Elenco blog personale

sabato 12 agosto 2017

12 agosto - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 11/08/17



Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus
---------------------
INDICE
SlaiCobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
LOGISTICA KAMILA BERGAMO: CONTINUA LA LOTTA E LA SOLIDARIETA’
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
SPALLANZANI: VERGOGNOSO ATTACCO ALLA LIBERTA’ DI PAROLA E ALL’ATTIVITA’ SINDACALE
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
FCA, LA PRODUZIONE CONTINUA NONOSTANTE L’INCENDIO
Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
REPORT MORTI SUL LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO AL 31 LUGLIO 2017
Ancora in marcia!!! redazione@ancorainmarcia.it

P.CARC. Sezione di Massa carcsezionemassa@gmail.com
PRESIDIO AL TRIBUNALE DI MASSA
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
UNA CRITICA MARXISTA DEL “REDDITO MINIMO GARANTITO”
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
LAVORATORI AUTOCONVOCATI DI TUTTO IL PAESE... UNITEVI!!
USB Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
I PROBLEMI DELLA SICUREZZA SONO FRUTTO DEL PROFITTO
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
STRAGE DI VIAREGGIO: DOPO OLTRE OTTO ANNI, ECCO LA SENTENZA
USB Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
SICUREZZA DEI LAVORATORI IN SANITA’: UN MALFUNZIONAMENTO CREATO AD HOC
---------------------
From: P.CARC. Sezione di Massa carcsezionemassa@gmail.com
To:
Sent: Monday, July 17, 2017 11:28 AM
Subject: PRESIDIO AL TRIBUNALE DI MASSA
SOSTENIAMO CHI HA LOTTATO CONTRO IL JOBS ACT!
Il 20 luglio, presso il Tribunale di Massa, si è tenuta la seconda udienza del processo contro il compagno Marco Lenzoni accusato di aver promosso, il 2 dicembre del 2014, un corteo non autorizzato partito dal Comune di Massa e diretto alla sede del PD, nell’ambito di una mobilitazione contro l’approvazione del Jobs Act che era in discussione in Parlamento.
Il Jobs Act, che è poi è stato approvato, è (come tutti ben sappiamo) un grave attacco ai diritti dei lavoratori e non fa altro che aumentare precarietà e sfruttamento.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Basta guardare nel nostro territorio: disoccupazione al pari delle zone più povere del sud Italia e lavori sempre più precari.
Marco verrà processato per aver violato l’articolo 18 del Decreto Regio fascista del 1931. Ecco a quali articoli si appella l’attuale classe dirigente per impedire le contestazioni alle sue manovre antipopolari e criminali! Una legge del regime fascista ancora in vigore nel nostro Paese.
Questo è l’articolo 18 che piace ai padroni! Mentre hanno fatto di tutto per distruggere e svuotare di ogni significato un altro articolo 18: quello dello Statuto dei lavoratori.
Questo è il solco netto che divide le masse popolari dai padroni, affaristi e capitalisti: non è vero che siamo sulla stessa barca!
Oggi chi vuole stare dalla parte delle masse popolari deve lottare per l’applicazione delle parti progressiste contenute nella Costituzione, proprio quelle parti che, guarda caso, dal dopoguerra ad oggi sono state sistematicamente disattese. Basta un esempio, quello dell’articolo 4 che dice: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
A qualcuno risulta che lo Stato garantisca, anche solo minimamente, il lavoro ad ognuno di noi? Eppure i primi dodici articoli della Costituzione sono chiamati “Principi fondamentali” e dovrebbero essere applicati prima degli altri!
Dobbiamo organizzarci e applicare dal basso le parti progressiste della Costituzione come ha fatto Marco e tutti coloro che si sono mobilitati contro l’approvazione del Jobs Act, che colpiva lo Statuto dei lavoratori. Dobbiamo organizzarci e rendere inapplicabili le norme antipopolari e apertamente anti-costituzionali che vengono messe in campo solo nell’ottica del profitto, come ha fatto proprio Marco Lenzoni (infermiere dell’ASL) nel 2013: quando ha effettuato il prelievo ad una ragazza di Montignoso, anche se non aveva la possibilità di pagare immediatamente il ticket sanitario, rischiando addirittura un provvedimento disciplinare da parte della direzione della ASL.
Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
Sezione di Massa “Aldo Salvetti” presso Spazio Popolare di via San Giuseppe Vecchio, 98
cellulare: 320 29 77 465
Profilo Facebook: Aldo Salvetti (Carc Massa)
Pagina Facebook: Sezione Massa P.CARC
---------------------
From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 17, 2017 11:37 AM
Subject: UNA CRITICA MARXISTA DEL “REDDITO MINIMO GARANTITO”
di Marco Paciotti
15/07/17
Di fronte alla crescente disoccupazione le forze politiche “progressiste” non riescono a proporre altro che il “reddito d’inclusione”. Perché questa parola d’ordine non è compatibile con un “Programma Minimo” comunista.
Il presente articolo trae spunto dal materiale didattico (lucidi) preparato da Domenico Laise, docente dell’Università La Sapienza di Roma, e presentato a un seminario “Sull’attualità del pensiero economico di Marx”, tenuto presso l’Università Popolare Antonio Gramsci, nell’anno accademico 2016-2017. Si desidera ringraziare il professor Laise per i commenti alla prima stesura del presente articolo.
Negli ultimi decenni il dibattito sui temi economici è stato sistematicamente inquinato dall’utilizzo di vari miti e credenze pseudo-scientifiche spacciati per dati acquisibili attraverso la scienza economica. I principali argomenti sfruttati in maniera strumentale per sviare l’opinione pubblica sono la “Fine del Lavoro” umano, per cui viene indicato come responsabile l’incessante sviluppo tecnologico, e la “Decrescita Felice”, secondo cui sarebbe possibile realizzare un sistema capitalistico migliore, ovvero in grado di permettere una maggiore tutela dell’ambiente.
La critica di questi miti, portata avanti dal nostro giornale sulla base dell’analisi economica di Marx, permette di spiegare l’importanza dell’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, come principale rivendicazione di un “Programma Minimo Comunista” in una fase non rivoluzionaria. In questa fase tale misura è l’unica in grado di fornire una risposta praticabile alle contraddizioni intrinseche al sistema capitalista, dato che i padroni, di fronte all’aumento della composizione organica del capitale, che a sua volta determina la caduta tendenziale del saggio di profitto, fanno di tutto per allungare la giornata lavorativa, spremendo al massimo i lavoratori occupati. Processo, questo, accompagnato dall’aumento della disoccupazione, imputabile all’utilizzo capitalistico della tecnologia robotica.
Naturalmente, in una fase di profonda crisi della soggettività comunista, che in Italia è al suo apice, sui mezzi dell’informazione mainstream tale proposta risulta pressappoco assente. Le forze politiche sedicenti progressiste, di converso, di fronte all’approfondimento della crisi, dovuto all’implementazione senza freni di politiche economiche irrazionali, non riescono a proporre altro rimedio che il “Reddito Minimo Universale”, o “Reddito di inclusione”, nella sua versione più recente, passata al vaglio del governo Gentiloni.
L’idea sottesa al “Reddito Minimo” è il prodotto di un errato presupposto ideologico, quello secondo cui è possibile modificare la distribuzione del reddito lasciando allo stesso tempo inalterato il modo di produzione. Dall’altro lato esso risponde a una strategia di redistribuzione in riposta alla cosiddetta “disoccupazione tecnologica”. Gli economisti borghesi, che ritengono tale disoccupazione un fatto naturale dovuto al “progresso tecnico esogeno”, hanno spesso proposto di redistribuire il reddito. Le strategie redistributive sono essenzialmente di due tipi: una redistribuzione del reddito tra le diverse classi sociali, oppure una redistribuzione di reddito tra gli individui di una stessa classe.
La prima forma è stata sempre sostenuta dai socialdemocratici riformisti, i quali, di fronte alla constatazione che la classe dei lavoratori salariati non riceve mai il “giusto salario”, affermano che bisogna modificare la distribuzione tra salari e profitti, senza però alterare il modo di produzione. Posto in questi termini, l’obiettivo della strategia redistributiva dall’alto verso il basso paventata dai riformisti non è altro che un’utopia. Infatti, se si lascia invariato il sistema produttivo, il salario tende al costo di riproduzione della forza lavoro. Se invece il salario fosse significativamente oltre il costo della riproduzione della forza lavoro il capitalismo vedrebbe minate le sue condizioni d’esistenza. Il padrone già paga al lavoratore un “salario equo”, nella misura in cui tale “equità” è quella definita dai rapporti di produzione a lui favorevoli.
Lo stesso Marx, criticando il programma di Gotha, che rivendicava la “giusta ripartizione del frutto del lavoro”, affermava: “Che cosa è giusta ripartizione? Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è giusta? E non è essa in realtà l’unica ripartizione giusta sulla base dell’odierno modo di produzione? Sono i rapporti economici regolati da concetti giuridici oppure non sgorgano, al contrario, i rapporti giuridici da quelli economici? Non hanno forse i membri delle sètte socialiste le più diverse concezioni della giusta ripartizione?”. Piuttosto che parlare di ingiustizia retributiva è più corretto parlare di iniquità nell’utilizzo della forza-lavoro, sfruttata a esclusivo profitto di colui che detiene il capitale, mentre il salariato è costretto a vendere giornalmente la sua forza-lavoro. Il superamento di tale iniquità presuppone necessariamente il superamento del modo di produzione capitalistico.
Nell’Anti-Dühring, Engels sintetizzava tali posizioni, condivise dal filosofo tedesco Dühring e da ampi settori della SPD, nella formula: “il modo di produzione capitalistico va bene e può continuare a esistere, mentre il modo di distribuzione capitalistico è del maligno e deve sparire”. Engels ribatté in questo modo: “aspettare dal modo di produzione capitalistico un’altra distribuzione dei prodotti, significa pretendere che gli elettrodi di una batteria, stando in collegamento con la batteria, non debbano scomporre l’acqua e sviluppare ossigeno al polo positivo e idrogeno al polo negativo”. Non si può rimuovere una conseguenza necessaria (la ineguale distribuzione di ricchezza) senza rimuoverne le cause! D’altronde, giova ripeterlo, il salario sociale reale è dato, nel sistema capitalista, dall’insieme di merci necessarie in un dato momento storico alla riproduzione dei lavoratori salariati e delle loro famiglie.
Fino a questo momento abbiamo svelato la natura utopica delle proposte di redistribuzione dall’alto verso il basso, ossia dalla quota profitti alla quota salari, tenendo ferme le condizioni della produzione. Veniamo ora alle concrete proposte dell’attuale governo, che ovviamente si inquadrano in una strategia redistributiva sostanzialmente conservatrice, ossia orizzontale, tra le varie categorie salariali dei lavoratori. In ultima analisi, il significato che assume realmente la redistribuzione del reddito nella forma del “Reddito Minimo Garantito” all’interno del salario sociale può essere illustrato facendo riferimento alla proposta dell’imposta negativa sul reddito (NIT: Negative Income Tax), avanzata da Milton Friedman, proprio lui l’ispiratore della Reagan Economics. Tale meccanismo è semplice: un lavoratore che ha un reddito inferiore al “Minimo Garantito”, riceve un sussidio, il quale è finanziato con le tasse pagate dai lavoratori che hanno un reddito superiore al “Minimo Garantito”. Quindi, il sussidio è positivo solo quando vi è uno scarto negativo tra Reddito Percepito e la soglia di Reddito Minimo Garantito. Per gli altri lavoratori il cui Reddito Percepito è pari o superiore alla stessa soglia, il sussidio è nullo o negativo. In buona sostanza la NIT provoca una redistribuzione del reddito all’interno del salario sociale, il quale resta invariato. Ecco svelata la vera natura di trucco contabile del “Reddito Minimo Garantito”, che non può assolutamente far parte di un “Programma Minimo” che si prefigga di avanzare rivendicazioni nell’interesse dell’intera classe dei lavoratori salariati, ivi incluso l’esercito industriale di riserva costituito dalla massa dei disoccupati.
---------------------
From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 17, 2017 11:37 AM
Subject: LAVORATORI AUTOCONVOCATI DI TUTTO IL PAESE... UNITEVI!!
di Roberto Villani
15/07/17
Il giorno 7 luglio, presso la sala de Il cielo sopra l’Esquilino di via Galilei a Roma, i lavoratori e le lavoratrici del neonato Coordinamento lotte unite hanno organizzato un importante e partecipatissima assemblea in cui si è parlato delle diverse vertenze aperte nella città di Roma.
Il coordinamento, che comprende lavoratori di tante realtà diverse (Almaviva, Alitalia, Sky, ACI informatica, Teatro dell’opera di Roma, GSE, AMPAL servizi, Lavoratori Autoconvocati Scuola, Wind-3, Coordinamento Assistenti Specialistici…) dopo aver partecipato nei mesi scorsi a diversi appuntamenti di lotta, ha deciso di presentare pubblicamente il proprio percorso, i materiali e le riflessioni fin qui realizzate e le proprie piattaforme rivendicative.
Nel confronto, incentrato su come i lavoratori subiscono la crisi e l’attacco padronale in questa difficile fase, si è parlato particolarmente della desertificazione del tessuto produttivo romano a causa di esternalizzazioni, delocalizzazioni, privatizzazioni, licenziamenti di massa.
Sono state presentate le principali vertenze romane e non solo, da quelle di realtà produttive come Alitalia, Almaviva, Tim, Sky, ACI informatica, Tuodì, Spallanzani, GSE, a quelle dei lavoratori della scuola pubblica (dagli insegnanti agli operatori specialistici).
Ed oltre ai lavoratori autoconvocati di queste realtà sono intervenuti nel dibattito esponenti di Cobas, Cub e USB, del PRC e del nostro giornale La città Futura.
La discussione è stata ampia ed articolata. Più volte si è parlato dei recenti attacchi al diritto di sciopero, delle leggi filo-padronali Jobs Act, buona scuola, riforma Fornero, dei tagli ai servizi ed allo stato sociale (salario indiretto), della compressione dei salari e dilatazione degli orari di lavoro, ma soprattutto sono state cercate ed elaborate idee e soluzioni per contrastare l’attacco padronale in atto.
Tutti i presenti hanno convenuto sulla necessità di unire le lotte e le vertenze e sull’importanza di organizzare strutture consiliari di lavoratori autonome e trasversali alle rispettive appartenenze sindacali.
Il Coordinamento lotte unite ha presentato materiali frutto di un’elaborazione collettiva: due documenti con elementi utili a costruire piattaforme rivendicative trasversali romane e nazionali ed un “Vademecum per il lavoratore del XXI secolo – L’arte della lotta” che sarà presto disponibile on-line.
L’assemblea si è conclusa con l’elaborazione e l’assunzione di due comunicati, uno contro la privatizzazione dell’ATAC in contrapposizione al vergognoso referendum promosso dai radicali e l’altro di solidarietà ai due lavoratori del coordinamento autoconvocato dell’ospedale Spallanzani che, per aver denunciato i disservizi dell’azienda sono vittime di un procedimento disciplinare.
Ovviamente il percorso di radicamento e lotta del Coordinamento lotte unite continuerà, a partire dai prossimi presìdi allo Spallanzani ed al GSE.
L’obiettivo del percorso è sostanzialmente quello di costruire strutture consiliari di lavoratori autoconvocati nei luoghi di lavoro della città e del paese per aprire una nuova stagione di lotta che non possa esser frenata o gestita “al ribasso” dalle burocrazie sindacali.
Negli anni ‘20 e negli anni ‘70 i consigli di fabbrica teorizzati da Gramsci nell’Ordine nuovo rappresentarono le strutture che permisero un grande allargamento delle lotte e nuovi rapporti di forza nel conflitto capitale-lavoro.
In questa terribile fase di attacco violento del capitale in crisi, il Coordinamento delle lotte unite vuole ripartire proprio da strutture consiliari di questo tipo, per dare la necessaria spinta dal basso al movimento dei lavoratori, per creare la connessione e l’unità che manca tra le diverse vertenze, per costringere i sindacati ad unirsi e mettersi a disposizione della lotta promossa dal basso.
Lavoratori autoconvocati di tutto il paese… unitevi!!!
---------------------
From: USB Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
To:
Sent: Wednesday, July 19, 2017 5:32 AM
Subject: I PROBLEMI DELLA SICUREZZA SONO FRUTTO DEL PROFITTO
Genova, 17/07/17
GASLINI: I PROBLEMI DELLA SICUREZZA SONO IL FRUTTO DEL PROFITTO
Stamattina si è verificato ennesimo incidente al Gaslini per un malfunzionamento di un frigo che per immediato intervento dei Vigili del Fuoco non ha comportato eccessive problematiche.
Recentemente il Gaslini sta dimostrando di investire sulla sicurezza, perchè obbligato da PSAL e Organo di Vigilanza ma ciò che mette a rischio ogni tentativo di miglioria è il rapporto tra questa amministrazione e questa dirigenza con il personale ed i loro referenti.
Dopo la recente situazione che ha visto erogare un provvedimento disciplinare ad un rappresentante della sicurezza dei lavoratori dopo che lo stesso ha subito un’aggressione dalla caposala solo per essere andato a visionare un sito dopo segnalazione di un lavoratore, è facilmente immaginabile che d’ora in poi, chi si accorgesse di qualche malfunzionamento di qualche apparecchiatura avrà il timore di segnalarlo. Questa caposala e la dirigente che ha firmato il provvedimento disciplinare stanno instaurando un clima di paura che potrebbe ripercuotersi sulla sicurezza.
Purtroppo non si tratta di un caso isolato ma questo genere di situazioni si verificano in molte aziende pubbliche e private.
Le Linee Guida INAIL dichiarano che la sicurezza sul lavoro non può mai essere di livello conflittuale ma sappiamo benissimo che le cose stanno diversamente. Per chi denuncia all’inizio vi è il silenzio e se insiste vi sono le minacce e le ritorsioni.
La sicurezza sul lavoro ha sicuramente un alto costo ma mai alto come il costo che devono pagare INAIL e INPS per infortuni, pensioni, malattie professionali, danni. La visione dell’apparato è miope. I dirigenti di prima fascia sono a tempo determinato e non devono sforare un certo budget, i medici competenti hanno contratti brevi e si muovono sul filo del rasoio, le risorse per gli organi adibiti al controllo sono molto poche e non vengono sanzionati i dirigenti che utilizzano soldi pubblici per cause giudiziarie facilmente evitabili.
Recentemente abbiamo chiesto in Commissione Sanità l’istituzione di un albo ex esposti amianto. Il silenzio della politica è stato assordante. Perchè?
“Semplicemente” perchè la salute ha un costo e non ce lo possiamo permettere o perlomeno questo è ciò che ci vogliono far credere.
La sicurezza ha sicuramente un costo e non vogliono pagarlo per la salute di ciò che questi dirigenti e questa politica considerano merce ovvero lavoratori e cittadini.
Osservatorio Sicurezza Sanità USB
USB FEDERAZIONE REGIONALE LIGURIA
via Cantore 29/2 16149 Genova
telefono: 010 41 69 34
fax: 010 46 61 06
---------------------
From: SlaiCobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
To:
Sent: Monday, July 24, 2017 8:09 AM
Subject: LOGISTICA KAMILA BERGAMO: CONTINUA LA LOTTA E LA SOLIDARIETA’
LOGISTICA KAMILA: CONTINUA LA LOTTA E LA SOLIDARIETA’ ANCHE CON LA “TENDA DEL LAVORO”
SOSTENERE LA CASSA DI RESISTENZA
Continua la lotta dei lavoratori Kamila dello Slai Cobas per la difesa del posto di lavoro, contro il cambio appalto improvviso, 90 lavoratori messi fuori dopo 10 anni di anzianità nel magazzino e dal 25 maggio sospesi senza stipendio, perchè una delle due cooperative ha lasciato da un giorno all’altro l’appalto. Mentre da quel giorno è iniziata una vera e propria sostituzione con altri lavoratori non sindacalizzati e con paghe più basse, che attraverso le cooperative del consorzio Cisa vengono presi tra i disoccupati di lungo corso disposto anche ad avere una paga dimezzata, o tra lavoratori spostati da altri appalti facendo anche la doppia giornata lavorativa, per svolgere il lavoro dei 90 sospesi. Lo scopo, come è emerso da dichiarazioni degli stessi responsabili aziendali, è far fuori una realtà, lo Slai Cobas, che stava combattendo per condizioni migliori.
Tutto questo con l’avvallo dell’appaltante Kamila che continua così a fornire le merci alla grande distribuzione, garantendo il servizio al padrone delle merci e cliente di maggioranza del magazzino di Brignano: il network Agorà (supermercati Tigros, Iperal, Poli, ecc.), che ogni giorno, a seconda delle vendite, impone il flusso delle merci nel magazzino di Brignano, ossia quanti migliaia di colli e in quanto tempo, devono essere movimentati dai lavoratori delle cooperative.
Un sistema di appalti e subappalti fondato all’aumento dei ritmi di lavoro e lo sfruttamento dei facchini usa e getta, da cui traggono profitti: cooperative, consorzi, grandi trasportatori, gestori delle logistiche, padroni della distribuzione.
Una situazione inaccettabile e paradossale, legittimata dalla mancanza di garanzie del mantenimento del posto di lavoro in caso di cambio appalto, visto che nel contratto nazionale della logistica di CGIL, CISL, UIL gli articoli 42 e 42bis lasciano mano libera alle cooperative che possono in qualsiasi momento abbandonare l’appalto e lasciare per strada i lavoratori, liberando anche il resto della catena della distribuzione logistica (consorzi, committenti, clienti) delle loro responsabilità di fronte a veri e propri licenziamenti collettivi mascherati quando il lavoro c’è e continua nel magazzino.
Lo Slai Cobas con i lavoratori ha deciso di riprendere la mobilitazione e nei giorni scorsi anche nella forma della tenda del lavoro, per denunciare il silenzio delle istituzioni (Prefettura), degli enti preposti al controllo sui luoghi di lavoro (ASL e DTL), dei media locali che non hanno mai voluto approfondire le condizioni dentro i magazzini logistici, quando ci sono tutti gli elementi per farlo, perchè sulle loro testate ci stanno in bella evidenza gli sponsor dei grandi marchi della distribuzione...
Ma anche e principalmente del cliente Agorà che a precise responsabilità su quanto sta avvenendo, visto che aprono nuovi supermercati eliminando gli operai che con il loro lavoro decennale hanno permesso la crescita del magazzino.
Una tenda per non lasciare in pace tutto questo sistema che prima ti spreme e ti rompe la schiena e poi ti butta via come una merce avariata.
Una tenda del lavoro, per cercare di unire tutti i 90 lavoratori alla lotta per la difesa del posto di lavoro, ma un lavoro dignitoso con i diritti, non a testa bassa come vorrebbero le cooperative.
Una tenda per chiamare alla solidarietà gli altri lavoratori che lottano nello stesso settore della logistica e trasporti, se toccano uno, toccano tutti, perchè se passa in silenzio questo scempio siamo tutti più deboli.
Ma dobbiamo denunciare che questa solidarietà, unità dei lavoratori viene rotta anche da chi dovrebbe sostenerla. In particolare denunciamo l’USB che si muove con la logica del 4° sindacato e che con il verbale dell’ultimo incontro segna la sua distanza dalla lotta dei lavoratori e sceglie di fare un lavoro di fiancheggiatori delle cooperative e della loro criminalizzazione della lotta del sindacato avvallando la tesi del sabotaggio (vedi verbale e commento pubblicati nei giorni scorsi):
---------------------
From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 24, 2017 3:11 PM
Subject: SPALLANZANI: VERGOGNOSO ATTACCO ALLA LIBERTA’ DI PAROLA E ALL’ATTIVITA’ SINDACALE
di Roberto Villani
22/07/17
SPALLANZANI: VERGOGNOSO ATTACCO ALLA LIBERTA’ DI PAROLA E ALL’ATTIVITA’ SINDACALE
MA ALL’ARROGANZA DEI PADRONI RISPONDE LA SOLIDARIETA’ DEI LAVORATORI RIUNITI IN PRESIDIO
PRESENTI LAVORATORI EX-ALMAVIVA, SKY, ACI INFORMATICA E ALTRE REALTA’ DI LOTTA
Martedì 18 luglio, alle ore 8.30, presso l’ospedale Spallanzani di Roma, i lavoratori e le lavoratrici dell’ospedale e di altre realtà in lotta nella capitale hanno svolto un presidio di solidarietà per Alessia e Lorenzo, infermieri e rappresentanti sindacali COBAS chiamati a rispondere davanti al collegio disciplinare sotto la minaccia di licenziamento.
La motivazione del procedimento disciplinare fa rabbrividire. I due lavoratori sono infatti “rei” di aver compiuto semplicemente il loro dovere, ossia di aver pubblicamente denunciato i vergognosi risultati di anni di politiche di privatizzazioni selvagge e di tagli indiscriminati ai servizi pubblici essenziali: carenze di personale, condizioni di lavoro sempre peggiori, a partire da un assurdo regime orario che non risparmia neanche i turni notturni, una conseguente diminuzione della qualità dell’assistenza e dei servizi e la chiusura di interi reparti. Il tutto condito da una direzione dell’ospedale che ha assunto un atteggiamento sempre più dirigista e verticista, che vuole precludere ai lavoratori ogni confronto riguardo le decisioni intraprese.
Evidentemente i lorsignori, non contenti di questa progressiva distruzione della Sanità Pubblica, a tutto vantaggio del profitto privato e della logica aziendalista, ben consci della sostanziale irrazionalità delle loro decisioni, vogliono anche evitare che i lavoratori esercitino i sacrosanti diritti di critica e d’informazione. Così facendo, essi tradiscono la loro paura. Paura perché le lavoratrici e i lavoratori hanno alzato la testa, e, costituendo un Coordinamento, stanno organizzando una opposizione alle scellerate politiche sanitarie volute dai padroni, avallate dalle varie giunte regionali e dai vari governi; cercando in questo modo di estendere la coscienza dei propri diritti a tutti i lavoratori del settore (amministrativi, tecnici, ausiliari) e ai pazienti, coinvolgendoli nella lotta. In poche parole SOLIDARIETA’ e COSCIENZA DI CLASSE: due ottimi antidoti alla “peste” infettiva rappresentata dalle politiche padronali.
In questo senso è importante sottolineare la presenza al partecipato presidio di numerose altre realtà lavorative in lotta (ex-Almaviva, Sky, Aci Informatica), una partecipazione importante che preannuncia future mobilitazioni, perché il caso che ha coinvolto Alessia e Lorenzo è veramente emblematico di una filosofia di direzione aziendale che pretende il potere assoluto e la negazione di ogni libertà d’espressione e di critica. Un caso che deve trovare la solidarietà di tutti i lavoratori.
ALESSIA E LORENZO SONO PARTE DELLA NOSTRA LOTTA. GUAI, GUAI, GUAI A CHI LI TOCCA!
---------------------
From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 24, 2017 3:11 PM
Subject: FCA, LA PRODUZIONE CONTINUA NONOSTANTE L’INCENDIO
di Pavel Vlasov
29/07/17
UN INCENDIO DEVASTANTE COINVOLGE ANCHE LO STABILIMENTO FCA DI TERMOLI
MA LA PRODUZIONE NON SI E’ FERMATA IMMEDIATAMENTE
LA DENUNCIA DEL PRC E DEI SINDACATI
Quanto vale l’incolumità di un lavoratore? Quanto vale in FCA? Quanti pezzi costa la sua sicurezza? Le domande possono apparire provocatorie (e forse un po’ lo sono), ma sono domande che vanno poste, dopo gli eventi che hanno coinvolto lo stabilimento FCA di Termoli, in Molise.
Nella città molisana dove è presente lo stabilimento FCA che produce motori e cambi, nei giorni scorsi si è sviluppato un pauroso incendio. Buona parte dell’area dove sorge la zona industriale è andata a fuoco, fortunatamente senza interessare le industrie chimiche che lì sono presenti. Ma le fiamme non hanno risparmiato lo stabilimento FCA.
Per avere un’idea delle proporzioni dell’incendio, si pensi che per motivi di sicurezza sono stati chiusi decine di chilometri di autostrada A14 (da Vasto Sud a Poggio Imperiale), la Strada Statale 87 è stata bloccata al traffico per 6 kilometri. Anche il transito ferroviario è stato interrotto. Non ha subito interruzioni immediate, invece, la produzione FCA.
Nello stabilimento molisano la produzione è andata avanti per diverso tempo nonostante le fiamme lambissero lo stabilimento, fino a coinvolgerlo in aree al suo interno. Mentre le fiamme devastavano la zona industriale e i fumi rendevano impraticabili diverse strade nei suoi pressi, i lavoratori FCA sono rimasti diverso tempo nei capannoni a produrre motori e cambi. Né il management dello stabilimento si sarebbe premurato di evitare l’ingresso in fabbrica degli operai del secondo turno. Quasi tutto normale: lo spettacolo (della produzione) deve continuare. E’ quanto denunciano siano i sindacati che il PRC, con una nota del segretario nazionale, Maurizio Acerbo.
Questa la ricostruzione, minuto per minuto, della USB.
“Alle 13.30 un importante incendio sviluppatosi nei pressi dello stabilimento, interessa l’ingresso retrostante, dal lato delle centrali della fabbrica. Il vento forte e le temperature altissime non lasciano possibilità di ben sperare, rispetto alla pericolosità dell’avanzata del fronte di fuoco.
Alle 14 il turno inizia regolarmente. Chi è uscito a quell’ora ha avuto immediata la misura della drammaticità del disastro.
Alle 14.15 c’è stato un primo blackout di circa dieci minuti, e verso le 14.30 un secondo simile. Intanto ancora panico e confusione. La notizia dell’interruzione delle prime strade intorno allo stabilimento, poi Termoli e tutto il Molise, fino in Puglia, Basilicata, Abruzzo e Campania.
Alle 14.45 suona l’allarme bitonale. Ma le indicazioni date ai lavoratori sono state diverse tra le varie aree, e comunque molte non coerenti con le norme di sicurezza.
Dalle 15.15 i lavoratori si recano finalmente fuori. Ma se di ordine di evacuazione si è trattato, perché a molti di loro è stato chiesto, se volessero uscire o no?
Ma l’interesse per la sicurezza dei lavoratori, importa ancor meno fuori dai cancelli. Senza effetti personali e senza mezzi di trasporto pubblici si sono dovuti arrangiare. Abbandonati in un’area industriale con un incendio in corso, vicino agli impianti FCA nonché a fabbriche chimiche e turbogas.
E se ci fossero state dispersioni di fumi? Gli altri con mezzo proprio, hanno vagato per ore alla ricerca di una strada percorribile per uscire dall’anello di fiamme creato intorno alla zona industriale e tornare a casa.
Poi contrariamente all’interruzione delle attività, il messaggio della ripresa delle produzioni è giunto chiaro e tempestivo alle 19, quando ancora non era stato completamente spento il fuoco. Ovviamente era il solito messaggio di notifica mandato in serie dalla FCA al Consiglio delle RSA firmatarie, e da queste inoltrato ai lavoratori: alle 22 l’attività riprende normalmente.
Chi ha valutato la salubrità degli ambienti e la tossicità dei materiali combusti nell’incendio? Cosa abbiamo respirato quella sera in fabbrica, e cosa continueremo a respirare, tra tanfo e caldo terribile, e con impianti malfunzionanti? E’ sicuro, al rientro, un ambiente di lavoro, che la notte scorsa è stato di nuovo evacuato per due ore, a causa dei fumi che rientravano da fuori? Quale materiale è capace di continuare a bruciare dopo ancora due giorni?”
Michele De Palma, coordinatore nazionale FCA della FIOM CGIL, fa notare dal suo profilo Facebook che “visto che l’incendio di vaste proporzioni minacciava lo stabilimento, sarebbe stato utile al fine di prevenire e garantire da qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori, allontanare per tempo chi già era sul primo turno e fermare l’arrivo e l’ingresso in fabbrica del secondo turno”. Stessa denuncia dal SOA (Sindacato Operai Autorganizzati), che racconta come i lavoratori “nonostante tutto, avevano cominciato regolarmente la produzione e solo in un secondo momento, quando è saltata la corrente elettrica e le macchine hanno smesso di funzionare, gli operai sono stati allarmati e invitati nelle aree di raccolta emergenza a 40 gradi sotto il sole”. “Eppure” - continua la nota del SOA - “quando alle 13.30 circa i dipendenti del secondo turno erano arrivati, c’era già una situazione di pericolo e di disagio e pertanto non sarebbero nemmeno dovuti entrare”.
Molto duro Maurizio Acerbo (PRC): “Il pericolo era evidente, eppure la dirigenza dello stabilimento di Termoli ha ritenuto di far proseguire le attività produttive e addirittura di far entrare i lavoratori del secondo turno. Cosa sarebbe accaduto se le fiamme, favorite dai forti venti di scirocco, avessero coinvolto serbatoi e impianti pericolosi? Non vogliamo nemmeno immaginarlo e per fortuna nessun lavoratore si è fatto male. Ma non si può sottacere l’ingordigia e la protervia del management FCA, che anche davanti a un fronte di fuoco che minaccia la fabbrica e l’incolumità dei lavoratori impone la prosecuzione delle attività”.
Ingordigia di produzione, di produttività, di profitti. D’altronde è questa la tara del modello Marchionne: estrarre profitto dalla fatica dei lavoratori fino all’ultima goccia di sudore; un modello che strizza acqua anche da un asciugamano asciutto. Un modello, quello Marchionne, che “spreme i lavoratori fino all’ultimo secondo utile e che viene applicato in FCA anche quando l’incolumità dei lavoratori è oggettivamente a rischio”, accusa il segretario nazionale di Rifondazione Comunista, secondo cui è proprio il modello Marchionne che deve essere contrastato. Perché dopo questo nuovo (e solo per fortuna non tragico) evento, è ancora più evidente che per la FCA di Marchionne i profitti vengono prima di tutto, anche quando si è di di fronte ad una emergenza che mette a rischio l’incolumità dei lavoratori.
---------------------
From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Monday, July 31, 2017 6:09 PM
Subject: REPORT MORTI SUL LAVORO DALL’INIZIO DELL’ANNO AL 31 LUGLIO 2017
L’osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro monitora tutti i morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL
Al 31 luglio 2017 dall’inizio dell’anno sono 399 i morti sui luoghi di lavoro, oltre 900 con le morti sulle strade e in itinere. Al 31 luglio nel 2016 erano 374 i lavoratori morti per infortuni sui luoghi di lavoro, registriamo un aumento del + 6,3%. Al 31 luglio del 2008 anno di apertura dell’Osservatorio i morti per infortuni sui luoghi di lavoro furono 354 (+11,2%).
Chi parla di continui cali non spiega agli italiani che quelli diffusi dall’INAIL e dai media non sono rappresentativi di tutti i morti sul lavoro. Se si vogliono confrontare con i morti dell’Osservatorio con quelli dell’INAIL occorre fare riferimento ai morti di questo istituto senza il mezzo di trasporto. Tantissime denunce arrivate all’INAIL per infortuni mortali, che tra l’altro sono parziali e non comprensive di tutte le categorie, l’anno successivo, una volta valutate le cause spariranno dalle statistiche. Mediamente ogni anno sono il 30/40% di tutte le denunce arrivate a questo Istituto dello Stato non vengono riconosciute come infortuni mortali sul lavoro. Ma quelle denunce non riconosciute, chi riguardano, e perché non sono riconosciute? Parliamo di 400/500 denunce di lavoratori morti per infortuni. E’ un miracolo che fa resuscitare questi morti?
L’anno scorso in Europa sono stati 10.000 i lavoratori morti mentre andavano o tornavano dal lavoro (indagine europea). Tantissime le donne sovraccaricate sul posto di lavoro, oltre che dal carico famigliare e dai lavori domestici. Quando in itinere sono alla guida di un’automobile hanno spesso incidenti anche mortali. Molti infortuni poi non vengono riconosciuti come tali a causa della normativa specifica dell’itinere. E quando andate a vedere ogni anno le denunce per infortuni pervenute all’INAIL vi accorgete che poi successivamente non vengono riconosciute come morti sul lavoro mediamente il 30/40% delle denunce per infortuni mortali.
Occorre ricordare che anche quest’anno, come i precedenti, che un lavoratore su cinque muore schiacciato dal trattore che guida. Ma con questa casta parlamentare, nessuno escluso, parlare della vita di chi lavora e come parlare di niente.
Le percentuali delle morti nelle varie categorie sono sempre quelle tutti gli anni. L’agricoltura ha sempre più del 30% delle morti sul totale, segue l’edilizia che supera ogni anno il 20%. Poi l’industria e l’autotrasporto che si contendono sempre il terzo e quarto posto in questa triste classifica. Ma queste due categorie sono sempre sotto il 10%, nonostante milioni di addetti e questo, per fortuna, abbiamo ancora sindacati che esercitano controlli sulla Sicurezza. Gli stranieri morti per infortuni sui luoghi di lavoro sono in questo momento il 10% sul totale.
E’ spaventoso pensare che i nostri giovani non trovano lavoro e si è innalzata l’età per andare in pensione di molti anni anche a chi svolge lavori pericolosi. Anche quest’anno il 31% dei morti sui luoghi di lavoro ha dai 61 anni in su.
L’Osservatorio Indipendente di Bologna è su Facebook
Diventa amico, clicca “mi piace” dai il tuo contributo morale per far comprendere l’entità del triste fenomeno e fallo conoscere ai tuoi amici. Segnala l’Osservatorio Indipendente di Bologna sulla tua pagina di Facebook
LE MORTI VERDI PROVOCATE DAL TRATTORE
Strage continua, sono già 92 dall’inizio dell’anno gli agricoltori morti schiacciati dal trattore. A questi occorre aggiungere tanti altri che sono morti o perché trasportati a bordo (anche bambini) o per le strade a causa di incidenti provocati da questo mezzo. Da quando nel 2014 si insediò il Governo Renzi, poi Gentiloni abbiamo come ministro delle Politiche Agricole Martina, sono morti in modo così atroce ben 496 guidatori di questo mezzo mortale. Tra l’altro il parlamento ha rinviata per l’ennesima volta la Legge Europea che obbliga chi giuda questo mezzo mortale a sottoporsi a un esame che ne verifichi l’idoneità alla guida.
Un morto su cinque sui luoghi di lavoro di tutte le categorie è causato dal ribaltamento del trattore. Occorrerebbe (ma lo scriviamo da tanti anni senza nessun risultato) che chi ci governa faccia una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo. E chi di dovere metta a disposizione forti incentivi per mettere in sicurezza i vecchi trattori.
MORTI NELLE REGIONI E PROVINCE ITALIANE NEL 2017 PER ORDINE DECRESCENTE
Sono esclusi dalle province i morti sulle autostrade e all’estero.
NOTA BENE
I morti segnalati nelle Regioni sono solo quelli sui LUOGHI DI LAVORO. Con le morti sulle strade e in itinere gli infortuni mortali in ogni provincia e regione sono mediamente il 120% in più ogni anno.
VENETO 40: Venezia 5, Padova? 4, Rovigo 5, Treviso 7, Verona 10, Vicenza 9.
LOMBARDIA 39: Milano 6, Bergamo 6, Brescia 6, Como 1, Cremona 1, Lecco 3, Lodi 2, Mantova 3, Monza Brianza 4, Pavia 3, Sondrio 4.
ABRUZZO 30: L’Aquila 7, Chieti 4, Pescara 12 Teramo 7.
SICILIA 26: Palermo 4, Agrigento 5, Catania 2, Enna 2, Messina 1, Ragusa 4, Siracusa 1, Trapani? 7.
CAMPANIA 28: Napoli 10, Avellino 2, Benevento 3, Caserta 7, Salerno 6.
EMILIA ROMAGNA 25: Bologna 3. Forlì Cesena 1, Ferrara 3, Modena 4, Parma 4, Piacenza 3, Ravenna 4, Reggio Emilia 3.
PIEMONTE 23: Torino 8, Alessandria 2, Asti 2, Biella 1, Cuneo 8, Verbano Cusio Ossola 1, Vercelli 1.
TOSCANA 20: Firenze 2, Grosseto 4, Livorno 3, Lucca 2, Massa Carrara 1, Pisa? 5, Pistoia 1, Prato 1.
LAZIO 19: Roma 6, Viterbo 6, Frosinone 2, Latina 5.
PUGLIA 18: Bari 4, BAT 1, Brindisi 4, Foggia 3, Lecce 5.
CALABRIA 16: Catanzaro 2, Cosenza 8, Crotone 1, Reggio Calabria 3, Vibo Valentia 2.
LIGURIA 11: Genova 3, Imperia 2, La Spezia 1, Savona 5.
MARCHE 11: Ancona 2, Macerata 1, Pesaro Urbino 6, Ascoli Piceno 2.
SARDEGNA 9: Cagliari 3, Oristano 3, Sassari 3.
UMBRIA 8: Perugia 5, Terni 3.
FRIULI VENEZIA GIULIA 7: Trieste 2, Gorizia 1, Udine 4.
TRENTINO ALTO ADIGE 6: Trento 1, Bolzano 5.
MOLISE 6: Campobasso 3, Isernia 3.
BASILICATA 1: Potenza 1.
I morti sulle autostrade e all’estero non sono a carico delle province.
I MORTI DEL TERREMOTO IN EMILIA
Molte delle vittime del terremoto in Emilia erano lavoratori rimasti schiacciati per il crollo dei capannoni. Lo stesso terremoto che ha colpito l’Umbria e le Marche ha evidenziato che i capannoni industriali in Italia sono per la maggior parte a rischio sismico. E’ un miracolo che non ci siano stati morti nella cartiera a Pioraco di Macerata. Il tetto è crollato nel cambio turno, nella fabbrica stavano lavorando solo 20 persone che sono riuscite a scappare. L’intero tetto della sala macchine è crollato. In questa fabbrica ci lavorano complessivamente 146 lavoratori e se fossero stati tutti all’interno ci sarebbe stata una strage. E’ un miracolo, come nel terremoto in Emilia che pur provocando vittime tra i lavoratori è capitato di notte e in orari dove nelle fabbriche ci lavoravano pochissime persone. La maggioranza dei capannoni industriali in Italia sono stati costruiti in anni dove non si teneva in nessun conto del rischio sismico. Tantissimi di questi capannoni hanno le travi solo appoggiate sulle colonne e nel caso di terremoti possono muoversi dall’appoggio e crollare.
Se non si comincia a farli mettere in sicurezza è a rischio la vita di chi ci lavora sotto, e parliamo di milioni di lavoratori. Del resto con incentivi e detassazioni si potrebbero mettere tutti in sicurezza con una spesa non eccessivamente alta.
REPORT MORTI SUL LAVORO NELL’INTERO 2016
Nel 2016 sono morti 641 lavoratori sui luoghi di lavoro e oltre 1.400 se si considerano i morti sulle strade e in itinere (stima minima per l’impossibilità di conteggiare i morti sulle strade delle partite IVA individuali e dei morti in nero), e di altre innumerevoli posizioni lavorative, ricordando che solo una parte degli oltre 6 milioni di Partite IVA individuali sono assicurate all’INAIL. L’unico parametro valido per confrontare i dati dell’INAIL e di chi li utilizza per fare analisi, e dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro sono i morti per infortuni INAIL senza mezzo di trasporto, e confrontare quanti ne registra in più l’Osservatorio. Si ha così il numero reale delle morti per infortuni sui LUOGHI DI LAVORO IN ITALIA e non solo degli assicurati INAIL.
Carlo Soricelli
Curatore dell’Osservatorio Indipendente d Bologna morti sul lavoro
---------------------
From: Ancora in Marcia!!! redazione@ancorainmarcia.it
To:
Sent: Thursday, August 03, 2017 10:18 AM
Subject: STRAGE DI VIAREGGIO: DOPO OLTRE OTTO ANNI, ECCO LA SENTENZA
ANCORA IN MARCIA!
GIORNALE DI CULTURA, TECNICA E INFORMAZIONE POLITICO SINDACALE, DAL 1908
STRAGE DI VIAREGGIO: I GIUDICI, “SI POTEVA EVITARE”
DOPO OLTRE OTTO ANNI, ECCO LA SENTENZA.
STRAGE DI VIAREGGIO, PUBBLICATE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA
SCRITTO IL PRIMO ATTO DELLA STORIA GIUDIZIARIA DELLA STRAGE DI VIAREGGIO. I GIUDICI DICONO CHE “SI POTEVA EVITARE”.
ECCO LA SENTENZA COMPLETA DELLE MOTIVAZIONI DI CONDANNE E ASSOLUZIONI PER IL GRAVISSIMO DISASTRO FERROVIARIO AVVENUTO IL 29 GIUGNO 2009:
Quella che resterà alla storia come la strage ferroviaria di Viareggio, 32 morti e centinaia di feriti, poteva essere evitata.
Ecco le motivazioni della sentenza.
REGOLE TECNICHE NON RISPETTATE E SEGNALI DI ALLARME IGNORATI
In queste parole scritte dai tre giudici del Tribunale di Viareggio vi è la sintesi estrema di questa tragedia, essa “costituisce un ‘evento’ derivato da una concatenazione di accadimenti strettamente consequenziali tra loro che sarebbe stato possibile evitare attraverso il rispetto di consolidate regole tecniche create proprio al fine di garantire la sicurezza del trasporto ferroviario e soprattutto, prestando massima attenzione ai diversi segnali di allarme che si erano manifestati già prima del fatto e che preludevano al disastro”. Così si esprime il Tribunale di Lucca in una delle 1.027 pagine della sentenza. Una frase che sintetizza al meglio e conferma solennemente quello che da otto anni affermiamo insieme ai familiari delle vittime.
RISPARMO E SCELTE GESTIONALI
I giudici, riguardo alle società coinvolte nel processo, ritengono che esse abbiano “ottenuto vantaggi consistenti nel risparmio economico derivato dalla omissione di interventi di carattere tecnico”.
RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE DELEGATO
Un passaggio importante è dedicato alla figura apicale, quella dell’Amministratore Delegato, al quale “non poteva e non doveva sfuggire l’assenza di adeguata analisi e valutazione dei rischi connessi alla circolazione di convogli trasportanti merce pericolosa sull’intera rete nazionale”.
Secondo i giudici “le omissioni sono espressione di una generale linea aziendale e imprenditoriale di precise scelte gestionali, in particolare in materia di manutenzione, nonché di strutturali carenze organizzative e valutative risalenti nel tempo e facenti capo direttamente ai vertici di RFI e all’amministratore delegato”. Quindi chi ricopriva quell’incarico “era ben consapevole delle violazioni, dell’assenza dei livelli di sicurezza. Avrebbe potuto ben prevedere i tragici effetti che potevano conseguire dalla violazione delle norme cautelari e avrebbe potuto evitare gli eventi”.
UN’ATTESA LUNGA OTTO ANNI
Ci sono voluti oltre otto anni per vedere riconosciute le “cause” della strage che sconvolse la città di Viareggio quella tragica sera del 29 giugno 2009 e per conoscere le motivazioni delle condanne inflitte a 23 degli imputati. Oltre che le ragioni delle condanne, sono di notevole interesse anche quelle delle assoluzioni totali e parziali riconosciute ad alcuni imputati, tra cui Mauro Moretti e Vincenzo Soprano. Decisioni che non mancheranno di produrre ulteriori sviluppi in sede di appello.
DOCUMENTO COMPLESSO
E ci sono voluti oltre sei mesi al Collegio giudicante per scrivere, nero su bianco in oltre mille pagine, la storia giudiziaria della strage. Un documento che, per la sua complessità, necessita di un’attenta e approfondita lettura. Ci riserviamo di effettuare un commento dettagliato sulle principali questioni nei prossimi giorni.
MORETTI “NON ERA” IL CAPO
Tra le motivazioni più attese vi è quella della controversa assoluzione parziale di Moretti per il suo ruolo di amministratore della Società Capogruppo, FS SpA. Secondo il Tribunale non sono sufficienti i suoi innumerevoli interventi nell’attività propria delle società controllate e della sua presenza incombente in ogni attività aziendale di RFI e Trenitalia, ampiamente documentati dall’accusa, per stabilire una responsabilità penale.
PIENAMENTE APPLICABILI LE LEGGI SULLA SICUREZZA DEL LAVORO
Altro aspetto significativo è il riconoscimento delle aggravanti relative alla violazione della normativa sulla sicurezza del lavoro. Il Collegio giudicante ha ampiamente motivato che al disastro ferroviario di Viareggio si applicano le norme del Testo Unico D.Lgs. 81/08 con particolare riguardo all’obbligo di effettuare la “valutazione dei rischi” anche a fronte dell’esistenza di normative specifica del settore ferroviario e relative alle sostanze chimiche pericolose. Anzi, sottolineano i giudici, la evidente pericolosità del GPL imponeva cautele maggiori da parte di tutti i soggetti coinvolti.
UNA SENTENZA PER COMPRENDERE LA NUOVA “JUNGLA FERROVIARIA”
Una sentenza complessa e articolata che può aiutare a comprendere (quasi fosse un trattato di economia politica e tecnica ferroviaria) i sofisticati meccanismi regolamentari, societari e tecnici, che governano il traffico ferroviario in Italia e in Europa nell’attuale regime concorrenziale. Un traffico, liberalizzato e privatizzato che somiglia sempre più alla “giungla” della strada, con frammentazione degli operatori e forti difficoltà di controlli e accertamenti preventivi da parte delle istituzioni statali.
23 CONDANNE
Il verdetto, letto in aula a Lucca il 31 gennaio scorso, ha riconosciuto colpevoli e condannato 23 imputati tra 5 e 9 anni, tra loro Mauro Moretti (7 anni), Michele Elia (7 anni e 6 mesi), Vincenzo Soprano (7 anni e 6 mesi) e Giulio Margarita (6 anni e 6 mesi) e assolto gli altri dieci. Condannate pure cinque società per responsabilità amministrative.
CONFERMATA SOSTANZA DELLE ACCUSE
Pur riducendo la maggior parte delle pene richieste, salvo che per alcuni imputati per i quali sono state aumentate (e una condanna per un imputato che la procura chiedeva di assolvere), la sentenza ha confermato l’impianto accusatorio e l’individuazione delle responsabilità anche per gli amministratori, sebbene per Mauro Moretti e Vincenzo Soprano siano stati giudicati non pertinenti alcuni capi d’imputazione.
DOCUMENTO A DISPOSIZIONE DI TUTTI
Pur nella sua poderosa mole, e nella difficoltà di lettura e comprensione, mettiamo a disposizione di tutti l’intero documento affinché chiunque possa leggerlo ed entrare (anche se attraverso il freddo linguaggio giuridico) nella tragedia che si è compiuta a Viareggio in quella calda notte d’estate. Un modo per comprendere il dolore dei sopravvissuti, dei familiari delle vittime, ma anche la presa d’atto istituzionale della vulnerabilità e dei pericoli connessi ai sistemi di trasporto delle merci pericolose, circostanze che da oggi le imprese, lo Stato e l’Unione Europea non possono più ignorare.
DALLE AULE GIUDIZIARIE A QUELLE DEI PARLAMENTI
Mentre la vicenda giudiziaria proseguirà con i suoi riti e i suoi tempi, il problema della sicurezza del trasporto ferroviario si sposta oggi nei luoghi della politica. Dopo questa sentenza, quali che siano gli esiti nei successivi gradi di giudizio, i “decisori politici” che siedono nelle aule dei parlamenti nazionali e in quello europeo, nonché i tecnocrati dell’Agenzia Europea (ERA) e di quelle nazionali (ANSF per l’Italia), non potranno più privilegiare “il totem” della concorrenza sfrenata sui binari a danno della sicurezza. In questa sentenza sono tracciate (seppure in modo non esplicito) le cause strutturali intrinseche alle ferrovie liberalizzate, al pari delle autostrade, e indicati i correttivi da adottare per ottenere controlli realmente efficaci da imporre su tutti gli aspetti tecnici e politico economici del trasporto ferroviario.
---------------------
From: USB Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
To:
Sent: Monday, August 07, 2017 4:46 PM
Subject: SICUREZZA DEI LAVORATORI IN SANITA’: UN MALFUNZIONAMENTO CREATO AD HOC
COMUNICATO STAMPA
SICUREZZA DEI LAVORATORI IN SANITA’: UN MALFUNZIONAMENTO CREATO AD HOC
Come in ogni azienda i RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza) sono i delegati a tutela della sicurezza. I lavoratori possono rivolgersi a loro in caso di richiesta di aiuto.
Cosa succede?
Gli RLS si rivolgono al RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e quindi “consulente” per il Direttore Generale in qualità di datore di lavoro per questa materia) per porre la questione.
Quando il RSPP non interviene, l’RLS può rivolgersi all’ente esterno preposto a tutelare la sicurezza dei lavoratori.
In Liguria si chiama PSAL ed è un organo della ASL3 (in ogni regione si chiama in maniera differente) e a Genova consta in organico di soli 3 medici che si dovrebbero occupare del rispetto del D.Lgs. 81/08 e delle malattie professionali di ogni singola azienda pubblica e privata (tranne che per i lavoratori della ASL3 per non rischiare un conflitto) e quindi è letteralmente impossibile che ciò accada.
Quindi il RLS aziendale (sempre che rispetti il suo ruolo e non sia nominato da sigle sindacali che gli dicano di stare al “suo posto”) cercherà di portare avanti la questione. A questo punto scattano le ritorsioni, i provvedimenti disciplinari e minacce varie in un’ottica contraria al bene pubblico. Infatti maggiormente un lavoratore è tutelato, meno spese vi sono per i cittadini.
Pertanto, a nostro avviso, questo tipo di dirigenti dovrebbero essere sanzionati.
Ma vi è un altro aspetto, ovvero che i dirigenti in questione sono di nomina politica e quindi anche da questa parte non vi saranno interventi di alcun tipo.
Non dimentichiamo che tra i dirigenti e i Medici Competenti vi sono moltissime persone oneste ma sono a tempo determinato e di nomina politica quindi perennemente sotto ricatto.
Ma veniamo a due esempi pratici.
Un’estate molto calda ha riportato in auge la questione del microclima adeguato nei luoghi di lavoro (Allegato IV del D.Lgs. 81/08 e Linee Guida INAIL 2006 per chi volesse approfondire).
Un RLS chiede al datore di lavoro un controllo sulle condizioni microclimatiche del sito lavorativo. Il datore non interviene. Allora chiede intervento dello PSAL. L’azienda pubblica, che non ha effettuato alcun controllo risponde che questa attività non è soggetta a controllo esterno e che è tutto in regola, Lo PSAL non ha disposizione alcuna centralina (ricordiamo che l’unico strumento per la misurazione del microclima è apposita centralina con personale formato per leggere i dati). E quindi nulla, resta tutto come è.
Riteniamo incredibile che vi siano solo 3 medici del lavoro per tutto il territorio genovese e che la Regione Liguria non si doti di apposita centralina per il controllo microclimatico. E non riguarda “solamente” i lavoratori, ma anche i cittadini in siti, ad esempio, come le scuole se pur “sotto” il Comune.
Secondo esempio.
Le linee guida regionali sulle funzioni del Medico Competente invitano le aziende a creare un percorso a tutela del lavoratore con prescrizione/limitazioni che preservi da incidenti sia il lavoratore che l’utenza.
Ma questo non avviene.
Solitamente viene detto al lavoratore di arrangiarsi e viene inserito nel pieno dell’organico a causa della carenza di personale.
Sareste contenti se a somministrarvi la terapia fosse magari un infermiere con problemi di burn out o che da mesi subisce mobbing in costante terapia?
Gli investimenti, la correttezza e la cultura della sicurezza (oltre che dirigenti adeguati) permettono di risparmiare e di evitare gravi incidenti.
NON DIMENTICHIAMOLO!!!
Genova, 07/08/17
Osservatorio Nazionale Sanità USB per la sicurezza sul lavoro

Nessun commento:

Posta un commento