SlaiCobas per il Sindacato di Classe
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mercoledì 29 aprile 2026
29 aprile - info: Stellantis - sempre più grave la crisi a Cassino - sempre più scaricata sui lavoratori, da padroni e governo Meloni/Urso
Stellantis, il baratro di Cassino: 18 giorni lavorati in 4 mesi e solo altre due settimane fino a luglio
La fabbrica occupa 2.100 dipendenti ed è praticamente ferma. Secondo indiscrezioni, è tra i quattro impianti interessati da una possibile co-gestione con i cinesi
Lavoreranno ad aprile – per la prima volta – il 29 e 30, gli ultimi due giorni del mese, poi si fermeranno per il Primo Maggio. Ma visto che in fabbrica ci sono entrati appena 18 giorni dall’inizio dell’anno non sarà esattamente la Festa del Lavoro. Per i 2.100 dipendenti della fabbrica di Stellantis a Cassino, in provincia di Frosinone, sarà molto più simile a un giorno come quasi tutti gli altri di questo 2026 vissuto sull’orlo del baratro, tra la produzione praticamente ferma e le voci – mai smentite – di una possibile “affitto” degli spazi a un costruttore cinese o, addirittura, di una vendita a un gruppo asiatico.
Il lavoro a singhiozzo
Nei prossimi mesi, non andrà meglio: secondo fonti sindacali, i ritmi che gli impianti hanno avuto da gennaio ad aprile non miglioreranno. Tra maggio e giugno – apprende Ilfattoquotidiano.it – sono previsti circa 14 giorni effettivamente lavorati e altre due settimane sarebbero in programma a luglio. Insomma, alla fermata estiva per le ferie mancano oltre tre mesi e solo uno sarà effettivamente passato all’interno della fabbrica che sorge tra Cassino e Piedimonte San Germano.
Solo 2.916 vetture in tre mesi
È il triste destino di uno stabilimento che, appena nove anni fa, sfornò 135mila automobili all’inizio di una missione produttiva sostanzialmente mai rinnovata. A dicembre 2024, davanti al ministro delle Imprese Adolfo Urso, Stellantis aveva previsto due modelli che avrebbero dovuto affiancare gli attuali, ma ha poi rivisto le sue priorità e sostanzialmente cancellato l’avvio dell’assemblaggio. Così il sito frusinate langue in un brodo stantio fatto di ammortizzatori sociali, uscite incentivate e turno unico. I dipendenti si sono dimezzati da 4.400 a 2.100 e nei primi tre mesi dell’anno sono stati prodotte appena 2.916 autovetture tra Alfa Romeo Giulia, Alfa Romeo Stelvio e Maserati Grecale. Numeri tragici, ancor più bassi del già drammatico 2025, rispetto al quale i volumi sono diminuiti del 37%
Lo spettro della cessione ai cinesi
Inevitabile, visto che i tre modelli assegnati risalgono all’epoca Marchionne (le due Alfa) o sono così cari da rappresentare una nicchia di una nicchia di mercato (il Grecale). Un quadro di fronte al quale lo spettro è quello di essere la prima fabbrica italiana ex Fiat a finire nelle mani di un costruttore straniero rompendo un monopolio produttivo, fuori dal lusso, che dura da un secolo. Da oltre un mese, infatti, Stellantis è al centro di voci riguardo alla possibilità di co-gestire o cedere i suoi impianti nel tentativo di alleggerire i costi in Europa e, al contempo, risolvere il problema della sovraccapacità produttiva. Il dialogo è fitto con Dongfeng ma interlocuzioni sono in corso anche con Xiaomi e Xpeng
29 aprile - Salario: "giusto" per chi?
Il governo Meloni ha varato giusto per il 1° Maggio il "Decreto lavoro", diciamo per guastare anche la festa dei lavoratori. Questo Decreto conferma la sintonia tra governo e padroni; in un certo senso le sue linee, obiettivi li aveva già ad inizio aprile tracciate il Presidente della Confindustria, Orsini - e Meloni li codifica in legge. Per questo, in attesa di dire qualcosa sul decreto del governo, ripubblichiamo la nota che abbiamo fatto sulle dichiarazioni di Orsini.
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Il presidente della Confindustria. Orsini dà voce alla politica di tutti i padroni di non aumentare i salari degli operai, e di contrastare ogni iniziativa in questo senso; il primo bersaglio è il "salario minimo".
Con
vari scritti, soprattutto su Sole 24 Ore (in particolare uno del 4
aprile) Orsini sostiene decisamente questa linea perchè - dice-
che l'unica cosa che deve aumentare è la produttività delle
aziende.
In questo si sbilancia a dare un giudizio positivo
del governo Meloni: "lavoro condiviso con il governo
orientato a rafforzare il sistema produttivo" e, quindi
(?), a "sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori".
Quindi, se si sostiene l'economia dei padroni, i loro profitti, si
sostiene il "potere d'acquisto dei lavoratori" -
Attenzione, non dice neanche "il salario dei lavoratori",
ma i lavoratori visti soprattutto come "consumatori".
Tra le misure più significative, dice Orsini, fatte dal governo e la "detassazione degli aumenti salariali, per favorire la crescita delle retribuzioni senza gravare sul costo del lavoro delle imprese".
Da questa premessa, Orsini si lancia in un attacco all'introduzione del salario minimo, fornendo una importante sponda alla Meloni che ha ribadito il suo NO al salario minimo. Dice Orsini: "Per raggiungere risultati duraturi, la risposta non può essere l'introduzione di un salario minimo legale generalizzato.
Sottolineiamo la parola generalizzato. Perchè quando indica come alternativa al salario minimo "il rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità", chiarisce poi che "questa rappresenta la via più efficace per garantire salari adeguati, (MA) coerenti con le specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività". Quindi salari non uguali per tutti i lavoratori, appunto non generalizzati dal sud al nord, ma dipendenti dalla situazione delle aziende e soprattutto legate come un cappio al collo all' "andamento della produttività". Torna di fatto la linea, la volontà dell'introduzione di "gabbie salariali", certo, moderne e un pò mascherate; torna la divisione tra i lavoratori; ma
soprattutto si auspica sempre di più che il salario sia legato alle sorti del capitale: se queste vanno male niente aumenti salariali e... più sfruttamento o cassintegrazione o licenziamenti; se vanno bene, beh le aziende devono ancora recuperare i periodi di magra...
Quindi: non si parli mai più di introduzione di un salario minimo che - dice Orsini - "potrebbe non risultare in linea con l'andamento dell'economia, della produttività e dell'occupazione". Quindi, anche il minimo "salario minimo" potrebbe per i padroni essere troppo per l'andamento della loro economia.
E allora che salario vogliono dare? Ancora più basso del salario minimo? O rendere il salario così dipendente dalla produttività e dall'occupazione che deve essere iper flessibile in basso. Per esempio, col ricatto dell'occupazione: ti riduco il salario altrimenti licenzio...
Poi, a sgomberare il campo da qualsiasi tentativo di chiedere aumenti salariali almeno per recuperare quello che si è perduto in tutti questi anni, per recuperare un salario che il capitale con i suoi interventi ha già abbassato; almeno per ripristinare il prezzo, il valore della merce forza-lavoro, secondo la "legge" del valore di scambio del capitale (che Marx ha ben spiegato), Orsini aggiunge: "Il nodo centrale, tuttavia, resta la produttività. Senza una crescita della produttività non è possibile sostenere nel lungo periodo una dinamica salariale positiva. Per questo - continua - è essenziale proseguire, anche in collaborazione con il Governo, nel rafforzamento degli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sviluppo delle competenze, creando le condizioni per un salto di qualità del nostro sistema industriale". Uno spera che alla fine, facendosi il mazzo, vi sia la speranza di un "salto di qualità" nella "dinamica salariale"..., invece no, il salto, cari operai, è sempre e solo per il loro sistema industriale, cioè per i loro profitti.
Ma a questo punto, per non aumentare sic et simpliciter i salari, per far accettare la favola nera che va a vantaggio anche degli operai l'aumento della produttività delle aziende, invece che perseguire ciecamente e in modo incosciente la difesa dei loro interessi di lavoratori, sono fondamentali... chi? Ma i sindacati!
"In questo quadro, il ruolo della contrattazione collettiva - dice Orsini - resta decisivo, ha storicamente garantito equilibrio tra esigenze delle imprese e tutela del lavoro".
Ma storicamente la contrattazione collettiva, le organizzazioni sindacali non erano lo strumento dei lavoratori per strappare miglioramenti delle loro condizioni di lavoro e salariali, sempre peggiorati dai padroni? Ora invece Orsini, con tutti i padroni, dice che invece garantiscono un equilibrio tra interessi oggettivamente opposti. L'interesse dei capitalisti è sempre e solo lo sfruttamento al massimo possibile della forza-lavoro, aumentando il tempo di lavoro gratis in termini assoluti e relativi (e qui è importante, appunto, l'aumento della "produttività") e riducendo fino al limite possibile il tempo di lavoro necessario per ricostruire la forza-lavoro. D'altra parte, Orsini non dice "tutela dei lavoratori", ma "tutela del lavoro".
Aggiunge
poi: "è necessario definire criteri chiari per individuare
in ciascun settore il contratto collettivo nazionale di riferimento
sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più
rappresentative". Chiariamo che sta significando questo per
i lavoratori. Quello che sta succedendo negli appalti delle grandi
fabbriche - prendiamo l'esempio dell'ex Ilva - in realtà è questo;
il ccnl di riferimento sta diventano il ccnl Multiservizi più
favorevole per le aziende, che sostituisce da un giorno all'altro
quello, metalmeccanico, più favorevole per i lavoratori, E questo
viene fatto con formale accordo dei sindacati "più
rappresentativi", Fiom, Fim, Uilm.
Quindi
l'individuazione per ciascun settore del contratto collettivo
nazionale avviene sempre più solo e soltanto sulla base dei criteri
dei padroni di ridurre il costo del lavoro, dare salari più bassi, e
condizioni di minori diritti e tutele.
E a scanso di equivoci, Orsini conclude "E' su questo equilibrio, frutto della collaborazione tra Governo, Sindacati e Parti datoriali, che si gioca il futuro del Paese".
E così i lavoratori sono belli e sistemati...
Ma, in realtà, quello che emerge da questi piani dei padroni è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata come decisiva o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.) è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.
Proprio
perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del
sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale, creando
nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno,
allora non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più
generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve
dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche
contro la cause che determinano questi effetti.
Chi vuole togliere
agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta
per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato,
ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la
permanenza di questo sistema.
martedì 28 aprile 2026
28 aprile - info da tarantocontro: “Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico” FIOM info - in coda posizione dello Slai Cobas Taranto
senza rottura trattativa e lotta, non esistono soluzioni favorevoli ai lavoratori - sotto questo articolo ribadiamo la posizione dello Slai Cobas per il sindacato di classe - che sarà confermata ed espressa il 30 mattina ore 6 alle ditte - nel quadro dell'iniziativa per il primo maggio proletario e internazionalista info 3519575628
Unica soluzione per Ilva è intervento pubblico”
La vertenza ex Ilva sembra non avere mai fine, con l’aggravante che il tempo trascorre inesorabilmente. Dal 26 luglio 2012 sono trascorsi 14 anni e le problematiche ambientali, occupazionali e impiantistiche aumentano senza che ci sia una via d’uscita che garantisca una vera prospettiva di transizione ecologica e sociale. Parte da qui la riflessione di Francesco Brigati, segretario generale Fiom Cgil Taranto, sulla situazione del siderurgico di Taranto. “Paghiamo le conseguenze di scelte sbagliate dei governi che si sono succeduti negli anni, intervenuti con decreti d’urgenza, spostando in avanti le scelte di politica industriale che avrebbero dovuto garantire la messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti. Siamo alla seconda amministrazione straordinaria, subentrata a febbraio 2024 a seguito di una gestione scellerata e predatoria da parte di ArcelorMittal che, di fatto, aveva un obiettivo: fermare gli impianti con modalità operative non previste, in modo da danneggiarli anche nell’eventuale ripartenza, così come avvenuto con AFO/2”, ricorda Brigati. Che contesta ancora una volta al governo “di aver proceduto alla realizzazione del bando di vendita internazionale in assenza del compimento del piano di ripartenza che avrebbe dovuto garantire la messa in sicurezza degli impianti e la continuità produttiva necessaria ad accompagnare il processo di vendita di un’azienda competitiva sul mercato italiano e internazionale”. Piano che prevedeva, entro la metà del 2026, la messa in funzione a regime di 3 altiforni e degli impianti di tutti i siti, con la progressiva ripresa e l’incremento dei volumi, con la conseguente certezza di riduzione della cassa integrazione, che partiva da un numero massimo di 4050 su 9869 lavoratori coinvolti, fino ad azzerarsi tra marzo e giugno 2026, con il rientro di tutti e senza alcun esubero strutturale. Ritardato a seguito delle difficoltà economiche e finanziarie della gestione commissariale. Infatti, secondo il piano di marcia, AFO/1 si sarebbe dovuto fermare a marzo del 2025 per consentire la ripartenza di AFO/2. “Il 7 maggio scorso è divampato un incendio su AFO/1, che ha determinato uno stravolgimento degli assetti di marcia, ma soprattutto un cambio di strategia da parte del governo, che si affida, ancora una volta, al bando di vendita internazionale come unica soluzione alla vertenza ex Ilva, nonostante i solleciti delle organizzazioni sindacali a prevedere misure straordinarie necessarie a garantire la sicurezza sugli impianti e un’azienda competitiva”, prosegue il segretario della Fiom. A novembre, infatti, c’è stata la presentazione del piano corto “che, sin da subito, ci è apparso come un piano di chiusura in quanto prevedeva, oltre all’aumento del numero dei lavoratori collocati in Cigs e la fermata di altri impianti, risorse disponibili appena sufficienti a garantire la marcia degli impianti fino al 28 febbraio 2026. Il governo ha deciso che l’unico modo per garantire quel poco di produzione era chiudere le batterie – a inizio gennaio 26 – e affidarsi a possibili acquirenti che, in quella fase, corrispondevano a due fondi di investimenti speculavi”. Situazione a cui i sindacati hanno risposto a dicembre con scioperi e mobilitazioni. “L’impossibilità di garantire una manutenzione programmata ha portato a ridurre gli interventi e in alcuni casi ad intervenire solo sulle emergenze, fino ai due incidenti mortali che hanno coinvolto Claudio Salamida, 45 anni, e Loris Costantino, 37 anni. Una condizione verificatasi per scelte governative sbagliate perché quando decidi di disinvestire a pagarne il duro prezzo sono sempre i lavoratori – denuncia Brigati -. Per tali ragioni abbiamo scioperato unitariamente perché chiediamo da tempo interventi ordinari e straordinari, ma le nostre richieste sono rimaste inascoltate. Dall’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo preteso risposte chiare sul tema della sicurezza e siamo riusciti ad ottenere un tavolo alla presenza anche del Ministero del Lavoro presso lo stabilimento di Taranto con i funzionari del Ministero del Lavoro. Resta però il problema della mancanza di liquidità, perché servono risorse ingenti per affrontare sicurezza e garantire continuità produttiva”. “Il bando di vendita internazionale – come ribadito dalla Fiom Cgil – è stato sin dall’inizio un’accelerazione inspiegabile da parte del governo: inefficace per le condizioni in cui versa lo stabilimento, con un solo altoforno in marcia e con problemi su AFO/4 e su AFO 1. Avevamo sostenuto che fosse necessario garantire l’attuazione del piano di ripartenza, che prevedeva tre altoforni in marcia, sei milioni di tonnellate e zero esuberi al termine del percorso. Il governo ha invece scelto di non intervenire sull’ex Ilva, limitandosi a un prestito ponte in una situazione che richiedeva investimenti strutturali e garanzie sul processo di transizione ecologica. Il bando di vendita è un flop. I fondi di investimento speculatevi offrono 1 euro e nessuna garanzia occupazionale e ambientale“. “Su Flacks Group pesa l’assenza di un piano economico e industriale. La società propone che lo Stato attivi una linea di credito temporanea, uno strumento finanziario di 6 mesi – massimo un anno per riaccendere gli altiforni su basi finanziarie solide. Siamo all’assurdo! Il privato che decide di investire ma con i soldi pubblici e quanto fatto fino ad oggi dal Ministro Urso dimostra l’incapacità o peggio ancora la volontà politica di dismetterla produzione di acciaio primario – afferma ancora Brigati -. Jindal, dal canto suo, propone un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate, mentre 4 milioni arriverebbero dalle acciaierie dell’Oman sotto forma di bramme, rendendo l’Italia dipendente dall’estero e privando Taranto dell’acciaio primario, in contrasto con i decreti che dal 2012 definiscono la siderurgia sito di interesse strategico. Le due proposte non soddisfano né la transizione ecologica né quella sociale, con pesanti ripercussioni occupazionali e un impatto devastante sull’indotto, dove già oggi centinaia di lavoratori affrontano procedure di licenziamento collettivo. “L’unica soluzione, più volte avanzata dalla Fiom Cgil dal sequestro preventivo degli impianti del 26 luglio del 2012, resta un intervento pubblico capace di garantire una transizione ecologica e sociale, perché l’Italia ha bisogno di acciaio e Taranto non può perdere l’occasione di realizzare una vera riconversione dopo decenni di produzione a carbone. Ciò che serve è stabilità, e la stabilità, anche per la sicurezza dei lavoratori, si ottiene solo con risorse certe e con un intervento pubblico che possa traguardare degli obiettivi chiari a partire dalla realizzazione del processo di decarbonizzazione e della salvaguardia occupazionale” conclude Francesco Brigati segretario generale Fiom Cgil Taranto.
Il sindacato chiede rottura con il Governo e annuncia la mobilitazione: “No alla cigs e a nuove cessioni”
redazione.taranto@buonasera24.it 24 Aprile 2026
Operai dell'ex Ilva (foto d'archivio)
TARANTO - Tono duro e senza mediazioni quello dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene nuovamente sulla vertenza ex Ilva denunciando quella che definisce una fase di stallo e chiedendo una svolta immediata. Nel comunicato, il sindacato esprime una posizione netta contro il confronto istituzionale in corso. “Basta con questa farsa dei tavoli romani”, afferma, sostenendo che l’assenza di un accordo concreto rende inutile il proseguimento delle trattative. Al centro della contestazione anche l’ipotesi di ricorso alla cassa integrazione straordinaria, considerata inaccettabile. “Se c’è mancato accordo, la cigs non si accetta e si contrasta”, viene ribadito. Lo Slai Cobas rilancia inoltre la richiesta di nazionalizzazione del gruppo siderurgico, opponendosi a qualsiasi ipotesi di cessione a soggetti privati. “Se vogliamo la nazionalizzazione e non la svendita dei lavoratori, allora bisogna impedirla con l’azione”, si legge nel documento, che invita a interrompere il dialogo con il Governo guidato da Giorgia Meloni e con il ministro Adolfo Urso. Nel mirino anche la gestione commissariale dell’impianto. Il sindacato denuncia una situazione critica sotto il profilo industriale e della sicurezza. “Se i commissari gestiscono il morto e i morti, devono andare via”, si legge nel comunicato, con un riferimento diretto alle condizioni di lavoro e alle criticità ambientali. Il documento richiama inoltre il tema della sicurezza negli stabilimenti e negli appalti, indicando la necessità di un cambio radicale di approccio. “Se il lavoro è mortale, bisogna stabilire la massima non collaborazione”, afferma il sindacato, chiedendo anche una presenza permanente negli impianti per monitorare la situazione. Tra le richieste avanzate vi è anche l’applicazione delle disposizioni della magistratura in materia ambientale. “Se si vogliono bloccare le fonti inquinanti, le indicazioni devono essere attuate e non ostacolate”, sottolinea lo Slai Cobas, che richiama in particolare le criticità legate alla centrale elettrica. Il sindacato amplia infine il fronte della protesta anche ad altri comparti collegati all’indotto. In riferimento agli autotrasportatori, viene evidenziato l’impatto del caro energia. “Se i costi mettono in crisi il settore, il servizio si blocca”, si legge nel comunicato. La conclusione è un appello alla mobilitazione generale. “Non c’è altra strada che la lotta su tutto e di tutti”, afferma lo Slai Cobas, invitando lavoratori e cittadini a partecipare allo sciopero generale proclamato per il 29 maggio.
28 aprile - La grande lotta dei minatori in Turchia - info e il sostegno di ATIK lavoratori turchi in Europa
We Condemn the Police Attack on Doruk Mining Workers!
The Miners’ Resistance Is Our Resistance! Long Live International Solidarity!
ATIK
articolo informativo https://it.insideover.com/economia/turchia-la-protesta-dei-minatori-che-il-potere-vorrebbe-nascondere.html
Turchia, la protesta dei minatori che il potere vorrebbe nascondere La decisione dei minatori di attuare uno sciopero della fame per i salari arretrati rivela una seria crepa politica.
Minatori senza salario, istituzioni senza risposte. In Turchia la vicenda dei 110 minatori fermati ad Ankara racconta molto più di una semplice protesta sindacale. Racconta un Paese in cui una parte del mondo del lavoro, privata di stipendi arretrati e indennità di licenziamento, è costretta a ricorrere a forme estreme di pressione pur di ottenere ascolto. I lavoratori coinvolti avevano già compiuto quasi duecento chilometri a piedi dalla provincia di Eskisehir per arrivare davanti al ministero dell’Energia. Non erano lì per mettere in scena una provocazione politica, ma per reclamare ciò che ritenevano un diritto elementare: essere pagati.
La loro decisione di iniziare uno sciopero della fame davanti ai cancelli del ministero indica il livello di esasperazione raggiunto. Quando il salario non arriva più, la protesta smette di essere una semplice vertenza e diventa una questione di sopravvivenza. Ed è qui che il caso assume un rilievo politico più ampio. Perché di fronte a una richiesta tanto radicale quanto essenziale, la risposta iniziale dello Stato non è stata un tavolo di confronto, ma l’intervento delle forze dell’ordine, il fermo all’alba, quattordici ore di custodia e poi il rilascio.
Il corpo dei lavoratori come atto d’accusa
I minatori protestavano contro il mancato pagamento di salari arretrati e indennità di licenziamento da parte della società Doruk Mining. Alcuni di loro avevano scritto sul proprio corpo frasi di denuncia sulle condizioni di vita e di lavoro. È un dettaglio che pesa, perché mostra fino a che punto la protesta sia uscita dai confini ordinari della mediazione sindacale. Quando il lavoratore usa il proprio corpo come superficie di denuncia, significa che considera falliti i canali normali di interlocuzione. Significa che tra
l’impresa, le istituzioni e chi lavora si è aperto un vuoto che non viene più colmato né dalla legge né dalla politica.
Il fatto che i manifestanti stessero semplicemente cercando di incontrare un responsabile del ministero dell’Energia rende il quadro ancora più eloquente. Non chiedevano l’impossibile. Chiedevano di essere ricevuti. Eppure anche questa soglia minima è stata respinta. Il ministero, una volta emerso il caso, ha preferito non commentare. Un silenzio che vale quasi quanto una chiusura esplicita, perché conferma la tendenza a trattare il conflitto sociale come fastidio da contenere, non come questione da risolvere.
La miniera come specchio della crisi sociale turca
Il settore minerario turco da anni resta uno dei più esposti alle tensioni legate a salari, sicurezza e diritti del lavoro. Per questo la vicenda di Ankara non può essere ridotta a episodio isolato. Essa illumina una fragilità strutturale: la crescita economica e la modernizzazione proclamata non cancellano affatto le sacche di sfruttamento, di precarietà e di marginalizzazione che continuano a segnare il mondo operaio. Dietro questi 110 minatori c’è un’intera questione sociale che riemerge con forza: imprese che non pagano, lavoratori che si sentono abbandonati, istituzioni che intervengono più rapidamente per bloccare la protesta che per sanare l’ingiustizia.
Da questo punto di vista, Ankara diventa il luogo simbolico di una contraddizione più ampia. La Turchia ambisce a presentarsi come potenza regionale, Stato solido, economia dinamica, ma poi si ritrova davanti a operai costretti alla marcia, alla fame e alla detenzione temporanea pur di far valere diritti primari. È qui che la distanza tra immagine ufficiale e realtà sociale si fa più vistosa.
Il potere teme il contagio del malcontento
Il sindacato, attraverso il suo presidente Gökay Çakir, ha dichiarato che la mobilitazione continuerà e che i lavoratori torneranno finché i loro diritti non saranno rispettati. Questo annuncio apre un problema non secondario per il potere politico. Perché ogni vertenza del lavoro, se resta senza risposta, rischia di allargarsi sul piano simbolico. Non riguarda più solo i minatori, ma tutti coloro che si riconoscono nell’idea di essere lasciati soli davanti ad abusi economici e disinteresse istituzionale.
Non a caso la protesta ha raccolto il sostegno di figure dell’opposizione, tra cui Özgür Özel, leader del principale partito avversario del governo. Anche questo passaggio è rilevante. Significa che la questione sociale può rapidamente trasformarsi in terreno di scontro politico. E per un potere abituato a dominare il discorso pubblico con i temi della sicurezza, dell’identità nazionale e della stabilità, le lotte salariali sono pericolose proprio perché parlano una lingua concreta, immediata, difficilmente neutralizzabile: la lingua della paga mancata, del licenziamento, dell’umiliazione.
La vera crepa
Il caso dei minatori di Ankara mostra dunque una crepa profonda. Non soltanto l’esistenza di tensioni persistenti nel settore minerario, ma anche la difficoltà crescente delle istituzioni turche nel gestire il dissenso sociale senza ricorrere a strumenti di pressione e contenimento. Quando il potere reagisce a una domanda di giustizia salariale con il fermo di massa, manda un messaggio preciso: il problema non è ciò che i lavoratori hanno subito, ma il fatto che lo rendano pubblico.
Ed è questo, in fondo, l’elemento più grave. Perché segnala un sistema in cui il conflitto sociale non viene assorbito attraverso la trattativa, bensì trattato come minaccia all’ordine. Ma un disagio che nasce dalla fame, dai salari non versati e dal senso di abbandono non scompare con quattordici ore di fermo. Al contrario, tende a radicarsi e a trasformarsi in una contestazione ancora più dura. La protesta dei minatori, perciò, non parla solo di una vertenza sul lavoro. Parla di una Turchia in cui le crepe sociali continuano ad allargarsi sotto la superficie del controllo politico.
in via di traduzione
We Condemn the Police Attack on Doruk Mining Workers!
28 aprile - un articolo condivisibile: NELLE MORTI DEGLI OPERAI NON ESISTE ALCUNA FATALITÀ
La scienza e la tecnica permettono oggi di identificare i rischi, individuare le criticità e implementare le azioni correttive che possono garantire la sicurezza e prevenire qualsiasi incidente. Ma per i padroni prima di ogni accorgimento viene la ricerca del massimo profitto
Tragica fatalità. Nelle morti di operai sul lavoro, anche in quelle che sembrano le meno casuali, si insinua, fra i compagni di lavoro, fra i parenti e gli amici, fra chi rimane e chi guarda, un amaro senso di ineluttabilità. Come se l’evento mortale sia in qualche modo – un modo non spiegato – legato a categorie irrazionali come il destino avverso e la sfortuna e quindi sia stato, per sua intima natura, imprevedibile e quindi ineluttabile, davanti al quale l’unica reazione possibile sia accettarlo e tacere. Non a caso il termine che più frequentemente si associa alla morte di un operaio è disgrazia (“Che disgrazia!”, “La disgrazia è avvenuta…”), che significa evento infausto, sventura o grave sfortuna! Questa codificazione della morte di un operaio crea le condizioni per un’organizzazione mentale e psicologica che porta alla rassegnazione, all’adattamento a una nuova realtà umana, familiare e amicale, priva dell’operaio deceduto, in fin dei conti all’assenza della ricerca dei responsabili della morte dell’operaio.
Nella morte di ogni operaio che lavora per un qualsivoglia padrone non esiste, invece, alcuna fatalità, non esiste una briciola di casualità. E questo vale non solo per gli eventi mortali, ma anche per gli infortuni che provocano un danno fisico all’operaio e pure per quelle situazioni di rischio che per un nulla non hanno causato un infortunio o, peggio, una morte. Detto in altre parole nessuna morte, nessun infortunio, nessun mancato danno è conseguenza di un avvenimento inatteso. Non esistono “incidenti”, termine che porta con sé un inevitabile nesso di casualità, ma morti messe nel conto della produzione per il profitto come prezzo naturale da pagare. Morti, giusto per fare qualche esempio, come quelle degli operai Claudio Salamida e Loris Costantino caduti da passerelle malmesse cedute sotto il loro peso, perché prive da anni di manutenzione, all’ex Ilva di Taranto o come quella di Luana D’Orazio intrappolata in un orditoio manomesso per farlo andare più veloce in un’industria tessile di Prato o come quelle dei cinque operai costretti a lavorare sui binari senza che fosse stato bloccato il passaggio dei treni e poi travolti da un treno in transito a 160 km/h a Brandizzo (TO).
lunedì 27 aprile 2026
27 aprile - Da Slai Cobas sc TA: NON C'E' FESTA IL 1° MAGGIO, SE SI MUORE SUL LAVORO
questo significa affermare il 1 maggio come giornata di lotta e non di festa
e l'impegno nella lotta contro i morti sul lavoro, da lavoro e da inquinamento è centrale in questo primo maggio, è centrale tutti i giorni. è centrale nello sciopero generale annunciato per il 29 maggio
lo assumiamo come impegno in una città simbolo come Taranto, e in una fabbrica come l'ex Ilva appalto e indotto Taranto
30 aprile ore 6 presidio e comizio alla portineria delle ditte d'appalto
1 maggio Bari - manifestazione regionale
Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto
3519575628
Non c’è festa il 1 maggio, se si muore sul lavoro
26 Aprile 2026 Redazione Lascia un commento
di Umberto Franchi (*)
NON C’E’ FESTA DEL LAVORO PER CHI MUORE SUL LAVORO
PRIMO MAGGIO 2026 FESTA DEL LAVORO. MA CONTINUANO GLI OMICIDI SUL LAVORO.
COSA FARE PER IMPEDIRE LE STRAGI SUL LAVORO ?
Secondo i dati dell’Osservatorio di Bologna curato da Carlo Soricelli, nell’anno 2025 i morti sul lavoro sono stati 1.450 comprensivi di quelli in itinere e agricoli. Sono circa 4 lavoratori deceduti ogni 24 ore (3,95) con un incremento del 2,8%. Mentre gli infortuni sul lavoro divulgati dall’Inail sempre nell’anno 2025, sono stati 597.510 con più 1,5% rispetto al 2024. Quindi chi parla di stabilità o di riduzione delle morti sul lavoro e infortuni , mente sapendo di mentire. Sono “morte bianche” avvenute con persone schiacciate, cadute dai ponteggi, decapitati, stritolati, affogati, congelati, investite… Ogni anno i morti sul lavoro continuano ad aumentare con quasi 4 morti al giorno . Ai morti per infortuni sul lavoro vanno aggiunti quelli che muoiono a causa delle malattie professionali per patologie dovute alle esposizioni di sostanze tossiche presenti sul lavoro di varia natura (oltre 98.000 l’anno) … e, se poi si aggiungono quelle differite per infortunio e quelli non denunciate perché lavoranti a nero, i morti diventano ogni anno oltre 2.500. In questo contesto coloro che dovrebbero controllare le imprese : gli Ispettorati del Lavoro, negli ultimi 20 anni sono stati diminuiti , erano 5.000 nel 2005 oggi sono 3.160 ed hanno il compito immane di controllare ben 4.400.0000 aziende esistenti in Italia di oltre 17 milioni di lavoratori dipendenti. Si calcola che un’azienda in media viene controllata ogni 14 anni. Ma anche se il governo triplicasse il numero degli ispettori con nuove assunzioni , cosa che non fa, resterebbero comunque le stesse problematiche, per tre motivi :
primo, perché la legge che prevede il Testo Unico sulla Sicurezza fu depenalizzato all’inizio del 2011 dall’ultimo governo di Berlusconi e lasciata invariata da tutti gli altri governi , con la conseguenza che i datori di lavoro preferiscono pagare la multa piuttosto che investire sulla sicurezza…;
secondo , perché i motivi degli infortuni e morti sul lavoro, sono strettamente legate all’organizzazione del lavoro ed alla mancanza di interventi sulla medesima organizzazione nonché sulla mancanza investimenti adeguati sugli impianti e sui prodotti;
Terzo, le ragioni del di questo continuo massacro stanno anche nel fatto che da parte del governo Meloni, non è stato definito un preciso Piano di Intervento per prevenire e eliminare i rischi di infortuni sul lavoro , ma anzi sono state fatte leggi che incentivano le morti sul lavoro .
Oggi chi va al lavoro non sa se la sera tornerà a casa. Siamo in presenza di vera guerra che è in atto e in Italia. Essa rappresenta lo scontro tra capitale e lavoro! Occorre prima di tutto evidenziare che gli oltre 1400 morti sul lavoro ogni anno, sono causati da responsabilità dei datori di lavoro, che adottano una organizzazione del lavoro finalizzata ad incrementare i loro profitti! Gli aspetti fondamentali della causa delle morti sono questi.
venerdì 24 aprile 2026
25 aprile - info Taranto: Basta con questa farsa dei tavoli romani”, Ex Ilva, lo Slai Cobas proclama lo sciopero generale
Il sindacato chiede rottura con il Governo e annuncia la mobilitazione: “No alla cigs e a nuove cessioni”
redazione.taranto@buonasera24.it 24 Aprile 2026 - 09:28
TARANTO - Tono duro e senza mediazioni quello dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene nuovamente sulla vertenza ex Ilva denunciando quella che definisce una fase di stallo e chiedendo una svolta immediata.
Nel comunicato, il sindacato esprime una posizione netta contro il confronto istituzionale in corso. “Basta con questa farsa dei tavoli romani”, afferma, sostenendo che l’assenza di un accordo concreto rende inutile il proseguimento delle trattative. Al centro della contestazione anche l’ipotesi di ricorso alla cassa integrazione straordinaria, considerata inaccettabile. “Se c’è mancato accordo, la cigs non si accetta e si contrasta”, viene ribadito.
Lo Slai Cobas rilancia inoltre la richiesta di nazionalizzazione del gruppo siderurgico, opponendosi a qualsiasi ipotesi di cessione a soggetti privati. “Se vogliamo la nazionalizzazione e non la svendita dei lavoratori, allora bisogna impedirla con l’azione”, si legge nel documento, che invita a interrompere il dialogo con il Governo guidato da Giorgia Meloni e con il ministro Adolfo Urso.
Nel mirino anche la gestione commissariale dell’impianto. Il sindacato denuncia una situazione critica sotto il profilo industriale e della sicurezza. “Se i commissari gestiscono il morto e i morti, devono andare via”, si legge nel comunicato, con un riferimento diretto alle condizioni di lavoro e alle criticità ambientali.
Il documento richiama inoltre il tema della sicurezza negli stabilimenti e negli appalti, indicando la necessità di un cambio radicale di approccio. “Se il lavoro è mortale, bisogna stabilire la massima non collaborazione”, afferma il sindacato, chiedendo anche una presenza permanente negli impianti per monitorare la situazione.
24 aprile - DALLO Slai Cobas sc Taranto
Comunicato stampa.
Ex Ilva basta con questa farsa dei tavoli romani --se c'è mancato accordo - la cigs non si accetta e si contrasta - se vogliamo la nazionalizzazione e non svendita dei lavoratori di Flacks o Jindal - allora la si impedisce con l'azione_ rompendo la trattativa con il governo meloni Urso e procacciatori d'affari - se i commissari gestiscono il morto e i morti - se ne devono andare - se il lavoro è mortale - allora si stabilisce la massima non collaborazione nello stabilimento e nell'appalto e si chiede l' immediata presenza permanente della postazione effettiva - se si vuole bloccare le fonti inquinanti le disposizioni della magistratura e le inosservanze della centrale elettrica si attuano non si ostacolano - se il caro energia mette in crisi gli autotrasportatori operanti verso l'Ilva il servizio si blocca - ecc.
Non C'è altra strada che la lotta su tutto e di tutti - chiediamo a chi parla ad essere coerente qui è ora - lo Slai Cobas fa appello a tutti a muoversi da subito e a unirsi allo sciopero generale il 29 maggio
Slai
Cobas per il sindacato di classe Taranto - slaicobasta@gmail.com Wa
3529575628
giovedì 23 aprile 2026
23 aprile - info: Lula, Cina e schiavismo
Il caso Byd scuote il Brasile
Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo. La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo. Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.
Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto. I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza. Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti. Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori. Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista. Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito. Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo. L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico. Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura. Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali. Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi. In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici. È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte. La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita. Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti. Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.
Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema. La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento. In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.
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