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mercoledì 12 luglio 2017

12 luglio - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 10/07/17

riceviamo e pubblichiamo


Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus
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INDICE
Posta Resistenze posta@resistenze.org
GIU’ LE MANI DAL DIRITTO DI SCIOPERO
TERRE DI FRONTIERA: NUMERO 10 GIUGNO 2017
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
SI POTRA’ ANCORA SCIOPERARE?

La Città Futura noreply@lacittafutura.it
ATTACCO FRONTALE AL DIRITTO DI SCIOPERO
Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
REPORT MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI SEI MESI DEL 2017
IL LAVORO? SEMPRE PIU’ IRREGOLARE
Clash City Workers cityworkers@gmail.com
FCA: DUE GIORNATE DI SCIOPERI, GLI OPERAI RESISTONO CONTRO IL MODELLO MARCHIONNE
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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, June 22, 2017 8:28 AM
Subject: GIU’ LE MANI DAL DIRITTO DI SCIOPERO
17/06/17
Da “La Riscossa”
E’ bastato uno sciopero vero a far andare su tutte le furie esponenti di governo e sindacati collaborazionisti. La massiccia adesione allo sciopero di tutto il settore dei trasporti, promosso dalle sigle sindacali di base, ha paralizzato le principali città italiane con le evidenti ripercussioni sulla mobilità locale. Proprio questo argomento è stato utilizzato per promuovere una nuova stretta sul diritto di sciopero, che ha visto ancora una volta promotori il PD e le sigle confederali.
Matteo Renzi, da poco confermato segretario del PD ha subito tuonato contro i lavoratori. Lo sciopero è “uno scandalo”, auspicando una legge che regolamenti il diritto di sciopero Ma soprattutto per evitare che “le piccole sigle mettano in ginocchio il Paese”. Sulla stessa linea la segretario della CISL Annamaria Furlan che ha parlato di “sciopero inutile e dannoso per i cittadini”. La Furlan si è detta d’accordo con il commissario di Alitalia, che ha parlato di regalo alla concorrenza e ha affermato “E’ tra l’altro inutile scioperare per la situazione di Alitalia. E’ il secondo danno che CUB e Cobas fanno su Alitalia. Il diritto di sciopero è una cosa seria e come tale va trattato. Ma bisogna avere obiettivi chiari e rivendicazioni serie. E’ evidente che sui servizi pubblici bisogna mettere mano alla legge sullo sciopero: sigle che rappresentano una piccola minoranza di lavoratori non possono bloccare il paese”. In serata, immancabile è arrivata la nota di allineamento della CGIL con la dichiarazione di Susanna Camusso a LA7. La Camusso ha criticato i disagi arrecati all’utenza dalla grande adesione allo sciopero nei trasporti pubblici promosso dalle Organizzazioni Sindacali Autonome e di base, e ha dichiarato di auspicare una legge sulla rappresentanza sindacale che “argini la frammentazione dei sindacati e le iniziative autonome delle minoranze” , mettendo una soglia di sbarramento alla rappresentanza di queste forze che ne limiti la possibilità di indire scioperi ed altre iniziative di lotta.
Non appena i lavoratori hanno alzato la testa è partito l’attacco congiunto del governo e dei mandarini sindacali confederali, tutti uniti in un fronte unico. Quanti invocano leggi più restrittive sul diritto allo sciopero dimenticano (o, data la competenza, fanno finta di dimenticare) che già oggi il settore dei trasporti è sottoposto a rigidissime regole che riducono il diritto di sciopero. Per scioperare è necessario comunicare con larghissimo anticipo, ottenere l’autorizzazione del garante, rispettare particolari fasce orarie di garanzia e determinati servizi che non possono essere soppressi dagli scioperi. L’ulteriore stretta sul diritto di sciopero con la regolamentazione richiesta da Renzi, appoggiata dai confederali e dal garante Santoro Passarelli, sarebbe di fatto la fine del diritto di sciopero.
Altro argomento su cui governo e confederali mentono fingendo di non sapere è quello sulla rappresentatività delle sigle di base. Da anni la crisi del sindacato confederale sta portando migliaia di lavoratori ad abbandonare le sigle storiche, CGIL in primis, per approdare al sindacalismo di base. La scarsa rappresentatività elettorale di queste sigle dipende molto più dalle leggi sulla rappresentanza sindacale che non dal seguito effettivo che queste sigle hanno tra i lavoratori. Non in ultimo, l’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio ha escluso le sigle non firmatarie (ad esempio CUB, SGB che sono state promotrici degli scioperi di ieri) dalla possibilità di correre alle elezioni delle RSU, privandole quindi di un riscontro di rappresentanza per come lo intendono CGIL, CISL nei loro comunicati. Limitazione del diritto di sciopero e limitazione delle possibilità di azione sindacale dei sindacati conflittuali vanno a braccetto, ma quale è il fine?
Che ne dica la Furlan che ha parlato di sciopero incomprensibile, i lavoratori di ragioni ne hanno da vendere. Basta vedere la situazione dei lavoratori di Alitalia, la cancellazione (con un emendamento alla manovra) della legge che regolamentava il settore del lavoro degli autoferrotranvieri, regalo del PD alle società che puntano alle privatizzazioni, o il risultato degli appalti e delle esternalizzazioni dei servizi come accade con Roma TPL e decine di altre aziende, false cooperative e società in tutto il Paese. Ma soprattutto la ricerca della contrapposizione tra lavoratori in sciopero e cittadini privati dei servizi, seppure oggi riceva un certo sostegno vista la mancanza di coscienza politica, è una grande bufala. Quanto sono peggiorati i servizi ai cittadini con le privatizzazioni? I lavoratori stanno lottando anche per servizi pubblici di qualità.
Anche se ieri milioni di lavoratori, studenti, pensionati avranno provato disagi per gli scioperi, questi non sono nulla rispetto ai disagi che creano le politiche di privatizzazione. E soprattutto non cadiamo nella trappola della contrapposizione tra lavoratori. Perché se il cittadino utente appoggia la stretta agli scioperi nei trasporti, domani lo stesso cittadino utente, anch’esso lavoratore sarà vittima della stessa stretta, magari nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle fabbriche, persino nei musei come già accaduto. E alla fine vinceranno sempre loro.
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From: Mario Murgia murgia.mario50@virgilio.it
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Sent: Monday, June 26, 2017 6:15 PM
Subject: TERRE DI FRONTIERA: NUMERO 10 GIUGNO 2017
 “Il relitto perfetto”. E’ questo il titolo di copertina con il quale abbiamo deciso di aprire il primo numero del secondo anno di “Terre di frontiera”.
Una traccia per parlare di navi dei veleni e documenti declassificati. Un nuovo capitolo di danneggiati in Calabria, all’ombra dei rifiuti tossici. Cosa succede al lago del Pertusillo? Eolico, Strategia energetica nazionale, “controriforma dei parchi”, Mediterraneo hub del gas.
Questi alcuni degli argomenti che vi invitiamo a leggere.
Ed un esclusivo reportage fotografico dall’epicentro del sisma che ha sconvolto l’Appennino centrale.
Come sempre: buona lettura!
Leggi “Terre di frontiera” al link:
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
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Sent: Monday, June 26, 2017 6:33 PM
Subject: SI POTRA’ ANCORA SCIOPERARE?
di Marco Beccari
24/06/17
Da News Italiane
In seguito allo sciopero del 16 giugno del trasporto pubblico è tutto un coro di voci per limitare ulteriormente il diritto di sciopero e la risposta della CGIL è inadeguata.
Venerdì 16 giugno 2017, dalla pagina Facebook di Matteo Renzi: “L’ennesimo sciopero dei trasporti è uno scandalo. Fatto ancora una volta di venerdì. E proclamato da piccole sigle che utilizzano ancora una volta l’alibi della privatizzazione. A Firenze cinque anni fa abbiamo messo a gara il servizio e lo ha vinto un’azienda pubblica, le Ferrovie dello Stato. Si può fare di più, ma adesso lo gestiscono meglio che in passato. Anziché rincorrere tre funivie forse i romani preferirebbero avere un autobus regolare ogni cinque minuti: mettere a gara il servizio farebbe perdere i voti dei sindacati autonomi, ma migliorerebbe la vita dei cittadini. E in questa stagione turistica così delicata: come si può lasciare a terra ancora una volta Alitalia? Il diritto di sciopero è sacrosanto e va garantito. Ma anche il diritto dei cittadini di non essere presi in giro: non è possibile che una miriade di piccole sigle paralizzi i venerdì delle nostre città”.
Dopo lo sciopero di venerdì 16 giugno è tutto un coro di voci contro l’irresponsabilità dei sindacati che hanno indetto l’agitazione, sul fatto che gli scioperi debbano essere ulteriormente regolati, e altre frottole varie. Non vengono menzionate le motivazioni dello sciopero, non si vuole far sapere che i lavoratori sono in agitazione per rilanciare il trasporto pubblico e la sua qualità, contro anni di politiche di tagli e privatizzazioni, altrimenti la narrazione dello sciopero immotivato contro i cittadini farebbe acqua da tutte le parti. Il lavoratore è dipinto come uno scioperato per definizione, uno che rinuncia al proprio salario giornaliero per farsi il “weekend lungo”. I problemi del paese non devono avere spazio sui media (si dovesse capire che chi ha governato per anni non ha risolto nulla!), la colpa di ciò che non funziona è ovviamente dei lavoratori. Ma perché tutta questa esagitazione? Lo sciopero deve aver colpito nel segno in quanto l’adesione è andata oltre le aspettative governative.
La reazione è un evidente attacco al diritto di sciopero. Un diritto, ricordiamolo, non dei sindacati, ma dei lavoratori, come sancito dall’articolo 40 della Costituzione e dalle leggi che lo regolamentano. I sindacati hanno, semmai, il diritto di poter proclamare uno sciopero, ma il diritto di aderirvi o meno, di reputare valide le motivazioni di questo o quello sciopero, di giudicare le organizzazioni che indicono lo sciopero, spetta al lavoratore e non a Matteo Renzi o ad altri esponenti governativi e sindacali. La rappresentatività di un sindacato non ha nulla a che vedere con il diritto di proclamare o meno uno sciopero, il quale può essere indetto anche da comitati e assemblee di lavoratori, senza nessun intervento sindacale. Lo sciopero è un diritto individuale, che si esercita collettivamente, non è quindi appannaggio di questa o quella organizzazione sindacale.
L’articolo 39 della Costituzione non fa la minima menzione dello sciopero, ma piuttosto della possibilità per i sindacati di firmare contratti collettivi di lavoro. Ma firmare contratti collettivi di lavoro non è sufficiente a renderli operativi, in quanto l’organizzazione sindacale che firma un contratto deve avere un peso reale tra i lavoratori perché il contratto sottoscritto possa poi diventare effettivo. Gli altri sindacati contrari all’accordo possono opporsi e scioperare per farlo decadere. Come in ogni ambito della lotta di classe sono i rapporti di forza a determinare concretamente lo spostamento in una direzione o nell’altra. La rappresentatività di una organizzazione non può che misurarsi con il seguito che ha tra i lavoratori e con la reale capacità di mobilitarli. Limitare la facoltà di indire uno sciopero alle organizzazioni sindacali “più rappresentative”, è un chiaro attacco al diritto di sciopero.
Lo sciopero nei servizi essenziali, in cui rientrano i trasporti pubblici, siano essi gestiti da aziende private o pubbliche, è regolamentato già dalla Legge 146/90 e successive e dagli accordi sindacali. Il tempo di preavviso minimo previsto è di 10 giorni, e può essere esteso dai relativi contratti di settore (è ad esempio di 15 giorni per la scuola). Devono essere garantite delle prestazioni essenziali, come le fasce di garanzia all’interno del settore dei trasporti, e non è possibile fare degli scioperi a oltranza. Ciò ha impedito nella scuola di applicare forme di lotta più radicali e incisive durante l’approvazione della Legge 107, meglio nota come la “Buona scuola”, quando si è dovuto limitare lo sciopero degli scrutini a soli due giorni. Devono inoltre essere sempre previste delle procedure di raffreddamento e conciliazione e deve essere osservata una distanza tra uno sciopero e l’altro di un certo numero di giorni (la così detta “rarefazione oggettiva”). Numero di giorni che nella scuola è stato fissato a 7. Lo sciopero nei servizi essenziali è quindi fortemente regolamentato, introdurre ulteriori “lacci e laccioli” come propongono i “pasdaran” della regolamentazione, equivale nei fatti a limitare il diritto di sciopero fino alla sua progressiva scomparsa. Forse un domani, come durante la guerra o il fascismo, non sarà più possibile scioperare.
Uno schieramento di regolamentatori che va da ministro dei trasporti Delrio, al presidente della Commissione Lavoro del Senato Sacconi e al Garante Passarelli. Vediamo quali innovazioni vorrebbero introdurre i nostri esponenti governativi. Passarelli propone di limitare la possibilità di indire uno sciopero solo alle sigle con “una certa consistenza”. Con “una certa consistenza” di iscritti? O forse andrebbe inteso come strutture presenti su scala nazionale? Non è dato entrare nel pensiero del garante e dell’organo che presiede, la Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi essenziali, che dovrebbe avere posizione super-partes e che invece ha assunto sempre più posizioni filo-governative.
Il ministro Delrio propone, invece, di aumentare i tempi di preavviso per i sindacati “che non rappresentano il 50% dei lavoratori”, ovvero tutti i sindacati in ogni settore. Aggiunge inoltre che tale norma “è già prevista nel pubblico impiego”, evidentemente pensa ora che vada estesa anche al settore privato che fornisce servizi essenziali. Sorge allora un dubbio: ma se si devono garantire dei servizi essenziali è corretto demandarli a un soggetto privato, che persegue per definizione i propri interessi e non quelli della collettività? E può una società per azioni soggetta alle regole del bilancio e del profitto erogare un servizio pubblico essenziale? Ricordiamo che per servizio pubblico essenziale si fa riferimento a “quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla vita, alla salute, alla libertà e alla sicurezza, alla libertà di circolazione, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione ed alla libertà di comunicazione”. Servizi garantiti solo per coloro che hanno la facoltà economica di poterseli permettere.
Sacconi è titolare di una proposta in Parlamento che, oltre a recepire la proposta di limitare lo sciopero ai sindacati con una rappresentatività superiore al 50%, prevede un referendum preventivo tra i lavoratori per permettere o meno uno sciopero, un tempo “congruo” di anticipo per revocare uno sciopero e, soprattutto, la dichiarazione preventiva da parte dei lavoratori di adesione allo sciopero. La necessità di un referendum lascia molto perplessi, come se l’adesione o meno a uno sciopero non sia già una chiara testimonianza dell’approvazione o meno delle ragioni dello sciopero da parte dei lavoratori. Ma è lo stesso giornale di Confindustria a dire tra le righe che il referendum tra i lavoratori non sa da fare né ora né mai: si darebbe “una tribuna ai sindacati più piccoli”, dovessero poi usarla bene. La dichiarazione anticipata di sciopero è invece una lesione completa del diritto di sciopero, essendo nei fatti possibile per l’azienda spostare i turni di lavoro in modo tale da assicurare il funzionamento operativo e da vanificare la riuscita dello sciopero stesso. A che servirebbe scioperare se nessuno se ne accorgesse non arrecando nessun danno alla produzione o al funzionamento del servizio?
Tutti sembrano concordare sul fatto che bisogna ridurre la possibilità di indire sciopero, eccetto che per i sindacati più rappresentativi. Andrebbe quindi definito in modo inequivocabile a quale criterio di rappresentatività di un sindacato ci si riferisce. Forse a quello di avere il maggior numero di iscritti? O a un numero di iscritti tale da superare una certa percentuale dei lavoratori complessivi? Oppure a quello di firmare i contratti proposti dal padrone? Ad oggi, l’idea che sembra essere prevalente nel legislatore è quella di organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. A tale concetto fa, ad esempio, riferimento il D.Lgs. 81/15 del Jobs Act. Tuttavia è necessario evidenziare l’ambiguità di tale definizione, che da una parte sembra semplicemente dare valore all’aspetto quantitativo della rappresentanza sindacale dall’altro rimanda alla firma di eventuali contratti collettivi di lavoro, determinando una discriminante tra i soggetti che rappresentano i lavoratori, compiendo nei fatti una torsione neocorporativa della rappresentanza sindacale. Chi firma i contratti ha oggi la possibilità di esercitare la rappresentanza e, quindi, di avvalersi degli strumenti sindacali previsti dalla legge. Dovrebbe invece essere la capacità di un sindacato di mobilitare i lavoratori a determinarne la rappresentatività, nell’idea che il sindacato è un soggetto atto a confliggere con la propria controparte datoriale per strappare migliori condizioni di lavoro. E tra le diverse forme di conflitto è fuori di dubbio che la riuscita degli scioperi costituisce la migliore evidenza di questa capacità.
In questo contesto, le parole pronunciate dalla segretaria della CGIL Camusso appaiono infelici oltre che insufficienti. Sebbene difenda, a parole, il diritto di sciopero apre tuttavia alla legge sulla rappresentanza dei sindacati per “determinare chi ha rappresentanza e credibilità tra i lavoratori”, proprio quando è il governo a invocarla. La CGIL pensa di imporre per legge ciò che è già definito dagli accordi di settore, ma non sempre rispettato dalla controparte padronale, che usa appoggiarsi a piccoli sindacati per far passare i così detti “contratti pirata” in cui viene scambiato il riconoscimento di questi sindacati minori con vantaggi salariali e di organizzazione del lavoro per le imprese. Ma non si può imporre per legge ciò che non si riesce a imporre con la forza della mobilitazione. Le leggi sul lavoro sono la cristallizzazione dei rapporti di forza che in un dato momento storico si sono determinati, e cambiano in base ai nuovi rapporti. Nelle parole della Camusso non vi è nessuna indicazione di una risposta concreta di lotta adeguata a controbilanciare l’offensiva padronale e governativa. La singola manifestazione con comizio finale non si può considerare tale dopo lo schiaffo subito con la reintroduzione dei voucher, né tantomeno le poche ore di sciopero fatte durante il governo Monti contro la Riforma Fornero delle pensioni. Non basta agitare un Rubicone da non attraversare, se poi non si prendono dei provvedimenti concreti quando viene superato. Questo chi fa sindacato lo dovrebbe sapere bene, come si dovrebbe ben sapere che il coltello piantato nel burro, non può che affondare.
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, June 26, 2017 6:33 PM
Subject: ATTACCO FRONTALE AL DIRITTO DI SCIOPERO
di Alfredo Comito
24/06/2017
Da Lettera 43
Il paese si blocca con lo sciopero dei trasporti: i media bypassano sulle ragioni e parlano di “abuso” e nocività dello sciopero. Ecco l’Italia che vuole annullare il conflitto sociale.
Lo sciopero nazionale dei trasporti del 16 giugno indetto dai sindacati di base (CUB, SLAI Cobas, SGB, USI-AIT, ORSA e altri) ha riscontrato una grande risposta e partecipazione dei lavoratori in tutto il Paese come non accadeva da anni, ma a differenza del passato, i mass media non hanno fornito alcuna informazione sulle ragioni dello stesso, anzi, hanno attaccato il diritto di sciopero parlando di “abuso”, di grave “danno nei confronti della concorrenza”, e hanno posto il problema di cosa si possa fare in futuro per evitare che i lavoratori possano agire.
Nonostante gli stessi giornalisti abbiamo riconosciuto che lo sciopero è stato proclamato ed esercitato rispettando le leggi introdotte negli anni ‘90 per regolamentarlo, non hanno posto alcuna domanda a coloro che scioperavano né hanno fornito informazioni sulle ragioni chi lo ha indetto e di chi vi ha aderito. Zero assoluto!
Perché, dunque, questa disinformazione? Quali le ragioni di un tale accanimento in un Paese la cui Costituzione garantisce il diritto allo sciopero?
Lo sciopero, vale a dire il conflitto sociale, è parte stessa della società così come all’interno di un nucleo familiare. Il conflitto, ancora prima della lotta dei lavoratori, significa manifestare il proprio dissenso e proporre una alternativa. Significa, altresì, lottare per i propri diritti e ideali, proprio come accadde nel 1943 quando in tutta Italia scattò il primo grande sciopero nazionale dalla instaurazione del fascismo per difendere i diritti dei lavoratori e fermare la produzione bellica nazista. Costò arresti e deportazioni, ma oggi viene ricordato come atto coraggioso e necessario per tutta la Resistenza, nonché per la dignità di ogni lavoratore italiano.
Oggi lo sciopero è un’azione collettiva che i lavoratori mettono in atto per rivendicare il loro diritto ad un lavoro dignitoso e ad un salario equo, per difendersi dall’attacco del padronato, di chi li vorrebbe asserviti e a costo-zero, come nelle piantagioni di cotone dell’Ottocento. Il diritto di sciopero è un segno di civiltà, è lo strumento con cui ogni società si trasforma attraverso nuovi equilibri ai quali anche i lavoratori possono concorrere con le loro organizzazioni. La possibilità dei cittadini di organizzarsi e associarsi per rappresentare le proprie istanze sta alla base della nostra Repubblica Parlamentare nata proprio dopo la dittatura fascista che aveva cancellato tali libertà e deportato ogni oppositore politico e sindacale.
Le organizzazioni sindacali sono strumenti talmente importanti nella democrazia moderna che la nostra Carta Costituzionale lo specifica in due articoli: l’articolo 39 “L’organizzazione sindacale è libera” e l’articolo 40 “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”.
Cos’è, dunque, che spaventa nell’esercizio dello sciopero?
Venerdì 16 giugno, nel rispetto delle norme che garantiscono i servizi nelle fasce orarie protette, si è svolto lo sciopero del trasporto pubblico e privato, e nella logistica connessa ai trasporti. È stato indetto dalle organizzazioni sindacali di base sopra citate contro la privatizzazione dei servizi e contro il peggioramento delle condizioni di lavoro. Come per l’ATM, azienda a partecipazione pubblica che gestisce la rete dei trasporti a Milano e che fornisce ogni anno utili nelle casse del Comune, che sarà oggetto di un bando europeo nel 2018 che comporterà lo scorporo dell’azienda e la partecipazione a tutte le gare d’appalto in cui sarà scomposto il servizio. Una minaccia per la continuità dell’occupazione, dei salari e del servizio alla cittadinanza. Temi sollevati dai lavoratori, ma ignorati dai mass media che dovrebbero informare e che, invece, sono la voce del padrone che lamenta il traffico e le mancate consegne.
Insomma, zitti e guai a votare NO ai referendum come i lavoratori Alitalia! Bisogna andare a lavorare, essere grati al padrone per questa benevolenza, e se vi tagliano il salario o vi licenziano non permettetevi di scioperare e manifestare! I cortei bisogna farli solo il sabato e senza intralciare il commercio possibilmente, come insegna la Camusso.
Ma, nonostante CGIL, CISL e UIL non indicano più scioperi e non organizzino più il conflitto, i lavoratori non ci stanno e, benché molti siano precari e temano di perdere il lavoro, il conflitto risorge ogni volta che l’ingiustizia sociale trabocca. Altre organizzazioni sindacali, costituite da lavoratori nel segno della Costituzione, continuano a sostenere le istanze del mondo del lavoro e a indire scioperi se occorre. Ecco cosa da fastidio nell’esercizio del diritto di sciopero! Ecco cosa ha fatto alzare il volume di tutti i TG nazionali e perfino dei salotti televisivi!
Ha dato molto fastidio il fatto che, nonostante l’ignobile Accordo sulla Rappresentanza e l’opera soporifera dei sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL), ci sia ancora qualcuno che osi esprimere il conflitto, che si permetta di esercitare un diritto costituzionale, che informi e organizzi i lavoratori che non accettano di regredire ancora dopo aver perso l’art.18, la pensione, la scuola pubblica e la sanità, mentre i soliti “furbetti” speculano sui risparmiatori, evadono il fisco, derubano le banche e si spartiscono gli appalti.
Viviamo in un’epoca in cui c’è una sola voce e un solo attore. La classe dei padroni della finanza e delle multinazionali è l’unica che appare, insieme alla sua corte borghese, e divulga la propria cultura, una cultura dove non c’è più spazio per il dissenso e per il pubblico, per la collettività intesa come società titolare di diritti, oltre che di doveri.
Il mondo 3.0 che ci stanno servendo è a pagamento, privato, tutto è consumo, dal cerotto alla dialisi, tutto è merce, dalla mela al lavoratore. Ce lo chiede l’Europa e secondo Bruxelles dobbiamo adeguarci.
Ormai è diffusa in Italia la prassi secondo cui una parte del salario viene obbligatoriamente destinata alla previdenza complementare gestita dai fondi privati e la sanità viene spinta sempre più nelle mani del privato (la Clinica Santa Rita ne è l’emblema lombardo). Queste operazioni sono possibili grazie all’assenza di un soggetto politico che rappresenti e difenda realmente le istanze della classe dei lavoratori e grazie alla collusione del sindacato confederale che ha abbandonato ogni forma di lotta, che riceve finanziamenti dai padroni attraverso gli enti bilaterali, e che siede nei consigli di amministrazione dei fondi privati delle pensioni creati dopo la riforma del 1996. Nel recente passato, quando uno sciopero fermava il Paese per un giorno e milioni di lavoratori scendevano in piazza, nessun giornalista si sarebbe sognato di criticare il diritto di sciopero né si sarebbe azzardato a parlare di “rappresentatività”.
Oggi scavalcano la verità giuridica e preparano il terreno culturale per abbattere definitivamente tale diritto. Ma la Costituzione non assegna il diritto di sciopero sulla base della “rappresentatività” sindacale. Lo assegna al lavoratore, poiché “l’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro” e “la sovranità appartiene al Popolo”.
La malizia che sta dietro l’espressione “rappresentatività” così tanto sbandierata dai giornalisti (o pseudo tali) italiani, sta nella volontà di alimentare la discriminazione sui Sindacati di Base che non si sono ancora piegati al volere della classe dominante per trasformarsi in consulenti per servizi sanitari e pensionistici come gli altri.
A questo si dovrà resistere e opporre unità di azione dei lavoratori e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali. Lo scenario che si presenta parla di censura e repressioni crescenti, ma la storia ci insegna che solo la consapevolezza e l’unione sono le risposte che romperanno le catene.
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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Saturday, July 01, 2017 6:43 PM
Subject: REPORT MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI SEI MESI DEL 2017
REPORT MORTI SUL LAVORO NEI PRIMI SEI MESI DEL 2017
Dall’inizio dell’anno sono morti sui luoghi di lavoro 338 lavoratori, erano 304 nei primi sei mesi del 2016. Registriamo quindi un aumento di oltre il 10% rispetto all’anno scorso e l’aumento è rilevante anche togliendo le tragedie di Rigopiano e dell’elicottero precipitato in Abruzzo. Erano 291 il 30 giugno del 2008 anno d’apertura dell’Osservatorio (+12,5%).
Chi tutti gli anni, per ingannare i cittadini, dice che ci sono stati cali, nasconde la verità, se si prendono in considerazione tutti i morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL. Del resto in base a questi cali inesistenti si sono fatte leggi contro la Sicurezza dei lavoratori.
Occorre anche ricordare che almeno altrettanti sono i lavoratori che muoiono in itinere ogni anno. Complessivamente quest’anno sono oltre 700 i morti per infortuni in Italia compreso l’itinere. L’anno scorso in Europa sono stati 10.000 i lavoratori morti mentre andavano o tornavano dal lavoro (indagine europea). Tantissime le donne sovraccaricate di lavoro oltre che sul posto, anche dai lavori domestici e quando sono alla guida di un automobile hanno spesso incidenti anche mortali.
Molti infortuni poi non vengono riconosciuti come tali a causa della normativa specifica dell’itinere. E quando andate a vedere ogni anno le denunce per infortuni fatte all’INAIL vi accorgete che poi successivamente spariscono mediamente il 30% dei morti perché non vengono riconosciuti come tali da questo Istituto. Occorre ricordare che anche quest’anno, come i precedenti, un lavoratore su cinque muore travolto dal trattore che guida. Ma nonostante i nostri continui appelli, lanciati ogni anno prima che cominci la strage, chi dovrebbe occuparsene non lo fa, seppure avvertiti attraverso mail. Evidentemente impegnati in cose ben più gravi che la vita dei nostri agricoltori quali il posizionamento personale alle prossime elezioni politiche. Ma con questa casta parlamentare, nessuno escluso, parlare della vita di chi lavora e come parlare di niente.
Sono la Lombardia e il Veneto a pari demerito ad avere fino a questo momento il maggior numero di morti sui luoghi di lavoro. Le percentuali nelle varie categorie sono sempre quelle tutti gli anni. L’agricoltura ha sempre più del 30% delle morti sul totale, segue l’edilizia che supera sempre il 20%. Poi l’industria e l’autotrasporto che si contendono sempre il terzo e quarto posto in questa triste classifica. Ma queste due categorie sono sempre sotto il 10%, nonostante milioni di addetti. Gli stranieri morti per infortuni sui luoghi di lavoro sono il 10,5% sul totale. E’ spaventoso pensare che i nostri giovani non trovano lavoro e si è innalzata l’età della pensione di molti anni anche a chi svolge lavori pericolosi. Anche quest’anno il 31% dei morti sui luoghi di lavoro ha dai 61 anni in su.
La legge Fornero ha contribuito a far morire lavoratori che a quell’età dovevano essere già in pensione e che sono morti a causa degli acciacchi e dei riflessi poco pronti. Adesso cercano di correre ai ripari, ma quando lo scrivevamo anche prima che entrasse in vigore la “Fornero” nessuno ascoltava. Tanto la casta mica ha parenti che vanno sui tetti o che fanno gli autotrasportatori, o ancora che guidano un trattore o lavorano su macchinari pericolosi. Politici parlamentari, dovreste solo vergognarvi ad aver contribuito a questa carneficina.
Chi poi controlla gli orari dei degli infermieri, dei medici e del personale sanitario che muoiono numerosissimi sulle strade a causa dell’eccessivo carico di lavoro, e certi giorni con orari di lavoro da far rabbrividire? Lavoratori che distrutti dalla fatica e dallo stress si mettono alla guida di un’automobile rischiando spesso la vita come le cronache e le statistiche raccontano? Si legge che i medici e gli infermieri sono le categorie più a rischio sulle strade, ma poi nessuno fa niente. Eppure anche qui ci sono delle leggi europee che dovrebbero tutelare questi lavoratori sull’orario massimo da non superare, ma che vengono spesso disattese per carenza di personale.
Ma poi se succede qualcosa chi risponde? Potrei continuare ma mi fermo qui, questo Paese davvero si merita questa classe dirigente? Io credo di no, e questi dieci anni di monitoraggio hanno visto l’indifferenza di chi ci governa, prova ne è anche l’aumento dei morti sul lavoro. Nessuna differenza tra destra e sinistra. Stessa indifferenza. Purtroppo chi lavora non ha nessuna rappresentanza parlamentare ed è questa la vera anomalia: un parlamento dove comandano e fanno le leggi i lobbysti.
REPORT MORTI PER INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO DAL 1° GENNAIO AL 30 GIUGNO 2017
Dall’inizio dell’anno sono morti sui luoghi di lavoro 338 lavoratori. Con i morti sulle strade e in itinere che sono considerati a tutti gli effetti morti sul lavoro si superano i 700 morti complessivi (ricordiamo che nell’intera Europa sono 10.000 i lavoratori morti l’anno scorso in itinere, e tra questi moltissime donne e impiegati che apparentemente non svolgono un lavoro pericoloso). Come vedete nessun calo delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro, anzi, un aumento costante in questi dieci anni nonostante vogliono farci credere il contrario, e questo per giustificare l’incredibile massa di denaro speso per la Sicurezza in questi anni.
MORTI NELLE REGIONI E PROVINCE ITALIANE NEL 2017 PER ORDINE DECRESCENTE
Sono esclusi dalle province i morti sulle autostrade e all’estero.
Lombardia 33: Milano 6, Bergamo 2, Brescia 6, Como 1, Cremona 1, Lecco 2, Lodi 2, Mantova 3, Monza Brianza 4, Pavia 3, Sondrio 3.
Veneto 33: Venezia 5, Padova? 1, Rovigo 5, Treviso 4, Verona 10, Vicenza 8.
Abruzzo 27: L’Aquila 7, Chieti 3, Pescara 12, Teramo 5.
Sicilia 23: Palermo 3, Agrigento 5, Catania 1, Enna 2, Messina 1, Ragusa 3, Siracusa 1, Trapani? 7.
Emilia Romagna 23: Bologna 3, Forlì Cesena 1, Ferrara 3, Modena 4, Parma 3, Piacenza 2, Ravenna 4, Reggio Emilia 3.
Piemonte 21: Torino 8, Asti 2, Biella 1, Cuneo 8, Verbano Cusio Ossola 1, Vercelli 1.
Campania 21: Napoli 7, Avellino 1, Benevento 2, Caserta 5, Salerno 6.
Lazio 18: Roma 6, Viterbo 5, Frosinone 2, Latina 5.
Toscana 16: Firenze 2, Grosseto 3, Livorno 3, Lucca 1, Massa Carrara 1, Pisa? 4, Pistoia 1, Prato 1.
Puglia 11: Bari 3, Brindisi 2, Foggia 2, Lecce 3.
Calabria 11: Catanzaro 2, Cosenza 6, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 1.
Liguria 9: Genova 2, Imperia 1, La Spezia 1, Savona 5.
Marche 9: Ancona 2, Macerata 1, Pesaro Urbino 5, Ascoli Piceno 1.
Sardegna 8: Cagliari 2, Oristano 3, Sassari 3.
Friuli Venezia Giulia 7: Trieste 2, Gorizia 1, Udine 4.
Trentino Alto Adige 6: Trento 1, Bolzano 5.
Umbria 6: Perugia 4 Terni 2.
Molise 5: Campobasso 3, Isernia 2.
Basilicata 1: Potenza 1.
REPORT MORTI SUL LAVORO NELL’INTERO 2016
Nel 2016 sono morti 641 lavoratori sui luoghi di lavoro e oltre 1400 se si considerano i morti sulle strade e in itinere (stima minima per l’impossibilità di conteggiare i morti sulle strade delle partite iva individuali e dei morti in nero), e di altre innumerevoli posizioni lavorative, ricordando che solo una parte degli oltre 6 milioni di Partite Iva individuali sono assicurate all’INAIL. L’unico parametro valido per confrontare i dati dell’INAIL e di chi li utilizza per fare analisi, e dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro sono i morti per infortuni INAIL senza mezzo di trasporto, e confrontare quanti ne registra in più l’Osservatorio. Si ha così il numero reale delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro in Italia e non solo degli assicurati INAIL.
LE MORTI VERDI PROVOCATE DAL TRATTORE
Strage continua, sono già 74 dall’inizio dell’anno gli agricoltori morti schiacciati dal trattore. A questi occorre aggiungere tanti altri che sono morti o perché trasportati a bordo (anche bambini) o per le strade a causa di incidenti provocati da questo mezzo. Martina batta finalmente un colpo su queste tragedie. Da quando è ministro sono morti schiacciati da questo mezzo 500 morti provocati dal trattore. Un morto su cinque sui luoghi di lavoro di tutte le categorie è causato dal ribaltamento del trattore. Gli ultimi ieri a Modena e Verona. Ma se dal Paese non si alza un moto d’indignazione per la loro indifferenza, verso chi ci governa o che è all’opposizione, nulla cambierà. Nelle televisioni pubbliche trasmissioni pagate coi soldi dei contribuenti, fanno vedere idilliache terre incontaminate dove gli animali pascolano felici, ma mai che si occupano dell’altra faccia della medaglia: i tantissimi morti che ci sono sui campi e il colore rosso della terra impregnata dal sangue dei nostri agricoltori. Occorrerebbe (ma lo scriviamo da tanti anni) che chi ci governa faccia una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo. E chi di dovere metta a disposizione forti incentivi per mettere in sicurezza i vecchi trattori.
CROLLO DEI CAPANNONI PER TERREMOTO
Molte delle vittime del terremoto in Emilia erano lavoratori rimasti schiacciati per il crollo dei capannoni. Lo stesso terremoto che ha colpito l’Umbria e le Marche ha evidenziato che i capannoni industriali in Italia sono per la maggior parte a rischio sismico. E’ un miracolo che non ci siano stati morti nella cartiera a Pioraco di Macerata. Il tetto è crollato nel cambio turno, nella fabbrica stavano lavorando solo 20 persone che sono riuscite a scappare. L’intero tetto della sala macchine è crollato. In questa fabbrica ci lavorano complessivamente 146 lavoratori e se fossero stati tutti all’interno ci sarebbe stata una strage. E’ un miracolo, come nel terremoto in Emilia che pur provocando vittime tra i lavoratori è capitato di notte e in orari dove sotto e fabbriche ci lavoravano pochissime persone. La maggioranza dei capannoni industriali in Italia sono stati costruiti in anni dove non si teneva in nessun conto del rischio sismico. Tantissimi di questi capannoni hanno le travi solo appoggiate sulle colonne e nel caso di terremoti possono muoversi dall’appoggio e crollare.
Se non si comincia a farli mettere in sicurezza è a rischio la vita di chi ci lavora sotto, e parliamo di milioni di lavoratori. Del resto con incentivi e detassazioni si potrebbero mettere tutti in sicurezza con una spesa non eccessivamente alta.
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Carlo Soricelli
Curatore dell’Osservatorio Indipendente d Bologna morti sul lavoro, attivo dal 1° gennaio 2008
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To:
Sent: Friday, June 30, 2017 10:30 AM
Subject: IL LAVORO? SEMPRE PIU’ IRREGOLARE
di Marta Fana
22 giugno 2017
Affrontare il tema del lavoro irregolare presenta ampi margini di complessità legati sia alla natura del fenomeno, che per definizione si sottrae alle informazioni ufficiali, sia alle variegate modalità con cui si presenta.
Stando alle definizioni ufficiali, utilizzate dall’ISTAT, le unità di lavoro irregolare sono quelle “relative a prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia lavoristica, fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e le fonti amministrative”. Dal quadro d’insieme, riportato dall’Istituto Nazionale di Statistica e aggiornato fino al 2014, emerge che il contributo al PIL del lavoro irregolare ammonta a 77,2 miliardi di euro, corrispondente a circa il 5,3% del valore aggiunto totale. A questi dati corrisponde una stima di 3 milioni 667mila unità di lavoro irregolare, di cui 2 milioni 595mila relative a posizioni di lavoro subordinato e 1 milione e 72mila a lavoro indipendente (o autonomo).
L’irregolarità aumenta rispetto ai primi anni della crisi (2011) di oltre 100 mila unità, effetto probabilmente dovuto alla tendenza delle imprese a ridurre il costo del lavoro al fine di non essere espulse dal mercato e allo stesso tempo alla disponibilità dei lavoratori ad accettare un rapporto di lavoro anche non regolare per evitare una contrazione drastica del reddito dovuta alla disoccupazione. In termini relativi, il tasso di irregolarità, cioè l’incidenza delle unità di lavoro non regolari rispetto al volume complessivo di unità di lavoro, passa dal 14,5% del 2011 al 15,7% del 2014. Guardando alla distribuzione settoriale, è il comparto dei servizi alle persone a registrare un tasso di irregolarità inquietante: 47,4%, seguito con distacco dai livelli registrati in agricoltura (17,5%) e nelle attività legate a commercio, trasporti, magazzinaggio, alloggio e ristorazione (16,5%). Considerando invece i dati annuali rilasciati dall’Ispettorato del Lavoro si nota che nel 2016, il 63% delle aziende ispezionate risulta essere in una qualche situazione di irregolarità.
Sul piano quantitativo, i dati riportati mostrano, nonostante la sottostima endogena, la rilevanza del fenomeno all’interno dell’economia italiana, confermandosi come carattere strutturale della stessa. Tuttavia, è sul piano qualitativo, relativo cioè alle modalità in cui il lavoro nero e le zone grigie di parziale irregolarità si manifestano, che occorre fare luce. Il legame che bisogna tenere presente nel dibattito sul lavoro irregolare non vive esclusivamente sul piano della non conformità alla legge, ma si estrinseca in modo sostanziale nei rapporti di lavoro e nel carico di sfruttamento che questi comportano in svariati contesti. A tal proposito bisogna altresì considerare in che modo gli interventi legislativi che si son succeduti nell’ultimo decennio hanno inciso sul tasso di irregolarità del lavoro, considerando sia quelli mirati all’emersione del fenomeno, cioè alla sua regolarizzazione, sia quelli più strutturali di riforma del mercato del lavoro.
Nella sua accezione più nota il lavoro irregolare si configura come la mancata stipula del contratto di lavoro con la conseguente non dichiarazione degli obblighi contributivi e fiscali. Tuttavia, anche laddove il contratto di lavoro esiste, esistono svariate modalità di parziale irregolarità. All’interno dei rapporti di tipo subordinato, vaste zone grigie sono rappresentate dalla mancata dichiarazione e retribuzione degli straordinari o dai casi in cui questi sono corrisposti in modo forfettario. Sebbene non sia possibile stabilire una relazione di causalità, si tratta di fenomeni che si accompagnano al processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro e in particolar modo all’aumento della quota di lavori a tempo parziale (part-time) che è in molti casi non soltanto involontaria ma soprattutto fittizia, nascondendo cioè un rapporto di lavoro che ha un’intensità pari o molto simile a un lavoro a tempo pieno. Più in generale, come sottolineato da Enrico Pugliese, “nella composizione del lavoro nero sta avendo un peso crescente la quota delle persone il cui lavoro è contrattualizzato in modo atipico, e non ci riferiamo tanto alle nuove forme contrattuali che riguardano il lavoro dipendente a tempo determinato, ma soprattutto all’utilizzo fraudolento e elusivo di contratti di collaborazione coordinata e continuativa, di collaborazione occasionale e di associazione in partecipazione”.
Si aggiungono poi i casi sempre più frequenti in cui i lavoratori vengono assunti in violazione dei contratti collettivi nazionali attraverso il sistema delle cooperative aggiudicatarie dei servizi funzionali all’attività d’impresa. Fenomeni che si espandono a vista d’occhio al pari della rilevanza di questi settori nell’economia, principalmente la logistica e la grande distribuzione, ma anche i servizi pubblici esternalizzati, e che trovano una sponda favorevole proprio nelle riforme del mercato del lavoro. In questo caso, ad esempio, la depenalizzazione del reato di somministrazione fraudolenta di lavoratori, introdotta dal Jobs Act, permette alle imprese di servirsi di cooperative o aziende fittizie per gestire la propria manodopera (assunta da queste ultime con contratti capestro e senza diritti) rischiando soltanto una sanzione amministrativa e non più l’obbligo di assumere direttamente il lavoratore. Il passaggio da reato penale a mera sanzione amministrativa riduce l’effetto deterrente della norma rendendo più conveniente eludere la normativa. Lo confermano gli ultimi dati dell’Ispettorato del Lavoro, secondo i quali rispetto al 2015 vi è stato un incremento di circa il 39% di irregolarità legate alla somministrazione illecita di manodopera e all’applicazione della disciplina del distacco transnazionale dei lavoratori. In particolare, da questi dati emerge che gli illeciti legati ad esternalizzazioni fittizie aumentano del 276% nei servizi legati alle imprese e del 116% in quelli riconducibili al settore della logistica.
Fino ad arrivare alle forme più estreme di questo sistema, come nel caso del caporalato, che ormai riguarda non soltanto le campagne, ma sempre più i settori appena enunciati.
Ed è a partire da esempi come questi che l’attenzione andrebbe rivolta non soltanto ai meccanismi che rivelano fattispecie di irregolarità, ma anche a come questi siano la rappresentazione plastica del fenomeno di sfruttamento dei lavoratori. Altre modalità vanno ricondotte non soltanto in termini formali rispetto al diritto del lavoro, ma anche rispetto ad altre fonti normative, ad esempio la Costituzione. In alcuni casi ad esempio il diritto del lavoro ammette pratiche in pieno contrasto con la carta costituzionale, in barba al principio della gerarchia delle norme. L’esempio più paradigmatico è quello dei buoni lavoro (o voucher), strumento introdotto nel diritto del lavoro italiano per promuovere l’emersione dei lavori occasionali in agricoltura o per il lavoro domestico, ma il cui uso nel tempo è stato liberalizzato a tutti i settori economici. Sul piano formale, l’INPS ha più volte ribadito che lo strumento dei voucher non è risultato essere efficace contro il lavoro irregolare, essendo stata la sua diffusione più ampia nelle regioni in cui il lavoro sommerso è relativamente più contenuto rispetto alla media nazionale. Allo stesso tempo, l’utilizzo dei voucher è maggiore lì dove la dinamica dei contratti di lavoro è più intensa, a dimostrazione che il lavoro accessorio segue l’andamento del mercato. Come sottolinea l’INPS nella stessa pubblicazione, questa diffusione pare aver accresciuto le zone grigie. Tuttavia, i buoni lavoro rappresentano uno strumento anticostituzionale in quanto non prevedono remunerazione per tutti i diritti sociali e assistenziali costituzionalmente garantiti, dalle ferie alla malattia. Allo stesso tempo, la paga oraria uguale per ogni tipo di attività confligge con l’articolo 36 della Costituzione.
Per alcune fattispecie la presunzione stessa di irregolarità non è univoca e spesso viene confermata di caso in caso in sede giurisprudenziale. Un caso tra tutti è rappresentato dalle situazioni in cui il contratto di lavoro applicato non è quello del settore più vicino alle attività svolte dal lavoratore. Il diritto italiano prevede che la scelta della categoria del contratto da applicare spetti all’imprenditore il quale ha come riferimento l’attività principale d’impresa. La linea di demarcazione tra regolarità e irregolarità si fa più sottile.
Altre forme di irregolarità, che caratterizzano soprattutto il lavoro delle giovani generazioni, attengono alla sfera dei contratti di inserimento al lavoro e formazione, come gli stage e i tirocini, ampiamente utilizzati dalle imprese, nonché strumento privilegiato da queste ultime nei rapporti stipulati attraverso il programma Garanzia Giovani (54% sul totale dei rapporti avviati tra il 2014 e il 2015 come riportato nel rapporto di monitoraggio della Corte dei Conti Europea). Ancora una volta, l’utilizzo dei tirocini o degli stage è funzionale all’abbattimento quasi totale del costo del lavoro: attraverso questi strumenti le imprese mascherano veri e propri rapporti di lavoro invocando la natura formativa della relazione, spesso invece assente.
Il tema degli stage e tirocini rimanda inevitabilmente a considerazioni legate al lavoro gratuito o pressoché tale, anch’esso sempre più diffuso. Se, da un alto, il lavoro gratuito nella forma del volontariato assume una forma già regolamentata, dall’altro quel che si osserva sempre più spesso è un uso distorto del volontariato stesso. Sempre col fine di ridurre i costi, i lavoratori vengono assunti sotto la definizione formale di volontari di un’associazione o cooperativa, quando nella realtà sono dei lavoratori dipendenti a tutti gli effetti. In questi casi, la remunerazione, di per sé esigua, si configura nella migliore delle ipotesi come un rimborso spese, eludendo ogni vincolo normativo.
Appare evidente quindi che il lavoro irregolare in Italia rimane una questione strutturale che investe trasversalmente il mondo del lavoro e non è neutrale rispetto alle modifiche normative, sia in positivo che in negativo: legalizzare forme di irregolarità che non lo erano abbatte il fenomeno dal punto di vista quantitativo senza però migliorare le condizioni di chi subisce quel processo. Nel caso inverso, invece, la riduzione dei dispositivi di deterrenza non fa che aumentare l’incentivo a ricorrere a forme irregolari sulla base di un mero calcolo economicistico, come nel caso della depenalizzazione della somministrazione fraudolenta di lavoratori discussa in precedenza. Infine, quel che bisogna tenere presente nella valutazione sistemica del fenomeno è che esso è legato non soltanto alla normativa ma al modo in cui essa accompagna le trasformazioni che investono il sistema economico e i processi produttivi nel suo complesso, come nel caso appunto della frantumazione produttiva incarnata dai processi di esternalizzazione. Il diritto del lavoro infatti non è neutrale, ma interviene nella regolazione dei rapporti di forza interni alla produzione, tra imprese e lavoratori, riequilibrandoli o inasprendoli. Attualmente, esso tende a rafforzare l’interesse delle imprese la cui strategia competitiva è basata sulla compressione dei costi e sempre più spesso sul contenimento del costo del lavoro, da raggiungere, prima di tutto, attraverso la frantumazione dei processi e delle filiere produttive e in seconda battuta facendo leva sul potere di ricatto padronale su una forza lavoro disgregata. In questo senso, anche il lavoro irregolare (formale o sostanziale) rientra pienamente nel meccanismo di estrazione di (plus)valore a vantaggio della profittabilità aziendale.
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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, July 02, 2017 10:12 PM
Subject: FCA: DUE GIORNATE DI SCIOPERI, GLI OPERAI RESISTONO CONTRO IL MODELLO MARCHIONNE
Nel 2010, con l’accordo di Pomigliano firmato dai sindacati: FIM (CISL); UILM (UIL); UGL; FISMIC; Associazione Capi e Quadri (quest’ultimo racchiude nel nome tutta la sua vocazione), vengono stabiliti nuovi ritmi lavorativi, e quindi di sfruttamento.
Nella fabbrica campana l’intesa viene sottoposta a referendum. Nonostante le condizioni ricattatorie e le vessazioni subite dagli operai che provano ad aprire bocca a favore del rifiuto, il NO ottiene il 40% dei voti.
I nuovi ritmi pian piano estesi anche al di fuori di Pomigliano, porteranno un operaio a lavorare 400 vetture in un turno, 60 macchine l’ora, 1 vettura al minuto. Il contratto, oltre a stabilire 3 turni da 8 ore sei giorni la settimana, prevede 120 ore l’anno di straordinari imposti (“concordati”) con il singolo operaio e pause da 30 minuti ridotte anche a 20. A questo si aggiungerà la variante peggiorativa che dal marzo 2015 prevederà 20 turni suddivisi in 4 squadre e che metterà, all’abbisogna, gli stabilimenti a lavorare 24 ore su 24. In periodi poi di maggior produzione non vengono date ferie perché si cerca di ottenere il massimo della produttività con il minor numero di lavoratori.
L’azienda per inasprire quello che a tutti gli effetti è un regime, oltre al consueto strapotere dei capi squadra (oggi “ripuliti” con la definizione di “team leader”) che controllano il mantenimento di ritmi al limite della resistenza fisica, introduce una metrica del lavoro chiamata Ergo-Uas. Questa ha il compito di eseguire un monitoraggio costante e pervasivo che controlla ogni singolo movimento del lavoratore. Lo scopo come sempre è quello di abbattere i tempi morti.
E i morti puntualmente cominciano ad arrivare.
Nel 2011 a Termoli muore di infarto il quarantasettenne Antonio Cerio padre di un bambino di 10 anni.
Nel 2015, a Pomigliano d’Arco, dopo aver lavorato per due notti di seguito, muore stroncato da un infarto Luigi Noto di 49 anni.
Nel 2016, durante un turno notturno, muore, anche lui di infarto, Massimo Lombardi di 54 anni e padre di due figli. Affetto da gravi problemi cardiaci, già da tempo aveva fatto richiesta di essere spostato in un’altra area più idonea.
Non scordiamo nemmeno chi nell’indotto è coinvolto in questa catena di montaggio allargata. Agli inizi di dicembre 2016 muore ancora per infarto Saverio Valerio, 57 anni, dipendente della Prima Eastern in Val di Sangro.
Il sistema FIAT però, oltre all’oppressione ha bisogno di altri due ingredienti: la repressione ed il consenso.
Ecco quindi trasferimenti forzati in luoghi di punizione come il reparto confino di Nola in cui ogni giorno vengono deportati centinaia di operai che hanno avuto a che fare con proteste di una certa entità o con sindacati scomodi o che vengono reintegrati a seguito di vertenze vinte. Proprio a Nola nel 2014 si tolgono la vita Giuseppe De Crescenzo e Maria Baratto. E ancora, cambi turno per rendere più difficili gli spostamenti se non si è muniti di una propria autovettura. Inoltre non sono consentite assemblee all’interno delle fabbriche al di fuori di quelle dei sindacati “firmaioli” che si guardano bene da mettere all’ordine del giorno argomenti realmente importanti. Non vengono resi noti nemmeno i numeri della forza lavoro e quindi quanti sono gli operai in trasferta e quanti gli interinali. Quando si è in prossimità o durante uno sciopero i capisquadra passano alle vie di fatto minacciano di licenziamento chi si astiene o ha intenzione di astenersi dal lavoro.
I racconti delle lotte e di ciò che accade negli stabilimenti FIAT rischiano di intaccarne l’immagine costruita, oltre che, da una stampa, di proprietà e amica, che per anni descrive piani fantasmagorici serialmente mai avveratisi, anche da una campagna pubblicitaria che nel 2012 a colpi di spot parla di “Orgoglio italiano”. Che dire poi dell’operazione “felicità” (“I’m happy”) del 2014. Un balletto di maestranze ammaestrate. Ma la comunicazione oltre a rivolgersi verso l’esterno, lavora ai fianchi i lavoratori con lo scopo di dividerli e sfiancarli. Infatti alla vigilia di scioperi o proteste escono puntualmente articoli mirati che prospettano nuovi modelli e nuovi cicli produttivi. Questo è il caso recente di Pomigliano in cui l’azienda, dopo l’incontro con i sindacati del 16 giugno, non dava nessuna possibilità per un nuovo piano industriale. Mentre ora, alla vigilia dello sciopero del 30, sindacati amici ed articoli mirati dicono che l’azienda farà partire la produzione di un nuovo modello Alfa.
A noi invece pare assai evidente che l’ambizione di questa multinazionale sia il completo ed incondizionato asservimento della vita di lavoratori e lavoratrici al fine di un estremo arricchimento che è stato permesso, oltretutto, da decenni di aiuti di stato (dal 1977 al 2013 solo per interventi di ristrutturazione, innovazione o avviamento, sono stati 7,6 miliardi; al netto quindi di Cassa Integrazione e prepensionamenti altrimenti la cifra salirebbe vertiginosamente).
Nonostante si trovino di fronte a un enorme Moloch del capitalismo italiano, gli operai ricominciano una nuova stagione di lotte in un clima tra i più duri che si ricordi da molti anni a questa parte. Nelle fabbriche della FIAT del sud Italia si organizzano in un coordinamento contro gli straordinari obbligatori del sabato. In alcune fabbriche, come a Termoli, vengono indetti scioperi e cortei che da una iniziale bassa percentuale di partecipazione, tra l’aprile e il maggio del 2016, arrivano ad ottenere adesioni con punte del 60% bloccando a più riprese la produzione. Questo però non basta.
Attualmente la situazione ripropone problemi molteplici e su più fronti.
A Melfi dal 29 giugno i 5.549 operai della fabbrica saranno posti in cassa integrazione fino al 2 di luglio. Dopo il primo fermo che era stato tra febbraio e marzo. Anche qui il segretario della FISMIC, Pasquale Capocasale, non ha perso occasione per ricordarci che il male della FIAT sono quei sindacati che chiedono più diritti: “ci preoccupano alcune organizzazioni sindacali che avallano questa situazione e chiedono di tornare ai 15 turni”.
A Termoli, tranne nei momenti di sciopero, non si è mai smesso di lavorare a ritmi forsennati su 20 turni e tutti i sabati. Stessa sorte per la Sevel di Castel di Sangro.
A Mirafiori continua il contratto di solidarietà per i 1.926 operai.
A Pomigliano si va incontro a 2.000 possibili esuberi ora anche loro in contratto di solidarietà. Trecentotrenta operai trasferiti a Cassino senza data di rientro ed indennità di trasferta.
A Cassino cassa integrazione per 2.000 operai e 500 interinali non rinnovati per far spazio ai trasferimenti da Pomigliano.
I momenti di lotta saranno due. Il primo, organizzato dal Si Cobas, USB di Melfi e operai iscritti FIOM di Cassino, è previsto per venerdì 30 giugno. Per quella data è indetto lo sciopero generale in tutte le sedi con manifestazione e presidio davanti all’ingresso principale dello stabilimento di Cassino.
La chiamata recita: “Il fallimento provvisorio del piano industriale dell’intero gruppo FCA e quello dei modelli Alfa a Cassino la dice lunga sulla tenuta produttiva e occupazionale dello stabilimento di San Germano. Una lotta che ci unisce. Gli operai di Cassino si devono unire agli operai di Pomigliano, Termoli, Sevel, Melfi, Mirafiori ecc. per rivendicare quelli che sono i punti del nostro piano industriale:
nessuno dei 500 precari va licenziato;
i ritmi di lavoro devono essere abbassati;
la pausa va aumentata;
il sabato lavorativo va eliminato;
i lavoratori RCL (con ridotte capacità lavorative) devono essere tutelati e collocati su idonee postazioni;
ai CDS (contratti di solidarietà) dobbiamo rispondere con la lotta e pretendere da padroni, governo, e regione una equiparazione salariale”.
L’altro momento di lotta, si terrà l’1 e il 2 luglio e segue, riprendendo gli scioperi del 2016 dei sabato lavorativi, dando continuità, per il secondo fine settimana consecutivo, al blocco della produzione nello stabilimento di Termoli. Ad organizzarlo sono gli Operai Autorganizzati Molise e la RSA USB di Termoli. Il comunicato si richiama all’articolo 46 della Costituzione: “L’uomo ha diritto a socialità e dignità dentro e fuori il posto di lavoro. Egli lavora per garantire ciò a se stesso e ai propri cari”. Ribadisce che non devono essere i lavoratori a pagare per le perdite produttive causate dalla mancanza di investimenti sui macchinari e dalla mancanza di personale. Le salite produttive, ammesso che di queste si tratti, vanno gestite con nuove assunzioni, in modo da redistribuire la ricchezza prodotta dallo stabilimento sul territorio. Mentre la FCA fa lavorare il sabato e la domenica sempre le stesse persone. Aumentando così i carichi di lavoro senza che aumentino i posti di lavoro. Si deve creare occupazione e non saturare prima i mercati per poi finire in cassaintegrazione.
Noi, oltre che appoggiare entrambe le giornate, ci auguriamo che in futuro si troveranno momenti ancora più condivisi per riunire i lavoratori e le lavoratrici degli stabilimenti in un’unica lotta, oggi più necessaria che mai. Non dimentichiamo neppure gli scioperi negli stabilimenti della FCA che in questo momento o nel recente passato hanno coinvolto i lavoratori di altri paesi, dalla Serbia agli Stati Uniti.
Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo, nel 2011 disse: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. Strappiamogli queste parole di bocca.

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