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giovedì 20 luglio 2017

19 luglio - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 18/07/17



Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus
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INDICE
Clash City Workers cityworkers@gmail.com
PREMIO, TURNI, INTERINALI: MESI DI AGITAZIONE IN BUSITALIA
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
IL LAVORO AL TEMPO DEI ROBOT
Unione Sindacale di Base Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
INTRODUZIONE AL VERBALE DELLA COMMISSIONE SANITA’: LEGGETELO NE VALE LA PENA!!!
Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
BASTA BALLE: MAI TANTI MORTI SUL LAVORO COME NEL 2016 E 2017!!!

Patria Indipendente redazione@patriaindipendente.it
L’ANGOSCIA DEL PRECARIO DEL XXI SECOLO
Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
LO SPALLANZANI VUOLE LICENZIARE DUE LAVORATORI: FERMIAMOLI
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
DISOCCUPAZIONE E PRECARIETA’, MA TRANQUILLI VA TUTTO BENE!
PCarc Sezione Massa carcsezionemassa@gmail.com
APPELLO DEL COMITATO FAMILIARI LAVORATORI RATIONAL!
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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, July 02, 2017 10:12 PM
Subject: PREMIO, TURNI, INTERINALI: MESI DI AGITAZIONE IN BUSITALIA
Premio di risultato in cambio di turni più lunghi? Licenziare i lavoratori interinali? I dipendenti di BusItalia Veneto non ci stanno.
Da anni ormai prosegue la battaglia dei lavoratori del trasporto pubblico urbano di Padova e provincia contro BusItalia, l’azienda (a capitale pubblico) che ha preso in gestione (privatistica e quindi volta a generare profitto) di una grande parte del trasporto pubblico locale in tutta Italia.
A partire da Firenze, dove l’ex premier ed ex sindaco Renzi ha affidato a BusItalia il trasporto locale, provocando un peggioramento delle condizioni di lavoro e del servizio che sono sulla bocca di tutti e che sono resi pubblici durante gli scioperi, ma che lui non vuole vedere, contento com’è di aver messo a gara (e quindi privatizzato) il servizio fiorentino.
La gestione di BusItalia Veneto, che comprende anche il trasporto extraurbano di Padova e Rovigo, ha comportato un livellamento al ribasso del servizio (ultimo ad esempio l’orario estivo del 2017 in cui 70 comuni della provincia rimangono senza collegamenti nei festivi) e delle condizioni di lavoro: nastri lavorativi fino a tredici ore, turni spezzati e tempi morti non pagati.
Il problema della rappresentatività dei lavoratori si è imposto prepotentemente in questi anni.
Da una parte i lavoratori, in gran parte iscritti e organizzati con le sigle di base (ADL Cobas, SLS, SGB, SUL, delle quali le prime due raccolgono la maggior parte dei lavoratori dell’urbano), dall’altra l’azienda e i sindacati confederali che si ostinano a non voler riconoscere la volontà dei lavoratori. Le elezioni delle RSU a Padova non si svolgono da quando l’azienda si chiamava ancora APS, e ai tavoli di trattativa ci vanno ancora segretari provinciali di sindacati che nel trasporto pubblico locale hanno anche meno di 10 iscritti.
C’è poi il contenuto di accordi e trattative: negli ultimi mesi si è parlato di Premio di Risultato, una parte del salario che dovrebbe dipendere dal raggiungimento di alcuni (appunto) risultati a livello individuale, che spesso va a sostituire altri mancati aumenti collettivi. BusItalia Veneto, dice, vuole legare il Premio di Risultato a parametri “oggettivi”, parametri però spesso stranamente oggettivi, come la valutazione del servizio da parte dei clienti. Clienti sempre più indispettiti della qualità del servizio, questa sì fortemente peggiorata in maniera oggettiva negli ultimi anni, non certo a causa degli autisti, che svolgono il loro lavoro con lo stesso impegno, ma da tagli alle corse, esternalizzazione di alcune linee a cooperative, mancata manutenzione dei mezzi.
Vi sono inoltre una serie di parametri individuali basati sui giorni di malattia, incidenti e numero di biglietti venduti a bordo.
Insomma un misto di criteri (ir)razionali che vogliono individuare una produttività individuale per un servizio il cui risultato dipende invece dalla cooperazione di tutti i lavoratori e dalla direzione.
La produttività risulta concetto strano in un'azienda che dovrebbe fornire un servizio pubblico, considerando che molti dei soldi incamerati vengono da rimborsi della Regione per la garanzia del servizio.
I parametri del Premio di Risultato e il concetto di produttività applicato al lavoratore si scontrano con la realtà di un servizio in cui le malattie professionali sono all'ordine del giorno a causa delle lunghe ore alla guida, delle vibrazioni, dello stress e che infine dovrebbe continuare a essere considerato un servizio pubblico al cittadino.
L'accordo per il premio, su cui i lavoratori sono stati chiamati a votare nelle scorse settimane, era una catena di complicate regole collettive e individuali che rendevano difficilmente quantificabile il Premio di Risultato. Un' unica cosa era certa: l’ammontare totale bassissimo (600 mila euro all'anno) in cambio di un’ulteriore sforamento nei turni in deroga, quelli più massacranti perché con i nastri lavorativi più lunghi.
La maggioranza dei lavoratori si è rifiutata di legittimare quella che hanno considerato una farsa, nonostante la minaccia di non ricevere neppure quei pochi soldi promessi. Con il 55% di astensione ragionata e un'ulteriore percentuale di voti esplicitamente contrari, i lavoratori organizzati dai sindacati di base (quelli davvero rappresentativi) vogliono mettere l’azienda davanti ai propri bisogni: servono più soldi anche per integrare il Premio di Risultato che i lavoratori dell’extraurbano non ricevono da troppi anni; più chiarezza e regole comprensibili, che incentivino realmente i comportamenti virtuosi e il riconoscimento della rappresentanza reale.
Ma il vero cambiamento che vogliono lavoratori e lavoratrici è quello per cui al centro dell’operato dell’azienda ci sia la qualità del servizio e la qualità del lavoro, non l’utile economico e la propaganda. Proprio sull'utilizzo di cooperative esterne e lavoratori interinali, da lasciare a casa appena può far risparmiare qualcosa o quando iniziano a chiedere qualche diritto, è iniziato un nuovo stato di agitazione con lo slogan che abbiamo imparato a conoscere nel settore dei magazzini “Tocca uno, tocca tutti”. Otto lavoratori non hanno visto riconfermato il loro contratto e i motivi non sono chiari. E’ chiaro invece che la Solidarietà è ancora lo strumento fondamentale per lavoratrici e lavoratori per tornare a pretendere il rispetto dei diritti e la dignità.
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 03, 2017 8:25 PM
Subject: IL LAVORO AL TEMPO DEI ROBOT
A Pontedera si è discusso del piano nazionale Industria 4.0, ovvero quando i lavoratori finanziano il proprio licenziamento.
La robotica gode dell'appoggio pressoché incondizionato del governo, delle amministrazioni locali e dei maggiori gruppi industriali. In particolare il governo italiano, così come quelli tedesco, francese, olandese e britannico, ha varato il Piano nazionale Industria 4.0 al fine di “favorire gli investimenti per l’innovazione e per la competitività”.
Il termine “Industria 4.0” allude a una sorta di “quarta rivoluzione industriale” legata alla disponibilità di connessioni e a un impiego esteso di tecnologie informatiche, tali da interconnettere sistemi e automatizzare le produzioni. Il piano italiano investe tutti gli aspetti del ciclo di vita delle imprese che vogliono aumentare competitività, agevolando gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione (RS&I), sia con ingenti benefici finanziari che con azioni di supporto. Il tutto finanziato con la fiscalità generale, cioè soprattutto dai lavoratori dipendenti.
In Toscana, la Regione ha stanziato oltre 5 milioni di euro e il presidente della Piaggio Roberto Colaninno ha già annunciato di voler arrivare a oltre 40 milioni di euro in spese per l'automazione.
Il circolo di Rifondazione Comunista Karl Marx di Pontedera, per discutere di questi problemi, ha avviato un percorso di riflessione e di elaborazione di proposte politiche. Il primo appuntamento di questo percorso è stato l'evento del 23 giugno dal titolo “Industria 4.0: Il lavoro al tempo dei robot”.
Macchine e robot (afferma il PRC nell'avviso di convocazione) non mangiano, non chiedono ferie, hanno un costo iniziale noto a chi investe e che si può tranquillamente ammortizzare. Sono ben spesi i soldi alle imprese per l'automazione? Quali effetti avranno sull'occupazione e sulla vita dei lavoratori? Il nuovo paradigma di industria 4.0 (prosegue la nota) potrebbe sfociare nel paradosso per cui lavoratrici e lavoratori con le loro tasse... finanziano il proprio licenziamento”.
Ha coordinato i lavori Paolo Sarti, consigliere di “Sì Toscana a Sinistra”.
La prima relazione è stata quella di Simone d'Alessandro, economista dell'Università di Pisa. Esordendo con un video ha mostrato come le tecnologie cambiano la nostra vita quotidiana e come il loro impiego consenta di sfruttare perfino le attività del tempo libero, catturando preziose informazioni personali. Grazie a questi nuovi dispositivi, dal punto di vista economico tutti siamo produttori, quantomeno di informazioni. Dopo aver sommariamente illustrato i diversi approcci al progresso tecnologico da parte degli economisti classici (ci è parso di capire che abbia accomunato in questa categoria sia i classici veri e propri che i cosiddetti neoclassici, come è consuetudine in certi ambiti accademici), secondo cui la disoccupazione inizialmente provocata è destinata ad essere riassorbita in tempi ragionevoli, e i keynesiani, secondo cui è invece necessaria una redistribuzione di redditi e orari di lavoro per tale riassorbimento.
Dato che le macchine sono in grado di gestire da sé i processi, riducendo il contributo del lavoro, è destinata a diminuire drasticamente l'occupazione e anche, significativamente, la quota del salario sul prodotto, aumentando le disuguaglianze a tutti i livelli. La sua simpatia per i keynesiani emerge dall proposte: il problema di fondo è redistributivo. Manifestando contrarietà alla detassazione, definita “assurda”, ha avallato invece il noto suggerimento di Bill Gates di tassare i robot per finanziare interventi di sollievo alla disoccupazione.
Il relatore ha dedicato l'analisi anche alla collocazione dell'Italia nella divisione del lavoro in ambito europeo. Pur essendo il nostro paese, insieme alla Germania, fra quelli in cui è maggiore l'incidenza del manifatturiero, patisce, a differenza del colosso tedesco, di una troppo ridotta percentuale di lavoratori addetti ai settori tecnologicamente avanzati e quindi non è in grado di affrontare agevolmente le trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie.
E’ intervenuta quindi Roberta Fantozzi, della segreteria nazionale PRC la quale, nell'aver sottolineato il fortissimo sviluppo della produttività nell'industria nel nostro paese dal dopoguerra fino ai giorni nostri, ha asserito che, tuttavia, oggi le società crescono sempre meno, sia nei paesi più sviluppati dell'OCSE, sia nella stessa Cina. Lo sbocco delle merci è sempre più difficile e tutti cercano di compensare le difficoltà interne con le esportazioni esasperando la competizione. Nella stessa Germania, ben piazzata nella competizione, ci sono forme barbariche di sfruttamento. L'Italia, seconda nazione manifatturiera dell'Unione Europea, è spinta verso il basso nella divisione internazionale del lavoro. Spendiamo meno in tecnologie e sviluppo.
L'intervento del governo, che elargisce soldi per introdurre automazione, non è un intervento valido di politica industriale perché le tecnologie che verranno introdotte grazie a questi incentivi saranno acquistate all'estero, dato che noi non siamo in grado di produrle. Una vera politica industriale deve invece porsi il problema di realizzare produzioni tecnologicamente avanzate, investendo nel comparto del risparmio energetico, delle energie alternative, dell'ambiente, ecc. dove attualmente compriamo tutto dall'estero. Deve anche essere invertita la tendenza a fare della ricerca di base la cenerentola delle nostre attenzioni.
Il piano governativo prevede che per ogni investimento di 1 milione ci siano riduzioni di prelievo fiscale di 350 mila euro. I soli 40 milioni di euro di investimenti indicati da di Colaninno danno pertanto 14 milioni di riduzione di imposte.
Dopo aver affermato che la soluzione alla disoccupazione tecnologica è la riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore settimanali, ha proposto che una quota di risorse pubbliche di entità commisurabile a quelle date alle imprese per l'innovazione, venga utilizzata per rendere possibile questa riduzione, compensando la perdita di ore di lavoro retribuite. Infatti al Cassa Integrazione Guadagni copre solo il 60 per cento del salario perduto. Se viene attivato il contratto di solidarietà difensivo senza crisi aziendale, si annulla anche questa copertura. È evidente che nessun lavoratore accetterebbe questa riduzione salariale. La riduzione dell'orario di lavoro deve essere invece a parità di salario.
Si potrebbe intanto partire con una sperimentazione, facendo intervenire anche la Regione e dando per esempio a Colaninno i 14 milioni di sgravi solo se davvero si attiva il finanziamento della riduzione di orario (che, essendo coperto dal pubblico), non incide sulla competitività dell'azienda. Ancora più agevole sarebbe la fattibilità di simili misure se le si attuassero su scala europea.
Proponiamo quindi un piano del lavoro, un'azione organica per uscire dalle politiche di questi ultimi anni, per rovesciare una situazione e mettere in discussione le politiche europee e la follia del fiscal compact. Anche all'interno dei vincoli esistenti, che pure vogliamo scardinare, possiamo finanziare gli interventi con l'introduzione dell'imposta patrimoniale, con il ripristino di una maggiore progressività delle imposte, con una vera lotta all'evasione.
L'ultima relazione è stata di Tommaso Fattori, presidente gruppo regionale “Sì Toscana a Sinistra”, sostenuto anche da Rifondazione, il quale ha escluso che i paradigmi del passato possano aiutarci in questa nuova situazione, visti i salti incommensurabili fra la classica meccanizzazione e l'odierna intelligenza artificiale. I processi in atto si governano mettendo a disposizione della collettività la ricchezza prodotta dalle macchine, mettendo al centro la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. La quarta rivoluzione produrrà plusvalore, profitti, ricchezza. Chi se ne appropria non vorrà redistribuire “gratis et amore dei”, volontariamente. Spetta a noi costruire la società a bassa intensità di lavoro, invertire la tendenza del capitalismo a polarizzare la ricchezza.
Se il digitale decuplica i profitti, dobbiamo trovare forme efficaci per tassare tutti i patrimoni e tutti i profitti, anche quelli delle multinazionali che fin qui non stanno pagando le tasse. Fattori non considera contrapposte le strategie della riduzione di orario e quella di salario minimo garantito.
Le prime macchine sostituivano i cavalli, oggi sostituiscono anche il lavoro cognitivo, estendendo tendenzialmente a tutti gli ambiti il processo di sostituzione del lavoro vivo col lavoro morto. Occorre almeno ridurre l'orario di lavoro, prendere la ricchezza dov'è, cambiare i rapporti di forza fra le classi.
Attualmente la Piaggio assembla pezzi fatti altrove. Col paradigma 4.0 potrebbe reinternalizzare, ma non aumentando l'occupazione, bensì facendo fare tutto ai robot che costano meno dei lavoratori sottopagati del terzo mondo.
È evidente l'impatto sulle vite individuali. I vecchi lavoratori possono essere mandati a casa assumendo ragazzi che hanno dimestichezza con le tecnologie e costano meno. Accanto a loro continueranno a esistere i raccoglitori di pomodori, i lavoratori dei subappalti e altre categorie sottopagate. La politica deve porsi nella complessità di questo tema.
Non possiamo permettere che anche la logistica venga automatizzata con i nostri soldi. Dobbiamo prevenire il danno complessivo all'occupazione e al welfare, dare qualche piccola risposta, inserire qualche granello di sabbia nel meccanismo. Per esempio abbiamo depositato una nostra proposta di legge regionale per finalizzare i finanziamenti, mettere dei paletti, impedire i comportamenti predatori. Fin qui la politica non è stata capace di attivare i contrappesi di un processo non ineluttabile.
Si è aperto quindi il dibattito che ha visto fra l'altro l'intervento di Sandro Giacomelli, delegato Cobas alla DNA, azienda che gestisce in subappalto la logistica della Piaggio, il quale è stato licenziato per motivi politici circa un anno e mezzo fa. Egli ha annunciato che in sede di gara per l'imminente rinnovo dell'appalto sono stati programmati altri 80 esuberi, mentre la politica è dormiente e non interviene in questi processi.
Molto applaudito è stato l'intervento di Andrea Corti, della segreteria provinciale del PRC, il quale ha denunciato alcune dichiarazioni del Prof. Paolo Dario della Scuola Superiore Sant’Anna, che se corrispondenti alle trascrizioni giornalistiche, enfatizzano l'introduzione della robotica anche per rendere più puliti gli ambienti di lavoro. Come a dire che se gli operai sporcano troppo, meglio i robot!
La sua formazione di docente, come quella dell'altro suo collega intervistato, gli ha impedito di intuire le questioni sociali e del mondo del lavoro che potrebbero essere determinate da questo “cambiamento epocale”. Se è auspicabile la necessità di figure altamente professionalizzate, si dovrebbero considerare anche gli effetti a carico degli “esclusi” dalla nuova “rivoluzione industriale” targata Industria 4.0. Essa è già in atto e tale sviluppo tecnologico non è stato di tanto aiuto per le classi lavoratrici. Sembra invece aver prodotto una ulteriore e intollerabile divaricazione tra gli stessi lavoratori. Una dicotomia tra pochi fortunati altamente remunerati in grado di svolgere mansioni altrettanto soddisfacenti e una massa di lavoratori e lavoratrici sottopagati, costretti a lavori usuranti, accanto ad una platea immensa di disoccupati e “saltuari”. Ricordiamo gli immigrati che a pochi euro il giorno lavorano nei campi di pomodori, o le lavoratrici e i lavoratori degli appalti dei servizi, o chi, in conseguenza della perdita del proprio posto di lavoro, è costretto alla diffusione porta a porta di materiale pubblicitario con il solo ausilio di un poco tecnologico carrellino per la spesa.
“Siamo comunisti” (ha concluso Corti) “e per questo vorremmo che la politica assuma anche aspetti ideologici, che l’utilizzo delle ingenti risorse pubbliche che passeranno attraverso i programmi di Industria 4.0 siano almeno subordinate a una valutazione delle ricadute socio-economiche sui territori e sulle nuove e vecchie disuguaglianze”.
Nelle conclusioni, Roberta Fantozzi ha ribadito che il nostro fare deve essere innervato dall'idea che la crisi non è il prodotto di una scarsità, ma dalla necessità di redistribuire il prodotto del lavoro. Ha quindi proposto:
-         un osservatorio permanente a livello generale per lo studio dell'impatto delle tecnologie;
-         un esperimento di riduzione dell'orario di lavoro partendo dai contratti di solidarietà e con la compensazione con soldi pubblici delle perdite salariali;
-         vertenze a livello locale e unificazione delle diverse figure del lavoro;
-         rimettere in campo i referendum sull'articolo 18 e sulla legge Fornero.
I soldi ci sono, non devono essere impiegati per licenziare.
Fin qui abbiamo cercato di riportare più fedelmente possibile il dibattito. Vorremmo brevemente concludere riferendo la presenza di questo giornale all'iniziativa con una modestissima tiratura di una rassegna di articoli sull'argomento, andata presto esaurita e che i compagni pisani di Rifondazione hanno promesso di ristampare per diffonderla alla loro festa provinciale. Alcuni articoli riportati contestavano il mito della fine del lavoro, sottolineando come il lavoro sia ancora, a differenza della macchina e dei robot, l'elemento attivo del processo produttivo e della creazione di valore e come il processo tecnologico comporti una caduta del saggio generale del profitto, generando una contraddizione fra la tendenza a risparmiare lavoro e la necessità di sfruttare il lavoro stesso, unica fonte dei profitti. Da qui anche la spiegazione del perché all'automazione dei processi produttivi non è seguita la riduzione dell'orario di lavoro. In sostanza la quarta rivoluzione industriale non cancella i limiti e le contraddizioni del capitalismo. La lente di Marx, ci pare quindi sia ancora utile per leggere i processi in corso e ci è dispiaciuto che sia stata la grande assente del dibattito, fatti salvi alcuni spunti ad essa ammiccanti.
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From: Unione Sindacale di Base Ospedale Gaslini ospedalegaslini.sanita@usb.it
To:
Sent: Monday, July 03, 2017 10:18 PM
Subject: INTRODUZIONE AL VERBALE DELLA COMMISSIONE SANITA’: LEGGETELO NE VALE LA PENA!!!
USB OSPEDALE GASLINI: INTRODUZIONE ALLA LETTURA DEL VERBALE COMMISSIONE SANITA’ 11 MAGGIO 2017 SU INCONTRO USB SANITA’ E DIRIGENZA IRCCS GASLINI
Genova
3 luglio 2017
Tramite questo verbale possiamo dimostrare quanto sia negativa per la forza lavoro e utenza che usufruisce della sanità pubblica la commistione tra dirigenza della Pubblica Amministrazione e politica.
Durante un incontro con i consiglieri regionali era stato proposto di incontrare i vertici del Gaslini in Commissione Sanità. Infatti precedentemente avevamo portato diverse serie problematiche che riguardavano l’Istituto pediatrico e alcuni consiglieri sembravano convenire sulla loro gravità.
Non avevamo aspettative sulle risposte che ci sarebbero state date dalla dirigenza avendo constatato da tempo il mancato rispetto di accordi verbali e accordi scritti e il negare continuamente qualsiasi problematica, ma sicuramente non ci aspettavamo una reazione simile dagli stessi politici con cui era stato organizzato l’incontro.
Incontro che non aveva precedenti anche per le altre aziende e che poteva rivelarsi interessante e costruttivo, ma che evidentemente non era supportato dalla buona fede di tutti gli interlocutori.
L’introduzione è stata di livello politico con l’intervento di un membro del Nazionale USB Pubblico Impiego. Immediata è stata la reazione del Consigliere Ferrando. La nostra opinione è infatti che qualunque problematica, anche apparentemente “piccola” sia da collegare a macroquestioni che nel caso del Gaslini sono palesi.
Dalla finanziaria 2012 (Governo Berlusconi con voti Lega Nord) infatti, la differenza delle erogazioni al Bambin Gesù (ricordiamo ospedale del Vaticano) rispetto a quelle del Gaslini è esorbitante.
Pertanto la maggior parte delle problematiche (prima fra tutti la carenza di organico) sono dovute a un ben preciso progetto politico di “smantellamento” del Gaslini di cui è responsabile la politica del “centrodestra” e dell’attuale “centrosinistra”, che non ci risulti abbia cambiato rotta.
Inoltre vi è una continua privatizzazione dei settori della Sanità Pubblica. Dopo la cucina ora sarà privatizzata la sterilizzazione e vedremo quale sarà il prossimo settore.
Il fatto che poi un esponente politico si permetta di tentare di zittire una Organizzazione Sindacale aiuta a comprendere quale sia il livello di ascolto delle istanze dei lavoratori.
Ed Alice Salvatore e Marco De Ferrari lo fanno notare.
Successivamente e non solo in quella sede, il Consigliere Ferrando riporta che le problematiche da noi riportate siano gravissime e preoccupanti, ma non ci risulta, a oggi, che qualche esponente politico le abbia volute approfondire.
Partiamo dal presupposto e dalla certezza che il Gaslini sia un’eccellenza e che sia un meraviglioso ospedale dove ogni giorno centinaia di piccoli vengono curati con dedizione ed impegno. Non vi è differenza di visione in questo tra noi e la dirigenza, ma vi è assolutamente su chi si deve ringraziare di questo e per noi la risposta è una sola: le lavoratrici e i lavoratori del Gaslini. E pertanto meritano rispetto, trasparenza e diritti.
Non crediamo che parte di questa dirigenza e di questa politica stia facendo gli interessi di questo Istituto e se non fossimo stati interrotti avremmo potuto discutere dei vari punti.
Riguardo la trasparenza ne è palese la mancanza dall’ultimo avviso di mobilità interna in cui non sono stati rispettati gli accordi e che è stata portata avanti senza permettere alle lavoratrici/lavoratori di sapere quali fossero i posti vacanti. Per questo abbiamo chiesto l’intervento del responsabile anticorruzione e responsabile trasparenza dell’Istituto senza avere risposte (il tutto è avvenuto con il tacito assenso delle altre Organizzazioni Sindacali poiché la mobilità interna fa parte di un “pacchetto di servizi” che una certa politica sindacale, avendo dismesso il ruolo originale, gestisce da anni (in questa “Introduzione alla lettura del verbale...” mostriamo dal punto di vista dei lavoratori il nostro pensiero sulla triade sindacale e invitiamo a leggere un interessante articolo della rivista Contropiano diffuso da diversi media del Web dal titolo “Confindustria e Papa bastonano CGIL, CISL, UIL: inutili e corrotti”).
Sempre sulla trasparenza, diversi sono i dati sia sui posti letto che sul personale e non si riesce a comprendere bene dove sia dislocato.
Il fatto che il personale sia costretto a effettuare i corsi nel giorno di riposo lo riteniamo gravissimo anche senza il rischio di ricorrere in sanzioni poiché il professionista ha diritto a continuare a formarsi e contemporaneamente ad avere una vita propria.
Siamo sempre in attesa che l’Assessore Viale rispetti gli impegni presi tramite IRI del Movimento 5 Stelle inerente posti letto per adolescenti psichiatrici in fase di acuzie. Nulla è stato fatto e continuano gli infortuni per il personale del Gaslini
Sul tema degli appalti continuiamo a chiedere i capitolati e successive integrazioni poiché queste ultime non sono presenti sul sito di Alisa.
Non comprendiamo infatti perchè l’Istituto debba spendere soldi in divise e coprimaterassi monouso quando le soluzioni potrebbero essere altre.
Oppure perchè vengano tolte centinaia di ore al mese all’assistenza per prenotare i pasti tramite un software che riteniamo non adeguato. Concordiamo con l’Istituto sul fatto che siano gli operatori interni a occuparsi dell’organizzazione e controllo delle diete e dei pasti in generale, ma che non debba essere il personale pagato con soldi pubblici a riportare questi dati su un software di una ditta privata.
La stessa ditta che, ricordiamo, non ha rispettato gli accordi sull’assorbimento del personale interinale quando vi è stata la gara di appalto.
Sulla sicurezza vi è da fare una profonda riflessione e dovrebbe esserci una sintonia di intenti tra datore di lavoro e lavoratori. Questo al Gaslini non succede poiché, malgrado le rassicurazioni e gli accordi verbali del Direttore Generale, recentemente ad un nostro Rappresentante della Sicurezza dei Lavoratori è stata inoltrata contestazione di addebito con accuse che saranno affrontate nelle sedi opportune e che comporteranno ulteriore spreco di soldi pubblici. Inoltre non gli sono stati forniti gli strumenti minimi, a distanza di mesi, per svolgere adeguatamente il suo compito. Contrariamente al parere dell’Ufficio Accesso Atti Amministrativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non è stata fornita copia del Documento di Valutazione dei Rischi alla nostra Federazione
Inoltre non si comprende bene quali siano le direttive dello PSAL che più volte è stato chiamato in causa senza, a nostro avviso, portare adeguate risposte alle nostre istanze.
Riteniamo inconcepibile, e su questo siamo d’accordo con la dirigenza del Gaslini che la concessione dei nullaosta per la mobilità esterna sia legata alla non sostituzione del personale stesso (in pratica è come se l’Azienda, concedendo il nulla osta, non avendo la possibilità di sostituire il lavoratore, riducesse l’organico e quindi è costretta a non concederlo).
Mantenere precari i ricercatori per decenni costringendoli ad andare altrove, ingannandoli su accordi ridicoli e neanche rispettati con la complicità di qualche sindacato, riteniamo sia sintomo di incapacità gestionale.
Se la Consigliera Paita non avesse interrotto il nostro rappresentante sarebbe stato chiaro che il caso da lui riportato era ipotetico e non esisteva ed era solo un esempio di come situazioni poco chiare ricadano poi sull’assistenza
Abbiamo attenzionato la Commissione sulla questione dei lavoratori in somministrazione chiedendo di esprimere un parere alla Giunta sulla richiesta di invitare le aziende a favorire accordi interni per la tutela della maternità di queste lavoratrici. Infatti, a causa del CCNL somministrazione firmato da CGIL, CISL, UIL, la lavoratrice in missione sulle 24 ore è costretta a scegliere tra maternità e lavoro mentre dovrebbe esserle data la possibilità di lavorare in turno sulle 12 ore.
Abbiamo da tempo chiesto all’Assessore Viale quali siano i motivi, visto anche il parere della DPL, per cui è stata eliminata la possibilità di usufruire dei permessi ex articolo 21 al personale in somministrazione a nostro avviso un abuso e un risparmio su lavoratori privi di difese
Abbiamo anche interpellato l’Assessore Viale su quali siano i criteri delle terapie subintensive nelle Aziende Ospedaliere, IRCCS, ecc. che darebbero la possibilità per il personale sanitario di veder erogata la relativa indennità ma non è stata data risposta.
Infine, come effettuato in altre regioni, la creazione di un tavolo in funzione della questione amianto e relativa creazione dell’albo ex esposti. Tema molto complesso, ma che deve assolutamente essere affrontato
Ribadiamo la nostra richiesta di insignire il personale del Gaslini, sia strutturato che precario, della Croce di San Giorgio poiché, nonostante questo tipo di politica, riesce a continuare a fornire un’eccellente assistenza.
Tuttavia crediamo che la strada sia questa poiché sembra che qualcosa stia cominciando a muoversi sul tema del controllo degli appalti, gli allievi OSS non vengono utilizzati per coprire mancanze di organico, è stato inserita la dicitura “rispetto del microclima per gli operatori” nel prossimo capitolato dell’appalto calore delle aziende sanitarie liguri, sono stati stanziati finanziamenti per la manutenzione di diversi ascensori, sistemata una problematica del centralino CUP, presentato un piano per la climatizzazione dell’Istituto, collocati diversi punti luce nei viali esterni ed è stata presa in carico la questione del tragitto sporco-pulito.
Tutto questo non sarà mai né smentito né confermato a causa della mancanza di trasparenza.
Non siamo così ingenui da credere che la realtà attuale sia questa, ma un incontro tra politici (pagati con soldi pubblici), dirigenti (pagati con soldi pubblici) e lavoratori (pagati con soldi pubblici) per migliorare le attuali condizioni lavorative che si riflettono sui cittadini sia in futuro sempre più auspicabile. Certamente affinché funzioni, le varie parti devono avere lo stesso interesse ovvero la “Res Publica”. In questa situazione, da questo verbale, è ampiamente dimostrato che gli interessi non fossero gli stessi e siamo noi ad aver provato un forte disagio e imbarazzo negli interventi di esponenti del “centrodestra” e del “centrosinistra”, sicuramente un chiaro sintomo dei motivi che han portato l’allontanamento dei cittadini da questa politica.
Siamo disponibili comunque alla eventuale volontà di approfondire le nostre istanze che, in base alle varie dichiarazioni d’intenti apparse in Commissione, non siamo i soli a considerarle meritevoli d’attenzione.
Buona lettura del verbale, scaricabile al link:
USB Gaslini
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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Thursday, July 06, 2017 10:26 AM
Subject: BASTA BALLE: MAI TANTI MORTI SUL LAVORO COME NEL 2016 E 2017!!!
BASTA BALLE. MAI TANTI MORTI SUL LAVORO COME NEL 2016 E 2017. ALTRO CHE CALI. CONTINUA LA STRAGE DI AGRICOLTORI E EDILI
Chi riceve questa mail e legge questo post deve sapere che non c’è stato nessun calo dei morti sul lavoro nel 2016 e che da quando è stato aperto l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro il 1° gennaio 2008 i morti non sono mai calati. Noi registriamo tutti i morti sul lavoro e non solo gli assicurati INAIL.
Nel 2016 sono stati oltre 1.400 se si prendono in considerazione tutti i morti sul lavoro. Solo sui luoghi di lavoro ne abbiamo registrati 641, l’ultimo del 2016 Diego Capelli, morto il 29 dicembre in provincia di Novara.
Nel 2016 l’INAIL ha ricevuto 1.104 denunce di lavoratori morti sul lavoro, ma ne ha riconosciuti come tali 612. E gli altri sono resuscitati?
Sappiano i cittadini che ricevano questa mail che i rapporti come questi sono mandati a innumerevoli politici del Governo e dell’opposizione, ma che a nessuno di loro interessa approfondire. Questo perché a “loro” la vita di chi lavora non interessa. Se avessimo in parlamento persone serie salterebbero sulla sedia (meglio dire sulla poltrona) e andrebbero a verificare questa incongruenza sul reale numero di morti sul lavoro. Ma per loro la vita di chi lavora è un argomento poco importante. Davvero desolante essere nelle loro mani.
Anche ieri sono tre gli agricoltori morti schiacciati dal trattore, arriviamo a contarne già 78 dall’inizio dell’anno morti in modo così orribile e 489 da quando abbiamo come Ministro delle Politiche Agricole Martina. Ma anche qui senti le opposizioni “abbaiare” su tutto, ma su questa carneficina nessuno che chiede a questo Ministro cosa stia facendo per questa autentica piaga, dovuta soprattutto alla loro indifferenza.
Pochi mesi fa è stata rinviata per l’ennesima volta una Legge Europea per l’obbligo di un patentino per questo mezzo mortale. E’ stata approvata in tutta Europa e la legge è del 2003.
Nelle ultime 24 ore altri cinque lavoratori hanno perso la vita sui luoghi di lavoro. Oltre i tre agricoltori, sono morti anche un polacco di 45 anni Krzysztof Boguslaw Kurpan, morto tra atroci sofferenze dopo che tre mesi fa era stato ustionato in un’azienda della provincia di Pisa. In provincia di Catania è morto schiacciato da una betoniera Daniele Cristaldi.
Carlo Soricelli
Curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro
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From: Patria Indipendente redazione@patriaindipendente.it
To:
Sent: Thursday, July 06, 2017 5:45 PM
Subject: L’ANGOSCIA DEL PRECARIO DEL XXI SECOLO
La perdita della speranza è la causa che spinge una percentuale elevatissima di giovani italiani in possesso di alte qualificazioni e titoli di studio ad accettare lavori a un livello assai più basso di quello che potrebbero svolgere.
Nel 2010, un dottorando di Palermo si suicidò gettandosi dal settimo piano dell’edificio della sua università, poco prima della discussione della tesi, perché aveva capito che, finito il dottorato, non ci sarebbe stato per lui un lavoro adatto alle competenze che aveva acquisito in tanti anni di studio.
All’inizio di questo anno, un giovane precario di Udine, un grafico trentenne a giudicare da quanto scrive, si suicida inviando una lettera aperta e denunciando il fatto che la società lo ha rifiutato e tradito.
Sono certamente gesti estremi, originati da una situazione lavorativa insostenibile o di mancanza di lavoro, situazioni che ormai accomunano la grande maggioranza dei giovani. Essi sono però frutto anche di problemi che vanno al di là di quelli economici. La lettera di addio del giovane di Udine dimostra infatti lo stato di frustrazione e di solitudine di una intera generazione, soprattutto nella sua parte più acculturata: quello che colpisce in questa lettera è la totale mancanza di speranze in un futuro migliore. E questo non è un caso isolato.
Infatti, anche quando, per fortuna, non arriva a far rifiutare la vita, la perdita della speranza è la causa che spinge una percentuale elevatissima di giovani italiani in possesso di alte qualificazioni e titoli di studio ad accettare lavori ad un livello assai più basso di quello che potrebbero svolgere. A volte, questa mancanza di speranze comincia già prima di finire gli studi, portando anche ad abbandonarli o a considerarli solo come un periodo di transizione da una giovinezza più o meno spensierata a una vita di lavoro inevitabilmente dura e priva di soddisfazioni: ricordo uno studente di astrofisica che, quando gli feci notare che l’argomento della tesi che chiedeva non gli avrebbe dato alcuna possibilità di lavoro, mi rispose che non importava, tanto lo sapeva che in ogni caso sarebbe andato a lavorare in un call center (incidentalmente, gli diedi ugualmente un’altra tesi, con maggiori possibilità di sbocco professionale, ma non l’ho più rivisto dopo la laurea).
Il pensare a tutti questi ragazzi e ragazze che ormai non si aspettano nulla di buono dalla vita è una delle cose che mi rattrista di più. Quello però che mi turba maggiormente è il fatto che questa generazione sembra aver perso completamente la speranza di poter cambiare lo “stato delle cose esistenti” organizzandosi e facendo un fronte comune contro chi, per usare una frase assai frequente tra i giovani, vuole rubare loro il futuro.
Questo atteggiamento è comune nella larga maggioranza dei giovani, sia tra quelli che si arrendono (dal caso estremo dei suicidi a chi accetta un lavoro poco qualificato), sia tra quanti resistono per anni ed anni in situazioni di precariato cercando di trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative, a volte anche riuscendovi, ma sempre contando solo sulle proprie forze e sulle proprie capacità.
Limitandomi al settore accademico, l’unico del quale posso parlare per esperienza personale, non posso non notare le differenze tra questa generazione di precari e quelle precedenti che ho conosciuto in quasi mezzo secolo di lavoro nella ricerca.
Quando, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70, ero precario al CNR, ci organizzammo in un Comitato, costringemmo i Sindacati a occuparsi del nostro problema, occupammo i nostri Istituti per tre mesi consecutivi e non smettemmo finché l’ultimo tra noi non fu assunto a tempo indeterminato: sono molto fiero ancora oggi del fatto di avere avuto il posto non grazie all’interessamento di un “barone”, ma con una vertenza sindacale! Non molto dissimile fu il comportamento dei precari tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80, i quali, con una forte mobilitazione di massa (alla quale partecipai come Delegato sindacale), portò a molte assunzioni negli Enti Pubblici di Ricerca, anche di chi era precario da più di un decennio, e alla Legge 382/82 nell’università: un’ottima legge, che prevedeva anche concorsi a scadenza biennale per l’assunzione di nuovi docenti, unico mezzo per far fronte all’aumento delle iscrizioni universitarie a quei tempi in forte crescita grazie all’aumento della scolarizzazione nel decennio precedente, ma che non fu mai praticata.
Proprio con gli anni ‘80 però, con il diffondersi del pensiero unico neoliberista e il progressivo collasso delle forze politiche di massa che erano state il motore e lo strumento dell’organizzazione giovanile, l’atteggiamento cominciò a cambiare: si incominciò a criticare le “sanatorie” del precariato, a idolatrare il “riconoscimento del merito individuale” e la “selezione dei migliori” e a criticare la Legge 382/82 che avrebbe “saturato gli organici degli atenei”. Ovviamente, era vero che il rinnovo dei quadri accademici non doveva continuare con decenni di precariato seguiti da assunzioni in massa, che il merito individuale va riconosciuto, che un paio d’anni di prova sono necessari per capire (anche da parte dell’interessato) se si è veramente portati alla ricerca. Però, non erano assolutamente vere le conseguenze che si traevano da queste ovvietà: gli organici delle università e degli enti di ricerca non erano “saturi”, anzi già da allora erano largamente insufficienti, l’introduzione del Dottorato di Ricerca introduceva un periodo di prova più che sufficiente, i “meccanismi per il riconoscimento del merito” introdotti dalle varie riforme di università ed enti di ricerca non selezionano affatto i “migliori”, ma i più furbi, capaci di muoversi, con gli aiuti giusti, attraverso regole spesso stravaganti e largamente discrezionali.
I precari degli anni ‘90 spesso non volevano neppure essere chiamati “precari”, ma “liberi professionisti della ricerca” e si ritenevano capaci di poter continuare per tutta la vita passando da un progetto a un altro, conquistato con le sole proprie capacità e rifuggendo dal famigerato “posto fisso”, che nella ricerca avrebbe prodotto solo appiattimento su una “scienza ordinaria”, ripetitiva e incapace di innovazione. Chi non reggeva alla competizione, era giusto che andasse a fare un altro mestiere.
Gli stessi Sindacati dell’università e della ricerca caddero in questa trappola, chiedendo non più il lavoro stabile, ma regole di gestione del lavoro precario e per la “competizione per merito”. Questo atteggiamento fece venire meno la ragion d’essere dei Sindacati che ovviamente devono difendere gli interessi dei lavoratori, non gestire la competizione tra loro.
Oggi, è ormai evidente che quello dei “liberi professionisti della ricerca” era uno dei tanti sogni nati dalla convinzione che il “libero mercato” sarebbe stato la fine della storia e il paradiso in terra. Con il nuovo millennio, i precari dell’università e della ricerca hanno ricominciato a considerarsi tali e a desiderare il “posto fisso”, riconoscendo che solo questo avrebbe dato loro la serenità e il tempo per una vera attività scientifica, senza bisogno di seguire mode e contatti politici per elemosinare un contratto a termine.
Ma il danno ormai era fatto: venuta a mancare la fiducia nei Sindacati, svaniti i partiti di massa che portavano le istanze dei movimenti nelle istituzioni, i precari del XXI secolo hanno cercato di organizzarsi da soli in movimenti e associazioni, ma queste strutture di base, spesso piccole, ma a volte anche grandi, senza una sponda politica non riescono a ottenere risultati e, a seguito delle sconfitte, scompaiono senza lasciare traccia dopo una breve vita, lasciando i precari ancora di più senza speranze.
Vito Francesco Polcaro
Scienziato dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia spaziale (Istituto Nazionale di Astrofisica) e membro del Centro per l’Astronomia e l’Eredità culturale dell’Università di Ferrara
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From: Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
To:
Sent: Friday, July 07, 2017 4:49 PM
Subject: LO SPALLANZANI VUOLE LICENZIARE DUE LAVORATORI: FERMIAMOLI
PETIZIONE
Alessia e Lorenzo sono due infermieri che svolgono attività sindacale all'interno dell'Ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma.
Subiranno il 18/07/17 un consiglio disciplinare da parte dell'azienda e rischiano il licenziamento.
La dirigenza li accusa di aver denunciato pubblicamente, tramite un’intervista a una radio, le condizioni di lavoro del proprio ospedale. Sono accusati di aver detto che gli infermieri da anni sono costretti a fare i doppi turni per mancanza di organico, che gli straordinari non vengono quasi mai retribuiti, che la Direttrice Generale ha cambiato, contro il parere della maggioranza dei lavoratori, l'orario di lavoro, costringendo gli infermieri a fare turni anche di 12 ore.
Alessia e Lorenzo sono di fatto accusati di difendere i lavoratori.
Il 18 luglio si terrà il consiglio disciplinare.
Firmiamo la petizione in massa per bloccare la dirigenza dello Spallanzani.
Firmiamo in massa contro il ricatto dei licenziamenti disciplinari e contro il tentativo di fermare la voce dei lavoratori.
Firmiamo in massa perchè denunciare lo sfruttamento non può essere reato
Firmate la petizione al link:
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Monday, July 10, 2017 10:30 PM
Subject: DISOCCUPAZIONE E PRECARIETA’, MA TRANQUILLI VA TUTTO BENE!
CRESCE LA DISOCCUPAZIONE, MA CI DICONO CHE VA TUTTO BENE. IL PADRONATO E’ D’ACCORDO, PERCHÉ INTANTO ACCUMULA PIÙ FACILI PROFITTI.
di Carmine Tomeo
09/07/17
Va tutto bene! Aumentano i disoccupati, ma va tutto bene!
Lo dicono anche esponenti del governo; lo affermano alte cariche del Partito Democratico. A maggio rispetto ad aprile si sono persi 51.000 posti di lavoro, ma non c’è da preoccuparsi, lascia intendere il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, dal momento che “dopo il forte aumento registrato ad aprile, la diminuzione degli occupati registrata a maggio non muta le tendenze di medio-lungo periodo dell’occupazione”. Sulla stessa lunghezza d’onda tutto il PD, che esprime coralmente lo stesso ottimismo di Poletti, sia pure con toni differenti: un po’ smorzato quello di Cesare Damiano, per il quale “I dati vanno valutati nel medio-lungo periodo. Saranno importanti le scelte del Governo nella prossima legge di Bilancio sul tema del lavoro”; addirittura entusiasta quello espresso dalla vicepresidente del gruppo PD alla Camera, Alessia Morani: “Io direi che per valutare davvero la bontà o il fallimento di una scelta politica sia più utile giudicare i risultati anno su anno. Oggi siamo comunque a più 800.000 posti di lavoro rispetto al 2014”.
Peccato che posti di lavoro non sia sinonimo di occupati (basti pensare che nel 2016 i 9.434.743 rapporti di lavoro attivati hanno interessato 5,5 milioni di lavoratori) e peccato che se l’Italia non è il fanalino di coda dell’Europa è solo perché sul tasso di disoccupazione Spagna e Grecia fanno peggio di noi. Dati Eurostat alla mano, il nostro Paese, con un tasso di disoccupazione salito all’11,3% è ben oltre quello registrato per la zona euro (stabile al 9,3%) e nella UE (stabile al 7,8%). A peggiorare il quadro, l’ultima Nota mensile sull’andamento dell’economia dell’ISTAT segnala che “Nell’Area euro si consolida la crescita”, per l’Italia si parla solo di “una tendenza di fondo positiva” ma “in presenza di una pausa nella crescita nel settore manifatturiero, negli investimenti e nell’occupazione”. Si dirà che però l’economia italiana ha segnalato nel primo trimestre 2017 un tasso di crescita tendenziale dell’1,2%. Ma intanto, tocca leggere nella Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione riferita al primo trimestre 2017 pubblicata congiuntamente da ISTAT, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, INPS e INAIL, che “l’input di lavoro misurato in termini di ULA (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) mostra una dinamica più lenta di quella del PIL (+0,2% sotto il profilo congiunturale e +0,8% in termini tendenziali) segnalando una tendenza alla crescita della produttività del lavoro”. Quale tipo di lavoro ha permesso una crescita del PIL? Dalle rilevazioni disponibili non certo il lavoro buono, cioè non certo quello stabile, ben pagato e garantito nei diritti dei lavoratori.
L’ISTAT, nella sua nota di maggio sull’occupazione, evidenzia che “diminuisce il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti a tempo indeterminato mentre aumentano i dipendenti a termine”. Tant’è che “Nel mese di maggio 2017” “Tra i dipendenti il calo è determinato dai lavoratori permanenti (-0,2%, -23 mila) a fronte di un leggero aumento di quelli a termine (+0,4%, +10 mila)”. Da questo punto di vista, per quanto ne dicano dalle parti del governo e da quelle del PD, anche se su base annua si nota un risibile (un misero 0,6%) aumento degli occupati, questi riguardano in misura marginale i permanenti (+0,8%), mentre i contratti a termine crescono dell’8,2%.
Più nel dettaglio, i voucher continuano ad essere utilizzati (nel primo trimestre 2017 hanno visto una riduzione solo del 2,1%) anche per l’incetta fatta dalle aziende in vista della loro abolizione. Un’abolizione che si è rivelata essere truffaldina, ma intanto le imprese si sono date da fare ricorrendo a contratti di lavoro a termine, intermittente e di somministrazione, che dai dati INPS risultano essere in “forte aumento”; una crescita, continua l’INPS, da mettere “in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale”. E così, risulta dalla citata nota trimestrale che il numero dei lavoratori a chiamata o intermittenti “dopo 4 anni di progressiva riduzione tendenziale, interrotta solo dal leggero rimbalzo del quarto trimestre 2016 (+2,5%), nel primo trimestre 2017 subisce un notevole incremento (+13,1%)”. Una enormità di contratti a termine, considerando pure che il contratto a Tempo Determinato si conferma contratto prevalente e si attesta al 70% del totale attivazioni dell’anno”.
Di cosa parliamo, fuori dalla freddezza dei numeri? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che oggi sono occupati e domani no (a proposito, si consideri che l’ISTAT considera occupato chi nella settimana di riferimento abbia svolto almeno un’ora di lavoro, anche non retribuito). Giovani e meno giovani, donne e uomini, che si vedono attivare un contratto di lavoro che nel caso di contratti di somministrazione quasi sicuramente (oltre il 99% dei casi) durerà meno di un anno; molto probabilmente durerà meno di un mese (per il 74,8% dei casi) o addirittura un solo giorno (il 28,5% dei contratti di somministrazione). Come a dire che quell’aumento di PIL che tanto ha fatto gioire anche gli industriali, si basa per molta parte sul lavoro precario, sempre più precario, con sempre meno diritti a tutela dei lavoratori, con un salario sempre più basso. Un lavoro che determina quella miserabile accumulazione portata avanti a forza di aumenti della produttività che si reggono sull’impoverimento dei lavoratori.
D’altronde è passato poco più di un anno da quando l’allora presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, parlando dei rinnovi contrattuali, affermava candidamente che “La quota del valore aggiunto che va al lavoro è ai massimi storici, mentre la redditività delle imprese è ai minimi, con un impatto negativo sulla dinamica degli investimenti e sulla crescita, anche futura”. Come a dire “Cari lavoratori, guadagnate troppo! E quando voi, cari lavoratori, guadagnate troppo, siete causa di una forte erosione dei margini di profitto” e questa situazione “scoraggia gli investimenti, il cui minor livello indebolisce la crescita, anche futura”. Ed ecco che i nuovi contratti garantiscono ai metalmeccanici aumenti salariali per miserabili 80 centesimi al terzo livello (non è un errore: 80 centesimi!) e ai chimici toglie 22 euro dei 35 previsti.
Tutto bene, quindi, ma solo per i padroni, che sfoggiano all’occorrenza sorrisetti alla Farinetti e sostengono e ripetono come un mantra che l’Italia per salvarsi deve raddoppiare turismo ed esportazioni, quindi, per dirla con il fondatore di Eataly, che ci si salva solo se “riusciamo a raddoppiare i volumi non solo quantitativi, ma anche di prezzo medio sulle nostre vocazioni”. E per far questo occorrono lavoratori a basso costo, che producano merci da vendere all’estero; lavori che si facciano un mazzo così con la spada di Damocle della disoccupazione sulla testa; lavoratori precari, quindi, o a tempo indeterminato ma ricattabili con il licenziamento e a cui togliere progressivamente ogni diritto: dall’articolo 18 alla possibilità di scioperare.
E’ il capitalismo, bellezza. Che della crisi ha approfittato per frantumare ulteriormente il lavoro, anche attraverso la scomposizione del ciclo produttivo in una miriade di appalti e contratti di esternalizzazione, per garantirsi profitti da far pagare ai lavoratori. E mentre i camerieri del padronato ci invitano a non guardare ai dati congiunturali, è stata posta quella frammentazione come base strutturale della produzione di valore. Nel frattempo, noi guardavamo, colpevolmente, con troppa attenzione a sempre nuovi e troppo uguali soggetti unitari della sinistra; noi stavamo, colpevolmente, troppo spesso nei teatri e troppo poco impegnati nella “unione sempre più estesa” dei lavoratori.
Sarà il caso di cambiare strategia, facendo irrompere il conflitto nella realtà, ridandogli protagonismo nei luoghi dello sfruttamento. E sarà il caso di farlo velocemente.
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From: PCarc Sezione Massa carcsezionemassa@gmail.com
To:
Sent: Wednesday, July 12, 2017 5:44 PM
Subject: APPELLO DEL COMITATO FAMILIARI LAVORATORI RATIONAL!
Cogliamo e rilanciamo l'Appello del Comitato Familiari Lavoratori Rational a sostenere la lotta dei Lavoratori Rational, per la costruzione di una Cassa di Resistenza!
Arrivare fino in fondo significa difendere i posti di lavoro e crearne di nuovi, si può fare, si deve fare!
***
APPELLO DEL COMITATO FAMILIARI LAVORATORI RATIONAL A SOSTENERE LA LOTTA DEI LAVORATORI RATIONAL.
COSTRUIAMO LA CASSA DI RESISTENZA!
Martedì 4 luglio si è costituito il Comitato Familiari Lavoratori Rational: un comitato formato da mogli, compagne, figli e genitori degli operai Rational che darà sostegno agli operai in lotta per la difesa e la creazione di nuovi posti di lavoro. Per portare avanti il Progetto di Cooperativa dei lavoratori che non solo ha l’obiettivo di difendere i posti di lavoro, ma anche di crearne di nuovi coinvolgendo disoccupati e precari del territorio.
La nostra volontà è quella di mettere in campo una serie di iniziative mirate a riportare l’attenzione sulla vertenza Rational e anche a fornire un sostegno più concreto.
120 giorni di lotta sono tanti e difficili, soprattutto se alla stanchezza si aggiunge la mancanza di uno stipendio. Ma a fianco dei Lavoratori decisi a vincere, ci siamo anche noi, i familiari.
Per questo lanciamo l’appello, affinché questa lotta possa proseguire per giungere alla piena vittoria (la realizzazione della Cooperativa di lavoratori), a sostenere economicamente gli operai.
Non cerchiamo elemosina o carità, cerchiamo sostegno affinché la lotta possa andare avanti!
Chiediamo dunque a Partiti politici, associazioni e organismi che nel periodo estivo terranno feste di Partito e sagre a devolvere una percentuale del loro incasso alla LOTTA, una lotta decisiva per il nostro territorio, che se riuscirà a raggiungere l’obiettivo della Cooperativa di lavoratori, aprirà davvero una strada contro disoccupazione e precarietà sul nostro territorio, un territorio da anni martoriato. Sarà un nuovo punto di partenza per dare forza a tutti coloro che oggi quotidianamente combattono contro lo stato di emergenza sociale in cui siamo, dimostrerà che vincere è possibile!
VINCERE ALLA RATIONAL PER APRIRE UNA STRADA!
CREIAMO UNA CASSA DI RESISTENZA!
Comitato Familiari Lavoratori Rational

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