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lunedì 5 dicembre 2016

4 dicembre - SUL CONTRATTO DEL PUBBLICO IMPIEGO. Primi commenti



Alla soglia del Referendum costituzionale, Governo e confederali hanno trovato l'accordo per il rinnovo dei contratti nel Pubblico Impiego. Sia la Camusso che Barbagallo si sono lanciati in commenti entusiastici, il che, già di per sé, rappresenta motivo di preoccupazione per noi.

Il documento reso pubblico illustra le linee-guida su cui verranno sottoscritti i contratti per il triennio 2016-2018 dei 4 comparti, il che avverrà dopo il 4 Dicembre.
Scorrendo il Testo, appare evidente come CGIL-CISL-UIL abbiano sottoscritto l'ennesima "marchetta" a danno dei lavoratori in cambio di un riguadagnato ruolo nella contrattazione.
Vediamo i punti salienti dell'accordo:
1) il governo s'impegna a stanziare 5 miliardi di euro per il triennio, determinando incrementi stipendiali non inferiori a 85 euro pro-capite, medi e lordi. Occorre sottolineare che tali risorse ricomprendono anche i cosiddetti "non contrattualizzati" (Forze armate ecc.). Inoltre, s'impegna a fare in modo che gli incrementi previsti, per via del cumulo, non annullino il beneficio degli 80 euro per coloro che ne beneficiano;
2) il governo si impegna a ridefinire la cornice normativa entro la quale saranno rinnovati i contratti in scadenza dei precari e la limitazione al ricorso di forza-lavoro precaria nel P.I. per il futuro;
3) il governo si impegna a dare la priorità alla fonte contrattuale/pattizia rispetto a quella legislativa, riconsegnando, quindi, al confronto delle parti sociali la soluzione delle questioni attinenti il lavoro (dovrebbe valere anche per il comparto Scuola);
4) il governo s'impegna a rivedere i criteri di valutazione della performance individuale (superamento della Brunetta) definendo nuovi sistemi di valutazione;
5) il governo s'impegna a rivedere l'art.40 - comma 3 Ter del DLgs 165/2001,(atto unilaterale) fissandone modalità e termini, in accordo con la triplice
6) il governo s'impegna a rivedere l'art.17 della Legge 124/2015 (Bosetti-Gatti) riguardante il riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze della Pubblica Amministrazione (accordo con le Regioni);
7) il governo s'impegna a semplificare l'utilizzo del fondo del salario accessorio aziendale, prevedendo anche forme di defiscalizzazione;
8) il governo s'impegna, sulla falsariga del contratto metalmeccanici, a forme di Welfare integrativo - coperture sanitarie, fondi pensione... - e questo è uno degli aspetti più delicati e pericolosi di questo accordo. Pare evidente che i soggetti principali che interagiranno con la P.A. sono emanazioni di CGIL-CISL-UIL e qua sta il "business" e relativa marchetta che ha portato all'accordo. L'introduzione del cosiddetto Welfare integrativo (privato), apre scenari inquietanti sul futuro della sanità pubblica e sulle intenzioni privatistiche di governo e sindacati.

Esecutivo nazionale Cobas Pubblico Impiego
 A proposito di “contratto” del pubblico impiego


L’accordo sottoscritto dai segretari CGIL, CISL e UIL con la rappresentante del governo Renzi semplicemente non è un rinnovo del contratto di lavoro. Ma un “accordo quadro” che genericamente definisce linee guida e cosa ci piacerebbe fare. E’ tanto palese che persino la segreteria nazionale della FP Cgil è costretta ammetterlo. Per i “ contratti” occorrerà aspettare molto e non tutto è così scontato. In realtà non è neppure un accordo, ma assomiglia molto agli avvisi comuni che nel privato si firmano con i padroni da inviare al Governo. La stesura del testo infatti appare come un avviso comune che il “datore di lavoro- governo” invia a se stesso nella funzione di legislatore. Un percorso un po’ schizofrenico.
Per la concretizzazione occorrerà non solo aspettare la legge di Bilancio 2017 (che però, come vedremo, prevede solo le risorse economiche da impegnare nel 2017). Dopo il governo invierà l’atto di indirizzo all’ARAN e già qui – ne siamo certi – sarà evidente la differenza tra “il dire” ed il “fare”. Quindi si potrà aprire la trattativa i cui tempi nessuno può prevedere. Il presidente dell’ARAN ha già dichiarato.” Dopo sette anni di blocco c’è molto da fare per rimettere ordine alla parte normativa, a un modello contrattuale un po’ obsoleto. Ci vorrà tempo, ci dovremo rimboccare le maniche anche per armonizzare le regole dei nuovi comparti che sono ridotti da 11 a 4” Quindi, non solo aumenti ma:
  1. riscrittura parte normativa e chissà quale sarà lo scambio per i pochi euro concessi)
  2. nuovo modello contrattuale, e qui il testo firmato già dà il segno di quali saranno i cambiamenti: “analogamente a quanto avviene nel settore privato”.
  3. Quattro soli contratti dove evidentemente l’armonizzazione verrà fatta al ribasso essendo scritto in esplicito nel testo che, escluso l’aumento contrattuale, tutto il resto dovrà essere attuato a costo zero
Dicevamo non un accordo ma una semplice dichiarazione di intenti
Leggendo il testo ciò che colpisce è l’uso costante del verbo “impegnare” declinato in vari modi circa 20 volte. Le parti concordano quanto segue”, l’incipit di ogni accordo sindacale è totalmente assente in questo testo. Un piccolo particolare curioso. Nella parte economica al punto c) il capoverso che inizia con “in applicazione….” è stato prontamente cancellato e sostituito con una correzione a mano che recita “in coerenza”. Non sia mai che “l’impegno” fosse troppo vincolante!! Appare quindi una bella lettera a Babbo Natale piena di buoni propositi. “Mi impegno a fare il bravo, a non dire più le bugie e a non far arrabbiare la mamma”.
I buoni propositi sono una bella cosa ma non quando si parla di soldi.
Dopodichè è fin troppo facile prevedere che le parti che riguardano i lavoratori saranno imposte con la mannaia e quelle che impegnano il governo vi sarà sempre un motivo contingente per rinviarle, disattenderle o più probabilmente stravolgerle. Perché un impegno così generico non è esigibile. Se non con la lotta. Ma questa parola non è nel vocabolario di CGIL, CISL e UIL. Poi come si dice da qualche parte “passata la festa (il referendum e bocciatura della Consulta della legge Madia), gabbato lo Santo (i lavoratori e le lavoratrici)”
Alcune cose precise però questo testo le dice, vediamo cosa.  
Primo. SI APPROVA LA CONTRORIFORMA MADIA
il testo per i vari rimandi e citazioni che contiene vede la completa approvazione del decreto Madia (legge 124/2015) da parte di CGIL, CISL e UIL. Più volte il decreto 124 /2015 è citato. Tre volte con riferimento all’applicazione dell’art. 17. Ma ciò che più colpisce è la lettera a) del punto 4), cito testualmente
Le OO.SS. a fronte del loro coinvolgimento nella fase di attuazione delle nuove normative previste dai decreti attuativi della legge 124/2015 si impegnano ad individuare iniziative svolte a stimolare nelle singole amministrazioni (…etc etc….).”
Non solo approvazione ma pieno coinvolgimento nell’ attuazione della controriforma della Pubblica Amministrazione.
E non sfugga ciò che vien scritto in premessa quando si fa riferimento alle Regioni e all’intesa da raggiungere con esse. Appare evidente la spada di Damocle messa, con il consenso di CGIL CISL e UIL, sulla testa delle Regioni dopo l’annullamento di una parte della controriforma del ministro Madia a causa del vulnus rappresentato proprio dal conflitto di competenze tra Stato e Regioni. Ricordate tutti le dichiarazioni del ministro Madia che subito dopo la bocciatura mise in discussione il rinnovo dei contratti mettendolo in relazione alla crisi della “sua creatura” per colpa della Regione Veneto. Stupisce questa accettazione supina da parte di queste organizzazioni sindacali, dato che l’anno passato CGIL e Uil definirono con una nota congiunta il provvedimento legislativo in questione “una truffa”.
La CGIL in agosto 2015 fu ancor più pesante: dal sito di questa organizzazione si può ancora oggi leggere “"Altro che riforma, il ddl Madia è una somma di provvedimenti che scarica la spending review sui cittadini e sul lavoro, indebolisce la struttura della Pubblica Amministrazione e ristabilisce un potere fortissimo della politica. . È il contratto lo strumento con cui attuare una vera riforma” (NB Ora con tutto il bene che voglio al contratto nazionale mi risulta difficile definirlo “una riforma della pubblica amministrazione” ). Ma il giudizio era chiaro. Il repentino cambio di rotta è altrettanto trasparente. Il sindacato di corso di Italia da tempo ci ha abituato a dichiarazioni roboanti seguite dal nulla silenzioso.
Memorabile il grido di guerra di Susanna Camusso il 3 dicembre 2011 all’assemblea CGIL riferendosi alla ipotesi di riforma delle pensioni:
40 anni numero magico”.
Il 22 dicembre dello stesso anno la riforma Fornero era legge dello Stato senza che in Italia si muovesse foglia.
Secondo Parte normativa
Qui, se il bel tempo si vede dal mattino, non c’è da aspettarsi nulla di buono. Si scrive testualmente “valorizzazione dell’apporto individuale in relazione agli obiettivi di produttività” Leggasi “INDIVIDUALE”, non “COLLETTIVI”. Cosa cambia rispetto alla filosofia di Brunettiana memoria?
Mi sia concessa una riflessione. Io ho sempre pensato che i veri “fannulloni” devono essere cacciati a pedate nel sedere. E sapete perché? perché sono i ruffiani. Per fare il fannullone occorre essere protetto da un capo. Ma qui viene il bello: lo stesso dirigente che ti consente di non fare nulla scaricando il tuo lavoro sui colleghi, è lo stesso che poi dà le valutazioni individuali di merito per l’incentivo alla produttività. Quindi, chi lavora ma non lecca i piedi a nessuno sarà mazziato e cornuto. Ma questo è il mondo renziano. 
Terzo L’aspetto economico
Nel testo viene goffamente preso per buono che tutta la cifra che compare nella legge di stabilità di 1,48 Miliardi(2017) e 1,39 miliardi (2018) sia per il rinnovo del contratto. Però CGIL CISL e UIL conoscono bene questa legge, che è già definitiva perché approvata dalla Camera con voto di fiducia e sanno che all’interno di quella cifra vi sono le seguenti previsioni di spesa (riporto testualmente quanto riportato nella scheda del centro studi di Camera e Senato):
Personale
Per quanto riguarda il personale pubblico, è innanzitutto istituito un Fondo per il pubblico impiego, con una dotazione di 1,48 miliardi di euro per il 2017 e 1,39 miliardi di euro a decorrere dal 2018, volto a finanziare:
(art. 1, commi 364 e segg.):
  • la contrattazione collettiva nel pubblico impiego relativa al triennio 2016-2018 (in aggiunta ai 300 milioni di euro già stanziati dall’ultimalegge di stabilità) e il miglioramento economico del personale non contrattualizzato;
  • assunzioni di personale a tempo indeterminato, in aggiunta alle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, nell’ambito delle amministrazioni dello Stato (inclusi i Corpi di polizia e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco);
  • l’attuazione degli interventi normativi previsti in materia di reclutamento, stato giuridico e rogressione in carriera del personale delle forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco nonché di riordino dei ruoli del personale delle forze di polizia e delle forze armate ovvero il nanziamento della proroga, per l’anno 2017, del contributo straordinario di 960 euro su base annua, già previsto per il 2016, in favore del personale appartenente ai Corpi di polizia, al Corpo nazionale dei vigili del fuoco e alle forze armate non destinatario di un trattamento retributivo dirigenziale.
Nel corso dell’esame parlamentare, inoltre, è stata prevista la proroga al 31 dicembre 2017 dell’efficacia delle graduatorie dei concorsi pubblici per assunzioni a tempo indeterminato vigenti alla data di entrata in vigore del decreto n. 101 del 31 agosto 2013, relative alle amministrazioni pubbliche soggette a limitazioni delle assunzioni, nonché delle graduatorie vigenti del personale dei Corpi di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco (art. 1, comma 368).
Le risorse certe per gli aumenti salariali secondo le stime più imparziali si aggirano 850 milioni per il 2017. Infatti è bene ricordare che gli stanziamenti per il 2018 dovranno essere riconfermati nella legge di stabilità 2018, certezza che nessuno può dare, visto che il governo potrebbe non trovare le coperture neppure per il 2017 ( vedi diatriba con l’Unione Europea) e al quale verrà richiesto un ulteriore taglio della spesa attraverso l’ennesima spending rewiew. (Domanda come si intrecceranno i tagli già previsti della P.A -per il 2017 di 2,6 miliardi – con il rinnovo del contratto?) Comunque 850 milioni, sempre che vengano messi tutti sulle voci salariali, sono poco più di 20 euro mensili ma, si badi bene, essendo il costo complessivo previsto come spesa “da datore di lavoro” occorre calcolare tutti gli oneri riflessi (ad esempio i contributi previdenziali, assistenziali etc) che mediamente incidono per il 40%. Infine nulla si dice sull’indennità di vigenza contrattuale, ma è immaginabile che, se mantenuta in aggiunta al misero incremento previsto nell’attuale, verrà venduta come “saldo per gli arretrati”. (sic!)
Ma poi veramente tutto lo stanziamento per il rinnovo del contratto finirà tutto in ”salario”?.
Leggendo il testo vediamo come, con grande enfasi, si proclama l’avvio del welfare contrattuale.
Una sola considerazione: vergogna. Lo Stato che dovrebbe erogare diritti universali introduce il principio che lo stato sociale è diviso tra chi se lo può pagare (con i fondi) e chi è sfigato, come ad esempio un disoccupato che non solo non ha il lavoro, ma non ha neppure “il privilegio” di avere pari diritti come cittadino con chi lavora. Proprio una bella società. Ma tornando ai conti economici, dalle mie reminiscenze di contrattazione, ricordo che lo “start up” cioè l’avvio del fondo – ad esempio della previdenza integrativa, che dà diritto alle prestazioni – richiede circa l’1% (se fate il paragone con la trattenuta sindacale il conto è presto fatto: 10 euro?) . E non è una supposizione; si vedano i contratti ad esempio del commercio e del turismo dove queste cifre sono ben indicate. E nulla cambia se questo 1% è diviso a metà tra lavoratore e datore di lavoro: è sempre tolta dal salario diretto.
Ovviamente alla fine dovremo anche pagare su quanto arriva in busta paga tasse e contributi (30/35 %)
Io non faccio i totali , io vi ho proposto un ragionamento, e se non siete proprio assuefatti dalla propaganda verificherete da soli che fareste bene a non promettere neppure un gelato ai vostri figli. In conclusione, come ogni volta che si parla di lavoratori e lavoratrici, senza una lotta degna di questo nome il risultato non solo è misero, è sempre negativo per diritti ed interessi che ci riguardano. Ma la colpa è solo nostra. Finché non iniziamo a studiare, e conseguentemente ad impegnarci a difendere in prima persona la nostra condizione di lavoratori e lavoratrici, saremo sempre il ciuco a cui il padrone a forza di legnate fa fare ciò che vuole. E le nostre grida al bar o in assemblea sono solo ragli.


da Clash City Workers
L’intesa siglata tra governo e parti sociali concertative sul rinnovo dei contratti per gli statali si è chiusa, dopo otto ore di discussione con la soddisfazione di tutti gli attori: si tratta quindi, finalmente, di un accordo positivo? Proviamo ad analizzarlo nel merito.
1.    I tempi. Sette anni di attesa trascorsi senza un incontro, uno sciopero, una presa di parola: nulla sembrava far cambiare idea al Governo, nemmeno la sentenza 178/15 della Corte Costituzionale che, il 24 giugno del 2015, sanciva l'illegittimità del blocco dei contratti. Abbiamo atteso quasi altri 18 mesi prima che, magicamente, Governo e sindacati si incontrassero. Quando? Tre giorni prima del referendum costituzionale col quale Renzi si gioca il futuro. Coincidenze? Certamente!
2.    Il rinnovo contrattuale: non c’è, semplicemente. Si tratta solo di un’intesa, alla quale deve seguire un documento d’indirizzo del Governo, sulla cui base l’ARAN provvederà ad iniziare le trattative per i rinnovi. Insomma, al momento parliamo di fuffa, ma facciamo finta che sia tutto già firmato e attivo, e andiamo avanti!
3.    I soldi. 85 euro medi mensili era la proposta della Madia; 85 euro minimi mensili, ruggivano in risposta i sindacati. Dopo 8 ore di discussione, finalmente arriva il compromesso: “incrementi non inferiori a 85 euro mensili medi”. Ma, se la matematica non è un’opinione, l’espressione equivale esattamente all’iniziale proposta governativa (85 euro mensili medi non è diverso da “almeno” 85 euro mensili medi): questo significa che qualcuno prenderà di più, molti prenderanno di meno,  nessuno sa, ad oggi, di quanto aumenterà il proprio stipendio...nel 2018 (con tanti complimenti alla Triplice e alle loro competenze linguistico-matematiche)! Eh già, perché il presupposto dell’intesa è stata la proroga della vigenza dell’attuale contratto per ulteriori tre anni (2016/2018). Insomma, quando (se...)  il contratto sarà firmato, i lavoratori riceveranno, mediamente, 40-50 euro netti in più in busta paga dopo soli 9 anni di attesa! Per comprendere l’insignificanza dell’incremento facciamo un rapido calcolo, di quelli della serva: dal 2009 al 2016 i prezzi sono aumentati (fonte ISTAT) del 9,3%; su uno stipendio medio netto di 1400 euro questa percentuale si traduce in circa 130 euro. Questa sarebbe dovuta essere la cifra netta per recuperare solamente l’inflazione; con l’accordo, invece, sarà sancita una perdita di potere d’acquisto dei salari pari a circa il 5,7%!
4.    Le coperture. mancano, al momento, all’appello circa 1,2 miliardi (stima del Sole24Ore), che dovrebbero essere reperiti con la legge di bilancio del 2018. Vogliamo essere ottimisti, ma visti i problemi riscontrati per avere il placet della Commissione Europea già per quest’anno, non sbagliamo a nutrire quantomeno dei dubbi sulla facilità di reperimento di questa copertura. E se la trovano, che cosa taglieranno?
5.    Lo scherzo. Con gli aumenti a regime, una platea di circa 800.000 lavoratori, di cui 250.000 solo nella scuola, perderebbe il diritto ad avere i famosi 80 euro (il cosiddetto "bonur Renzi"), perché il loro reddito annuale supererebbe il limite massimo previsto dalla legge per usufruire del bonus.. Per evitare questo rischio ci vogliono, secondo il governo, altri 140 milioni di euro; secondo i sindacati il doppio. Ma attenzione, perché la soluzione esiste già e sta nel nuovo contratto dei metalmeccanici: i soldi eventualmente persi vengono “recuperati” con prestazioni di welfare integrativo. Già, ma cos’è?
6.    Il welfare aziendale. L’ultima trovata di padroni e sindacati corporativi. Meno aumenti in cambio di una serie di prestazioni in campo sanitario (a fronte di un sistema pubblico sempre più allo sbando) che a volte restano inutilizzate. Risultato: sindacati contenti perché entrano nei cda dei fondi assicurativi preposti all’erogazione dei servizi; padroni contenti perché non pagano gli aumenti; lavoratori senza soldi e col concreto rischio di trovarsi – per ragioni di salute – a dipendere da servizi indissolubilmente legati al mantenimento del posto di lavoro. Ti licenziano? Niente più occhiali e visite specialistiche per te e la tua famiglia!
7.    Produttività e formazione. Si tratta di altri due cavalli di battaglia dei più recenti rinnovi. La misura della produttività è talmente arbitraria che già nell’intesa si traduce, concretamente, nell’obiettivo dell’aumento dei tassi medi di presenza: produttività, quindi, è uguale a lavorare di più. La formazione, invece, diventa sempre più centrale nei rinnovi contrattuali: obbligatoria, decisa dal padrone, verificabile. La legge 107 sulla scuola, ad esempio, impone 40 ore annue di formazione obbligatoria, ad oggi non ancora tradotta in nessun contratto e quindi non applicata. A regime, per gli insegnanti le ore di attività extradidattiche, tra consigli, organi collegiali e formazione, ammonteranno ad almeno 120, senza alcun riconoscimento economico.
8.    Prevalenza della contrattazione sulla legge. Dopo gli interventi brunettiani che avevano ribadito fortemente il primato della legge, nell’intesa le parti concordano sull’importanza di ridare peso alla contrattazione, anche e soprattutto per la determinazione dei criteri di erogazione del salario accessorio, dei bonus e dei premi. I sindacati, in cambio del silenzio e della connivenza di questi anni, portano a casa un grande risultato (per loro): tornare a contare qualcosa, come cogestori di soldi, clientele e potere. Complimenti!
Insomma, quest’intesa ci sembra una colossale presa in giro, dove di serio c’è solo la tempistica: come avevamo già scritto nei giorni scorsi, CGIL, CISL e UIL giocano, in queste settimane, chiaramente a favore del SI. E nel caso della CGIL, formalmente contraria, a noi vengono in mente quei giocatori che all’improvviso segnano nella propria porta, e a te rimane il sospetto che si siano venduti la partita...


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