lunedì 13 luglio 2026

13 luglio - Scuola 2, le docenti scrivono ovvero la doppia oppressione che subiscono le lavoratrici: Lettera di una docente: “Ho tre figli e faccio 70 km da precaria. Ora mi chiedono altri 2000 euro per abilitarmi”

 

Pubblichiamo la lettera di una professoressa vicentina che, come tanti altri insegnanti, descrive una condizione diffusa tra molti docenti precari della scuola italiana: “Sono madre di tre figli e le assegnazioni da GPS comportano spostamenti anche di circa 70 km, con evidenti difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia”.
10 Luglio 2026, 07:01
A cura di Redazione
Gentile redazione,
sono docente di scuola secondaria di primo grado nella classe di concorso A022 e insegno nel territorio vicentino. Vi scrivo dopo aver già inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, alla quale non ho ricevuto alcuna risposta. Ho deciso quindi di rivolgermi alla stampa perché ritengo che la mia situazione rappresenti una condizione diffusa tra molti docenti precari della scuola italiana.
Il mio percorso nel mondo dell’educazione inizia nel 2016 con attività di doposcuola e supporto allo studio, prosegue nella scuola paritaria e dal 2021 nella scuola statale, dove continuo a lavorare con continuità attraverso supplenze. In questi anni ho maturato una convinzione profonda: la scuola è un luogo di crescita della persona, prima ancora che di trasmissione di contenuti. Insegnare per me significa accompagnare gli studenti nella scoperta di sé e nella costruzione del proprio percorso.
Nel mio percorso professionale ho lavorato anche nella scuola paritaria e ho investito in modo significativo nella mia formazione: sono laureata in Filologia Moderna, ho conseguito i 24 CFU per l’accesso all’insegnamento, un Master in alfabetizzazione e didattica dell’italiano come lingua seconda (A-23) e numerosi corsi di formazione su metodologie didattiche innovative (gaming nella didattica, storytelling educativo, caviardage, escape room didattiche, kamishibai), oltre a formazione su DSA, ADHD e strumenti per il metodo di studio.
Tutto questo ha comportato negli anni un investimento economico importante, sostenuto personalmente, come accade a moltissimi docenti precari. Nel 2024 ho partecipato all’ultimo concorso: ho superato la prova scritta con 96/100, ma non l’orale. In quel periodo ero in gravidanza a rischio.
Oggi continuo a lavorare con supplenze spesso lontane dalla mia residenza. Sono madre di tre figli di 1, 6 e 10 anni e le assegnazioni da GPS comportano spostamenti anche di circa 70 km, con evidenti difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia.
A questa condizione si aggiunge oggi una criticità che considero inaccettabile: per poter accedere alla stabilizzazione mi viene richiesto di conseguire ulteriori percorsi di abilitazione, con costi che si aggirano intorno ai 2000 euro e con modalità di frequenza parzialmente in presenza, difficili da sostenere per chi ha una famiglia e già lavora a tempo pieno nella scuola.
Ritengo profondamente ingiusto che, a 40 anni, dopo anni di formazione personale e professionale e dopo aver già investito ingenti risorse economiche nel mio percorso lavorativo, si continui a chiedere ai docenti precari di sostenere ulteriori spese e sacrifici per poter semplicemente accedere alla stabilità lavorativa. È una condizione che finisce per mettere in conflitto il diritto al lavoro con la vita familiare e la sostenibilità economica e personale.
Chiedo che venga presa in considerazione la possibilità di percorsi abilitanti più accessibili, anche interamente online e con costi sostenibili, in modo da non trasformare la formazione necessaria in un ulteriore ostacolo economico e logistico per chi già lavora nella scuola.
La continuità del docente è un valore educativo fondamentale, ma nella realtà attuale molti insegnanti vivono una precarietà prolungata, aggravata da costi e vincoli che rischiano di allontanare dalla professione proprio chi vi ha già investito anni di lavoro e formazione.


Lettera di una prof abilitata: “Paghiamo dazio a un sistema schizofrenico per fare il lavoro più bello del mondo”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una docente campana che ha da poco ha superato l’esame di abilitazione all’insegnamento: “Vi racconto di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice”.
30 Giugno 2026, 06:54
A cura di Redazione
Se leggete i decreti ministeriali che arrivano da Roma, parliamo di competenze digitali, di transizione pedagogica, di riforme strutturali con l’acronimo sempre aggiornato – tutte cose in cui restiamo comunque puntualmente indietro rispetto a quanto l’urgenza educativa richieda. Non solo. Se lo chiedete a me, disillusa e afflitta dalla giornata della scorsa settimana, quella in cui ho completato il mio “percorso abilitante da 30cfu”, vi parlo anche di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice.
Devo parlare di conti correnti svuotati e di un bonifico da 2.500 euro fatto solo per comprare il diritto di lavorare. Più altri 150 euro, s'intende, come tassa di sbarco per l’esame finale. Il prezzo fisso per farsi guardare in faccia da una commissione, dopo mesi passati a guardare il nulla.
Il giorno dell’abilitazione e altre cose orribili che non farò mai più è andato in scena la scorsa settimana, in una sede d'esame di un'università telematica a Napoli. In cambio di quelle cifre, il deserto dei servizi: una fiumana di denaro impressionante che si riversa nelle casse di privati che non garantiscono ai corsisti nemmeno un parcheggio in sede, posti a sedere per tutti o aria condizionata funzionante il giorno della resa dei conti. Ma il primo atto è iniziato mesi fa, davanti a uno schermo. Il percorso formativo che lo Stato ci impone di pagare a questi colossi dell’istruzione a distanza si consuma in aule sature, durante maratone da dieci ore consecutive.
Funziona così: entri in una stanza della tua città, firmi un foglio e passi la giornata a fissare un monitor. Dall'altra parte, un docente in videoconferenza, con la voce che gratta e salta ogni tre minuti, parla contemporaneamente a decine di aule specchio in tutta Italia, divise per classi di concorso, da Vipiteno a Lampedusa. Un monologo asettico, privo di qualsiasi reale scambio pedagogico, mentre i contatori delle ore scorrono per certificare una presenza puramente burocratica. Questa non è formazione. È la burocrazia che si nutre di se stessa, ignorando completamente le competenze che molti di noi hanno già acquisito sul campo, anno dopo anno, supplenza dopo supplenza. Dietro la farsa delle lezioni "in presenza" c'è un dispendio economico ben più lauto dei soli costi di iscrizione, una tassa invisibile che lo Stato finge di non vedere. Parlo dei sacrifici di chi lavora a centinaia di chilometri da casa, magari al Nord, dove c'è maggiore disponibilità di convocazioni per le supplenze. Colleghi che per mesi, nei fine settimana, sono costretti a fare i pendolari d'Italia, a pagare biglietti del treno last minute e a prenotare stanze d'albergo improvvisate nei pressi delle sedi d'esame pur di non perdere le lezioni obbligatorie. Un salasso finanziario continuo che prosciuga quei pochi risparmi messi da parte con fatica.
Quando entri in un'aula scolastica, capisci l'immenso, spaventoso valore di questo mestiere. Oggi la scuola pubblica dovrebbe farsi carico di problematiche di incommensurabile valore: prima tra tutte quella di un’educazione sessuo-affettiva strutturata, o di una reale educazione alla cittadinanza per generazioni disorientate. Sono compiti cruciali che lo Stato puntualmente ignora, lasciando che tutto questo vuoto educativo ricada unicamente sulle spalle di chi, intanto, subisce il ricatto del precariato. Una richiesta incomparabile, che non trova riconoscimento in nulla: né nello stipendio, che evapora prima del venti del mese, né nella dignità sociale.
L’esame si è svolto in questo preciso clima surreale: una transumanza di candidati chiamati a scaglioni in corridoi che erano una bolgia immobile, satura di un caldo che sapeva di sconfitta. Lì dentro, la commissione, sfinita quanto noi, procedeva a ritmo industriale. Pochi minuti a testa. Domande standardizzate per liquidare una pratica che non doveva valutare la nostra capacità di stare in classe o la nostra sensibilità educativa, ma solo ratificare un percorso già pagato. Eravamo numeri di matricola su un faldone. Eppure eravamo lì, ad aver pagato per essere esaminati, ancora, solo per ottenere un bollino d'accesso. Provate a camminare con me in quei corridoi, rallentate il passo e guardate le persone in fila. A far mancare l'aria non era solo l'afa, ma l'età media di quel limbo. Non c’erano ventenni freschi di laurea con i sogni intatti e l'ansia del primo voto. C’eravamo noi. La generazione di trenta e quarantenni – e non solo, purtroppo. Gente con la vita già incastrata nell'età adulta, intrappolata in un limbo amministrativo permanente. C’erano donne sedute sui gradini a calibrare i tempi dell’allattamento tra una chiamata e l’altra, padri che spingevano passeggini stringendo dispense stropicciate, colleghe visibilmente al termine della gravidanza.
Perché ora, anche a queste condizioni? Perché c’è la scadenza di giugno. Perché se non ottieni questo benedetto pezzo di carta entro la chiusura delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), tu scompari dal sistema per i prossimi due anni. Diventi invisibile. Il tuo affitto non viene pagato, le tue bollette scadono, la tua spesa non si fa. E qui si inserisce l’inganno più sottile, quello specificamente riservato alle donne. Viviamo in un Paese che ci bombarda con la retorica della natalità e della famiglia, che ci chiede di fare figli per salvare il futuro demografico, ma che contemporaneamente ci nega la stabilità finanziaria per mantenerli. La società scarica interamente il carico di cura sulle nostre spalle, e molte colleghe "ripiegano" sulla scuola proprio perché pensano sia l'unico lavoro conciliabile con la gestione di una famiglia. Ma la scuola si rivela una trappola mobile: un eterno precariato in cui devi destreggiarti tra i figli a casa e l'ansia di un punteggio che si compra con il denaro.
È l'economia del ricatto puro: "Se non lo compri tu, lo compra il collega accanto e ti supera in graduatoria". Mezzo punto vale almeno una mensilità di stipendio.

Ci spingono a una guerra tra poveri per alimentare un circuito milionario, mentre le recenti inchieste di cronaca sulle università telematiche e sul mercato nero dei titoli per i percorsi TFA Sostegno continuano a confermare quello che noi già sappiamo: il merito è una favola per bambini. Chi ha i soldi compra il punteggio, chi non li ha resta indietro. La beffa, per quanto mi riguarda, assume i contorni della truffa di Stato. Io il concorso pubblico nella mia regione, la Campania, l'ho vinto: era il concorso PNRR 1. Quando mi sono iscritta, il bando diceva chiaramente che quel percorso sarebbe stato abilitante. Poi, a partita in corso, il Ministero ha cambiato le regole del gioco. Il concorso non abilita più. Scusate, abbiamo scherzato. Se volevo il ruolo che avevo conquistato superando le prove dello Stato, dovevo correre a iscrivermi a mie spese alla telematica entro l’anno.
Fermatevi un attimo a riflettere su questa stortura: lo Stato mi valuta con un concorso pubblico, mi dichiara idonea a insegnare, e un attimo dopo mi subappalta a un ente privato a pagamento per farmi certificare a mie spese. È una connivenza istituzionale che toglie il fiato per l'assurdità. La mia non è disperazione, è una lucida, implacabile fermezza. Non siamo disposti a essere i clienti ricattati del nostro stesso diritto al lavoro. Ieri ho preso quel pezzo di carta. Sono abilitata. Ma c'è una domanda profonda che mi porto dentro e che dovrebbe scuotere chiunque: con quale coraggio, con quale forza d'animo ci si chiede di entrare in classe l'indomani a insegnare il valore della cittadinanza, della legalità e del merito dopo aver subito questi cinici giochi di potere? Cosa possiamo trasmettere davvero ai nostri studenti? In quali valori insegniamo a credere, se l'unico messaggio che lo Stato ci ha dato è che l'onestà e lo studio non bastano, e che tutto ha un prezzo? In questi tempi incerti, liquidi e spesso privati di punti di riferimento stabili, gli studenti riconoscono in noi un reale ancoraggio. Lo leggiamo nei loro occhi quando cercano una guida, un ascolto che non sia filtrato da uno schermo, una parola che dia senso al loro disorientamento. Loro non sanno nulla delle nostre graduatorie, dei nostri concorsi traditi o dei cinquemila punti comprati a rate; loro cercano la persona, il docente, l'adulto di cui potersi fidare. Ed è precisamente qui che questo mestiere ritrova la sua straordinaria, intatta bellezza. Nonostante lo Stato faccia di tutto per svilirci e trasformarci in clienti ricattati, il valore di ciò che facciamo si misura nella fiducia quotidiana che proviamo a preservare. Lasciando quella sede con il foglio in mano, ho capito che non avevamo superato una prova di merito, ma solo pagato il dazio a un sistema schizofrenico per avere il permesso di fare, ancora per un anno, il lavoro più bello, più urgente e più umiliato del mondo".




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