Pubblichiamo la lettera di una
professoressa vicentina che, come tanti altri insegnanti, descrive
una condizione diffusa tra molti docenti precari della scuola
italiana: “Sono madre di tre figli e le assegnazioni da GPS
comportano spostamenti anche di circa 70 km, con evidenti difficoltà
di conciliazione tra lavoro e famiglia”.
10 Luglio 2026, 07:01
A cura di Redazione
Gentile redazione,
sono docente di scuola
secondaria di primo grado nella classe di concorso A022 e insegno nel
territorio vicentino. Vi scrivo dopo aver già inviato una lettera al
Ministro dell’Istruzione e del Merito, alla quale non ho ricevuto
alcuna risposta. Ho deciso quindi di rivolgermi alla stampa perché
ritengo che la mia situazione rappresenti una condizione diffusa tra
molti docenti precari della scuola italiana.
Il mio percorso nel
mondo dell’educazione inizia nel 2016 con attività di doposcuola e
supporto allo studio, prosegue nella scuola paritaria e dal 2021
nella scuola statale, dove continuo a lavorare con continuità
attraverso supplenze. In questi anni ho maturato una convinzione
profonda: la scuola è un luogo di crescita della persona, prima
ancora che di trasmissione di contenuti. Insegnare per me significa
accompagnare gli studenti nella scoperta di sé e nella costruzione
del proprio percorso.
Nel mio percorso professionale ho lavorato
anche nella scuola paritaria e ho investito in modo significativo
nella mia formazione: sono laureata in Filologia Moderna, ho
conseguito i 24 CFU per l’accesso all’insegnamento, un Master in
alfabetizzazione e didattica dell’italiano come lingua seconda
(A-23) e numerosi corsi di formazione su metodologie didattiche
innovative (gaming nella didattica, storytelling educativo,
caviardage, escape room didattiche, kamishibai), oltre a formazione
su DSA, ADHD e strumenti per il metodo di studio.
Tutto questo ha
comportato negli anni un investimento economico importante, sostenuto
personalmente, come accade a moltissimi docenti precari. Nel 2024 ho
partecipato all’ultimo concorso: ho superato la prova scritta con
96/100, ma non l’orale. In quel periodo ero in gravidanza a
rischio.
Oggi continuo a lavorare con supplenze spesso lontane
dalla mia residenza. Sono madre di tre figli di 1, 6 e 10 anni e le
assegnazioni da GPS comportano spostamenti anche di circa 70 km, con
evidenti difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia.
A
questa condizione si aggiunge oggi una criticità che considero
inaccettabile: per poter accedere alla stabilizzazione mi viene
richiesto di conseguire ulteriori percorsi di abilitazione, con costi
che si aggirano intorno ai 2000 euro e con modalità di frequenza
parzialmente in presenza, difficili da sostenere per chi ha una
famiglia e già lavora a tempo pieno nella scuola.
Ritengo
profondamente ingiusto che, a 40 anni, dopo anni di formazione
personale e professionale e dopo aver già investito ingenti risorse
economiche nel mio percorso lavorativo, si continui a chiedere ai
docenti precari di sostenere ulteriori spese e sacrifici per poter
semplicemente accedere alla stabilità lavorativa. È una condizione
che finisce per mettere in conflitto il diritto al lavoro con la vita
familiare e la sostenibilità economica e personale.
Chiedo che
venga presa in considerazione la possibilità di percorsi abilitanti
più accessibili, anche interamente online e con costi sostenibili,
in modo da non trasformare la formazione necessaria in un ulteriore
ostacolo economico e logistico per chi già lavora nella scuola.
La
continuità del docente è un valore educativo fondamentale, ma nella
realtà attuale molti insegnanti vivono una precarietà prolungata,
aggravata da costi e vincoli che rischiano di allontanare dalla
professione proprio chi vi ha già investito anni di lavoro e
formazione.
Lettera di una prof
abilitata: “Paghiamo dazio a un sistema schizofrenico per fare il
lavoro più bello del mondo”
Riceviamo e pubblichiamo
la lettera di una docente campana che ha da poco ha superato l’esame
di abilitazione all’insegnamento: “Vi racconto di un enorme,
legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è
il primo grande complice”.
30 Giugno 2026, 06:54
A cura di
Redazione
Se leggete i decreti ministeriali che arrivano da Roma,
parliamo di competenze digitali, di transizione pedagogica, di
riforme strutturali con l’acronimo sempre aggiornato – tutte cose
in cui restiamo comunque puntualmente indietro rispetto a quanto
l’urgenza educativa richieda. Non solo. Se lo chiedete a me,
disillusa e afflitta dalla giornata della scorsa settimana, quella in
cui ho completato il mio “percorso abilitante da 30cfu”, vi parlo
anche di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo
la merce e lo Stato è il primo grande complice.
Devo parlare di
conti correnti svuotati e di un bonifico da 2.500 euro fatto solo per
comprare il diritto di lavorare. Più altri 150 euro, s'intende, come
tassa di sbarco per l’esame finale. Il prezzo fisso per farsi
guardare in faccia da una commissione, dopo mesi passati a guardare
il nulla.
Il giorno dell’abilitazione e altre cose orribili che
non farò mai più è andato in scena la scorsa settimana, in una
sede d'esame di un'università telematica a Napoli. In cambio di
quelle cifre, il deserto dei servizi: una fiumana di denaro
impressionante che si riversa nelle casse di privati che non
garantiscono ai corsisti nemmeno un parcheggio in sede, posti a
sedere per tutti o aria condizionata funzionante il giorno della resa
dei conti. Ma il primo atto è iniziato mesi fa, davanti a uno
schermo. Il percorso formativo che lo Stato ci impone di pagare a
questi colossi dell’istruzione a distanza si consuma in aule
sature, durante maratone da dieci ore consecutive.
Funziona così:
entri in una stanza della tua città, firmi un foglio e passi la
giornata a fissare un monitor. Dall'altra parte, un docente in
videoconferenza, con la voce che gratta e salta ogni tre minuti,
parla contemporaneamente a decine di aule specchio in tutta Italia,
divise per classi di concorso, da Vipiteno a Lampedusa. Un monologo
asettico, privo di qualsiasi reale scambio pedagogico, mentre i
contatori delle ore scorrono per certificare una presenza puramente
burocratica. Questa non è formazione. È la burocrazia che si nutre
di se stessa, ignorando completamente le competenze che molti di noi
hanno già acquisito sul campo, anno dopo anno, supplenza dopo
supplenza. Dietro la farsa delle lezioni "in presenza" c'è
un dispendio economico ben più lauto dei soli costi di iscrizione,
una tassa invisibile che lo Stato finge di non vedere. Parlo dei
sacrifici di chi lavora a centinaia di chilometri da casa, magari al
Nord, dove c'è maggiore disponibilità di convocazioni per le
supplenze. Colleghi che per mesi, nei fine settimana, sono costretti
a fare i pendolari d'Italia, a pagare biglietti del treno last minute
e a prenotare stanze d'albergo improvvisate nei pressi delle sedi
d'esame pur di non perdere le lezioni obbligatorie. Un salasso
finanziario continuo che prosciuga quei pochi risparmi messi da parte
con fatica.
Quando entri in un'aula scolastica, capisci l'immenso,
spaventoso valore di questo mestiere. Oggi la scuola pubblica
dovrebbe farsi carico di problematiche di incommensurabile valore:
prima tra tutte quella di un’educazione sessuo-affettiva
strutturata, o di una reale educazione alla cittadinanza per
generazioni disorientate. Sono compiti cruciali che lo Stato
puntualmente ignora, lasciando che tutto questo vuoto educativo
ricada unicamente sulle spalle di chi, intanto, subisce il ricatto
del precariato. Una richiesta incomparabile, che non trova
riconoscimento in nulla: né nello stipendio, che evapora prima del
venti del mese, né nella dignità sociale.
L’esame si è svolto
in questo preciso clima surreale: una transumanza di candidati
chiamati a scaglioni in corridoi che erano una bolgia immobile,
satura di un caldo che sapeva di sconfitta. Lì dentro, la
commissione, sfinita quanto noi, procedeva a ritmo industriale. Pochi
minuti a testa. Domande standardizzate per liquidare una pratica che
non doveva valutare la nostra capacità di stare in classe o la
nostra sensibilità educativa, ma solo ratificare un percorso già
pagato. Eravamo numeri di matricola su un faldone. Eppure eravamo lì,
ad aver pagato per essere esaminati, ancora, solo per ottenere un
bollino d'accesso. Provate a camminare con me in quei corridoi,
rallentate il passo e guardate le persone in fila. A far mancare
l'aria non era solo l'afa, ma l'età media di quel limbo. Non c’erano
ventenni freschi di laurea con i sogni intatti e l'ansia del primo
voto. C’eravamo noi. La generazione di trenta e quarantenni – e
non solo, purtroppo. Gente con la vita già incastrata nell'età
adulta, intrappolata in un limbo amministrativo permanente. C’erano
donne sedute sui gradini a calibrare i tempi dell’allattamento tra
una chiamata e l’altra, padri che spingevano passeggini stringendo
dispense stropicciate, colleghe visibilmente al termine della
gravidanza.
Perché ora, anche a queste condizioni? Perché c’è
la scadenza di giugno. Perché se non ottieni questo benedetto pezzo
di carta entro la chiusura delle GPS (Graduatorie Provinciali per le
Supplenze), tu scompari dal sistema per i prossimi due anni. Diventi
invisibile. Il tuo affitto non viene pagato, le tue bollette scadono,
la tua spesa non si fa. E qui si inserisce l’inganno più sottile,
quello specificamente riservato alle donne. Viviamo in un Paese che
ci bombarda con la retorica della natalità e della famiglia, che ci
chiede di fare figli per salvare il futuro demografico, ma che
contemporaneamente ci nega la stabilità finanziaria per mantenerli.
La società scarica interamente il carico di cura sulle nostre
spalle, e molte colleghe "ripiegano" sulla scuola proprio
perché pensano sia l'unico lavoro conciliabile con la gestione di
una famiglia. Ma la scuola si rivela una trappola mobile: un eterno
precariato in cui devi destreggiarti tra i figli a casa e l'ansia di
un punteggio che si compra con il denaro.
È l'economia del
ricatto puro: "Se non lo compri tu, lo compra il collega accanto
e ti supera in graduatoria". Mezzo punto vale almeno una
mensilità di stipendio.
Fermatevi un attimo a riflettere su questa stortura: lo Stato mi valuta con un concorso pubblico, mi dichiara idonea a insegnare, e un attimo dopo mi subappalta a un ente privato a pagamento per farmi certificare a mie spese. È una connivenza istituzionale che toglie il fiato per l'assurdità. La mia non è disperazione, è una lucida, implacabile fermezza. Non siamo disposti a essere i clienti ricattati del nostro stesso diritto al lavoro. Ieri ho preso quel pezzo di carta. Sono abilitata. Ma c'è una domanda profonda che mi porto dentro e che dovrebbe scuotere chiunque: con quale coraggio, con quale forza d'animo ci si chiede di entrare in classe l'indomani a insegnare il valore della cittadinanza, della legalità e del merito dopo aver subito questi cinici giochi di potere? Cosa possiamo trasmettere davvero ai nostri studenti? In quali valori insegniamo a credere, se l'unico messaggio che lo Stato ci ha dato è che l'onestà e lo studio non bastano, e che tutto ha un prezzo? In questi tempi incerti, liquidi e spesso privati di punti di riferimento stabili, gli studenti riconoscono in noi un reale ancoraggio. Lo leggiamo nei loro occhi quando cercano una guida, un ascolto che non sia filtrato da uno schermo, una parola che dia senso al loro disorientamento. Loro non sanno nulla delle nostre graduatorie, dei nostri concorsi traditi o dei cinquemila punti comprati a rate; loro cercano la persona, il docente, l'adulto di cui potersi fidare. Ed è precisamente qui che questo mestiere ritrova la sua straordinaria, intatta bellezza. Nonostante lo Stato faccia di tutto per svilirci e trasformarci in clienti ricattati, il valore di ciò che facciamo si misura nella fiducia quotidiana che proviamo a preservare. Lasciando quella sede con il foglio in mano, ho capito che non avevamo superato una prova di merito, ma solo pagato il dazio a un sistema schizofrenico per avere il permesso di fare, ancora per un anno, il lavoro più bello, più urgente e più umiliato del mondo".
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