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martedì 20 giugno 2017

19 giugno - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 19/06/17



Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus
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INDICE
Slai Cobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
16 GIUGNO SCIOPERO LOGISTICA
NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA
Posta Resistenze posta@resistenze.org
LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E I DIRITTI DEI LAVORATORI

Posta Resistenze posta@resistenze.org
I NUOVI VOUCHER: CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE
ILVA: RESPINGERE CON LA LOTTA E L’UNITA’ I LICENZIAMENTI PER I PROFITTI!
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
IL RITORNO DEI VOUCHER E DEL LORO ABUSO
La Città Futura noreply@lacittafutura.it
L’INVOLUZIONE DEL LAVORO E LA NUOVA CLASSE OPERAIA
GLI INSEGNAMENTI DELLA VICENDA “VOUCHER”
Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
NEL 2017 SUPERATO OGNI RECORD DEI MORTI SUL LAVORO IN QUESTI ULTIMI DIECI ANNI
QATAR 2022: LA STRAGE NEI CANTIERI
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From: Medicina Democratica segreteria@medicinademocratica.org
To:
Sent: Wednesday, May 31, 2017 12:43 PM
Subject: NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA
COMBUSTIBILI SOLIDI SECONDARI: UNA DERIVA INGIUSTIFICATA DELLA CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI
L’invenzione tutta italiana del rifiuto che, in quanto combustibile, non è più un rifiuto mostra sempre più i suoi limiti intrinseci.
La pratica del coincenerimento dei rifiuti in particolare nei cementifici è una pratica (purtroppo) diffusa, ma solo l’Italia si era spinta ad inventare (come nel caso delle incentivazioni agli inceneritori per la produzione di energia elettrica) un Decreto che per magia nobilita il rifiuto a combustibile al pari o quasi delle altre “biomasse”.
Una visione distorta della economia circolare come pure del recupero dei rifiuti, osteggiata anche dalla Associazione Cementieri Europei, che vogliono certo bruciare rifiuti, ma rispettando le regole dei rifiuti e non inventandosi norme per semplificare le autorizzazioni o evitare le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale.
Tra le iniziative per contrastare tale deriva presentiamo il testo della petizione per il Parlamento Europeo, nata tra i comitati locali (Comitato La Nostra Aria e Rete Ri?uti Zero Lombardia) e sostenuta da Medicina Democratica e ISDE.
Leggi tutto al link:
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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, June 01, 2017 10:35 AM
Subject: LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E I DIRITTI DEI LAVORATORI
Américo Nunes
maggio 2017
L’impatto della Rivoluzione di Ottobre ha sconvolto il mondo, come ha dichiarato il giornalista nord americano John Reed nel titolo del suo noto libro, riferendosi ai suoi primi dieci giorni.
Tuttavia, si può affermare che la rivoluzione russa del 1917, con la sua ideologia e politica di solidarietà internazionalista e l’onda d’urto delle sue realizzazioni in tutte le sfere della società, ha continuato a scuotere il mondo per molti decenni e a innescare profondi progressi nella storia dell’umanità, fino alla sconfitta del socialismo in URSS nel 1991.
Non è possibile parlare della conquista dei diritti dei lavoratori in Russia con la rivoluzione e nei paesi che successivamente intrapresero la costruzione del socialismo, e dei diritti conquistati dai lavoratori nei paesi capitalisti sotto l’influenza di questa rivoluzione, scollegandola dagli altri successi fondamentali dei lavoratori e dei popoli, originati della sua stessa forza propulsiva.
Soprattutto perché il primo e principale diritto che i lavoratori conquistarono con la rivoluzione fu il diritto in quanto classe di assumere, attraverso il partito della classe operaia, il proprio potere politico in tutte le sue istanze e così decidere del proprio destino e di tutto il popolo.
I rivoluzionari russi partirono dall’ideologia di Marx ed Engels, dal patrimonio storico dell’esperienza della Comune di Parigi che venne sviluppato e che Lenin mise in pratica. In quell’epoca il marxismo era una dottrina ampiamente pubblicizzata e accettata da parte del proletariato di diversi paesi, inclusi i più evoluti, e il successo della sua applicazione pratica in Russia potenziò la sua diffusione e la sua comprensione, suscitando entusiasmi e aspettative che provocarono conseguenze per l’organizzazione del lavoro e le lotte politiche condotte dalla classe operaia europea e americana, che si tradussero anche in azioni di sostegno e di solidarietà con la rivoluzione russa.
I primi passi compiuti dal potere rivoluzionario furono quelli di mettere in pratica gli aspetti fondamentali iscritti nel Manifesto comunista del 1848 e nei documenti programmatici del AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori).
Quattro giorni dopo la presa del Palazzo d’Inverno e dopo aver promulgato i decreti della pace e della terra, fu promulgata la legge della giornata massima di 8 ore lavorative, delle pause per il riposo e pasti, un giorno e mezzo di riposo settimanale, ferie pagate, il divieto al lavoro per i bambini sotto i 14 anni e un massimo di 6 ore di lavoro per i giovani tra i 14 e i 18 anni. La legge salvaguardava anche l’occupazione delle lavoratrici durante il periodo di gravidanza e durante il primo anno di vita del bimbo; 8 settimane di congedo per maternità prima e 8 dopo il parto, il tempo per l’allattamento al seno e indennità di allattamento; misure speciali di protezione e assistenza alle madri adolescenti.
Fu stabilito il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro e la fine delle discriminazioni tra uomini e donne.
Stiamo parlando di una legge pubblicata 100 anni fa in un paese con oltre 100 milioni di abitanti in gran parte analfabeti e dove la Rivoluzione aveva appena abbattuto un potere e una società semifeudale. Non sarebbe necessario solo l’esempio dei diritti del lavoro, ma molti di più, per capire gli obiettivi di giustizia sociale della rivoluzione russa, che fu presa di coscienza di centinaia di milioni di uomini, donne e giovani in tutto il mondo.
I disastri derivanti dal coinvolgimento della Russia nella Prima Guerra Mondiale seguita dalla guerra civile e l’invasione imperialista avevano creato per la giovane rivoluzione grandi difficoltà a raggiungere i suoi obiettivi, e immensa miseria e sacrifici del popolo russo. Ma tutti questi ostacoli furono superati con i diritti previsti dalle disposizioni legislative appena iniziò la loro applicazione pratica.
Le donne russe, che erano entrate come forza lavoro delle fabbriche a causa dell’invio di uomini in guerra, giocarono un ruolo di primaria importanza nei grandi scioperi e nelle manifestazioni che precedettero la rivoluzione chiedendo la fine della guerra, il pane e la pace. Furono le prime donne al mondo a conquistare il diritto di eleggere e di essere elette. Alexandra Kollontai fu la prima donna ministro nel mondo, assumendo nel 1917 la carica degli affari sociali. L’aborto fu depenalizzato con decreto del 1920. E la prostituzione non fu più penalizzata, a parte tutto il giro d’affari derivante dal suo sfruttamento. Facendo riferimento alla partecipazione delle donne alla rivoluzione Lenin disse: “Senza di loro non avremmo trionfato”.
Nel corso della costruzione del socialismo i diritti sociali e del lavoro avanzarono rapidamente nei paesi che la avevano avviata. L’analfabetismo fu debellato, il diritto al lavoro garantito, la piena occupazione raggiunta in modo stabile, l’assistenza sanitaria e la medicina resa gratuita per tutti i cittadini furono una realtà, così come la protezione di invalidità e vecchiaia. Il diritto alla casa fu garantito con un costo fissato mediamente nel 2% dello stipendio.
La Rivoluzione russa assunse fin dal primo giorno un ruolo di avanguardia mondiale nell’assicurazione da parte dello Stato dei diritti economici e sociali fondamentali per i cittadini.
L’odio di classe ispirato dalla Rivoluzione nelle classi abbienti di tutto il mondo si tradusse subito nel sostegno alla controrivoluzione interna durante la guerra civile e nell’invasione della Russia da parte delle grandi potenze imperialiste. I perdenti nella guerra, per la paura del contagio attraverso l’esempio dei successi conseguiti dai lavoratori con il socialismo, si unirono a questo odio. In realtà, milioni di esclusi dalla partecipazione sociale e politica divennero appieno cittadini attivi nella difesa dei loro diritti e della loro patria.
Il terremoto di lunga durata continuò a scuotere il mondo. L’URSS rafforzò in tal modo la costruzione del socialismo, assunse un ruolo decisivo nella sconfitta della barbarie nazi-fascista nella Seconda Guerra Mondiale e nella creazione di un equilibrio militare strategico di due sistemi sociali a confronto. Il campo socialista e il campo capitalista. Con la solidarietà internazionalista dei paesi socialisti nacquero e si svilupparono movimenti di liberazione nazionale che portarono alla caduta degli imperi coloniali in Asia e in Africa con la liberazione di decine di popoli dalle grinfie dell’influenza imperialista.
La nascita della rivoluzione e la sua influenza nei paesi capitalisti portarono alla creazione di Partiti comunisti e di altri partiti rivoluzionari e progressisti e rafforzarono i sindacati e la loro capacità rivendicativa.
La classe operaia portoghese non fece eccezione. L’informazione che arrivava attraverso i giornali borghesi fu sufficiente a generare e mobilitare una catena di sostegno e solidarietà con la Rivoluzione russa e a provocare la creazione di organizzazioni rivoluzionarie. Fu sotto il suo impulso che un nucleo di rivoluzionari, quasi tutti i membri del sindacato, fondarono il Partito Comunista Portoghese nel 1921.
Poco dopo la fondazione del Partito, Francisco Perfeito de Carvalho, primo Segretario generale del sindacato Unione Operaia Nazionale (UON), fondato nel 1914 e collegato al PCP, andò clandestinamente a Mosca nel mese di giugno 1922, inviato dalla CGT per partecipare al Congresso costituente (I) del ISV, e presentare una relazione su quella realtà da presentare al sindacato ritornando a Lisbona. Berlino inviò al CGT e al PCP le norme per la campagna di sostegno e solidarietà al popolo russo, portando così alla creazione dell’organizzazione del Soccorso Rosso.
Fu un sindacalista, Carlos Tariffe, colui che doveva diventare il primo segretario generale del PCP eletto al 1° Congresso del partito nel 1923 che dopo una visita che fece nella patria socialista scrisse e pubblicò il libro La Russia dei Soviet, in cui per la prima volta venivano divulgati alcuni aspetti essenziali della realtà sovietica e una serie di problemi posti dalla Rivoluzione russa del 1917.
Fu un altro sindacalista, Bento Gonçalves, presidente del Sindacato dell’Arsenale della Marina, a guidare la delegazione portoghese alla commemorazione del 10° Anniversario della Rivoluzione, tenutosi a Mosca nel corso dell’anno 1927. A quel tempo non era ancora un membro del partito, e affermò in un intervento che pronunciò in quell’occasione, di rappresentare comunisti, socialisti, anarchici e altri. Ma lo sarebbe stato per un breve periodo, dopo il suo ritorno. Bento Gonçalves fu eletto Segretario Generale del Partito nella Conferenza di Organizzazione del 1929 e fu lui a guidare la riorganizzazione del Partito Nuovo con le caratteristiche sostenute da Lenin per i partiti comunisti. Bento Gonçalves fu il primo leader dei lavoratori portoghesi ad acquisire una conoscenza approfondita della teoria marxista-leninista ed essere in grado di interpretarla e trasporla in azioni concrete. Sotto la sua guida il Partito Comunista Portoghese si preparò ad agire in clandestinità, a resistere e a combattere il fascismo fino alla sua sconfitta, il 25 aprile 1974.
L’influenza della Rivoluzione russa nella riorganizzazione della classe operaia mondiale non fu di minore importanza per la conquista dei diritti sociali e politici del lavoro nei paesi capitalisti con l’esempio dei diritti previsti dal socialismo.
Grandi scioperi ed altre azioni di massa in Portogallo dirette o influenzate dal Partito durante il periodo fascista, e durante la Rivoluzione stessa del 25 aprile 1974 hanno costretto il padronato datori di lavoro a firmare accordi collettivi per migliori orario, salari, igiene e salute sul lavoro e garanzie di protezione sociale, costringendo i governi a tradurre questi diritti in legge e, nel caso portoghese, i deputati costituenti di consacrarli nella Costituzione del 1976.
La dinamica dell’esempio e la paura che i lavoratori e il popolo potessero optare per un sistema socialista mise sotto pressione i governi dei paesi capitalisti sviluppati che estesero le funzioni sociali dello Stato, in particolare nei settori della salute, la protezione sociale della disoccupazione, la vecchiaia, l’istruzione e la cultura.
Oggi, 100 anni dopo, in un’epoca di sconfitta del socialismo in Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica negli anni 89/91, l’imperialismo ha avviato una controffensiva di ricolonizzazione e regressione sociale mondiale, si ha un regresso diffuso a condizioni di lavoro assai dolorose, addirittura simili a quelle del XIX secolo.
Focolai di guerra si diffondono in varie parti del mondo, che si riflettono nuovamente in l’Europa, e sono in espansione in Asia e in Africa. La morte e la fame viaggiano al suono dei tamburi di guerra, per gli interessi economici delle grandi imprese. Il capitalismo tenta nuovamente di stimolare una possibile via d’uscita neofascista, a causa della situazione di profonda crisi in cui si trova.
Ma ci sono popoli che resistono all’aggressione, altri che si organizzano e accumulano le forze per stabilire alleanze e fermare le forze della regressione della civiltà.
Le forze rivoluzionarie e progressiste devono a loro volta riorganizzarsi, rafforzare le loro azioni, tenendo presente che gli ideali e gli obiettivi del socialismo, quale futuro per l’umanità, sono sempre validi. E’ l’esempio della Grande Rivoluzione d’Ottobre del 1917, che ci dimostra che la vittoria del popolo sfruttato è possibile anche in condizioni estremamente sfavorevoli per la lotta.
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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, June 01, 2017 10:35 AM
Subject: I NUOVI VOUCHER: CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE
Clash City Workers
27/05/17
Grazie allo spauracchio “referendum”, agitato dalla CGIL, dal 17 marzo abbiamo assistito all’improvvisa e totale abrogazione della disciplina del lavoro accessorio, che ha determinato un vuoto normativo che riguardava la possibilità, per le imprese, di gestire efficacemente le esigenze di prestazioni di lavoro saltuarie, caratterizzate da ampia flessibilità e soprattutto basso costo.
Ma il governo ovviamente non si da per vinto, ed una volta evitata un’altra eventuale campagna referendaria, sta discutendo per far rientrare dalla porta, ciò che aveva gettato dalla finestra. Come sarà il “dopo voucher”?
Il “dopo voucher” per le imprese dovrebbe consistere in un vero e proprio contratto di lavoro, completamente online e semplificato. La nuova procedura telematica infatti potrà essere utilizzata solo da aziende piccole, fino a 5 dipendenti, con l’introduzione di un tetto unico di 5.000 euro l’anno a singola impresa, eventualmente elevabile a 7.500 euro in caso di “assunzione” di particolari categorie di lavoratori “marginali”, vale a dire disoccupati, studenti, pensionati. Quella del tetto dei 5 dipendenti sembrerebbe una fortissima limitazione, peccato che ad essere conteggiati siano soltanto i lavoratori a tempo indeterminato, mentre gli assunti a tempo determinato, stagisti, collaboratori e simili saranno esclusi dal conteggio: in pratica queste limitazioni “restringeranno” il campo di applicabilità del lavoro intermittente ad “appena” il 90% delle imprese! I veri grandi utilizzatori saranno ancora le medie e grandi aziende, oltre alle migliaia di piccole aziende dove già lo sfruttamento è altissimo, fuori da ogni CCNL. Questi saranno i veri beneficiari dei nuovi voucher, altro che famiglie e privati!
Ciascun lavoratore potrà ricevere fino a un massimo di 2.500 euro (in questo modo, utilizzando il plafond per intero, si potranno impiegare almeno due persone). Il lavoro occasionale sarà precluso in edilizia e nelle “attività pericolose” (scavi-estrazioni e miniere), oltre a essere completamente tracciabile, con l’indicazione obbligatoria, in fase di “prenotazione”, di tutti gli estremi per riconoscere azienda e utilizzatore, in aggiunta a tempo e luogo di svolgimento della prestazione. Si introduce, infine, una sorta di “scalino” d’ingresso: si potrà attivare il nuovo contratto telematico per non meno di quattro ore, e poi, nel caso, salire. Peccato che anche nell’attivazione si nasconda un altro malefico dettaglio: chi iscrive e decide di non utilizzare la prestazione ha tempo fino a 3 giorni per cancellarla. Tradotto: se non arrivano i controlli, sarà possibile cancellare la prestazione (anche se realmente eseguita) e pagare in nero. E meno male che il lavoro accessorio era fondamentale per limitare il ricorso al nero!
Posto che quindi si tratta di un contratto speciale, che può derogare in peggio tutta una serie di istituti dei più elementari diritti dei lavoratori, quali saranno le ricadute pratiche-operative sulla disciplina applicabile riguardo i diritti e le tutele?
Questo contratto speciale darà diritto a prestazioni previdenziali come la maternità, la malattia e gli assegni per il nucleo familiare, o prevederà come il voucher solo una copertura previdenziale ed assicurativa che tutela il datore di lavoro in caso di infortunio?
La nostra paura, purtroppo fondata, è che questo nuovo contratto di lavoro on-line finirà inevitabilmente col derogare in peggio la disciplina del lavoro dipendente. Si pensi solo ai numerosi obblighi in capo al datore di lavoro ed ai conseguenti diritti previsti dalla legge a tutela del lavoro subordinato: limiti dell’orario di lavoro, diritto al riposo settimanale e alle ferie, norme previste dallo statuto dei lavoratori, ecc.. In altre parole, gli obblighi e i diritti previsti dal codice civile, dalle leggi nazionali, dalle norme comunitarie e dalla costituzione che verranno spazzati via, come era stato già fatto con l’invenzione dei vecchi voucher. Insomma, buona minestra riscaldata a tutti.
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To:
Sent: Saturday, June 03, 2017 9:31 AM
Subject: ILVA: RESPINGERE CON LA LOTTA E L’UNITA’ I LICENZIAMENTI PER I PROFITTI!
Lo sciopero del 1 giugno degli operai dell’ILVA di Taranto, contro i primi 6.000 “esuberi” previsti dal piano industriale di Arcelor Mittal per rilevare l’acciaieria, ha messo in crisi il disegno antioperaio spalleggiato dal governo Gentiloni-Renzi.
I governi a guida PD, come quelli delle destre, hanno sempre seguito una sola politica: scaricare sugli operai e sui lavoratori i costi dei piani di “rilancio”, liquidare i loro diritti, comprimere il salario, privatizzare e svendere le aziende strategiche per garantire i voraci interessi dei grandi capitalisti italiani e stranieri.
Per i magnati dell’acciaio e i loro governi amici non basta che gli operai siano torchiati come le olive, che subiscano quotidianamente gli incidenti e la nocività del lavoro salariato, che siano bastonati ogni volta che alzano la testa. Ora devono anche essere sbattuti in mezzo a una strada, in una regione in cui la disoccupazione è al 22%, per assicurare quote di produzione e relativi profitti.
Ma la disastrosa situazione dell’azienda non è dovuta a colpe degli operai, bensì a criminali strategie aziendali dovute alla voracità di profitto dei padroni dell’ILVA, che per anni hanno calpestato le più elementari regole di sicurezza, avvelenando operai e cittadini.
Con lo sciopero e la mobilitazione di massa, gli operai ILVA hanno chiarito che non si rassegnano alla disoccupazione e alla fame, che respingono il ricatto.
La lotta degli operai ILVA è la lotta di tutti i lavoratori per impedire i licenziamenti per i profitti, i “licenziamenti di borsa” decisi dalle multinazionali e appoggiati dai governi borghesi.
Questa lotta va estesa e proseguita senza cadere nelle illusioni riformiste e senza lasciarsi ingannare dalle promesse elettoraliste!
Riprendiamo fiducia nella nostra grande forza, difendendo in maniera intransigente i nostri interessi: nessun posto di lavoro deve essere perso, nessuna fabbrica deve essere chiusa, no ai tagli del salario, salute e l’ambiente devono essere garantiti!
Chiamiamo tutti gli sfruttati alla costruzione del fronte unico operaio dal basso, con propri organismi (Comitati, Consigli, etc.) per difenderci dall’offensiva padronale e governativa, dalla complicità e dai cedimenti dei partiti borghesi e dei burocrati sindacali, che già frenano la lotta.
Uniamo in solo fronte, in una sola vertenza le lotte che padroni, governo e i loro lacchè vogliono mantenere divise. Basta con la divisione fra sfruttati!
E’ ora di costruire lo sciopero generale nazionale per il lavoro, per il pane, contro i sacrifici e le spese di guerra! E’ ora di occupare le fabbriche che chiudono e licenziano!
Il problema non è sindacale; il problema è politico. Non riguarda solo gli operai dell’ILVA, non riguarda solo le città di Taranto e di Genova, ma l’intera società italiana: se l’economia fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione per far arricchire sempre più un pugno di parassiti deve continuamente distruggere forze produttive, se pone a una comunità di lavoratori e di cittadini l’alternativa di morire di cancro o morire di disoccupazione e di miseria, vuol dire che questa economia è marcia fino alle midolla e deve essere distrutta da una rivoluzione che abbia il proletariato come protagonista.
Operai, lavoratori, prendiamo nelle nostre mani questa grande questione sociale, prepariamo le condizioni della vittoria della rivoluzione socialista. Si uniscano fin d’ora i proletari più consapevoli e avanzati con i coerenti comunisti in un’organizzazione politica che non abbia solo il nome, ma la sostanza, la linea politica, il programma e la combattività di una vera forza comunista basata sul movimento operaio. Costruiamola insieme!
1 giugno 2017
Piattaforma Comunista per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Sunday, June 04, 2017 8:59 PM
Subject: IL RITORNO DEI VOUCHER E DEL LORO ABUSO
IL GOVERNO REINTRODUCE I VOUCHER E IL LORO ABUSO A BENEFICIO DELLA MEDESIMA, VASTISSIMA, PLATEA DI COMMITTENTI
Diciamo la verità: quando poche settimane fa il Governo, con tratto di penna, aveva cancellato i voucher, quanti credevano davvero nella buona fede dell’esecutivo? Di certo non occorreva intrufolarsi segretamente nelle stanze di Palazzo Chigi per capire che l’intenzione di Gentiloni e Renzi non era fare un passo indietro rispetto alla precarizzazione dei rapporti di lavoro, ma semmai di evitare il referendum promosso dalla CGIL, che avrebbe potuto segnare la seconda, pesante sconfitta del governo in una consultazione popolare, dopo quella dello scorso dicembre sulle modifiche costituzionali.
Ed infatti, alla prima occasione utile, l’uscita da destra dai voucher è arrivata con un emendamento alla manovra economica correttiva che reintroduce i buoni lavoro sotto altro nome nel giorno in cui milioni di cittadini si sarebbero dovuti esprimere per la sua abrogazione. Un atteggiamento spregiudicato, che già il vice presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena ha definito anticostituzionale; mentre la CGIL ha biasimato il comportamento del Governo ed ha già minacciato il ricorso alla Consulta ed una manifestazione indetta per il prossimo 17 giugno contro la reintroduzione truffaldina dei voucher. È qualcosa, ma non abbastanza. Questo governo ed i suoi predecessori hanno già dimostrato scarsa attenzione per le pronunce di altri poteri dello Stato. Ne sono una dimostrazione i raggiri rispetto alle decisioni sull’acqua pubblica o sulle trivellazioni petrolifere; ma la stessa discussione sulla legge elettorale denota quanto il governo ed un Parlamento di nominati considerino vincolanti le decisioni della Consulta.
Alla fine, quello che è stato prodotto sul lavoro accessorio è una pezza peggiore del buco da coprire e le anticipazioni che erano state fornite, viste alla luce di quanto partorito, sembra fossero servite solo da cuscinetto per le polemiche che inevitabilmente sarebbero venute fuori.
Ad esempio, si parlava inizialmente che un limite per l’azienda utilizzatrice del lavoro occasionale fosse il numero di 5 dipendenti. L’emendamento alla manovra correttiva che ha reintrodotto i voucher, specifica, invece, che i 5 dipendenti devono essere assunti con contratti a tempo indeterminato. Così, se un’azienda, ad esempio di 50 lavoratori, avesse alle sue dipendenze solo 5 operai con contratto a tempo indeterminato e tutti gli altri inquadrati con contratti interinali, a chiamata, a tempo determinato, non avrebbe alcun ostacolo ad inserire lavoratori da pagare con buoni lavoro. Oppure da pagare in nero.
Cosa si sono inventati nel PD e cosa hanno approvato insieme al partito di Renzi, Lega Nord e Forza Italia? L’emendamento che porta la firma di Titti Di Salvo (ex CGIL ed ex SEL, ora PD) prevede che le imprese non possano più acquistare i buoni lavoro dal tabaccaio (ma inizialmente questa possibilità non era prevista nemmeno per i precedenti voucher), ma attraverso una piattaforma dell’INPS alla quale l’impresa dovrà iscriversi e aprire un conto con un tetto massimo di 5.000 euro annui. Inoltre, l’azienda dovrà dare, almeno un’ora prima, comunicazione all’INPS dei dettagli della prestazione che non potrà essere inferiore alle 4 ore.
Meglio di prima, quindi? Neanche per sogno anche perché, come spesso si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli. E nel dettaglio della nuova regolamentazione del lavoro occasionale, si nasconde, appunto, la possibilità per le imprese di far lavorare a nero.
L’emendamento che reintroduce i voucher prevede la possibilità di revocare la dichiarazione trasmessa all’INPS per usufruire della prestazione occasionale entro i tre giorni successivi al giorno previsto per lo svolgimento dell’attività. Ecco, quindi, cosa può accadere: un’azienda trasmette all’INPS la comunicazione per il lavoro occasionale, ad esempio per 4 ore di lavoro. Non arriva nessun controllo per l’accertamento della regolarità della prestazione (ed è noto quale sia il rischio per un’impresa di subire un’ispezione) ed entro tre giorni l’azienda revoca la comunicazione, paga in nero il lavoratore e mantiene inalterato il conto di 5.000 euro annui che costituirebbe il tetto massimo per usufruire del lavoro occasionale. Ma perché essere maliziosi? Perché non avere fiducia nell’utilizzo corretto e regolare del lavoro accessorio così regolato? La risposta è nei numeri forniti da istituti ufficiali.
Le statistiche dell’INPS mostrano che da quando i voucher furono liberalizzati, l’utilizzo del lavoro accessorio è cresciuto notevolmente. Si è passati da 38,5 milioni di voucher venduti nel 2013 agli oltre 134 milioni nel 2016, utilizzati praticamente in ogni settore economico e produttivo; negli anni è cresciuto il numero dei lavoratori coinvolti, mentre è andata riducendosi la quota di prestatori pagati per la prima volta con voucher. Ciò significa che per moltissimi lavoratori essere pagati con buoni lavoro non è una esperienza estemporanea, ma semmai che si ripete. Una situazione che lascia intuire come per questi lavoratori la precarietà sia una condizione consolidata.
Questa estensione del lavoro accessorio non inganni rispetto all’emersione del lavoro nero. Nel testo dell’INPS sul lavoro accessorio (WorkINPS Papers, settembre 2016), si legge infatti che “Quanto alle relazioni con il lavoro nero, non si sono prodotte evidenze statistiche significative in merito all’emersione, grazie ai voucher, di attività di lavoro sommerso mentre invece diverse situazioni (come nel caso di rapporti regolati con un solo o pochissimi voucher) non fugano di certo il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa”.
Tanto che, con buona pace del governo, di Renzi e dei suoi lacchè, l’INPS definisce “irrealistiche” le aspettative “che il voucher servisse per l’emersione dal nero”. Semmai, sostiene l’Istituto previdenziale, le evidenze fanno “pensare, più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero”. A conferma di questa situazione, l’INAIL aveva già mostrato preoccupazione per il significativo aumento delle denunce di infortunio, anche mortale che hanno riguardato i voucheristi, pervenute all’ente assicurativo lo stesso giorno del pagamento del primo voucher, facendo supporre che la regolarizzazione del lavoratore occasionale possa essere sovente avvenuta solo a seguito di infortunio.
Ora, si consideri questa situazione, che le nuove regole sul lavoro accessorio non fermano ma semmai possono incentivare, e la si metta in relazione con la media italiana degli addetti per azienda. In Italia, secondo elaborazioni Istat su dati Eurostat, le aziende occupano mediamente 4 lavoratori. Sono oltre 4 milioni le imprese fino 9 dipendenti, dove sono impiegati il 46% dei lavoratori del nostro Paese. Questa è, come minimo, l’area economica e produttiva dove anche i nuovi voucher possono trovare applicazione, dove cioè è facilissimo trovare imprese che impieghino al massimo 5 lavoratori con contratti a tempo indeterminato. E guarda caso, si legge nello studio INPS sul lavoro accessorio già citato, che il committente del lavoro accessorio è tipicamente un’impresa piccola, non una famiglia (come spesso hanno raccontato gli accaniti sostenitori dei voucher), determinandosi “una domanda molto frammentata, con protagoniste le aziende piccole, con o senza dipendenti”.
E’ evidente, quindi, l’operazione truffaldina e gattopardesca che è stata portata avanti sui voucher: prima sono stati aboliti per evitare il rischio di una nuova sconfitta referendaria, che sarebbe stata esiziale per le sorti del governo e per le mire di Renzi di un nuovo incarico a Palazzo Chigi; poi sono stati reintrodotti, con altro nome, qualche limitazione di facciata, rivolti alla stessa vastissima platea di committenti, che possono produrre gli stessi abusi di prima, lo stesso lavoro nero di prima e che servono a perseguire gli stessi obiettivi che avevano portato alla liberalizzazione dei voucher: aumentare il grado di precarietà nel mondo lavoro, indebolire ancora i lavoratori, far pagare la riduzione del costo del lavoro ai lavoratori già stremati da anni di crisi, stagnazione economica e misure di austerità.
Per resistere ed opporsi a queste misure non basterà un’ulteriore raccolta firme, né un appello al Capo dello Stato e nemmeno semplicemente un ricorso alla Consulta. Occorre, invece, ridare protagonismo ai lavoratori in lotta.
di Carmine Tomeo
03/06/17
Credits:
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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Sunday, June 04, 2017 8:59 PM
Subject: L’INVOLUZIONE DEL LAVORO E LA NUOVA CLASSE OPERAIA
UNA MATASSA DI LEGGI INCOSTITUZIONALI HA DISTRUTTO LO STATUTO DEI LAVORATORI
APRIRE UNA STAGIONE DI LOTTA E’ L’UNICA POSSIBILE SOLUZIONE PER FERMARE QUESTO SFACELO.
di Alba Vastano e Roberto Villani
03/06/17
Anche se si è vista solo la punta dell’iceberg, riguardo l’insofferenza dei lavoratori, il 27 maggio a Roma c’è stata un’importante protesta, partita dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali di base di Alitalia. E’ la risposta al ricatto aziendale e ai 2.000 licenziamenti programmati, ma fatta propria da tante realtà del mondo del lavoro, contro l’arroganza padronale e le politiche di un governo che continua ad ignorare le richieste dei tanti lavoratori licenziati in diverse attività produttive capitoline e che non riconosce in alcun modo le forze sociali e sindacali. Sempre più numerose sono le vertenze aperte da chi viene messo sotto il ricatto di accettare un lavoro sottopagato, privo di ogni tutela o venire espulso dalla produzione.
Per tali motivi i lavoratori di tante realtà sotto scacco sono scesi in piazza il 27 maggio, più uniti e più agguerriti che mai, in risposta alla devastazione dei diritti e a una perdita di posti di lavoro che nella Capitale è ormai gigantesca. A Roma hanno sfilato, dal Colosseo fino a raggiungere Piazza Santi Apostoli, molte rappresentanze con i loro eloquenti striscioni. Dai lavoratori Alitalia che hanno detto NO al ricatto aziendale agli Autoconvocati CLAT TIM, con il bavaglio nero, a indicare quanto accaduto a Riccardo De Angelis. Dagli ex Almaviva del Comitato 1666 ai lavoratori di Sky, sotto attacco e a rischio trasferimento/licenziamento. C’è anche ACI informatica (dove si parla di 600 licenziamenti), una delegazione degli autoconvocati scuola in lotta contro la chiamata diretta e la cancellazione delle graduatorie, una dell’ILVA, della Piaggio e del GSE, fino agli scontrinisti della biblioteca nazionale di Roma.
Tantissime realtà auto-organizzate e consiliari di lavoratori in lotta che da settimane stanno sperimentando possibili percorsi di unità nelle lotte attraverso il coordinamento lotte unite di Roma e che hanno marciato nel corteo convocato dalle organizzazioni sindacali di base.
Molti i punti di programma e l’analisi comune fatta dai lavoratori delle diverse realtà. Ci si oppone alle esternalizzazioni, alla cancellazione di diritti sotto il ricatto del licenziamento (come avvenuto in vicende come Alitalia o Almaviva), alla “meritocrazia” utilizzata come grimaldello per dividere la classe, ai licenziamenti collettivi di tanti lavoratori romani, fatti da aziende che continuano a fare robusti profitti.
Una classe operaia che non è andata in paradiso, ma che è scesa con convinzione in piazza, per opporsi in primis al Jobs Act, la legge responsabile dell’arretramento complessivo di tutta la classe lavoratrice. Una legge che manipola e strumentalizza a favore del capitale le norme degli ex articoli 13 e 18 e che riduce la dignità del lavoratore, disumanizzandolo.
Rifondazione Comunista, il Partito Comunista di Rizzo e altre organizzazioni di ispirazione marxista hanno accompagnato il corteo facendo la loro parte per la riuscita della manifestazione. Le lotte per il lavoro al primo posto.
E’ importante ragionare sull’origine del problema, su ciò che nel tempo ha permesso si arrivasse a una tale devastazione. Ponendo l’attenzione su una serie di importanti passaggi precedenti, si evince che nell’ultimo periodo la situazione si sia involuta attraverso alcuni accordi e leggi su cui dovremo concentrare necessariamente la nostra azione di lotta.
ACCORDO INTERCONFEDERALE 28 GIUGNO 2011
La contrattazione collettiva: rappresentatività e effettività. L’accordo viene siglato fra Confindustria, CGIL, CISL e UIL, ma stride con il sistema costituzionale che sancisce la libertà dell’organizzazione sindacale (articolo 39). Inoltre entra in conflitto con l’articolo 14 della L.300/70 che recita “Il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro”. L’accordo non risolve quello che dovrebbe, ovvero l’esigibilità, l’applicabilità e l’estensione soggettiva. E’ valido solo per gli iscritti alle sigle sindacali che lo firmano, escludendo di fatto i non iscritti o gli iscritti ad altre organizzazioni.
Inizia la fase della complicità con il governo, fase che toglie forza alle organizzazioni sindacali fuori dall’accordo, ma impoverisce anche quelle confederali che non rispettino le linee concordate. Inizia anche la contrattazione di secondo livello, con deroghe al contratto nazionale, in senso peggiorativo.
LEGGE DI STABILITA’ (LEGGE 148) ARTICOLO 8
Succede dopo la lettera della BCE.
Draghi e Jean Claude Trichet invitano Berlusconi, allora premier, a fare le riforme. Tagli immediati sulle pensioni, sul lavoro e sul welfare. L’Eurozona è in crisi, questo dichiarano a motivazione. Sacconi, allora ministro del lavoro, di fronte alla pressante richiesta di flessibilità da parte della troika al servizio del capitale, corre ai ripari e introduce nella legge 148, l’articolo 8 che può modificare la contrattazione collettiva di 2° livello, così come stabilito nell’accordo interconfederale. “le specifiche intese raggiunte a livello aziendale operano anche in deroga alle disposizioni di legge e alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”
RIFORMA DEL LAVORO FORNERO E JOBS ACT
Sotto il governo Monti, Elsa Fornero è il ministro del lavoro e delle politiche sociali. Non le ci vuole molto a fare più danni possibile sul lavoro e le pensioni. Ha il coraggio di mostrare le sue false lacrime ai media. La sua proposta di legge, approvata, è così denominata “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”. E’ il primo pesantissimo attacco all’articolo 18, Legge 300 dello Statuto dei Lavoratori, che avviene modificando la legge che imponeva il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato, nelle aziende con più di 15 dipendenti. Con la Fornero il reintegro potrà avvenire solo in pochissimi casi.
Con il Testo Unico della rappresentanza, del 10 gennaio 2014, viene abolita la rappresentanza dei Sindacati che non accettano la complicità con il datore di lavoro/padrone. Inizia una sorta di dittatura sindacale da parte della CGIL, CISL, UIL E UGL. I lavoratori non possono scegliere i propri delegati, in piena violazione di quanto recitano gli articoli 2, 3 e 39, comma 1.
Durante il governo Renzi, nel 2014, Poletti riprende il testo Fornero, lo modifica e crea la legge n. 34. Nasce dunque da Poletti, in accordo con Renzi, quel mostro che è il Jobs Act.
Viene sostanzialmente sepolto l’articolo 1 della Costituzione. “Il lavoro non è un diritto” secondo il duo Fornero/Poletti. E si dà il via alla risoluzione del problema opposto. Ovvero, non come fare per creare posti di lavoro, ma come fare per licenziare il lavoratore o soggiogarlo, ricattandolo. La legge che mette mano a tutto l’impianto dello Statuto dei lavoratori, a partire dai già citati articoli 13 e 18, con reintegra sostanzialmente cancellata se non per indimostrabili motivi discriminatori, trasformando le garanzie e la rigidità in flessibilità estrema a favore degli imprenditori, è amata da tutto il mondo padronale ed è subito odiata, per giustificato motivo, dal popolo dei lavoratori.
CHE FARE?
Lo stato delle cose per la classe lavoratrice è oggi deprimente. I licenziamenti delle ultime settimane, la devastazione del lavoro a Roma e nell’intero paese, i ricatti continui fatti dalle aziende ai lavoratori che non piegano la testa di fronte all’arroganza aziendale, sono lo specchio della condizione attuale e dei rapporti di forza che si sono creati. Un arretramento avvenuto con la colpevole accondiscendenza della maggior parte delle burocrazie sindacali, tese a fare i propri interessi, a salvaguardare le proprie strutture, ma assolutamente remissive di fronte a questo terribile attacco. L’attacco all’articolo 18 portato ai lavoratori dal governo Berlusconi solo pochi anni fa, nel 2002, fu respinto dalla CGIL che portò 3 milioni di lavoratori in piazza. Contro la riforma Fornero ed il Jobs Act di Renzi non è stata fatta un’ora di sciopero. La differenza è evidente e le responsabilità precise.
Nelle condizioni attuali i padroni stanno affondando la lama nel burro, al punto che diventa difficile affermare che esiste ancora qualche diritto. Un’unica soluzione è possibile: costruire l’unità dei lavoratori e strutture consiliari autoconvocate che garantiscano una nuova e reale rappresentanza dei salariati, in grado di superare e dare la scossa alle burocrazie delle organizzazioni sindacali silenti. È oggi questa l’unica possibilità che abbiamo per tentare nel tempo di smantellare le riforme messe in atto da chi per mantenere il potere in politica acconsente ai diktat della BCE e dei Trattati europei. E’ nella consapevolezza del presente e nella piena conoscenza del passato che tante realtà auto convocate, il 27 maggio nella Capitale hanno deciso di unirsi e manifestare. E che continueranno ad organizzarsi in modo unitario nel coordinamento lotte unite.
Un segnale importante da parte di una nuova classe operaia che solo auto-organizzandosi, come già accaduto nel ‘21 e negli anni Settanta, potrà tentare di costruire un movimento in grado di cambiare lo stato delle cose presenti.
PER AVERE CONSAPEVOLEZZA DEL PRESENTE, OCCORRE CONOSCERE IL PASSATO PER POTER POI ANTICIPARE LE TRASFORMAZIONI DEL FUTURO
USB Settore telecomunicazioni
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From: Slai Cobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
To:
Sent: Monday, June 05, 2017 7:40 AM
Subject: 16 GIUGNO SCIOPERO LOGISTICA
16 GIUGNO 2017
SCIOPERO NAZIONALE DI 24 ORE DI TUTTO IL SETTORE DELLA LOGISTICA
Per un contratto nazionale degli operai della logistica.
Per i diritti salariali, normativi e sindacali.
Per il passaggio diretto e immediato negli appalti conservando tutti i diritti, contro la logica schiavista del sub-appalto.
I problemi di ogni magazzino arrivano dal contratto nazionale di lavoro di CGIL, CISL, UIL, che dà mano libera alle cooperative per sfruttare i lavoratori.
Bisogna lottare in ogni magazzino per avere un contratto della logistica che dia garanzia del posto di lavoro, contro il ricatto del cambio appalto, per condizioni di lavoro dignitose e non da schiavi.
Contro i ritmi di lavoro imposti dalla grande distribuzione.
Per la salute e sicurezza dei lavoratori.
Contro la repressione e la criminalizzazione delle lotte.
Per il ritiro di tutte le denunce e montature politiche.
Uniamo le lotte dei lavoratori delle cooperative logistiche
Slai Cobas per il Sindacato di classe
via Marconi 1 Dalmine (BG)
telefono: 335 52 44 902
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To:
Sent: Monday, June 05, 2017 10:37 AM
Subject: GLI INSEGNAMENTI DELLA VICENDA “VOUCHER”
La cosiddetta “truffa” consumata sui voucher, insegna agli operai e a tutti i lavoratori, che non è più tempo di lasciarsi cullare dalle illusioni riformiste.
Governo e rappresentanze parlamentari borghesi sono coerenti quando approvano provvedimenti che difendono il profitto capitalistico o difendono i privilegi delle classi proprietarie. Governo e rappresentanze parlamentari borghesi, in testa il PD, sanno benissimo che le gravi difficoltà in cui si dibatte il capitalismo italiano non possono vedere altra via d’uscita che la riduzione alla fame e lo sfruttamento più crudele della massa lavoratrice.
Invece i capi della CGIL hanno immobilizzato le grandi masse con l’illusione che il governo della classe capitalista potesse mettere a rischio i profitti e i mezzi per ottenerli. Far credere alle masse degli operai, dei disoccupati, dei precari, che essi possono guardare con fiducia nell’operato dei governi borghesi, ha il significato di volerli mantenere nell’inganno e nella passività.
Questa fiducia è una causa dei mali della classe operaia, che si deve togliere di mezzo al più presto, perché possa risalire la china e giungere alla liberazione dalla schiavitù salariale.
I lavoratori salariati non devono attendersi nessun aiuto dall’intervento dello Stato e dei partiti borghesi. La classe operaia, gli sfruttati, nulla hanno da sperare da questo o da quell’altro ministro borghese, da questo o quel politicante borghese o piccolo borghese. Essi non possono fare affidamento che in sé stessi.
Ogni decreto, ogni legge non sono che pezzi di carta per tutti i capitalisti, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza degli stessi lavoratori e non mai nelle corti costituzionali o nei supremi tribunali dello Stato borghese.
Chi dalla tribuna parlamentare o in un comizio di piazza si vale della sua autorità, del suo prestigio, per far credere alle masse che la soluzione della crisi generale del capitalismo possa essere trovata al di fuori del rovesciamento di questo sistema e dell’edificazione del socialismo, si merita il titolo di traditore.
La disfatta politico-sindacale dei capi CGIL (sia sull’articolo 18, sia sui voucher) che ora si vuole mascherare con il prossimo comizio romano e lo spalleggiamento (che confina con la complicità) di quegli esponenti politici che si preparano alle elezioni politiche e cercano un pubblico, sono due facce della stessa medaglia: la crisi profonda dell’opportunismo e del riformismo.
Stiano in guardia i lavoratori da qualunque intervento dello Stato nelle loro lotte contro la classe dei capitalisti. La verità che deve guidarli è che dalla classe capitalista otterranno sempre tanto quanto sarà grande la loro forza concentrata nella lotta di classe, è che ogni conquista politica o sociale dev’essere accettata solo come acconto.
I capi della CGIL (accompagnati dai “nuovi” socialdemocratici che spacciano per socialismo l’intervento pubblico dello Stato borghese) vogliono ribadire l’illusione che il ritorno dei voucher dipenda dal voltafaccia di uomini di governo e da contingenze politiche, mentre la questione sostanziale è nel regime capitalistico dello sfruttamento del lavoro umano.
Oggi che il numero dei disoccupati va crescendo continuamente e che la classe dei capitalisti non ha scrupolo alcuno nel gettare sul lastrico a migliaia i lavoratori e le loro famiglie, un’altra parola d’ordine deve correre tra le fila della classe operaia e delle masse lavoratrici sue alleate, la quale non possa lasciare dubbio alcuno nell’animo dei lavoratori.
Non si è monotoni se si ripete che tutti i problemi inerenti alla vita delle masse lavoratrici del nostro paese devono trovare espressione politica e organizzativa in un movimento di fronte unico proletario e sulla sua base di ampio fronte popolare, per l’abbattimento del barbaro ordine capitalista, per il nuovo Potere di democrazia popolare.
5 giugno 2017
Piattaforma Comunista per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia
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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Tuesday, June 06, 2017 9:44 AM
Subject: NEL 2017 SUPERATO OGNI RECORD DEI MORTI SUL LAVORO IN QUESTI ULTIMI DIECI ANNI
Superato ogni record di morti sul lavoro da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro. Due poveri giovani poco più che ventenni morti schiacciati dal trattore negli ultimi due giorni nelle province di Ferrara e Agrigento, ma la politica pensa solo a posizionarsi per le imminenti elezioni politiche e della vita di chi lavora non è interessata. Quattro i morti anche ieri 5 giugno. Purtroppo i lavoratori non hanno e non avranno rappresentanza in parlamento
REPORT MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO DAL 1° GENNAIO AL 6 GIUGNO 2017
Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro
Dall’inizio dell’anno a oggi 6 giugno 2017 sono morti sui luoghi di lavoro 282 lavoratori. Con le morti sulle strade e in itinere, che sono considerati a tutti gli effetti morti sul lavoro si superano i 600 morti complessivi. Erano il 4 di quest’anno 276. Erano 262 sui luoghi di lavoro il 4 giugno del 2016 (+5,1%). Erano 236 il 4 giugno del 2008 (+14,5%). Come vedete nessun calo delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro, anzi, un aumento costante in questi dieci anni nonostante vogliono farci credere il contrario, e questo per giustificare l’incredibile massa di denaro speso per la Sicurezza in questi anni.
LE MORTI VERDI
Strage continua, sono già 56 dall’inizio dell’anno gli agricoltori morti schiacciati dal trattore. A questi occorre aggiungere tanti altri che sono morti o perché trasportati a bordo (anche bambini) o per le strade a causa di incidenti provocati da questo mezzo. Martina batta finalmente un colpo su queste tragedie. Da quando è Ministro sono morti schiacciati da questo mezzo oltre 450 agricoltori, ma ci stiamo avviando a contare i 500 morti provocati da questo mezzo che con questo ritmo saranno inevitabili tra qualche mese. Gli ultimi due a morire avevano poco più di vent’anni: a Naro di Agrigento è morto un 26enne mentre in provincia di Ferrara un giovane di 24 anni. Un morto su cinque sui luoghi di lavoro di tutte le categorie è causato dal ribaltamento del trattore. Ma se dal Paese non si alza un moto d’indignazione verso chi ci governa, per la loro indifferenza, nulla cambierà. Nelle televisioni pubbliche trasmissioni pagate coi soldi dei contribuenti, fanno vedere idilliache terre incontaminate dove gli animali pascolano felici, ma mai che si occupano dell’altra faccia della medaglia: i tantissimi morti che ci sono sui campi e il colore rosso della terra impregnata dal sangue dei nostri agricoltori. Occorrerebbe (ma lo scriviamo da tanti anni) che chi ci governa faccia una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo. E chi di dovere metta a disposizione forti incentivi per mettere in sicurezza i vecchi trattori.
MORTI NELLE REGIONI E PROVINCE ITALIANE NEL 2017
Morti nelle Regioni e Province italiane nel 2017 per ordine decrescente, sono esclusi dalle province i morti sulle autostrade e all’estero.
Nota Bene: i morti segnalati nelle Regioni sono solo quelli sui luoghi di lavoro. Con le morti sulle strade e in itinere gli infortuni mortali in ogni provincia e regione sono mediamente il 120% in più ogni anno.
LOMBARDIA 27: Milano 5, Bergamo 2, Brescia 6, Como 1, Lecco 2, Lodi 1, Mantova 2, Monza Brianza 4, Pavia 2, Sondrio 2.
VENETO 27: Venezia 4, Padova? 1, Rovigo 5, Treviso 4, Verona 6, Vicenza 7.
ABRUZZO 26: L’Aquila 6, Chieti 3, Pescara 12, Teramo 5.
SICILIA 19: Palermo 2, Agrigento 4, Catania 1, Enna 1, Messina 1, Ragusa 3, Siracusa 1, Trapani? 6.
CAMPANIA 19: Napoli 7, Benevento 2, Caserta 5, Salerno 5.
SICILIA 19: Palermo 2, Agrigento 4, Catania 1, Enna 1, Messina 1, Ragusa 3, Siracusa 1, Trapani? 6.
EMILIA ROMAGNA 18: Bologna 2, Forlì Cesena 1, Ferrara 3, Modena 1, Parma 2, Piacenza 2, Ravenna 4, Reggio Emilia 3.
PIEMONTE 16: Torino 7, Asti 2, Biella 1, Cuneo 4, Verbano Cusio Ossola 1, Vercelli 1.
TOSCANA 13: Firenze 2, Grosseto 2, Livorno 3, Lucca 1, Massa Carrara 1, Pisa? 2, Pistoia 1, Prato 1.
LAZIO 12: Roma 5, Viterbo 1, Frosinone 2, Latina 4.
CALABRIA 10: Catanzaro 2, Cosenza 5, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 1.
PUGLIA 10: Bari 3, Brindisi 2, Foggia 2, Lecce 2.
LIGURIA 8: Genova 2, Imperia 1, La Spezia 1, Savona 4.
MARCHE 8: Ancona 2, Macerata 1, Pesaro-Urbino 5.
SARDEGNA 7: Cagliari 2, Oristano 2, Sassari 3.
UMBRIA 6: Perugia 4, Terni 2.
FRIULI VENEZIA GIULIA 6: Trieste 2, Gorizia 1, Udine 3.
BASILICATA 1: Potenza 1.
MOLISE 2: Campobasso 2, Isernia 1.
TRENTINO ALTO ADIGE 5: Trento 1, Bolzano 4.
IL RISCHIO CAPANNONI IN CASO DI TERREMOTO
Molte delle vittime del terremoto in Emilia erano lavoratori rimasti schiacciati per il crollo dei capannoni. Lo stesso terremoto che ha colpito l’Umbria e le Marche ha evidenziato che i capannoni industriali in Italia sono per la maggior parte a rischio sismico. E’ un miracolo che non ci siano stati morti nella cartiera a Pioraco di Macerata. Il tetto è crollato nel cambio turno, nella fabbrica stavano lavorando solo 20 persone che sono riuscite a scappare. L’intero tetto della sala macchine è crollato. In questa fabbrica ci lavorano complessivamente 146 lavoratori e se fossero stati tutti all’interno ci sarebbe stata una strage. E’ un miracolo, come nel terremoto in Emilia che pur provocando vittime tra i lavoratori è capitato di notte e in orari dove sotto e fabbriche ci lavoravano pochissime persone. La maggioranza dei capannoni industriali in Italia sono stati costruiti in anni dove non si teneva in nessun conto del rischio sismico. Tantissimi di questi capannoni hanno le travi solo appoggiate sulle colonne e nel caso di terremoti possono muoversi dall’appoggio e crollare.
Se non si comincia a farli mettere in sicurezza è a rischio la vita di chi ci lavora sotto, e parliamo di milioni di lavoratori. Del resto con incentivi e detassazioni si potrebbero mettere tutti in sicurezza con una spesa non eccessivamente alta.
I DATI INAIL
Superati i tanti morti per infortuni sui luoghi di lavoro del 10% rispetto ai primi 5 mesi del 2008 anno d’apertura dell’Osservatorio. Sono stati diffusi i dati delle denunce delle morti sul lavoro pervenute all’INAIL che tutti possono andare a vedere nella loro raccolta “Open Data” INAIL: al 31 aprile ci sono state 262 denunce di morti per infortunio sul lavoro. Occorre ricordare che tutti gli anni molte di queste denunce non verranno accolte. Nelle 262 denunce pervenute all’INAIL al 31 aprile ci sono anche i morti sulle strade e in itinere, mentre noi al 31 maggio superiamo i 500 morti complessivi.
REPORT MORTI SUL LAVORO NELL’INTERO 2016
Nel 2016 sono morti 641 lavoratori sui luoghi di lavoro e oltre 1.400 se si considerano i morti sulle strade e in itinere (stima minima per l’impossibilità di conteggiare i morti sulle strade delle partite IVA individuali e dei morti in nero), e di altre innumerevoli posizioni lavorative, ricordando che solo una parte degli oltre 6 milioni di Partite IVA individuali sono assicurate all’INAIL. L’unico parametro valido per confrontare i dati dell’INAIL e di chi li utilizza per fare analisi, e dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro sono i morti per infortuni INAIL senza mezzo di trasporto, e confrontare quanti ne registra in più l’Osservatorio. Si ha così il numero reale delle morti per infortuni sui luoghi di lavoro in Italia e non solo degli assicurati INAIL.
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Carlo Soricelli
curatore dell’Osservatorio Indipendente d Bologna morti sul lavoro, attivo dal 1° gennaio 2008
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From: Muglia La Furia noreply+feedproxy@google.com
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Sent: Tuesday, June 06, 2017 5:26 PM
Subject: QATAR 2022: LA STRAGE NEI CANTIERI
Ho deciso di ripubblicare il post già presentato sul mio blog un paio d’anni fa. Che le cose siano cambiate? Credo proprio di no. E quindi ripropongo la domanda di allora: “Possiamo accettare, in silenzio, una strage per la costruzione degli stadi in Qatar per i prossimi campionati del mondo di calcio del 2022?”.
E’ quello che avvenendo nei cantieri di questo paese arabo, mentre sui giornali e in tv passano le immagini sulle meraviglie dei nuovi impianti e sulla presunta modernizzazione di Doha e delle altre città coinvolte. Sui morti, invece, silenzio tombale, come se non esistessero. L’unica denuncia arriva dalla solita voce isolata e inascoltata di Amnesty International e di alcuni sindacati, anche italiani, che raccontano i numeri dell’ecatombe: 1.200 operai morti sui cantieri fino ad oggi (N.d.R. aprile 2015). In gran parte si tratta di manodopera, priva di qualsiasi forma di assistenza sanitaria, che arriva dal Nepal, dall’India e dal Bangladesh.
Un lungo elenco di vite sprecate, morti assurde , dovute alle incredibili condizioni di lavoro. Nei cantieri per i mondiali, infatti, si lavora fino a 16 ore al giorno, senza interruzione, con temperature che toccano il valore record di 50 gradi. E si muore d’infarto.
Tenendo conto che ai nuovi stadi lavorano circa un milione di operai, se continua così e se non si interviene, da oggi al 2022 i morti potrebbero diventare oltre 4.000. ”Siamo dinanzi a una catastrofe, che noi abbiamo segnalato a tutte le autorità. Il governo di Doha ci ha risposto incaricando uno studio legale che ha prodotto su due piedi alcune, blande raccomandazioni, peraltro inattuate, sulle condizioni di lavoro“ racconta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. E aggiunge: ”Aspettiamo di sentire una parola dalla FIFA, che sta coprendo con una sorta di cortina fumogena la strage, parlando di un Paese moderno e di impianti all’avanguardia, senza però accennare alla strage”.
Secondo Pierre Cuppens, vice presidente della federazione mondiale dei lavoratori edili e del legno (BWI),con questo ritmo potrebbero arrivare a 4.000 nel 2022. “Ogni settimana ci sono aerei che dal Qatar riportano in Nepal bare con operai morti e allo stesso tempo ripartono altri aerei carichi di operai che faranno la stessa fine. Vengono trattati come cani, con salario minimo, in condizioni disagiate e senza misure di sicurezza sul lavoro. E ci sono sempre più giovani operai morti per infarto, visto che lavorano per tantissime ore al sole, e a temperature altissime”.
Una situazione che, dopo le denunce del sindacato, ha visto un “rimpallo” di responsabilità tra le diverse “parti” in campo. “Le autorità del Qatar” - spiega ancora il dirigente sindacale – “hanno sempre detto che non c’entrano nulla e che la responsabilità è delle imprese, che a loro volta hanno riferito che è stata l’amministrazione centrale del Qatar a lasciar loro mano libera nell’organizzazione del Lavoro. E la FIFA inizialmente ha detto che non aveva le competenze per potere controllare quello che avveniva in quei Paesi”.
Chiudiamo gli occhi di fronte al circo pallonaro e accettiamo il sacrificio degli innocenti nel nome del dio Pallone?
Muglia La Furia


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