Da
ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 12 gennaio
Perché
No al Fondo
Flacks?
Perché le prime notizie che riceviamo dalla stampa non depongono
certo a favore di questo Fondo americano.
Innanzitutto,
in altre realtà in cui è intervenuto, in particolare in Germania, è
diventato noto per i fallimenti a cui ha portato le aziende che aveva
comprato.
Questo
fondo risulta avere la sua sede nel mega palazzo/torre di
Trump.
Questo fondo ha finanziato periodicamente l'ala più
oltranzista e sionista dello Stato di Israele, quella che si è resa
protagonista della politica di genocidio a Gaza e sponsor delle
organizzazioni che sostengono i coloni israeliani che stanno
occupando la Cisgiordania.
Chiaramente
siamo in un mondo capitalista/imperialista globalizzato, e qualcuno
può dire: gli affari sono affari, ma fino a un certo punto! E ci fa
specie che chi dice di rappresentare i lavoratori non dicano nulla su
tutto questo.
Praticamente
il governo Urso/Meloni è
passato da un grande gruppo industriale siderurgico,
come ArcelorMittal,
che naturalmente nessuno rimpiange, ma che era allora il primo
produttore d'acciaio nel mondo, a un Fondo che non si è mai occupato
di acciaio.
Non
ha senso che lo Stato contribuisca a un Fondo che gestirà a sua
immagine e somiglianza sia il piano industriale sia il futuro
dell'Ilva e
di questa città.
In
questo momento è pervenuta la tragica notizia: un altro operaio è
morto stamattina. Non sappiamo ancora esattamente le
circostanze. Intanto facciamo le nostre condoglianze alla famiglia e
ai suoi colleghi di lavoro.
Ecco,
questa fabbrica che sembrerebbe non produttiva però qualcosa la
produce quotidianamente. Non parliamo solo dell'inquinamento, ma
dell'insicurezza dei lavoratori, dell'insicurezza di vita,
dell'insicurezza di futuro, dell'insicurezza.
Questa
situazione non può andare avanti così! I sindacati tutti devono
esprimere un movimento reale che risponda agli interessi generali
reali degli operai.
Questa
gara oscura fatta dal governo Urso/Meloni, tenuta a riparo dalle
osservazioni che sono venute dalle organizzazioni sindacali, pone in
modo chiaro che noi non possiamo affidare il futuro del più grande
stabilimento siderurgico, non solo del nostro Paese ma uno dei più
grandi d'Europa, il futuro di migliaia di operai - tuttora l’Ilva è
la fabbrica esistente in questo Paese col più alto numero di
lavoratori, ad un piano che vede nelle soluzioni di questa fabbrica,
all’interno della trasformazione dell'economia in economia di
guerra, la produzione di acciaio legata agli armamenti, alla guerra.
E questo, oltre a non rispondere ai nostri criteri morali e politici
con cui operiamo, sicuramente non ci sembra che debba essere il
futuro degli operai.
La
questione di fondo rimane sempre quella. Non si capisce perché lo
Stato dovrebbe dare soldi per cassintegrazione di quasi 5mila operai,
soldi per essere parte della governance di questa nuova avventura
industriale, e non invece assumere direttamente la gestione di questo
stabilimento. Ma anche su questo non basta parlare di
“nazionalizzazione”, bisogna raccogliere le richieste dei
lavoratori, sia quelle ufficiali che vengono portate dai sindacati,
sia le tante che maturano nelle file degli operai.
Noi
abbiamo raccolto 600 firme nello stabilimento che pongono dei paletti
fondamentali.
Il
primo paletto è chiaramente quello del No agli esuberi e invece
l'impiego di tutti i lavoratori nell'area industriale, presso un solo
soggetto industriale, perché questo garantisce che il rapporto tra
lavoro e salute, lavoro e bonifica della fabbrica e area industriale
possa avere un unico indirizzo, un unico criterio di gestione, e
tuteli realmente i lavoratori, integrando in un unico asset
industriale sia il momento produttivo sia il momento delle bonifiche.
La
seconda questione è l'estensione delle tutele dei lavoratori
dell'appalto. I lavoratori dell'appalto vengono licenziati, non
ricevono stipendi, tredicesime puntuali, tantissimi hanno contratti a
termine di mesi, e il loro contratto è stato cambiato negli anni da
metalmeccanico a multiservizi; vivono in condizioni di insicurezza
lavorativa molto più precarie degli operai dello stabilimento; però
quando si pensa a una soluzione, loro non sono all’Ordine del
giorno. Qualsiasi soluzione li deve riguardare, dall’integrazione
della cassintegrazione alla parità con tutti i lavoratori che sono
nell'area industriale.
Sul
fronte della sicurezza non si può parlare di emergenza e non
prendere misure d'emergenza. Da tempo noi insistiamo che vi sia una
postazione degli organi rispettivi, Ispettorato
del Lavoro, ASL/Spesal,
direttamente nella zona industriale, che possa funzionare sia da
controllo, da deterrenza e da immediato riferimento per quei
lavoratori e quei delegati sindacali che fanno davvero la loro parte
per intervenire subito. La casistica dei morti sul lavoro all’Ilva
ha visto diverse volte lavoratori e alcuni delegati che avevano
segnalato i pericoli, le violazioni alle norme di sicurezza e non è
successo niente.
Quindi
serve cambiare le regole di sicurezza e di controllo interno alla
fabbrica, soprattutto ora, in tutto questo periodo di cosiddetta
“transizione”.
Infine,
servono chiaramente misure che siano di risarcimento anche sociale
verso i lavoratori vittime di questo stabilimento insieme ai
cittadini. Misure che vanno in direzione dei benefici pensionistici
per amianto,
attività usuranti, ‘25
anni bastano’,
in una fabbrica siderurgica, per andare in pensione. Ma qui dobbiamo
dire che il Governo invece sta aumentando l'età pensionabile e ha
già detto No a tutte le misure di pre-pensionamento, e quindi questa
richiesta come farà ad essere accolta da questo Governo?
In
questo senso non basta che ci si lamenti. Occorre che queste
richieste entrino realmente al tavolo di discussione, in via
prioritaria rispetto al cambio di proprietà. Perché altrimenti, una
volta che c'è il cambio di proprietà, avremo lo scenario che
abbiamo avuto con altri padroni.
Tutto
questo è urgente e su questo faremo la nostra parte. I lavoratori in
tempi di crisi tendono a stringersi intorno ai sindacati ufficiali
perché pensano che li possano meglio tutelare. La realtà dimostra
esattamente il contrario.
Torniamo
alla morte di un altro operaio, questa volta un operaio
dell'Acciaieria
2.
L'operaio, Claudio
Salamida, aveva
47 anni, è precipitato per circa 7 metri, dal quinto al quarto
piano del convertitore 3 dell'Acciaieria, dove stava lavorando a
seguito del crollo di una pedana grigliata.
Già
questo fatto ci spiega lo stato effettivo degli impianti Ilva che,
nonostante i Commissari dicano che siano in manutenzione soprattutto
in questo periodo di transizione, è evidentemente che proprio lì
invece si manifestano le carenze più evidenti.
Ci
uniamo allo sciopero immediatamente indetto per 24 ore in tutto il
gruppo, in corso anche nelle ditte dell'appalto. Mandiamo un forte
abbraccio alla moglie e alla figlia di Claudio.
Da
tempo stiamo denunciando come in questa situazione non solo i
lavoratori sono messi in cassa integrazione ma quelli che lavorano
sono a rischio vita; non solo gli operai dell'Indotto trovano
difficoltà a prendere salari e tredicesima anche in occasione del
Natale; non solo siamo di fronte ad alcune aziende che hanno
annunciato chiusure come la Semat,
la Pitrelli;
non solo siamo di fronte ad aziende che rendono difficile la
continuità lavorativa quotidiana dei lavoratori (vedi
alla Castiglia ditta
dell'appalto ILVA operante al porto, i cui nostri rappresentanti
proprio questa mattina chiedevano un intervento immediato perché
potessero lavorare, perché potessero essere assorbiti i lavoratori
che sono stati mandati a casa e che vengano tutelati diritti,
sicurezza forme di organizzazione del lavoro che permettano
effettivamente un lavoro continuo), ma ora riprendono anche gli
infortuni mortali. E le responsabilità all'Ilva sono chiare, dal
governo ai Commissari.
L'appello
ad una nuova mobilitazione generale degli operai dell'appalto e della
Acciaieria è chiaramente ora assorbito dallo sciopero in corso;
però, e i lavoratori ce l'hanno sempre detto, proprio in occasione
dei morti sul lavoro la lotta non può durare né un turno né un
giorno perché è da tempo che gli operai hanno visto che questa
forma di protesta non ha portato a risultati concreti e le
dichiarazioni di circostanza che vengono da tutti non si traducono in
fatti concreti che cambino la condizione di insicurezza; la lotta
deve continuare fino a risultati effettivi a difesa della vita, della
salute, del futuro degli operai. Con gli operai che devono
ribellarsi, fermarsi, protestare quotidianamente di fronte a
situazioni di evidente insicurezza.
Noi
siamo contro la chiusura dell'ILVA. e non per una ideologia
industrialista ma perché gli operai sono la forza reale che può
contrastare all'interno di questo assetto industriale e di questa
città il piano che porta a meno lavoro, più morti in fabbrica;
nello stesso tempo fuori dalla fabbrica senza la forza determinante
dei lavoratori non è possibile unire tutte le istanze di questa
città che rivendicano la fine di una fabbrica capitalistica che
uccide, affermando ancora una volta che è il capitale che uccide e
la gestione capitalistica che uccide in fabbrica e fuori; e che
quindi abbiamo bisogno di ricostruire attraverso la lotta degli
operai una situazione per cui gli operai controllino la produzione e
possano mettere fine all'orrore senza fine rappresentato dalle
fabbriche della morte.
Oggi
ci troviamo in uno snodo fondamentale, abbiamo un governo che è
dall'altra parte. Come si può pensare che il governo Meloni-Urso,
che anche a livello europeo contrasta le misure ambientaliste, possa
realizzare nel nostro paese un risanamento dell'Ilva sul piano del
lavoro, della sicurezza, della salute? Come si può pensare che un
Fondo speculativo che finora si è distinto per fallimenti, possa
salvare il lavoro e la salute a Taranto e
negli altri siti? Dobbiamo smetterla con una trattativa governativa
così come è fatta adesso, a perdere.
Bisogna
ripartire con la lotta, facendo tesoro delle forme di lotta, ma non
dei contenuti di sapore corporativo, di Genova;
esse vanno estese anche a Taranto, perché quelle forme di lotta
possono supportare una piattaforma operaia alternativa e far pesare
realmente i lavoratori, molto di più degli impotenti sindacati
presenti in fabbrica.