...dove Electrolux non fa ne mostra di retrocedere dal piano di chiusura del sito di Cerreto e il licenziamento di 1700 operai/operaie chiamandoli "esuberi", e contemporaneamente in tutti i siti aumenta i ritmi; decide sulle ferie in funzione di una maggiore produttività; sposta operai da un sito all'altro, ecc, e allo stesso tempo le segreterie confederali si appellano alle istituzioni per far "retrocedere" l'azienda, quando dal governo alle regioni all'opposizione arrivano false promesse e impegni che, né ora né in passato, sono stati a favore dei lavoratori. L'unica via è la rottura da parte degli operai di questo andazzo per rimettere al centro il protagonismo e l'autonomia operaia, come nella stagione 68/69, che hanno mostrato la forza della classe operaia che ottiene risultati e mette paura a padroni e ai loro governi
Skatenati Electrolux
Così non và! Scarsa trasparenza, poca lungimiranza, tanta arroganza.
Electrolux e la tattica del logoramento: disimpegno, sussidi pubblici e acquirenti fantasma
L'apparente dinamismo operativo e i continui "tavoli tecnici" al Ministero delle Imprese e
del Made in Italy nascondono una realtà ben più lineare: Electrolux sta attuando una
strategica e progressiva smobilitazione dal tessuto industriale italiano. Tra la delocalizzazione
delle lavatrici di gamma alta in Thailandia, il trasferimento dell'intelligenza artificiale e
del R&D in India, e il depotenziamento dei centri direzionali e di ricerca di Porcia e
Cerreto, la multinazionale svedese riduce passo dopo passo il
proprio footprint nel Paese, lasciando sospesi oltre 1.700 esuberi dichiarati e mai
ufficialmente ritirati.
Negli stabilimenti il clima è rovente. Le assemblee a Porcia e Cerreto e lo sciopero
proclamato dai sindacati raccontano anche della reazione alla richiesta aziendale
di trasferire in "prestito" temporaneo una decina di operai dallo stabilimento veneto di
Susegana a Porcia. . Un’operazione ridotta rispetto ai 25 lavoratori inizialmente previsti,
ma ritenuta dalla Rsu una clamorosa contraddizione
di fondo: da un lato si dichiara l'esubero strutturale e la contrazione dei volumi,
dall'altro si ricorre a trasferte incentivate per coprire i picchi produttivi post-feriali,
dimostrando la tenuta del mercato dei prodotti "Made in Italy" pur in presenza di
costi aggiuntivi.
Sullo sfondo di questo logoramento emerge con chiarezza una duplice di
rettrice. La prima riguarda la caccia sistematica alle risorse pubbliche: mentre smantella
capacità produttiva e ingegneristica, il gruppo cerca di raschiare ogni possibile forma di
aiuto statale ed europeo, oltre a chiedere più sfruttamento peggiorando condizioni bene tutele
di chi rimane. Dagli ammortizzatori sociali ai fondi per la transizione energetica e digitale,
fino ai finanziamenti della Commissione Europea condizionati a impegni minimi di
risparmio sui costi e riduzioni di emissioni, le garanzie pubbliche vengono impiegate
come paracadute finanziario per coprire la ritirata, anziché costituire il volano di un vero
piano di rilancio. A cui si aggiunge la volontà di scardinare la contrattazione integrativa
eliminando tutele, diritto e valori economici.
La seconda direttrice riguarda i veri e propri "convitati di pietra" del tavolo di crisi:
i potenziali acquirenti industriali. Nonostante il progressivo disinteresse di Electrolux per
il perimetro italiano, le ipotesi di soggetti terzi interessati a rilevare i siti o specifiche linee
produttive non vengono intenzionalmente esplorate né portate ai tavoli ministeriali.
Una scelta che paralizza le alternative e impedisce la nascita di un progetto industriale
sostitutivo, lasciando i lavoratori e le istituzioni locali vincolati a trattative prive di
prospettiva autonoma.
I rinvii dei confronti romani al prossimo autunno
rischiano così di trasformarsi nell'ennesimo passaggio interlocutorio di una transizione
senza paracadute. Senza il ritiro formale del piano esuberi e senza la trasparente
verifica di manifestazioni di interesse esterne, l'impegno svedese si conferma una
lentissima dismissione a spese della collettività.




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