Il presidente della Confindustria. Orsini dà voce alla
politica di tutti i padroni di non aumentare i salari degli operai, e
di contrastare ogni iniziativa in questo senso; il primo bersaglio è
il "salario minimo".
Con vari scritti,
soprattutto su Sole 24 Ore (in particolare uno del 4 aprile) Orsini
sostiene decisamente questa linea perchè - dice- che l'unica
cosa che deve aumentare è la produttività delle aziende.
In
questo si sbilancia a dare un giudizio positivo del governo
Meloni: "lavoro condiviso con il governo orientato a
rafforzare il sistema produttivo" e, quindi (?), a
"sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori".
Quindi, se si sostiene l'economia dei padroni, i loro profitti, si
sostiene il "potere d'acquisto dei lavoratori" -
Attenzione, non dice neanche "il salario dei lavoratori",
ma i lavoratori visti soprattutto come "consumatori".
Tra le misure più significative, dice Orsini, fatte
dal governo e la "detassazione degli aumenti salariali, per
favorire la crescita delle retribuzioni senza gravare sul
costo del lavoro delle imprese".
Da questa premessa, Orsini si lancia in un attacco
all'introduzione del salario minimo, fornendo una importante sponda
alla Meloni che ha ribadito il suo NO al salario minimo. Dice Orsini:
"Per raggiungere risultati duraturi, la risposta non può
essere l'introduzione di un salario minimo legale
generalizzato.
Sottolineiamo la parola generalizzato. Perchè quando indica come
alternativa al salario minimo "il rafforzamento della
contrattazione collettiva di qualità", chiarisce poi che
"questa rappresenta la via più efficace per garantire salari
adeguati, (MA) coerenti con le specificità dei
diversi settori e con l'andamento della produttività". Quindi
salari non uguali per tutti i lavoratori, appunto non
generalizzati dal sud al nord, ma dipendenti dalla situazione delle
aziende e soprattutto legate come un cappio al collo all'
"andamento della produttività". Torna di fatto la linea,
la volontà dell'introduzione di "gabbie salariali", certo,
moderne e un pò mascherate; torna la divisione tra i lavoratori; ma
soprattutto si auspica sempre di più che il
salario sia legato alle sorti del capitale: se queste vanno male
niente aumenti salariali e... più sfruttamento o cassintegrazione o
licenziamenti; se vanno bene, beh le aziende devono ancora recuperare
i periodi di magra...
Quindi: non si parli mai più di introduzione di un salario minimo
che - dice Orsini - "potrebbe non risultare in linea con
l'andamento dell'economia, della produttività e dell'occupazione".
Quindi, anche il minimo "salario minimo" potrebbe
per i padroni essere troppo per l'andamento della loro
economia.
E allora che salario vogliono dare? Ancora più basso del
salario minimo? O rendere il salario così dipendente dalla
produttività e dall'occupazione che deve essere iper flessibile in
basso. Per esempio, col ricatto dell'occupazione: ti riduco il
salario altrimenti licenzio...
Poi, a sgomberare il campo da qualsiasi tentativo di chiedere
aumenti salariali almeno per recuperare quello che si è perduto in
tutti questi anni, per recuperare un salario che il capitale con i
suoi interventi ha già abbassato; almeno per ripristinare il prezzo,
il valore della merce forza-lavoro, secondo la "legge" del
valore di scambio del capitale (che Marx ha ben spiegato), Orsini
aggiunge: "Il nodo centrale, tuttavia, resta la produttività.
Senza una crescita della produttività non è possibile sostenere nel
lungo periodo una dinamica salariale positiva. Per questo -
continua - è essenziale proseguire, anche in
collaborazione con il Governo, nel rafforzamento degli
investimenti in innovazione, digitalizzazione e sviluppo delle
competenze, creando le condizioni per un salto di qualità del nostro
sistema industriale". Uno spera che alla fine, facendosi il
mazzo, vi sia la speranza di un "salto di qualità" nella
"dinamica salariale"..., invece no, il salto, cari
operai, è sempre e solo per il loro sistema industriale, cioè per i
loro profitti.
Ma a questo punto, per non aumentare sic et simpliciter i salari,
per far accettare la favola nera che va a vantaggio anche degli
operai l'aumento della produttività delle aziende, invece che
perseguire ciecamente e in modo incosciente la difesa dei
loro interessi di lavoratori, sono fondamentali... chi? Ma i
sindacati!
"In questo quadro, il ruolo della contrattazione
collettiva - dice Orsini - resta decisivo, ha storicamente
garantito equilibrio tra esigenze delle imprese e tutela del lavoro".
Ma storicamente la contrattazione collettiva, le organizzazioni
sindacali non erano lo strumento dei lavoratori per strappare
miglioramenti delle loro condizioni di lavoro e salariali, sempre
peggiorati dai padroni? Ora invece Orsini, con tutti i padroni, dice
che invece garantiscono un equilibrio tra interessi
oggettivamente opposti. L'interesse dei capitalisti è sempre e solo
lo sfruttamento al massimo possibile della forza-lavoro, aumentando
il tempo di lavoro gratis in termini assoluti e relativi (e qui è
importante, appunto, l'aumento della "produttività") e
riducendo fino al limite possibile il tempo di lavoro necessario per
ricostruire la forza-lavoro. D'altra parte, Orsini non dice "tutela
dei lavoratori", ma "tutela del lavoro".
Aggiunge poi: "è necessario definire criteri
chiari per individuare in ciascun settore il contratto collettivo
nazionale di riferimento sottoscritto dalle organizzazioni
comparativamente più rappresentative". Chiariamo che sta
significando questo per i lavoratori. Quello che sta succedendo negli
appalti delle grandi fabbriche - prendiamo l'esempio dell'ex Ilva -
in realtà è questo; il ccnl di riferimento sta diventano il ccnl
Multiservizi più favorevole per le aziende, che sostituisce da un
giorno all'altro quello, metalmeccanico, più favorevole per i
lavoratori, E questo viene fatto con formale accordo dei sindacati
"più rappresentativi", Fiom, Fim, Uilm.
Quindi
l'individuazione per ciascun settore del contratto collettivo
nazionale avviene sempre più solo e soltanto sulla base dei criteri
dei padroni di ridurre il costo del lavoro, dare salari più bassi, e
condizioni di minori diritti e tutele.
E a scanso di equivoci, Orsini conclude "E' su questo
equilibrio, frutto della collaborazione tra Governo, Sindacati e
Parti datoriali, che si gioca il futuro del Paese".
E così i lavoratori sono belli e sistemati...
Ma, in realtà, quello che emerge da questi piani dei padroni è
proprio la centralità della lotta per il salario. Questa
lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata come decisiva o
annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello
straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni
pasto, ecc.) è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di
lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per
salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei
lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di
classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"),
di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.
Proprio perchè la lotta per
il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista,
lo sfruttamento da parte del capitale, creando nel contempo esso
stesso i "becchini" che lo rovesceranno, allora non fare
questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il
sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve
lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che
determinano questi effetti.
Chi vuole togliere agli operai il
terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti
salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di
fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di
questo sistema.