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venerdì 24 febbraio 2017

24 febbraio - da M. Spezia: SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 24/02/17



INDICE

Clash City Workers cityworkers@gmail.com

VINCERE CONTRO IL LAVORO NERO SI PUO’: PICCOLA TESTIMONIANZA DI LOTTA


Unione Sindacale di Base usb@usb.it

AL VIA L’EDIZIONE 2017 DELL’INIZIATIVA 5X1000 IDEE DI RETE ISIDE ONLUS


Nicoletta Frabboni nifrabbo@gmail.com
8 PUNTI PER L’8 MARZO 2017: NON UN’ORA MENO DI SCIOPERO!


La Città Futura noreply@lacittafutura.it

8 MARZO, SCIOPERO GENERALE DELLE DONNE: E LA CGIL CHE FA?

 

Posta Resistenze posta@resistenze.org
IL MINISTRO POLETTI E IL FALSO MITO DELL'INNOVAZIONE

Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
IL JOBS ACT E’ UN ASSASSINO: ANCORA MORTI SUL LAVORO

SVILUPPARE NELLE FABBRICHE L’OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE

PUBBLICO IMPIEGO: L'ACCORDO DEL 30 NOVEMBRE ANNUNCIA L'ENNESIMO BIDONE CONTRATTUALE

Alessandra Cecchi alexik65@gmail.com
BIRD LOGISTIC DI CALDERARA: DI STRESS E DEI DIRITTI DEI LAVORATORI

Medicina Democratica Onlus segreteria@medicinademocratica.org
NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
PRECARI ISTAT: CHI LOTTA VINCE SEMPRE

Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
DEDICHIAMO L'OTTO MARZO A LISA PICOZZI, LA GIOVANE INGEGNERA MORTA SUL LAVORO

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Invio a seguire e/o in allegato le “Lettere dal fronte”, cioè una raccolta di mail o messaggi in rete che, tra i tanti che ricevo, hanno come tema comune la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela del diritto e della dignità del lavoro.
Il mio vuole essere un contributo a diffondere commenti, iniziative, appelli relativamente ai temi del diritto a un lavoro dignitoso, sicuro e salubre.
Invito tutti i compagni e gli amici della mia mailing list che riceveranno queste notizie a diffonderle in tutti i modi.

Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus

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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, February 12, 2017 4:36 PM

Subject: VINCERE CONTRO IL LAVORO NERO SI PUO’: PICCOLA TESTIMONIANZA DI LOTTA


Pubblichiamo le parole che ci ha voluto scrivere una delle lavoratrici che abbiamo incontrato lungo il percorso dello sportello legale gratuito della Camera Popolare del Lavoro.
Al di là della soddisfazione per l’essere riusciti ad essere “utili”, nella lettera e nella storia di questa lavoratrice ci sono tanti elementi su cui riflettere. E, almeno in parte, vogliamo farlo qui.
Vincere si può. Anche quando si ha di fronte una controparte “potente” si possono strappare risultati. Parliamoci, organizziamoci. Perché per battere la sfiducia, il “tanto non cambia mai niente”, non bastano parole. Servono i fatti. E i fatti si chiamano vittorie. Piccole, parziali, ma pur sempre vittorie. Le vittorie sono il miglior esempio.
Prendiamo gli elementi di forza della controparte e ribaltiamoglieli contro. Il datore di lavoro ha agganci potenti? Lavora in appalto per qualche ditta o ente molto ben conosciuto? Bene, magari questi “agganci” o i committenti, non sarebbero molto contenti se si alzasse un polverone, se si rendesse pubblico lo schifo di cui sono complici (o, a volte, mandanti).
La vittoria, per noi, non sta solo nel fatto che i lavoratori recuperano ciò che gli spetta. Non si tratta solo di quello. Si tratta, invece, di quello che la lavoratrice scrive benissimo nelle ultime righe: “consapevolezza” innanzitutto, fiducia nella lotta, costruzione di comunità. Nelle sue parole si sottolinea in più parti quanto sia stato importante non sentirsi né essere “SOLA”. I nostri problemi sul lavoro non sono drammi individuali. Sono una questione sociale, collettiva, di tantissimi. Per questo dobbiamo costruire comunità che siano larghe e aperte e in grado di cacciare le unghie, difendersi e contrattaccare. “Se toccano uno, toccano tutti!” Questo lo slogan che deve campeggiare nelle nostre menti e nei nostri cuori.
Noi andiamo avanti, cercando di costruire una comunità che cresca, in numeri e consapevolezza. E speriamo che la storia di questa lavoratrice possa essere la molla per tante altre e tanti altri per dire “basta!” e unirsi a questa sfida.
* * * * *
Nove mesi fa è cominciata la mia esperienza lavorativa in un grande ente pubblico come operatrice dell’infanzia alla ludoteca per i figli dei dipendenti, servizio per loro gratuito e assegnato tramite gare d’appalto. La società per cui ho lavorato, dopo 1 mese di prova retribuito una miseria, mi ha assunto con un contratto part-time di 20 ore settimanali.
Io di ore ne facevo 40, e spesso anche di più, ho lavorato anche 10 ore al giorno senza potermi assentare dalla stanza, quindi segregata dentro, e quando capitava che io o le mie colleghe eravamo assenti dal lavoro per malattia o ferie spesso restavamo sole anche con bambini neonati, questo perché la società non provvedeva alle sostituzioni. Ho lavorato non solo come operatrice, ma sono stata anche responsabile, non sulla carta, ma nei fatti, vista la latitanza e mancanza di interesse della società e anzi ho gestito un posto insieme alle mie colleghe.
Decido quindi a dicembre di comunicare alla società che sarei andata via, visto che non mi hanno dato la possibilità di diminuire le ore di lavoro e perché evidentemente non volevano prendere un’altra operatrice.
Da mesi mia cugina cercava di portarmi allo sportello della Camera Popolare del Lavoro, all’ex-OPG “Je so Pazzo” ma io ci sono andata solo quando ero al limite di stress e avvilimento. Li ho incontrati e per la prima volta sono entrata in questo splendido posto, dove l’energia del movimento che c’è si respira nell’aria. Ci siamo raccontati, e mi hanno da subito messa davanti alla realtà che era diverso da quello che io “pensavo di fare”, cioè informarmi semplicemente su quelli che sarebbero stati i miei diritti. Non volevo muovermi, volevo solo andare via con tutti i dispiaceri del caso di lasciare un lavoro in primis, i bambini e un posto in cui avevo dedicato energie, tempo e lavoro. I ragazzi mi hanno seguita, mi hanno parlato, mi hanno lasciato il mio tempo per rendermi conto che quello che potevo fare era un mio pieno diritto.
Ho scoperto un mondo di persone che lottano e che ti vogliono aiutare nella lotta, ad avere quello che è del lavoratore, e che spesso si dimentica. Decisa e, non SOLA, mandiamo la lettera alla società, seguita anche da un avvocato che mi ha spiegato la parte più tecnica, e infine (dopo nemmeno tantissimo tempo) siamo riusciti a ottenere quasi tutte le differenze retributive che mi spettavano. Non sentirsi soli è fondamentale, per me non è stato facile, ma la concretezza della Camera Popolare del Lavoro mi ha dato coscienza dei miei diritti, e di quello che si può fare, anche con il confronto con altri lavoratori. Ho preso consapevolezza di questo momento storico, su questo lavoro che non c’è, sulle frasi tipo “ritieniti fortunato” o “ Se non ti sta bene, ce ne sono altre di persone che prenderanno il tuo posto”. Ma poi la consapevolezza, la lotta, e il mio caso che ha dimostrato che lottare può portare al raggiungimento di obiettivi, di soldi che spettano per diritto al lavoratore e anche di rivincita personale nel non sentirsi sottomessi, “incastrati”.
Grazie alla Camera Popolare del Lavoro e agli avvocati dello sportello legale.

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From: Unione Sindacale di Base usb@usb.it
To:
Sent: Sunday, February 12, 2017 7:32 PM

Subject: AL VIA L’EDIZIONE 2017 DELL’INIZIATIVA 5X1000 IDEE DI RETE ISIDE ONLUS


Inviamo una Comunicazione della Onlus Rete Iside sulle iniziative 2017.
Invitiamo chiunque sia interessato a contattare direttamente la Onlus all’indirizzo e-mail: info@reteiside.org
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Vista la positiva esperienza maturata lo scorso anno, Rete Iside Onlus ha deciso di confermare la volontà di destinare parte dei fondi raccolti attraverso lo strumento del 5x1000 per promuovere, sostenere e valorizzare iniziative proposte dalle diverse comunità locali che animano la rete o che ne vogliano entrar a far parte.
Ci rivolgiamo ai cittadini, alle associazioni e ai comitati locali, che si impegnano quotidianamente nella difesa dei diritti e nella promozione di una società inclusiva, accogliente e solidale a presentare una proposta attraverso cui rafforzare e implementare il loro impegno, nell’ottica della costruzione di una rete che collabora, condivide e sostiene idee, progetti e soprattutto impegno sociale e solidale.
Invitiamo chi è interessato a presentare una proposta a leggere con attenzione il documento a seguire.
Rete Iside per l’intervento sociale e l’iniziativa democratica Onlus
Sede Legale: via Cagliari, 11 00198 Roma
Codice Fiscale: 97534880584
Telefono: 06 76 12 713
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5x1000 IDEE 2017
INVITO A PRESENTARE PROPOSTE PROGETTUALI DA REALIZZARE ATTRAVERSO I FONDI DEL 5X1000 DI RETE ISIDE.
Rete Iside Onlus promuove su tutto il territorio nazionale iniziative per la difesa dei diritti e per contrastare le situazioni di precarietà e disagio acuite dal perdurare della crisi economica. Si impegna nella valorizzazione dei beni comuni, intesi come l’insieme di principi e pratiche fondate sulla con-divisione, la solidarietà e l’auto-gestione delle risorse da parte delle comunità locale.
A fronte di un indebolimento dei principi della democrazia partecipata nel governo dei territori, le comunità locali, nelle loro diverse espressioni (comitati di base, singoli cittadini, associazioni ecc.), promuovono iniziative e percorsi che costruiscono dal basso un mondo migliore, orizzontale, solidale e accogliente. Questo impegno civico è la vera azione di contrasto a una società sempre più diseguale e individualista. A queste iniziative, diffuse ma poco sostenute, Rete Iside Onlus si rivolge, alla ricerca di idee, progetti e competenze.
Rete Iside Onlus, vista la positiva esperienza maturata con l’iniziativa 5x1000 Idee nel 2016, ha deciso di confermare la volontà di destinare parte dei fondi raccolti attraverso lo strumento del 5x1000 dell’IRPEF per promuovere, sostenere e valorizzare iniziative proposte dalle diverse comunità locali che animano la rete o che ne vogliano entrar a far parte.
A tal fine, Rete Iside Onlus lancia un invito a presentare proposte rivolto ad associazioni, comitati e cittadini che intendano promuovere iniziative volte a:
-         contrastare la povertà e l’esclusione sociale;
-         promuovere la costruzione di una società inclusiva, accogliente e solidale;
-         promuovere una cultura del lavoro sicuro;
-         promuovere e rafforzare l’esercizio dei diritti sociali e di cittadinanza;
-         promuovere e sostenere la parità di genere, la tutela dell’ambiente, il contrasto ad ogni forma di discriminazione, la difesa dei beni comuni, la tutela dell’infanzia e l’adolescenza, l’accesso e la diffusione della cultura, l’invecchiamento attivo, il diritto all’abitare.
Si invitano dunque i cittadini, le associazioni e i comitati locali, che si impegnano quotidianamente sui temi sopraindicati, a presentare una proposta attraverso cui rafforzare e implementare il loro impegno, nell’ottica della costruzione di una rete che collabora, condivide e sostiene idee, progetti e soprattutto impegno sociale e solidale.
Le proposte possono essere presentate durante il corso dell’anno 2017, saranno valutate trimestralmente a partire da febbraio 2017.
Il contributo massimo erogabile è pari a 3.500 euro e il contributo minimo è pari a 500 euro.
Si invitano i soggetti interessati a presentare proposte a leggere con attenzione il regolamento e a compilare la domanda disponibile sul sito della Rete Iside Onlus.
Per ogni dubbio o chiarimento lo staff di Rete Iside Onlus è a vostra disposizione: scriveteci una mail all’indirizzo maisenzarete@gmail.com, lasciandoci un recapito per essere eventualmente ricontattati.
Rete Iside Onlus

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From: Nicoletta Frabboni nifrabbo@gmail.com
To:
Sent: Monday, February 13, 2017 4:21 PM
Subject: 8 PUNTI PER L’8 MARZO 2017: NON UN’ORA MENO DI SCIOPERO!

8 punti per l’8 marzo. E’ questa la piattaforma politica formulata dalle 2.000 persone riunite in assemblea nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio, che hanno proseguito il lavoro sul piano femminista antiviolenza e stanno organizzando lo sciopero delle donne dell’8 marzo che coinvolge diversi paesi nel mondo. I punti esprimono il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.
L’8 marzo quindi incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: la violenza maschile contro le donne non si combatte con l’inasprimento delle pene (come l’ergastolo per gli autori dei femminicidi in discussione alla Camera), ma con una trasformazione radicale della società. Scendiamo in strada ancora una volta in tutte le città con cortei, assemblee nello spazio pubblico, manifestazioni creative.
Scioperiamo per affermare la nostra forza. Ribadiamo ancora una volta la richiesta a tutti i sindacati di convocare per quella giornata uno sciopero generale di 24 Ore, Non un’ora meno, e chiediamo alle realtà confederali ed in particolare alla CGIL di rispondere pubblicamente sulla convocazione dello sciopero generale.
SCIOPERIAMO PERCHE’
LA RISPOSTA ALLA VIOLENZA E’ L’AUTONOMIA DELLE DONNE
Scioperiamo contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali. I centri sono e devono rimanere spazi laici ed autonomi di donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche strutturali da cui nascono la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Rifiutiamo il cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale e ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale. Pretendiamo che nell’elaborazione di ogni iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.
SENZA EFFETTIVITA’ DEI DIRITTI NON C’E’ GIUSTIZIA NE’ LIBERTA’ PER LE DONNE
Scioperiamo perché vogliamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile sulle donne, da quella economica alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro a quella perpetrata sul web e sui social media. Pretendiamo misure di protezione immediate per le donne che denunciano, l’eliminazione della valutazione psico-diagnostica sulle donne, l’esclusione dell’affidamento condiviso nei casi di violenza familiare.
SUI NOSTRI CORPI, SULLA NOSTRA SALUTE E SUL NOSTRO PIACERE DECIDIAMO NOI
Scioperiamo perché vogliamo l’aborto libero, sicuro e gratuito, l’abolizione dell’obiezione di coscienza negli ospedali, nelle farmacie e nei consultori, l’eliminazione delle sanzioni per le donne che ricorrono all’aborto clandestino, il pieno accesso alla Ru486, l’eliminazione della violenza ostetrica e del controllo medico sulla maternità. Scioperiamo per sovvertire le norme di genere che ci opprimono, per avere più autoformazione su contraccezione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, per ri-politicizzare i consultori, per aprirli alle esigenze e ai desideri delle donne, delle lesbiche, dei gay, delle persone trans e intersex, indipendentemente dalla condizione economica e fisica, dall’età e dal passaporto.
SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, SCIOPERIAMO!
Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non siamo più disposte ad accettare salari da fame, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di sotto-salari e assenza di tutele; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite.
VOGLIAMO ESSERE LIBERE DI MUOVERCI E DI RESTARE: CONTRO OGNI FRONTIERA: PERMESSO, ASILO, DIRITTI, CITTADINANZA E IUS SOLI
Scioperiamo contro la violenza delle frontiere, dei Centri di detenzione, delle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti, contro il razzismo istituzionale che sostiene la divisione sessuale del lavoro. Sosteniamo le lotte delle migranti e di tutte le soggettività LGBTQI contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza! Vogliamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia, l’asilo per tutte le migranti che hanno subito violenza, la cittadinanza per chiunque nasce o cresce in questo paese e per tutte le migranti e i migranti che ci vivono e lavorano da anni.
VOGLIAMO DISTRUGGERE LA CULTURA DELLA VIOLENZA ATTRAVERSO LA FORMAZIONE
Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità. Scioperiamo contro il sistema educativo della “Buona Scuola” (Legge 107) che distrugge la possibilità che la scuola sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare persone libere, felici e autodeterminate.
VOGLIAMO FARE SPAZIO AI FEMMINISMI
Scioperiamo perché la violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività. Scioperiamo per costruire spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori, in cui praticare resistenza e autogestione, spazi liberi dalle gerarchie di potere, dalla divisione sessuata del lavoro, dalle molestie. Costruiamo una cultura del consenso, in cui la gestione degli episodi di sessismo non sia responsabilità solo di alcune ma di tutti, sperimentiamo modalità transfemministe di socialità, cura e relazione. Scioperiamo perché il femminismo non sia più un tema specifico, ma diventi una lettura complessiva dell’esistente.
RIFIUTIAMO I LINGUAGGI SESSISTI E MISOGINI
Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri.
SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO
#NONUNADIMENO #LOTTOMARZO

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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Tuesday, February 14, 2017 6:10 AM

Subject: 8 MARZO, SCIOPERO GENERALE DELLE DONNE: E LA CGIL CHE FA?

 

LAVORATRICI E SINDACATI DI BASE VERSO L’8 MARZO, PER TRASFORMARLO DA COMMEMORAZIONE A GIORNATA DI LOTTA. ALLA QUALE, PERO’, IL MAGGIORE SINDACATO ITALIANO NON HA ANCORA ADERITO

Il prossimo 8 marzo non sarà soltanto la giornata della lontana memoria degli scioperi del primo ‘900, dopo i quali questa data divenne quella in cui si celebrano le donne e le loro conquiste sociali, politiche e economiche. E non sarà soltanto la giornata che nostro malgrado è diventata negli anni, a uso e consumo di chi ci vorrebbe a cena fuori o in discoteca con le amiche, tra mimose e scatole di cioccolatini. Non sarà neanche la giornata del piagnucolio contro la violenza sulle donne nella TV più o meno spazzatura del pomeriggio. L'8 marzo sarà una giornata di sciopero!
Sarà sciopero non soltanto in Italia, ma in tanti altri paesi del mondo. Sarà sciopero globale delle donne, lanciato dalle argentine e già raccolto da oltre 22 paesi, diversi dal punto di vista dell'economia, del diritto, degli usi e dei costumi, ma simili per quanto riguarda la generale condizione di subalternità e violenza contro le donne.
Sarà sciopero contro la violenza sulle donne, contro le sue cause sociali e economiche e contro la cultura patriarcale e retrograda che le alimenta. Sarà sciopero delle donne dal lavoro e dallo sfruttamento. Contro i bassi salari, le discriminazioni, i sottoinquadramenti, la precarietà. Ma anche contro l'ineguale divisione del lavoro di cura, il continuo taglio dei servizi sociali e la loro privatizzazione. Sarà sciopero per la difesa del diritto all'aborto e per i diritti civili. Sarà sciopero dentro e fuori dai posti di lavoro, delle donne italiane e di quelle migranti. Se le nostre vite non valgono, non produciamo! Semplice quanto efficace.
Sono anni che l'8 marzo non è una giornata di rivendicazione e di classe. Finalmente, in un paese in cui da questo punto di vista tutto sembra immobile, sono le donne a dare l'unico vero e importante appuntamento di lotta della primavera.
Dalla bellissima manifestazione del 26 novembre a Roma, passando dalla affollata assemblea di Bologna della scorsa settimana, fino all'appuntamento dell'8 marzo, le donne stanno dando vita a un vero e proprio percorso di movimento. Non capire questa dinamica e non mettersi a disposizione di essa sarebbe miope e sbagliato.
Per questo sarebbe stato giusto che i sindacati di base, che già hanno dato la disponibilità a dichiarare lo sciopero generale dell'intera giornata, si fossero resi anche disponibili a far convergere lo sciopero della scuola del 17 marzo su quello dell'8 marzo, evitando moltiplicazioni inutili e controproducenti. La CUB si era dichiarata disponibile, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto tutti. I COBAS hanno già detto di no, non sono disponibili. Ancora una volta, considerazioni particolari hanno prevalso su altre più generali.
Il punto però è anche un altro. Cosa fa la CGIL in tutto questo? Fin qui ha partecipato pur tra qualche contraddizione a gran parte del percorso di mobilitazione e alla manifestazione del 26 novembre, ma a oggi manca ancora all'appello dei sindacati che hanno dichiarato sciopero l'8 marzo. Certo, la copertura per lo sciopero generale c'é già: tutti l'8 marzo potranno scioperare (anche gli uomini se lo vorranno). Dal punto di vista del diritto non c'è infatti differenza se lo sciopero lo dichiara il più piccolo dei sindacati invece del più grande.
Dal punto di vista della politica e della società, però, la convocazione da parte della CGIL darebbe un segnale certamente diverso a quella giornata. Allora che aspetta il più grande sindacato d'Italia, guidato ormai da anni da una segretaria generale donna!
Pochi giorni fa, da Corso Italia è partita una nota a tutte le strutture della CGIL per invitarle a partecipare alle iniziative di mobilitazione organizzate a livello territoriale, a farsi promotrici di assemblee nei luoghi di lavoro e, laddove ve ne siano le condizioni e le possibilità, a sostenere e garantire la possibilità di effettuazione dello sciopero. Ben vengano poi incontri, spettacoli, assemblee cittadine e gli immancabili e inutili flash mob. Da qualche parte si sta pensando persino a un tristissimo minuto di silenzio! Insomma, una nota in cui si dice tutto ma al tempo stesso quasi niente.
Una grande organizzazione come la CGIL abbia il coraggio di dichiarare sciopero l'8 marzo! L'invito alle camere del lavoro e alle categorie a farlo loro non è sufficiente e non basta a dire che è meglio di niente. Il rischio è che anche questa primavera sia fredda come l'autunno e l'unica iniziativa sul piano sociale della CGIL sia una campagna referendaria, che potrebbe persino saltare per le manovre nel palazzo della politica. E' un errore non capire che le donne sono in questo momento protagoniste di un movimento importante, che potrebbe essere anche in grado di trascinare il paese e di risvegliarlo dal suo torpore.
Per questo mi auguro che l'intera CGIL si metta a disposizione del movimento delle donne e sostenga questa lotta senza altri indugi. Tante militanti e lavoratrici iscritte alla CGIL hanno partecipato fin dal primo giorno alla mobilitazione di Nonunadimeno e sono parte integrante e attiva di quel percorso. Tante parteciperanno allo sciopero anche se sarà indetto da altre sigle sindacali. Tante interverranno nei loro posti di lavoro per sostenere lo sciopero dichiarandolo anche come delegate.
Chi manca come al solito rischiano di essere i vertici, anche quando, come in questo caso, sono donne, direttamente chiamate in causa. C'è ancora il tempo per non commettere anche questo errore. Spero davvero che la CGIL e Susanna Camusso non perdano anche questa occasione e l'8 marzo sia sciopero anche per il più grande sindacato italiano e non soltanto per migliaia di donne che andranno avanti comunque.

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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, February 16, 2017 6:55 AM
Subject: IL MINISTRO POLETTI E IL FALSO MITO DELL'INNOVAZIONE

"Purtroppo è l'innovazione stessa a macinare posti di lavoro".
Emblematica e disarmante la candida confessione del ministro Poletti a un recente Convegno organizzato dalla Commissione Lavoro della Camera dei deputati sul tema dell'emergenza occupazionale.
Il ricordo torna a Torino durante la vertenza Indesit 1980, allorquando il giovane rampante Piero Fassino affermò che ahimè "non c'è nulla da fare contro le riconversioni e le ristrutturazioni industriali, le quali vanno sollecitate e guidate".
Queste dichiarazioni, unite alla recente preoccupante notizia di nuova cassa integrazione a Melfi, dovrebbero definitivamente aprirci gli occhi sull'illusione sviluppista che ci attanaglia, che comprende ovviamente la fantomatica convinzione che sia necessaria una politica di investimenti per rilanciare l'occupazione.
Il povero cittadino Wenston sosteneva che occorreva fare più minestra per poter dar da mangiare a tutti gli operai, ma Marx dimostrò che il problema erano i cucchiai degli operai, non la quantità di minestra prodotta.
L'ammissione rivelatrice di Poletti è la conferma che la classe padronale investe certo, ma sul profitto, sull'efficienza aziendale e quindi sull'introduzione di nuove tecnologie. Questi elementi non sono fattori di crescita perché all'aumento della produttività e dell'efficienza non si registra un aumento della base produttiva che anzi viene espulsa dal mondo del lavoro. E questo per una semplice banale ragione: ogni azienda capitalistica produce non in un'ottica dell'interesse generale ma del massimo profitto, che in generale fa rima con licenziamenti, mobilità, cassa integrazione, flessibilità feroce.
Se si ritiene che questo non sia vero allora ci si dica come mai che agli investimenti non seguono aumenti dell'occupazione, la quale scende inesorabilmente. Il capitalista investe per il profitto, non per creare posti di lavoro. Ad aumentare non sono i posti di lavoro ma la disoccupazione.
Allo stesso tempo le politiche collaborazioniste che si sono susseguite negli anni dietro il paravento retorico dello sviluppo e dell'ammodernamento, hanno lasciato decidere solo alla borghesia cosa, per chi e come produrre contribuendo a far sprofondare l'umanità in una nuova gravissima crisi generale.
"Sviluppo innovazione e ammodernamento" intanto si fanno sentire a Melfi e svelano la cruda realtà dei fatti, come le stesse ammissioni del Ministro Poletti.
Erman Dovis
09/02/17

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Thursday, February 16, 2017 9:03 AM
Subject: IL JOBS ACT E’ UN ASSASSINO: ANCORA MORTI SUL LAVORO

In questi dieci anni, unico in Italia a monitorare tutte le morti sul lavoro con l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro, mi sono accorto della parzialità dei dati raccolti, e della mancanza di conoscenza da parte di tutti di questo fenomeno che produce oltre 1.400 morti per infortuni ogni anno. Dal secondo anno di monitoraggio scrivo a tutti delle anomalie che ho riscontrato nel controllare tutte queste morti. “Repubblica” ha fatto un’inchiesta veramente ammirevole e completa su questo fenomeno e della “scomparsa” di tanti lavoratori morti mentre lavoravano. Sono diverse centinaia ogni anno che muoiono all’insaputa di tutti. Purtroppo anche dello Stato.
Ma non voglio, per un'altra volta che la Segretaria della CISL Furlan, prenda un altro pugno nello stomaco come l’ha preso quando ha appreso della scomparsa di tanti morti dalle statistiche ufficiali e alla Segretaria Camusso vorrei dire di non fare come ha fatto: d’ignorare le mail che ho spedito anche a lei e a diversi segretari della CGIL, di ignorarli per poi dire come se fosse una cosa risaputa da tutti dell’entità di queste tragedie, tantissimi della CGIL sapevano di questo, lo SPI, in cui sono iscritto, mi ha intervistato con Stefano Gallerani dove dicevo queste cose e non solo.
Quindi niente “furbate” e far finta di esserne interessati dopo che ne parla la grande stampa, mentre prima mai una parola. Idem con il responsabile della Sicurezza della CGIL, che mi ha tolto l’amicizia su Facebook dopo che avevo contestato la sua condiscendenza ai “grandi tavoli”. Dove non contestava le dimensioni del fenomeno dicendo che è in calo come poi dicevano le controparti. Cosa assolutamente non vera se si prendono tutti i morti sui luoghi di lavoro (esclusi i morti sulle strade e in itinere che richiedono interventi diversi). Dal 2008 anno d’apertura dell’Osservatorio registriamo un aumento dello 0.7%. Altro che cali favolosi ogni anno.
Ma torniamo all’assassino il Jobs Act. Perché scrivo che è un assassino? Lo dico ai Segretari Furlan, Camusso e Barbagallo; in questi dieci anni di monitoraggio quello che salta di più agli occhi è che a morire sui luoghi di lavoro al 95% sono lavoratori che non hanno l’articolo 18, solo una piccola parte, meno del 5% non sono coperti da questo articolo che tutela chi lavora anche sulla Sicurezza, per il semplice fatto che ti possono licenziare con una scusa anche se ti rifiuti di svolgere lavori pericolosi. Un altro esempio. In questo 5% morti nelle aziende che hanno l’articolo 18, molti non sono dipendenti dell’azienda stessa, ma lavoratori esterni che eseguono lavori all’interno dello stabilimento. Quasi tutti questi lavoratori sono artigiani o lavoratori di piccole aziende che non hanno la copertura dell’articolo 18.
Da anni lo ripeto ai sindacati che a mio parere sono anche sadici. Ma come, vi sto dicendo che dov’è presente il Sindacato le morti sono quasi inesistenti? E cosa fanno, lo ignorano invece di esaltare questo valore? Purtroppo questo sfugge alla mia comprensione, oppure sono diventati talmente istituzionali che tutto quello che viene da fuori dalle caste di cui i vertici fanno parte, non esiste. Insomma un atteggiamento orwelliano.
Ora non possono più ignorare quello che scrivo, non può ignorarlo neppure la politica, non possono ignorarlo i parlamentari che questo Jobs Act l'hanno votato, che ricordo a tutti elimina di fatto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori quello che recita che non si può licenziare senza “giusta causa e giustificato motivo”. Tutti i nuovi assunti non godono più di questo articolo che tutela anche la vita di chi lavora. Lo scopo è evidente, comprimere i salari, dividere i lavoratori tra chi può scioperare e chi no (quelli col Jobs Act no, pena il licenziamento), perché non ha gli stessi diritti di un suo compagno assunto prima della Riforma voluta da Renzi, d’accordo con la parte più retriva degli industriali.
Ma è una legge costituzionale se discrimina chi lavora anche nello stesso luogo? C'è tra i tanti amici qualche giurista che possa far chiarezza? Posso comprendere che tanti parlamentari in buona fede non hanno compreso fino in fondo le implicazioni che ha su chi lavora l’abolizione dell’articolo 18 col Jobs Act. Del resto solo l'Osservatorio monitora tutte le morti sul lavoro e ha scoperto che senza l'articolo 18 aumentano i morti per infortuni.
Davvero cari parlamentari volete distruggere le conquiste fatte in un secolo di lotte? Davvero volete la distruzione di sindacati come CGIL, CISL e UIL che moriranno per mancanza di iscritti nel prossimo futuro se faranno i sindacati veri? Avete possibilità di rimediare, il Governo Gentiloni è nel pieno delle proprie funzioni. Si elimini il Jobs Act altrimenti nessuno caschi dalle nuvole se quello che scrivo poi si realizzerà.
Carlo Soricelli
Curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro

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Sent: Thursday, February 16, 2017 10:29 AM
Subject: SVILUPPARE NELLE FABBRICHE L’OPPOSIZIONE SINDACALE DI CLASSE

Sono un operaio che ha partecipato all’Assemblea Nazionale di Firenze del 24 gennaio dove operai e delegati che si sono espressi per il NO alla firma del contratto nazionale dei metalmeccanici, hanno discusso sul come resistere e continuare a lottare dopo lo sciagurato contratto sottoscritto dai vertici FIM, FIOM, UILM, che è in linea con l’assalto alle nostre conquiste e i tagli alle spese sociali.
Gli interventi sono stati numerosi e molto interessanti. Sono state messe in luce le caratteristiche dell’attacco padronale, il ruolo negativo dell’apparato dirigente e burocratico sindacale, così come i segnali di risveglio che vengono da alcuni settori operai.
Penso che sia importante raccogliere e generalizzare le indicazioni di lotta emerse dal dibattito.
Come operai dobbiamo sviluppare la resistenza e l’opposizione sindacale di classe nelle fabbriche rompendo i vincoli accettati dalla FIOM e scontrandoci senza esitazione con le strutture sindacali collaborazioniste.
Occorre ritrovare e praticare l’attività indipendente nelle lotte e sostenere obiettivi specifici non subordinati alla linea degli apparati sindacali.
Il nuovo contratto va contrastato nella sua applicazione su tutti i punti che portano peggioramenti, ad esempio orari, straordinari, flessibilità, Legge 104 e premi aziendali.
Alcuni delegati hanno ribadito che è più che mai necessaria l’unità dal basso mantenendo contatti stretti fra le fabbriche e organizzando una risposta generale di difesa dei delegati che proclamano mobilitazioni e scioperi “fuori dalle regole” che ci vogliono imporre.
Altro aspetto chiave sarà costruire piattaforme e vertenze aziendali che superino i vincoli del CCNL e dare ampia diffusione, tra i lavoratori delle diverse fabbriche, delle esperienze e degli accordi favorevoli agli operai.
Giusta la proposta di un operaio di Piombino di organizzare un collegamento dei lavoratori alla base, nelle fabbriche, al di là delle sigle sindacali, per dare impulso alla mobilitazione.
Insomma, bisogna rimboccarci le maniche e fare un serio lavoro di elaborazione e sostegno delle rivendicazioni immediate più sentite dalla massa, preparare i lavoratori a scontri più duri, che inevitabilmente arriveranno. Per questo è necessario far capire agli iscritti al sindacato e ai lavoratori che occorre più militanza e più organizzazione, forme di lotta più efficaci che siano sostenute dalla massa.
Le lotte avvenute in questi mesi, la considerevole opposizione al contratto e la costituzione dal basso di alcuni esperienze unitarie (senza vincolo di tessera) dimostrano che la base comincia a svegliarsi. In molte fabbriche piccole e medie il No ha vinto e in alcune grandi fabbriche è arrivato al 40%. Il dissenso alla linea dei vertici cresce. Spesso gli operai più giovani sono quelli con le idee più chiare, perché sono meno condizionati dal riformismo.
La situazione è dunque favorevole allo sviluppo del sindacalismo di classe.
Va approfondito un ragionamento sulla opposizione interna alla CGIL.
La vecchia sinistra sindacale per anni si è posta come minoranza (area) di tipo parlamentare dentro l’apparato, spesso riproducendo al suo interno logiche di spartizione fra correnti e tendenze politiche.
Questo approccio (che spesso veniva giustificato in nome di una “riforma democratica e pluralista” del sindacato) non ha più senso né spazio. E’ la base che va conquistata, non l’apparato. Inoltre, l’esperienza dimostra che i dirigenti prodotti dalla vecchia attitudine non sono all’altezza dei compiti.
L’opposizione va costruita in fabbrica e nel territorio, costruendo organismi unitari e rappresentativi di tutta la massa sfruttata, con alla testa gli operai più determinati e combattivi, senza uscire dai sindacati che hanno un seguito.
I comunisti hanno un ruolo preciso da svolgere per sostenere la lotta operaia, fare propaganda politica e sviluppare i livelli di coscienza, organizzandosi per primi e meglio.

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Sent: Thursday, February 16, 2017 10:29 AM
Subject: PUBBLICO IMPIEGO: L'ACCORDO DEL 30 NOVEMBRE ANNUNCIA L'ENNESIMO BIDONE CONTRATTUALE

Lo scorso 30 novembre CGIL, CISL, UIL a cui si è accodato il CONFSAL hanno siglato con il governo Renzi un “accordo quadro” sui contratti del pubblico impiego.
Si tratta di "linee guida" che andranno poi tradotte nei contratti veri e propri.
Questo “accordo” contiene degli elementi inaccettabili:
-         innanzitutto la cifra prevista per l'aumento medio a regime (ovvero nel 2018) è di soli 85 euro lordi, del tutto insufficiente a recuperare la perdita del potere d'acquisto dei salari bloccati dal 2009;
-         sull’accordo non viene indicato in alcun modo quali saranno le cifre impegnate quindi al momento non possiamo avere nessuna sicurezza su quanto promesso;
-         l'erogazione di questa cifra è legata a criteri di valutazione della performance individuale e di misurazione della produttività;
-         nell’accordo si parla chiaramente di “welfare contrattuale” quindi il rischio concreto è che: come nel Contratto dei metalmeccanici, dell’igiene ambientale e del trasporto locale, una parte consistente di questo già misero aumento salariale non venga erogata in denaro, ma in "welfare aziendale", ovvero in fondo pensione e assicurazione sanitaria obbligatori;
-         c'è il rischio concreto (per circa 200.000 lavoratori) che questo aumento non si sommi, ma “assorba” gli 80 euro del cosiddetto "bonus Renzi", visto che nonostante le promesse rassicuranti il Governo è in seria difficoltà a trovare le risorse necessarie per non perdere il bonus; intanto lo scorso 16 gennaio è arrivata la comunicazione della sospensione dell’erogazione del bonus per il comparto Sicurezza e Soccorso Pubblico;
-         si fa espressamente e ripetutamente richiamo a concetti di riforma della Pubblica Amministrazione, aumento della produttività e rimessa in discussione della malattia, congedi e permessi; questi principi nei su citati rinnovi si sono tradotti in penalizzazioni per la malattia, aumenti legati alla produttività, ecc.;
-         sul precariato si accontentano solo di vaghe promesse, senza che si arrivi ad uno sblocco del turn over;
-         il blocco contrattuale in vigore dal 2009 ha causato una perdita economica che ha fatto crollare gli stipendi al livello di quelli del 2001, ma nell'accordo non si fa alcun riferimento al recupero degli arretrati.
Di fatto questo accordo e gli altri rinnovi siglati in questa stagione contrattuale sono usati come grimaldelli per ridurre i salari, estendere la miseria, intensificare lo sfruttamento e la divisione dei lavoratori attraverso accordi aziendali “sperimentali” e premi di risultato “variabili”, aumentare la flessibilità, penalizzare le malattie e introdurre la pensione integrativa privata, la sanità integrativa privata per finire di smantellare il sistema pensionistico e la Sanità Pubblica.
Inoltre c'è un serio problema di democrazia sindacale, poiché tutta la trattativa è stata di esclusivo appannaggio della triplice confederale, e questo è una chiara dimostrazione che tutte le regole, leggi e laccioli sulla rappresentatività sono solo chiacchiere che mirano a togliere potere sindacale ai lavoratori.
Accettare passivamente un qualsiasi principio di misurazione della rappresentatività è solo un suicidio e un’idea utopistica.
Le Segreterie Confederali e del CONFSAL hanno la grossa responsabilità di mettere una pietra tombale sui contratti nazionali e sui diritti dei lavoratori.
In questo accordo come nei contratti già siglati in questa stagione contrattuale i vertici confederali si macchiano di responsabilità enormi.
Non ci troviamo di fronte all'ennesimo bidone, ma vi è un ulteriore salto nel vuoto.
L'uso del cosiddetto “welfare aziendale” con polizza sanitaria e pensione integrativa obbligatoria non è una geniale forma di salario accessorio, ma la completa capitolazione dinanzi lo smantellamento dello stato sociale.

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From: Alessandra Cecchi alexik65@gmail.com
To:
Sent: Thursday, February 16, 2017 11:23 PM
Subject: BIRD LOGISTIC DI CALDERARA: DI STRESS E DEI DIRITTI DEI LAVORATORI

E se intanto il prefetto di Bologna leggesse “Il birraio di Preston”?
Bird lavora per Mondo Convenienza: più che convenienza pare una “bazza” (ma per i “donatori di lavoro”).
Qualcuno ha maturato il dubbio che la vicenda dei lavoratori della Bird Logistica sia una questione che riguardi solo questi lavoratori e il loro “donatore di lavoro” (per parafrasare una attrice comica italiana).
In qualità di “intrusi” abbiamo inviato una missiva e una proposta al Prefetto di Bologna.
Il Prefetto non ci ha risposto; verosimilmente è una sua facoltà non rispondere, tuttavia consigliamo al signor Prefetto una lettura: “Il birraio di Preston” di Andrea Camilleri; magari potrà trovare qualche suggerimento su come rapportarsi al suo territorio.
Ora le cronache ci aggiornano sulla vertenza.
Non vogliamo commentare tutti gli aspetti della questione, però:
-         sembra che il rispetto delle 39 ore settimanali riguarderà solo 36 dipendenti su 120; gli altri continuerebbero a fare 120 ore?
-         abbiamo già argomentato e documentato che la letteratura medico-scientifica evidenzia come superare stabilmente le 50 ore di straordinario al mese collochi chi subisce codesto sovraccarico psicofisico in una condizione di distress e di rischio cardiologico; fanno bene i cardiologi della Asl a parlare ai cittadini dei corretti stili di vita cui è utile attenersi, ma sarebbe necessario che la ASL, oltre che impegnarsi sul campo della pedagogia, intervenisse con il servizio di vigilanza nei luoghi di lavoro anche sulle costrittività lavorative: per questo abbiamo suggerito al Prefetto di invitare l’UOPSAL [Unità Operativa Prevenzione Sicurezza Ambienti di Lavoro] competente per territorio, oltre ad autoinvitarci noi (senza ottenere risposta);
-         il sovraccarico si riferisce già a lavoro straordinario retribuito; se questo non viene adeguatamente ricompensato l’equilibrio tra i fattori determinanti delllo stress lavorativo si sbilancia ulteriormente;
-         un esponente istituzionale del PD auspica (su “Il resto del Carlino”) che chi deve vigilare sul rispetto dell’orario di lavoro lo faccia; ma non sappiamo se gli enti preposti siano intervenuti e con quali disposizioni; noi al signor Prefetto abbiamo avanzato una proposta evidentemente “inascoltata”, sennò non saremmo ancora a questo punto.
L’organizzazione del lavoro della singola azienda riguarda quella azienda, ma riguarda la collettività, in particolare se e quando questa organizzazione diventa potenzialmente morbigena come nel caso della Bird Logistic.
di Vito Totire (portavoce del Circolo “Chico” Mendes e del Centro studi per il benessere lavorativo)

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From: Medicina Democratica Onlus segreteria@medicinademocratica.org
To:
Sent: Sunday, February 19, 2017 12:43 PM
Subject: NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA


PROPOSTA DI TESTO UNICO SULL'AMIANTO, PRO E CONTRO, INIZIA LA DISCUSSIONE

All’attenzione degli esperti, delle associazioni, dei sindacati.
Siamo riusciti con la collaborazione delle segreterie dei Senatori Giovanni Barozzino e Felice Casson ad avere l’utilizzo della Sale del Senato della Repubblica di Santa Maria in Aquiro il 22 febbraio allo scopo di discutere del “Disegno di legge per il riordino della normativa in materia di amianto in un testo unico” e, se riteniamo opportuno, presentare eventuali emendamenti ad esso.
Nel seguito sono riportate alcune prime considerazioni schematiche su alcuni aspetti.
Leggi tutto al link:

http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=4477

PROGETTO DI LEGGE SULL'OMICIDIO SUL LAVORO

Troppo spesso gli infortuni mortali sul lavoro sono dei veri e propri omicidi, questa definizione è sicuramente applicabile ai casi in cui, scientemente “e per futili motivi: il profitto”, sono state violate le normative di prevenzione e le misure di sicurezza previste dalle normative.
L’articolo 590 del Codice Penale individua l’aggravante della violazione delle normative di sicurezza nei casi di infortunio grave o gravissimo, ma non esiste un equivalente per l’articolo 575 (omicidio) e 589 (omicidio colposo), mentre è stata introdotta una norma specifica per l’ “omicidio stradale” (l’aggravante costituita dallo stato di ubriachezza, uso di stupefacenti o manovre azzardate o pericolose: articolo 589 bis).
Il 9 febbraio si è tenuta presso il Senato la presentazione del progetto di legge sull’omicidio sul lavoro. L’incontro è stato coordinato da Fulvio Aurora di Medicina Democratica, ed era presente l’avvocato Edoardo Bortolotto (sempre di Medicina Democratica) con il presentatore senatore Giovanni Barozzino e diversi parlamentari tra cui il senatore Felice Casson.
Leggi tutto al link:

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Forum di discussione per contattarci discutere e proporre argomenti:

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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, February 19, 2017 7:01 PM
Subject: PRECARI ISTAT: CHI LOTTA VINCE SEMPRE

Ogni tanto una buona notizia arriva anche per noi: i 350 precari dell'ISTAT hanno ottenuto la stabilizzazione al termine di un lungo e determinato percorso di lotta. La loro è una situazione simile alle tante che sentiamo ogni giorno: da anni al servizio di un ente fondamentale per il funzionamento della macchina pubblica, eppure costretti in condizioni lavorative precarie, con il rischio disoccupazione che si avvicinava sempre più.
Ma nonostante queste difficoltà i precari sono riusciti a costruire una lotta che ha coinvolto tutti loro, evitando la tentazione di scorciatoie individuali che sarebbero state vane ed organizzando al contrario una lotta coesa, unita e convinta di poter raggiungere lo scopo solo in modo collettivo.
Proprio nella consapevolezza che “solo uniti si vince” hanno avuto la capacità di cercare e raccogliere il sostegno e la solidarietà di tutti gli altri lavoratori ISTAT, ma anche di incrociare il loro percorso con quello di altri lavoratori in lotta per la difesa dei propri diritti sul luogo di lavoro: da qui nasce il corteo di Roma insieme ai licenziati Almaviva e ad altre realtà lavorative romane. Come dicono gli stessi ex-precari, raccontiamo questa storia per dare fiducia a tutti i lavoratori in lotta, nella convinzione che se non avessimo intrapreso questo percorso di lotta oggi non potremmo dire "Mai più precari ISTAT".
Di seguito riportiamo il comunicato degli (ex) Precari ISTAT.
* * * * *
CHI LOTTA VINCE SEMPRE
Non abbiamo mai smesso di crederci in questi lunghi sei anni e finalmente ieri pomeriggio, poco prima delle 17, è arrivato il nulla osta dalla V Commissione Bilancio del Senato sull’emendamento che consentirà la stabilizzazione dei nostri contratti.
Non abbiamo più fiato per urlare la nostra grandissima soddisfazione per questo risultato. Quel fiato lo abbiamo dovuto spendere in primo per costruire un percorso collettivo vero, determinato e partecipato. Un percorso ln cui ciascuno dei 350 precari si è riconosciuto, acquisendo la consapevolezza che solo perseguendo l'obiettivo massimo senza sottostare a scorciatoie e divisioni create da una norma iniqua quale è la legge D'Alia, avremmo potuto vincere.
Quel fiato lo abbiamo usato per convincere i vertici del nostro Istituto, che era arrivato il momento di passare dalla consapevolezza della indispensabilità del nostro apporto, alla messa a punto di una strategia in grado di chiudere la vertenza senza indugi.
Ma quel fiato lo abbiamo esaurito soprattutto per costringere i più alti esponenti politici di questo paese, e in particolare quelli del Partito Democratico che non era più possibile rinviarci a un altrove indefinito perché avevamo ragioni da vendere e quasi esaurito la pazienza.
In queste ultime tre settimane li abbiamo messi di fronte alle loro responsabilità.
Hanno dovuto impegnarsi politicamente, hanno provato a sottrarsi agli impegni presi, hanno cercata di rimpallarsi la responsabilità di quanta stava accadendo hanno persino cercato di far passare l’idea che quello che stavamo chiedendo fosse ingiusto perché parziale. Hanno insinuato che quel provvedimento fosse trainato da qualche esponente politico che avrebbe poi fatto passerella raccogliendone il merito.
Nonostante abbiano provato a farci desistere, li abbiamo inseguiti e messi all'angolo strappando finalmente il via libera del Governo alla nostra immissione in ruolo.
Adesso lo diciamo con orgoglio e una volta per tutte, che dietro questa grande vittoria non ci sono padrini politici o sindacali.
Sul carro dei vincitori salgono le nostre intelligenze, i nostri sentimenti, la nostra determinazione, ma anche le nostre debolezze e i nostri errori. Salgono 350 persone che a mani nude si sono preso ciò che gli spettava di diritto. Accanto a noi abbiamo i colleghi di ruolo che ci hanno sostenuto, nutrito, sorriso e abbracciato.
Abbiamo vinto cosi e crediamo che raccontarlo serva a dare terza e fiducia a tutti coloro che non hanno ancora chiuso la propria vertenza o che attraversano fasi molto critiche del proprio percorso lavorativo, in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori Almaviva licenziati a dicembre e con cui abbiamo già intrecciato i nostri fili.
Oggi possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che se non avessimo fatto ciò che abbiamo fatto oggi non potremmo firmarci “MAI PIU’ PRECARI ISTAT”
MAI PIU’ PRECARI ISTAT

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Sunday, February 19, 2017 7:21 PM
Subject: DEDICHIAMO L'OTTO MARZO A LISA PICOZZI, LA GIOVANE INGEGNERA MORTA SUL LAVORO

Come Curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro chiedo di dedicare l'Otto Mmarzo a Lisa Picozzi un'ingegnera morta sul lavoro. Lisa è il simbolo dell'emancipazione femminile. Nessuno più di lei rappresenta la donna moderna.
Consiglio a tutti, soprattutto ai politici, di leggere questo bellissimo articolo dove è stata intervistata Marianna Viscardi la madre di Lisa Pucozzi. In sette anni non ha ancora ottenuto giustizia. Chiedo a qualche amico sindaco e amministratore di dedicare una strada, un luogo di ritrovo, una piazza, o una rotonda a questa giovane donna morta in modo così drammatico. Chiedo alle donne che fanno politica di non far sentire sola questa madre. Condividete per piacere, soprattutto le amiche donne, rendete omaggio a questa giovane donna.
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FIGLIA MIA, E’ TROPPO INGIUSTO MORIRE LAVORANDO
“Da quando Lisa è morta scivolo spesso, cado e batto la testa. E’ come se mi preparassi a morire come lei. Più tardi possibile. No, prima possibile. Mi creda, non c’è più una sola ragione per cui io voglia continuare a vivere”.
Sei anni e mezzo fa Marianna Viscardi ha perso la sua unica figlia. Lisa Picozzi, milanese, aveva 31 anni ed è morta mentre svolgeva la sua professione: era ingegnere edile. E’ precipitata dal solaio di un capannone industriale a Tricase, nel Salento. E, secondo la sentenza di primo grado, l’incidente doveva e poteva essere evitato. Ma il processo per accertare le responsabilità della sua morte è ancora in corso: è stato chiesto l’appello.
Secondo Carlo Soricelli, Coordinatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna sugli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, nel 2016 sono morti 641 lavoratori sui luoghi di lavoro, e oltre 1.400 se si considerano le vittime sulle strade e in itinere. Ma la stima è minima, per l’impossibilità di conteggiare i morti sulle strade fra le partite IVA individuali e i morti in nero.
Questa settimana al Senato è stata presentata la proposta di legge del parlamentare di Sinistra Italiana-SEL Giovanni Barozzino. L’obiettivo è quello di “una punizione più severa nei confronti di chi sul lavoro cagiona la morte di vittime innocenti, per distrazione, disinteresse, o peggio per un’assoluta non curanza delle normative sul lavoro”.
Da tre anni Lisa lavorava per la SunSystem srl, società nel settore delle energie rinnovabili, e aveva la responsabilità della progettazione di impianti fotovoltaici e di centrali fotovoltaiche sviluppate a terra. Proprio per seguire il completamento di una di queste, che lei aveva progettato e installato nell’agosto 2010 a Tiggiano, provincia di Lecce, il 29 settembre di quell’anno si trovava in Salento e, per esigenze aziendali, le era stato chiesto di fermarsi a Tricase per un sopralluogo sulla superficie di un edificio.
Aveva trovato una scala in alluminio per salire sulla copertura dei blocchi servizi e una scaletta in legno, che era lì da diversi anni, per passare dalla copertura dei blocchi servizi alla copertura del capannone. E da lì, quando aveva quasi ultimato i rilievi tecnici e fotografici, è caduta da 7 metri, sfondando una lastra in fibro-cemento, che ricopriva l’intera superficie dell’edificio, nascondendo un lucernario non protetto da una rete anticaduta a norma di legge. Trasportata d’urgenza all’ospedale, è morta tre ore dopo.
“Per me ogni giorno è sempre quel 29 settembre” – spiega la madre Marianna - “E’ tutto fermo all’ora in cui ho ricevuto quella terribile chiamata. Da allora il telefono, per me, ha perso ogni importanza: non c’è più nessun messaggio che io aspetti”.
Lisa era diventata un ingegnere edile molto apprezzato, dopo essere stata una studentessa modello, ma aveva reso orgogliosi i suoi genitori anche per come giocava a pallavolo (fino alla soglia della serie A), perché era creativa, umile, generosa, e per la sua bellezza. Era alta, slanciata, aveva un viso da cameo e occhi color fiordaliso che alla sua mamma sembra di riconoscere ogni volta che guarda il cielo.
“Mercoledì 29 settembre 2010” – ha scritto Marianna in una delle moltissime lettere alla figlia - “anche il mio è stato un biglietto di sola andata, perché il mio cuore e la mia voglia di vivere sono rimasti là, su quel pavimento, dove la tua vita si è fermata”.
E ancora: “Solo chi ha perso un figlio può davvero capire quanto è grande il dolore che ti squarcia il cuore e quanto è poca cosa tutto quello per cui la maggior parte della gente si affanna. Perdere un figlio provoca un senso di smarrimento e di devastazione, che va oltre ogni umana comprensione. Gli altri possono solo cercare di immaginarlo, provare a esserti vicini, nel tentativo di aiutarti a sopportare il senso di abbandono e la disperazione che ti tolgono il respiro e la voglia di esistere. Ma è un’impresa impossibile”.
Non passa giorno, non passa ora che Marianna non pensi a sua figlia: “Mi sono sempre chiesta che fine faccia l’anima, quando si muore. Sono certa che l’intelligenza delle persone non svanisca, ma rimanga. Lisa mi dà tanti segni della sua presenza, però noi avevamo un rapporto simbiotico, molto fisico, e lei aveva mille attenzioni per me: quei segni non mi bastano. Sono credente, ma non abbastanza da accettare che quello che è successo possa essere espressione della volontà di Dio”.

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