del 2021.

Una spaventosa normalità, tranne quando le morti avvengono in gruppo e allora conquistano per due o tre giorni l’attenzione di media e politici, che in questi giorni si stanno accapigliando sulla direttiva dell’Unione Europea sul salario minimo che la UE chiede a tutti i paesi di adottare (l’Italia è uno dei 4 paesi dell’Unione che non ha questo istituto): l’ipotesi più gettonata nel nostro paese è quella di 9 euro lordi all’ora, anche se Confindustria, per bocca del solito Bonomi del quale è quasi impossibile capire il reddito, la vuole solo per i lavoratori “fragili” (quelli che hanno patologie preesistenti certificate dalle autorità sanitarie, definizione che risale ad decreto dello scorso agosto in materia di Covid 19).

Domanda: quando avremo la “sicurezza” – e il “diritto umano” – di non morire più sul posto di lavoro?

MAI, perché finchè l’unico vero diritto riconosciuto sarà quello dei padroni a fare profitti, continueremo a morire ogni giorno.

Perché morire sul lavoro non è questione di “cultura” (i lavoratori non avrebbero la cultura della sicurezza come ormai, sindacati collaborazionisti compresi, affermano industriali, professori universitari e fuffa varia) ma di aumento dello sfruttamento, con ritmi e condizioni di lavoro sempre più bestiali e selvagge.

Oggi, come ieri del resto, nessuno rappresenta gli operai e i lavoratori: se non ci auto-organizziamo per difendere la nostra vita e la nostra salute continueremo ad ammalarci e a morire per il profitto di pochi, che guadagnano miliardi sulla nostra pelle e sul nostro sangue e si permettono anche di affermare che 9 euro lordi all’ora sono troppi.

Ecco quanto valgono le nostre vite per i padroni.

Basta lacrime e chiacchiere vuote, ci servono organizzazione e lotta.

Ricordando che “a condizioni di morte non si lavora”.

8 giugno

martedì 7 giugno 2022

7 giugno - NUOVA ASSEMBLEA TELEMATICA DONNE/LAVORATRICI 9 GIUGNO

 


7 giugno - Acciaierie d'Italia/appalto - IL PUNTO DELLA SITUAZIONE -- volantino diffuso questa mattina alle portinerie dallo Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

 


7 giugno - I SOLDI PER I DISOCCUPATI...NIENTE! PER LE BASI E SPESE MILITARI...SUBITO!

 da

Movimento di Lotta - Disoccupati "7 Novembre"
Si trovano in poco tempo i 190 milioni di euro dal Fondo di Coesione Sociale per finanziare una nuova base militare in provincia di Pisa (Coltano), uno dei fondi dai quali il Governo, il Ministero del Lavoro, insieme agli enti locali, potrebbe individuare le risorse da affiancare alle misure per la formazione ed il lavoro ai disoccupati organizzati che rivendicano salario e progetti per il lavoro socialmente necessario. Ma per i disoccupati bisogna aspettare anni ed ancora tavoli, per gli interessi degli imperialisti e capitalisti basta un minuto per sbloccare le risorse necessarie.

Mentre si costruiscono basi militari, ai disoccupati solo chiacchiere, continui rinvii rispetto le soluzioni concrete per le loro vertenze e repressione (anche questo mese avremo diversi processi ed udienze in tribunale per diverse iniziative di lotta).

Addirittura le misure in atto (come i G.O.L. i 124 milioni di euro alle Regioni dal Ministero per la formazione) sono tutte concepite per garantire i profitti delle aziende e l'incrocio tra domanda ed offerta privata tramite Agenzie Interinali.

Combattere per la nostra vertenza significa per questo necessariamente combattere contro queste politiche di sfruttamento e di guerra, quindi significa anche opporsi alle sue ricadute sociali: dopo 2 anni di gestione caotica e criminale della pandemia il governo Draghi aumenta la spesa militare fino al 2% del Pil, togliendo così risorse a lavoro, sanità, scuola, trasporti; mentre le fasce più deboli della popolazione continuano a subire gli effetti della crisi in termini di carovita, aumento del costo dei beni di prima necessità, aumento della precarietà e dello sfruttamento, e peggioramento delle condizioni di vita.

La lotta per la vertenza, per la nostra vertenza, per risposte concrete e immediate per il lavoro sono legate a doppio fino alla necessità di una mobilitazione su scala generale che sia in grado di recuperare la forza necessaria per opporsi alle politiche di sfruttamento, miseria, lutto dei nostri governi.

Per questo lavoriamo insieme ad una grande mobilitazione in città che sia in grado di dare prospettiva generale alla nostra lotta e che unisca le rivendicazioni ed i bisogni immediati alla lotta contro questo sistema di sfruttamento.

#Napoli #7nov #Lavoro
#Coltano #Strike #War


lunedì 6 giugno 2022

6 giugno - NASCE LA "RETE NAZIONALE LAVORO SICURO"

 

a conclusione dell’incontro tenutosi a Modena il 26 maggio (*)

Fermare la strage:

solo in Italia si registrano 1400 morti all’anno da eventi acuti, il doppio da malattie professionali (solo le morti asbesto-correlate sono stimate nell’ordine di 6000) e ben oltre mezzo milione di eventi acuti non mortali.

Arrivare il giorno prima !

A fronte delle ricorrenti stragi sul lavoro e della inquietante espansione di forme di schiavismo e di costrittività, in Italia e nel mondo (ultima strage collettiva in una miniera – a capitale canadese – in Burkina Faso) a conclusione del primo incontro pubblico tenutosi a Modena il 26 maggio 2022 su impulso e proposta del nucleo storico dei macchinisti delle ferrovie, è nata la “Rete nazionale lavoro sicuro”.

La proposta politica di lavoro è semplice ed è risultata unanimemente condivisa dai partecipanti convenuti da tutta Italia.

  • La situazione attuale: esiste una drammatica e iniqua disparità fra cittadini e lavoratori rispetto alla speranza di vita e di salute.

  • Questa situazione è causata da: esposizioni a rischi lavorativi e ambientali inaccettabili e dalle successive difficoltà, differenziate per reddito e accesso alle informazioni, a riguardo della prevenzione secondaria e terziaria (diagnosi precoce e accesso alle cure).

  • L’obiettivo primario della Rete consiste nel contribuire ad abbattere gli ostacoli che impediscono di garantire la stessa speranza di vita e di salute a tutti gli esseri viventi sul pianeta cominciando dalla eliminazione dei rischi alla fonte (prevenzione primaria); lo slogan “prevenire è meglio che curare” rimane assolutamente valido e attuale: indica la strada maestra negli ambienti di lavoro e di vita… e anche nelle acque del Mediterraneo.

  • La strategia della «Rete nazionale lavoro sicuro» ha il semplice obiettivo di “arrivare il giorno prima” rispetto agli eventi che pregiudicano la salute, pur senza trascurare – in caso di insuccesso della strategia della prevenzione – di perseguire l’obiettivo del risarcimento dei danni subìti (anche se i risarcimenti del “giorno dopo” non potranno mai ripagare le tragedie o i danni fisici e morali).

  • La «Rete nazionale lavoro sicuro» mira alla prevenzione primaria ma anche alla critica sia del modo che dell’oggetto della produzione con la necessità quindi di mettere in discussione la proliferazione di merci nocive (dai prodotti inquinanti alle armi senza le quali le guerre diventano impraticabili); in questo quadro i lavoratori ( di ottimo auspicio e ben significativa la presenza dei lavoratori della GKN al convegno di Modena) possono e devono essere il fulcro di un rinnovato movimento capace di fermare il rischio di devastazione e distruzione del pianeta a cui il modo di produzione capitalistico (nelle sue varie forme) sta conducendo.

  • Sempre l’intervento dei lavoratori GKN ha centrato un altro obiettivo fondamentale che la Rete si prefigge: la critica radicale ai DDVVRR. Cioè i documenti di valutazione rischio, del padrone. A monte di ogni danno alla salute dei lavoratori non c’è mai la “sfortuna” ma piuttosto un DVR lacunoso o se ben fatto (accade raramente) “rimasto nel cassetto”.

  • Il raggiungimento degli obiettivi sarà possibile con un’alleanza fra lavoratori e tecnici fondata su cooperazione e sinergia, gestita con la valorizzazione della soggettività dei lavoratori e dei cittadini, della non delega (ai tecnici e alle istituzioni) e della validazione consensuale.

  • La RETE pone fra i punti centrali dalla sua azione futura l’esautoramento totale dell’Inail in materia di valutazione della eziologia professionale delle malattie con la sostituzione dell’attuale sistema assicurativo/padronale con un sistema di vigilanza ispettiva con conseguenti azioni sanzionatorie nei confronti dei datori di lavoro inadempienti.

  • La RETE ispira la sua azione alla convinzione che misure tecniche e giuridiche, vigilanza, ispezioni e sanzioni siano auspicabili, utili e necessarie per fermare la strage di lavoratori e di cittadini (vittime ambientali) ma che l’elemento decisivo sia un mutamento dei rapporti di forza fra capitale e lavoratori a favore di questi ultimi.

  • La RETE individua come protagonisti del movimento oltre che i lavoratori, i giovani che con la loro condotta (quitting, great resignation, movimento cinese degli sdraiati) stanno mostrando estraneità e opposizione nei confronti del lavoro alienante e schiavistico; ma protagonisti potranno essere anche tutti i cittadini e i tecnici “onesti” senza conflitti di interesse che, pur non facendo riferimento alla cultura operaista, sono consapevoli dell’imminenza di una catastrofe ambientale planetaria che si può ancora scongiurare.

  • La Rete nomina un direttivo pro-tempore che si incaricherà di programmare le prossime azioni e iniziative nel campo della informazione-formazione-difesa sindacale e legale, inclusa una nuova iniziativa pubblica “centralizzata” nel settembre 2022.

  • Le adesioni, su base personale o di gruppi/associazioni, sono aperte.

La segreteria provvisoria:

Ezio Gallori 338.6058383;

Savio Galvani 335.7657444;

Vito Totire 333.4147329;

(*) vedi Organizzarsi contro la strage sul lavoro


sabato 4 giugno 2022

4 giugno - UN LAVORO ORGANIZZATO PER UCCIDERE. un contributo utile per la battaglia contro gli omicidi sul lavoro

 

di Umberto Franchi (*)



PERCHE’ LE MORTI ED 

INFORTUNI SUL 

LAVORO AUMENTANO ?

RISPOSTA: PERCHE’ 

SONO PROGRAMMATI DAL SISTEMA 

PRODUTTIVO

L’ultimo morto di lavoro – scrivo il 24 maggio– si chiamava Alessandro Zabeo ed era un portuale precario interinale di 34 anni, caduto da un’altezza di oltre tre metri all’interno di una nave  container ormeggiata a Porto Marghera. Secondo i dati INAIL nei primi tre mesi del 2022 gli infortuni sul lavoro sono saliti del 46,6% passando dai 109.662 casi dei primi tre mesi del 2021 ai 160.813 nei primi tre mesi 2022. E sempre nei primi tre mesi del 2022 i morti sul lavoro sono stati 189 con un incremento del 4% rispetto al primi tre mesi del 2021. Gli omicidi nei luoghi di lavoro avvengono per schiacciamento, cadute, decapitazione e stritolazione nei macchinari, affogamenti, congelamenti… Ogni anno i morti sul lavoro continuano ad aumentare. Nel 2021 se ne contano 1.400 circa: 100 in più rispetto al 2020. Non sono “incidenti” ma morti programmati da una organizzazione capitalista del lavoro che ha messo al centro il risparmio di tutti i costi compresi quelli della prevenzione, formazione, informazione, addestramento … per fare più profitti. Questa regola perversa colpisce anche gli studenti in «Alternanza Scuola Lavoro». La legge 107 del 2015 chiamata «Buona Scuola» ha già fatto morire due ragazzi di 18 anni e un altro è in prognosi riservata. E’ soltanto una forma di sfruttamento di ragazzi/e che con la scusa della formazione vengono fatti lavorare gratuitamente e qualche volta ci lasciano la vita. Ai morti sul lavoro vanno aggiunti quelli che muoiono per le malattie professionali, per patologie dovute alle esposizioni di sostanze tossiche presenti sul lavoro di varia natura. E se poi si aggiungono le morti differite per infortunio e quelle non denunciate (lavoro in nero) ogni anno si supera 3000. Quello che avviene nelle fabbriche  rappresenta molto bene lo scontro in atto fra capitale e lavoro e tutta la debolezza del sindacato, delle RLS, dei lavoratori !

QUALE SONO LE VERE CAUSE DELLE MORTI SUL LAVORO? CHI SONO I VERI ASSASSINI ?

Questa grande tragedia di cui non si vede la fine non dipende dal destino cinico e baro ma da un tipo di sviluppo economico ed organizzativo che mette in conto oltre 3 morti al giorno: è il frutto di precise scelte e responsabilità sia imprenditoriali che governative, perpetuate da oltre 30 anni. Gli aspetti fondamentali della causa di questi omicidi di lavoro sono:

  • la maggioranza dei datori di lavoro (anche se non tutti) pensano che la prevenzione e sicurezza sul lavoro sia un costo da ridurre al minimo… quindi la valutazione dei rischi, come previsto dalla normativa “Testo Unico Sulla Sicurezza”, resta sulla carta, in termini burocratici senza interventi tesi a prevenire gli incidenti;

  • si cerca di ridurre tutti i costi del lavoro, senza investimenti di prevenzione sugli impianti; spesso per incrementare la produzione si tolgono anche i dispositivi di sicurezza esistenti;

  • si incrementano carichi e ritmi di lavoro, crescono le ore di straordinario per non assumere nuovo personale, con affaticamento e maggiore stress;

  • non c’è formazione, informazione e addestramento dei lavoratori, soprattutto nelle piccole imprese: niente prevenzione sui macchinari e nemmeno i Dispositivi di Sicurezza Individuale, tanto che dai controlli emerge che l’80% delle aziende non sono in regola.

Ma la rincorsa alla riduzione dei costi sul lavoro (con la riduzione della sicurezza e l’aumento dei morti sul lavoro) dipende anche dalla legislazione perversa fatta dai governi di centrodestra e centrosinistra negli ultimi 30 anni con:

giovedì 2 giugno 2022

2 GIUGNO: L’ITALIA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO DEI PROLETARI -SFRUTTATO MALPAGATO E NOCIVO DA MORIRCI

 


I dati inps  per la provincia di Bergamo relativi alle retribuzioni medie annue ci dicono che sono diminuite del 4.08% quelle degli operai, quelle degli impiegati dell'1,68%, quelle degli apprendisti del 10,32%, quelle dei quadri sono aumentate del 4,7%, dei dirigenti del 6%.

PER GLI OPERAI IMMIGRATI MENO 7500 euro l'anno!

A volte anche i media borghesi riflettono nei titoli dei loro giornali la condizione di sfruttamento della classe operaia. Segno che la situazione è veramente grave. Ma per loro finisce li e restano cantori e servitori del potere economico e politico responsabile di questo Stato di sfruttamento.

E' ai lavoratori, alle organizzazioni dei lavoratori, che spetta il compito di lottare contro le condizioni di lavoro e contrattuali quotidiane, che causano infortuni, malattie professionali, morti e miseria.

I dati che pur in questi giorni rimbalzano tra le prime pagine e i GR, non