Il
27 marzo scorso Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo dal tono
rassegnato sulla ex Fiat-ex Blutec di Termini Imerese proprio con il
titolo “Termini Imerese, il rilancio industriale resta
sulla carta”.
Come
sanno i lettori del nostro blog, è fin dalla chiusura dello
stabilimento ex Fiat di Termini Imerese avvenuta il 31 dicembre del
2011, che diciamo che lasciare l’iniziativa nelle mani dei padroni,
dei sindacati confederali e della burocrazia parassitaria della
Regione Sicilia, significava dare per persa la battaglia per la
salvaguardia dei posti di lavoro per gli oltre 700 operai dell’epoca,
adesso ridotti a circa 300. E così è. Non aver preso la lotta nelle
proprie mani e soprattutto aver fatto affidamento alla cassa
integrazione (che è diventata una vera e propria trappola) che da
breve diventa sempre più lunga e che di fatto “accompagna” gli
operai fuori dalla fabbrica, ha portato a questo risultato.
L’articolo
che riportiamo in parte sotto è un riassunto della vicenda. Nel
frattempo il nome dell’assessore alle attività produttive Tamajo
che doveva risolvere la crisi, è saltato fuori in una
intercettazione fra mafiosi che avrebbero contribuito alla sua
campagna elettorale per le Europee.
**
Termini
Imerese, il rilancio industriale resta sulla carta
Sicilia
A
rilento la riconversione dell’area ex Fiat; a novembre scade la
cassa integrazione. Molti imprenditori pronti a investire ma le zone
Asi in liquidazione sono bloccate
A
Termini Imerese (Palermo) il futuro arriva sempre per annunci. È
accaduto nel 2015, quando Blutec
ha
rilevato lo stabilimento Fiat promettendo una nuova stagione
industriale. È accaduto a maggio 2024, quando il ministro Adolfo
Urso ha presentato l’imprenditore italo-australiano Ross Pelligra
come l’uomo capace di riaccendere l’ex stabilimento Fiat. Oggi, a
quasi due anni di distanza, la fabbrica è ancora ferma, gran parte
dei 350 lavoratori assunti dalla nuova società sono in cassa
integrazione e il rilancio continua soprattutto nei documenti.
Sulla
carta il progetto esiste e i lavori, almeno in parte, sono partiti.
Da marzo 2025 sono state avviate attività preliminari, rilievi,
ricostruzione documentale, mappatura degli impianti, organizzazione
del personale. In cantiere opera una sessantina di addetti. Ma si
resta ancora nella fase preparatoria: pulizia, smantellamento, messa
in sicurezza. Il cronoprogramma indicava i lotti 2 e 3 pronti nel
primo trimestre del 2026 e una disponibilità parziale del lotto
principale non prima del secondo trimestre. In altre parole: la
produzione vera è rimasta lontana.
Nel
frattempo è cambiata anche la governance dell’operazione. Ross
Pelligra è sceso al 10% della società, mentre la maggioranza è
passata all’imprenditore catanese Gaetano Nicolosi insieme al
Consorzio Caec di Comiso. Un passaggio che ha aperto un contenzioso
legale ancora in corso e che ha aggiunto ulteriore incertezza a un
progetto che avrebbe dovuto attrarre grandi player industriali. Ma di
grandi aziende, finora, non se n’è vista neanche una. Il bando da
15 milioni, pensato come leva per richiamare investitori, ha raccolto
l’interesse di appena tre piccole imprese locali. Nessun gruppo
internazionale.
Dentro
lo stabilimento qualcosa si muove. Sono in corso smantellamenti,
bonifiche, adeguamenti strutturali, rifacimento di reti e impianti. È
previsto anche un impianto fotovoltaico da 30 MW, con un investimento
stimato attorno ai 20 milioni di euro. I lavori sui lotti 2 e 3, per
circa 17.500 metri quadrati complessivi, valgono quasi 5 milioni.
L’obiettivo è rendere le aree disponibili per futuri insediamenti
produttivi. Ma questi insediamenti non ci sono.
Sul
tavolo restano oltre 100 milioni pubblici, tra fondi nazionali e
regionali, a cui si aggiungono circa 20 milioni che la nuova
proprietà sostiene di aver già investito. Gli impegni economici,
confermano anche i sindacati, vengono rispettati anche se in
ritardo. Ma il nodo non è finanziario. È industriale. Senza
aziende che entrano e producono, il sito resta un cantiere. E il
tempo stringe: a novembre 2026 scadono i due anni di cassa
integrazione in deroga previsti. Se non arriverà una
svolta, il problema sociale rischia di riesplodere.