lunedì 13 luglio 2026

13 luglio - Scuola 2, le docenti scrivono ovvero la doppia oppressione che subiscono le lavoratrici: Lettera di una docente: “Ho tre figli e faccio 70 km da precaria. Ora mi chiedono altri 2000 euro per abilitarmi”

 

Pubblichiamo la lettera di una professoressa vicentina che, come tanti altri insegnanti, descrive una condizione diffusa tra molti docenti precari della scuola italiana: “Sono madre di tre figli e le assegnazioni da GPS comportano spostamenti anche di circa 70 km, con evidenti difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia”.
10 Luglio 2026, 07:01
A cura di Redazione
Gentile redazione,
sono docente di scuola secondaria di primo grado nella classe di concorso A022 e insegno nel territorio vicentino. Vi scrivo dopo aver già inviato una lettera al Ministro dell’Istruzione e del Merito, alla quale non ho ricevuto alcuna risposta. Ho deciso quindi di rivolgermi alla stampa perché ritengo che la mia situazione rappresenti una condizione diffusa tra molti docenti precari della scuola italiana.
Il mio percorso nel mondo dell’educazione inizia nel 2016 con attività di doposcuola e supporto allo studio, prosegue nella scuola paritaria e dal 2021 nella scuola statale, dove continuo a lavorare con continuità attraverso supplenze. In questi anni ho maturato una convinzione profonda: la scuola è un luogo di crescita della persona, prima ancora che di trasmissione di contenuti. Insegnare per me significa accompagnare gli studenti nella scoperta di sé e nella costruzione del proprio percorso.
Nel mio percorso professionale ho lavorato anche nella scuola paritaria e ho investito in modo significativo nella mia formazione: sono laureata in Filologia Moderna, ho conseguito i 24 CFU per l’accesso all’insegnamento, un Master in alfabetizzazione e didattica dell’italiano come lingua seconda (A-23) e numerosi corsi di formazione su metodologie didattiche innovative (gaming nella didattica, storytelling educativo, caviardage, escape room didattiche, kamishibai), oltre a formazione su DSA, ADHD e strumenti per il metodo di studio.
Tutto questo ha comportato negli anni un investimento economico importante, sostenuto personalmente, come accade a moltissimi docenti precari. Nel 2024 ho partecipato all’ultimo concorso: ho superato la prova scritta con 96/100, ma non l’orale. In quel periodo ero in gravidanza a rischio.
Oggi continuo a lavorare con supplenze spesso lontane dalla mia residenza. Sono madre di tre figli di 1, 6 e 10 anni e le assegnazioni da GPS comportano spostamenti anche di circa 70 km, con evidenti difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia.
A questa condizione si aggiunge oggi una criticità che considero inaccettabile: per poter accedere alla stabilizzazione mi viene richiesto di conseguire ulteriori percorsi di abilitazione, con costi che si aggirano intorno ai 2000 euro e con modalità di frequenza parzialmente in presenza, difficili da sostenere per chi ha una famiglia e già lavora a tempo pieno nella scuola.
Ritengo profondamente ingiusto che, a 40 anni, dopo anni di formazione personale e professionale e dopo aver già investito ingenti risorse economiche nel mio percorso lavorativo, si continui a chiedere ai docenti precari di sostenere ulteriori spese e sacrifici per poter semplicemente accedere alla stabilità lavorativa. È una condizione che finisce per mettere in conflitto il diritto al lavoro con la vita familiare e la sostenibilità economica e personale.
Chiedo che venga presa in considerazione la possibilità di percorsi abilitanti più accessibili, anche interamente online e con costi sostenibili, in modo da non trasformare la formazione necessaria in un ulteriore ostacolo economico e logistico per chi già lavora nella scuola.
La continuità del docente è un valore educativo fondamentale, ma nella realtà attuale molti insegnanti vivono una precarietà prolungata, aggravata da costi e vincoli che rischiano di allontanare dalla professione proprio chi vi ha già investito anni di lavoro e formazione.


Lettera di una prof abilitata: “Paghiamo dazio a un sistema schizofrenico per fare il lavoro più bello del mondo”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una docente campana che ha da poco ha superato l’esame di abilitazione all’insegnamento: “Vi racconto di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice”.
30 Giugno 2026, 06:54
A cura di Redazione
Se leggete i decreti ministeriali che arrivano da Roma, parliamo di competenze digitali, di transizione pedagogica, di riforme strutturali con l’acronimo sempre aggiornato – tutte cose in cui restiamo comunque puntualmente indietro rispetto a quanto l’urgenza educativa richieda. Non solo. Se lo chiedete a me, disillusa e afflitta dalla giornata della scorsa settimana, quella in cui ho completato il mio “percorso abilitante da 30cfu”, vi parlo anche di un enorme, legalizzato mercato dei titoli in cui noi siamo la merce e lo Stato è il primo grande complice.
Devo parlare di conti correnti svuotati e di un bonifico da 2.500 euro fatto solo per comprare il diritto di lavorare. Più altri 150 euro, s'intende, come tassa di sbarco per l’esame finale. Il prezzo fisso per farsi guardare in faccia da una commissione, dopo mesi passati a guardare il nulla.
Il giorno dell’abilitazione e altre cose orribili che non farò mai più è andato in scena la scorsa settimana, in una sede d'esame di un'università telematica a Napoli. In cambio di quelle cifre, il deserto dei servizi: una fiumana di denaro impressionante che si riversa nelle casse di privati che non garantiscono ai corsisti nemmeno un parcheggio in sede, posti a sedere per tutti o aria condizionata funzionante il giorno della resa dei conti. Ma il primo atto è iniziato mesi fa, davanti a uno schermo. Il percorso formativo che lo Stato ci impone di pagare a questi colossi dell’istruzione a distanza si consuma in aule sature, durante maratone da dieci ore consecutive.
Funziona così: entri in una stanza della tua città, firmi un foglio e passi la giornata a fissare un monitor. Dall'altra parte, un docente in videoconferenza, con la voce che gratta e salta ogni tre minuti, parla contemporaneamente a decine di aule specchio in tutta Italia, divise per classi di concorso, da Vipiteno a Lampedusa. Un monologo asettico, privo di qualsiasi reale scambio pedagogico, mentre i contatori delle ore scorrono per certificare una presenza puramente burocratica. Questa non è formazione. È la burocrazia che si nutre di se stessa, ignorando completamente le competenze che molti di noi hanno già acquisito sul campo, anno dopo anno, supplenza dopo supplenza. Dietro la farsa delle lezioni "in presenza" c'è un dispendio economico ben più lauto dei soli costi di iscrizione, una tassa invisibile che lo Stato finge di non vedere. Parlo dei sacrifici di chi lavora a centinaia di chilometri da casa, magari al Nord, dove c'è maggiore disponibilità di convocazioni per le supplenze. Colleghi che per mesi, nei fine settimana, sono costretti a fare i pendolari d'Italia, a pagare biglietti del treno last minute e a prenotare stanze d'albergo improvvisate nei pressi delle sedi d'esame pur di non perdere le lezioni obbligatorie. Un salasso finanziario continuo che prosciuga quei pochi risparmi messi da parte con fatica.
Quando entri in un'aula scolastica, capisci l'immenso, spaventoso valore di questo mestiere. Oggi la scuola pubblica dovrebbe farsi carico di problematiche di incommensurabile valore: prima tra tutte quella di un’educazione sessuo-affettiva strutturata, o di una reale educazione alla cittadinanza per generazioni disorientate. Sono compiti cruciali che lo Stato puntualmente ignora, lasciando che tutto questo vuoto educativo ricada unicamente sulle spalle di chi, intanto, subisce il ricatto del precariato. Una richiesta incomparabile, che non trova riconoscimento in nulla: né nello stipendio, che evapora prima del venti del mese, né nella dignità sociale.
L’esame si è svolto in questo preciso clima surreale: una transumanza di candidati chiamati a scaglioni in corridoi che erano una bolgia immobile, satura di un caldo che sapeva di sconfitta. Lì dentro, la commissione, sfinita quanto noi, procedeva a ritmo industriale. Pochi minuti a testa. Domande standardizzate per liquidare una pratica che non doveva valutare la nostra capacità di stare in classe o la nostra sensibilità educativa, ma solo ratificare un percorso già pagato. Eravamo numeri di matricola su un faldone. Eppure eravamo lì, ad aver pagato per essere esaminati, ancora, solo per ottenere un bollino d'accesso. Provate a camminare con me in quei corridoi, rallentate il passo e guardate le persone in fila. A far mancare l'aria non era solo l'afa, ma l'età media di quel limbo. Non c’erano ventenni freschi di laurea con i sogni intatti e l'ansia del primo voto. C’eravamo noi. La generazione di trenta e quarantenni – e non solo, purtroppo. Gente con la vita già incastrata nell'età adulta, intrappolata in un limbo amministrativo permanente. C’erano donne sedute sui gradini a calibrare i tempi dell’allattamento tra una chiamata e l’altra, padri che spingevano passeggini stringendo dispense stropicciate, colleghe visibilmente al termine della gravidanza.
Perché ora, anche a queste condizioni? Perché c’è la scadenza di giugno. Perché se non ottieni questo benedetto pezzo di carta entro la chiusura delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), tu scompari dal sistema per i prossimi due anni. Diventi invisibile. Il tuo affitto non viene pagato, le tue bollette scadono, la tua spesa non si fa. E qui si inserisce l’inganno più sottile, quello specificamente riservato alle donne. Viviamo in un Paese che ci bombarda con la retorica della natalità e della famiglia, che ci chiede di fare figli per salvare il futuro demografico, ma che contemporaneamente ci nega la stabilità finanziaria per mantenerli. La società scarica interamente il carico di cura sulle nostre spalle, e molte colleghe "ripiegano" sulla scuola proprio perché pensano sia l'unico lavoro conciliabile con la gestione di una famiglia. Ma la scuola si rivela una trappola mobile: un eterno precariato in cui devi destreggiarti tra i figli a casa e l'ansia di un punteggio che si compra con il denaro.
È l'economia del ricatto puro: "Se non lo compri tu, lo compra il collega accanto e ti supera in graduatoria". Mezzo punto vale almeno una mensilità di stipendio.

13 luglio - Scuola 1: un docente scrive a fanpage - “Ogni giorno 3 ore di viaggio per andare a lavoro, non posso permettermi l’affitto”: la lettera di un docente

 

Pubblichiamo la lettera di un professore di Trapani alle prese con le difficoltà di conciliare lavoro, famiglia e criticità economiche: “Viaggio ogni giorno verso Palermo perché non posso permettermi un alloggio lì. Per il trasferimento a Trapani devo abilitarmi al sostegno”.
12 Luglio 2026, 07:01
A cura di Redazione
Riceviamo e pubblichiamo di seguito la lettera che ci ha scritto un docente di Trapani che, come tanti altri insegnanti, descrive le difficoltà per fare il proprio lavoro. Proprio come aveva già fatto una prof di Vicenza che però ci aveva raccontato le criticità di conciliare lavoro e famiglia: "La continuità del docente è un valore educativo fondamentale, ma nella realtà attuale molti insegnanti vivono una precarietà prolungata, aggravata da costi e vincoli che rischiano di allontanare dalla professione proprio chi vi ha già investito anni di lavoro e formazione". Anche in questo caso, il problema riguarda la sistemazione, il ricongiungimento con i familiari e la sede della propria cattedra.
"Sono un docente di ruolo, insegnante di Liceo.
Viaggio ogni giorno non potendomi permettere un affitto a Palermo, ove presto servizio, quindi faccio 200 chilometri al giorno e quasi tre ore di viaggio al giorno non avendo l’opportunità di un posto ove risiede tutta la mia famiglia.
Per cambiare classe di concorso dopo 35 anni di servizio lo Stato chiede 3700 euro, perché vorrei diventare insegnante di sostegno ed avere finalmente il trasferimento nella mia città, essendovi posti disponibili. Non possono far fare un corso a docenti con esperienza come la mia e farci abilitare gratuitamente, con un superamento di un semplice esame o tirocinio?".

domenica 12 luglio 2026

13 luglio - Scuola, immessi in ruolo 46mila docenti. L’Anief: “Ma rimarranno scoperte più di 100mila cattedre”...la realtà e le continue bufale di Valditara

 

Il ministero dell’Istruzione ha ufficializzato che l’anno prossimo saranno immessi in ruolo 46.642 docenti. Quasi la metà dei posti assegnati è per il Nord Italia. Il sindacato Anief ha segnalato che resteranno “scoperte, continuando ad andare a supplenza, più di 100mila cattedre”.
11 Luglio 2026, 15:30
A cura di Luca Pons

Il ministero dell'Istruzione ha comunicato ufficialmente il numero di cattedre di ruolo che sarà assegnato il prossimo anno scolastico 2027/27: sono 46.642. L'annuncio arriva con un apposito decreto ministeriale, dopo che il ministero dell'Economia ha dato il via libera. Su oltre 46mila posti, quasi 23mila sono assegnati alle Regioni del Nord Italia (e oltre uno su quattro alla Lombardia).
L'Associazione nazionale insegnanti e formatori (o Anief) ha contestato il numero di docenti. Il presidente dell'associazione Marcello Pacifico ha sottolineato che "rimangono scoperte, continuando ad andare a supplenza, più di 100mila cattedre in deroga di sostegno per diversi anni assegnate alle scuole".
46mila nuovi docenti di ruolo, le procedure del ministero
I posti autorizzati per i docenti da immettere a ruolo nell'anno scolastico 2026/27 sono esattamente 46.642. Questo è il numero di "posti vacanti e disponibili", secondo il ministero dell'Istruzione, "al termine delle operazioni di mobilità" per il prossimo anno scolastico. Le immissioni in ruolo, ricorda il decreto, avvengono per i posti che sono vacanti e disponibili per l'intero anno scolastico
Per decidere chi deve ottenere l'assunzione a tempo indeterminato si procederà con procedure informatizzate. Sarà sempre l'Ufficio scolastico regionale a informare i docenti e le scuole interessate. L'elenco sarà anche pubblicato online, indicato la sede assegnata per ciascuno.
Gli insegnanti contattati potranno rinunciare o accettare entro cinque giorni di tempo dal momento in cui ricevono l'assegnazione. Chi rifiuta decade automaticamente dall'incarico e viene cancellato dalle graduatorie per l'insegnamento in questione. Chi accetta, naturalmente, non può ricevere per il prossimo anno altri incarichi a tempo determinato o supplenze. Dopo l'accettazione partirà l'anno di prova.
I posti di ruolo per l'anno scolastico 2026/27, Regione per Regione
Il numero complessivo è suddiviso per Regioni, come è sempre avvenuto dall'anno 2016/17 in poi. Se a livello regionale ci sono degli esuberi, tocca all'Ufficio scolastico regionale ‘riassorbirli' spostando gli insegnanti in altre province. Ecco come è strutturata la suddivisione:
Abruzzo: 552 posti di ruolo
Basilicata: 579 posti di ruolo
Calabria: 1.234 posti di ruolo
Campania: 2.721 posti di ruolo
Emilia-Romagna: 3.357 posti di ruolo
Friuli Venezia Giulia: 1.097 posti di ruolo
Lazio: 4.454 posti di ruolo
Liguria: 1.369 posti di ruolo
Lombardia: 12.129 posti di ruolo
Marche: 770 posti di ruolo
Molise: 185 posti di ruolo
Piemonte: 4.397 posti di ruolo
Puglia: 2.410 posti di ruolo
Sardegna: 1.432 posti di ruolo
Sicilia: 1.979 posti di ruolo
Toscana: 2.434 posti di ruolo
Umbria: 449 posti di ruolo
Veneto: 5.094 posti di ruolo


La protesta dell'Anief
Dalle associazioni di categoria, tuttavia, sono arrivate delle risposte critiche. L'Anief in particolare ha detto che il numero di docenti immessi in ruolo non è sufficiente a soddisfare le necessità della scuola italiana. Il motivo, come ha spiegato il presidente Marcello Pacifico, è che ci sono "più di 100mila cattedre" che restano scoperte dopo queste nuove assunzioni a tempo indeterminato.
"Per non parlare anche delle cattedre su disciplina comune che continuano per vari motivi a non essere considerate per le stabilizzazioni: in quest'ultimo caso va anche ricordato che non potendo attingere dalle Gps, saranno migliaia le cattedre destinate al ruolo che non avranno aspiranti. Il risultato è che anche quest'anno solo per gli insegnanti della scuola pubblica avremo ancora quasi 200mila supplenze annuali", ha detto Pacifico.
Anief ha ricordato che ha già presentato un reclamo – accolto – al Comitato europeo dei Diritti sociali per segnalare l'alto tasso di precarietà degli insegnanti di sostegno in Italia, "pari ormai stabilmente al 50% dell'organico complessivo utilizzato". Se non si interviene, "arriverà una nuova censura dall'Europa".




12 luglio - Settore elettrodomestici non solo Electrolux: Sciopero alla Beko, i lavoratori chiedono risposte sul futuro

 ed anche alla Beko quali sono le "ragioni" addotte dalla multinazionale turco statunitense (Arcelik, proprietaria al 75% e Whirpool al 25%) 

"Perché Beko chiude? In questa riorganizzazione Beko aveva previsto chiusure in diversi altri stabilimenti nei paesi europei, dove secondo l'azienda le vendite sono molto diminuite a causa della concorrenza asiatica, e dove la produzione è particolarmente costosa anche per l'aumento dei costi dell'energia."

Grande mobilitazione, questa mattina, venerdì 10 luglio di lavoratrici e lavoratori della Beko di Cassinetta di Biandronno. Un presidio e uno sciopero che, come hanno dichiarato i sindacati Film, Fiom e Uilm, oltre alla RSU, «vuole mandare un segnale forte all'azienda per capire cosa ha intenzione di fare».

Allarme e preoccupazione nascono dal fatto che la produzione non cresce mentre aumentano le giacenze in magazzino. Fatti concreti che portano gli operai Beko ad interrogarsi sul loro futuro. Dalla mobilitazione anche un invito a politica e istituzioni un «intervento urgente».

e come sempre il "segnale forte" dei confederali è l'invito alla politica e alle istituzioni perché intervengano con urgenza e il governo Meloni risponde

Beko: Urso, no a licenziamenti ma solo esuberi volontari, a Siena nuove assunzioni

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 09 lug - Sulla gestione della crisi ex Whirlpool-Beko 'siamo riusciti a convincere l'azienda a non fare licenziamenti come erano previsti in origine, ma soltanto esuberi volontari incentivati'. Lo ha detto il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso intervistato da Maurizio Belpietro in occasione dell'evento Panorama On The Road. Quanto al sito di Siena, l'unico non mantenuto nel piano elettrodomestici, Urso ha annunciato che l'operazione condotta con Invitalia e il Comune portera' alla reindustrializzazione con altre imprese: 'Assorbiranno interamente l'occupazione e dovranno fare nuove assunzioni, perche' non saranno sufficienti i lavoratori transitati da Whirlpool Beko'. Il tavolo di monitoraggio, ha aggiunto, verra' convocato a settembre.


12 luglio - Teva, confermato il ricorso agli ammortizzatori sociali per gli esuberi di Caronno Pertusella......

 ....questa vertenza, cosa che i sindacati confederali non dicono, riguarda anche il genocidio del popolo palestinese essendo Teva una multinazionale israeliana e mostra la complicità del governo fascista Meloni, che come in altre vertenze da i soldi alle multinazionali che chiudono o licenziano i lavoratori in questo paese

12 Luglio 2026


CARONNO PERTUSELLA – Prosegue il confronto sul piano di ridimensionamento annunciato da Teva, colosso farmaceutico israeliano. Nell’incontro che si è svolto mercoledì al ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato confermato l’utilizzo degli ammortizzatori sociali per accompagnare la cessazione delle attività negli stabilimenti di Rho, in via Terruggia, e di Caronno Pertusella e Santhìa.

Al tavolo romano hanno preso parte le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, insieme ai rappresentanti della Regione Lombardia e del Piemonte e ai vertici aziendali. Nel corso della riunione i sindacati hanno contestato il piano di ridimensionamento presentato dal gruppo farmaceutico israeliano, tra i principali produttori mondiali di farmaci equivalenti, facendo presente che il bilancio del gruppo continua a registrare risultati positivi anche nel 2025, con un incremento del fatturato.

Durante l’incontro è stata inoltre ribadita al ministero la richiesta di mettere in campo strumenti e risorse per salvaguardare la produzione e l’occupazione nei due siti interessati dalla vertenza.

La trattativa proseguirà mercoledì a Milano, nella sede di Assolombarda, dove è previsto un nuovo confronto sul futuro degli stabilimenti. Il successivo appuntamento al Ministero è invece fissato per il 30 settembre.



venerdì 10 luglio 2026

10 luglio - SUL ROGO ALLA BRT A MILANO. ALCUNE CONSIDERAZIONI....

....l'incendio alla Bartolini di Bovisa/Dergano/Affori, i quartieri interessati, ha messo in luce, ancora una volta, lo stato di insicurezza per i lavoratori e la popolazione, delle normative non applicate nella logistica, ma non solo, su Salute e Sicurezza. Quanto successo non è né fatalità né incidente, ma il frutto del modo di produzione di questo sistema e della connivenza delle istituzioni preposte. Dove non passa inosservato il fatto che 10 giorni prima era morto un lavoratore proprio per le condizioni di lavoro. Ma si sa che la vita operai per padroni e governo non vale nulla. Eppure da anni i sindacati conflittuali lottano contro sfruttamento e sicurezza/salute, ma come risposta ricevono sgombero dei picchetti e denunce di blocco della produzione. E oggi questi lavoratori sono in ansia per il futuro. Ma casualmente questo incendio è avvenuto, e per fortuna non ha avuto le stesse tragiche conseguenze, alla vigilia di data tragica per questi territori, la nube tossica all'Icmesa di Seveso. Strage per cui nessuno dei colpevoli ha pagato e che ha segnato la vita degli operai e delle popolazioni.

Incendio a Milano, alta colonna di fumo nero partita dal deposito Bartolini in zona Bovisa
Un’alta colonna di fumo nero si è levata nel cielo di Milano nel tardo pomeriggio di oggi, mercoledì 8 luglio. Secondo le prime informazioni, un grosso incendio si sarebbe sviluppato all’interno del deposito Bartolini di via Minzoni 10, in zona Bovisa a Milano.
8 Luglio 2026, 22:44
A cura di Francesca Caporello


Maxi rogo alla Brt a Milano: fumo nero visibile anche da Saronno e Solaro


Gaia Legnani

8 Luglio 2026

SARONNO – SOLARO – Una densa colonna di fumo, ben visibile anche da Saronno e Solaro, si è stagliata nel cielo al tramonto di oggi, mercoledì 8 luglio. Il fumo proveniva dal vasto incendio scoppiato al deposito Brt, conosciuta anche con il nome Bartolini, in via Don Giovanni Minzoni, nella zona nord di Milano tra i quartieri Bovisa, Dergano e Affori.

Incendio nel deposito Bartolini a Milano: la Procura apre un’inchiesta, indaga il Niat dei vigili del fuoco
Si indaga sulle cause che hanno dato luogo al vasto incendio di ieri nella sede Bartolini di via Minzoni 10 a Milano, in zona Bovisa. La Procura ha aperto un’inchiesta in collaborazione con il Nucleo Investigativo dei vigili del fuoco.
9 Luglio 2026, 7:55
A cura di Francesca Caporello


10 luglio - Firenze, operaio di 48 anni muore colpito da un macchinario in un cantiere. Continua la carneficina operaia e aumentano gli operai migranti che muoiono

 

di Valentina TisiAndrea Vivaldi

E’ accaduto a Sesto Fiorentino. Di origine rumena, è deceduto in ambulanza mentre i medici tentavano di rianimarlo. Arrivava da Treviso, era il suo ultimo giorno di lavoro in Toscana



10 luglio - Sulla situazione all'Electrolux Solaro: Troppo magazzino a Solaro. Electrolux impone le ferie

 ...parafrasando Palma, Fiom, che aveva detto" i 50 giorni sono una tregua armata" diciamo che aveva ragione. Ma a sparare colpi su colpi contro i lavoratori è solo l'azienda, mentre le rappresentanze sindacali si limitano a comunicati di contrarietà e mettere in campo iniziative di lotta, solo enunciate ma non praticate, e dall'altro a chiedere alla politica, dal governo a Regione sindaci, a prendere posizione contro i piani aziendali, le quali "rispondono" prontamente, tanto, a destra e a manca, le promesse non costano nulla. E intanto ci si avvia verso una fine nota, che accomuna gli operai a tutti gli altri dell'industria di questo paese, dalla Stellantis alla ex Ilva, cioè "chiusura dei siti produttivi e licenziamenti". La via maestra è una sola la discesa in campo del protagonismo operaio rompendo gli steccati della concertazione e delle illusioni di una rappresentanza politica/operaia delegata a governo e opposizione


L’azienda vuole fermare la produzione per 4 giorni usando vacanze e permessi. Ad aumentare la tensione, l’annunciata revoca del part-time per 50 dipendenti.

Troppo magazzino, Electrolux vuole fermare la produzione per 4 giorni e impone ai lavoratori l’uso delle ferie. Si apre così un nuovo terreno di scontro a Solaro, dove la tensione è già alle stelle, sia per il piano di tagli su scala nazionale presentato dalla multinazionale svedese, sia per l’annunciata revoca del part-time per 50 dipendenti, in maggior parte donne. "L’azienda vuole chiudere 4 giorni usando le nostre ferie", accusano le rappresentanze sindacali aziendali. "La direzione del personale – si legge in una nota diffusa da Fiom, Fim e Uilm – ha convocato la rsu comunicando che gli stock di magazzino sono troppo alti per sovraproduzione. Per questo vuole fermare l’attività per 4 giorni: 1 giorno di permesso retribuito più 3 giorni di ferie. Sull’utilizzo dell’ultimo giorno di permesso collettivo, la rsu non ha controindicazioni ma sull’utilizzo delle ferie non siamo d’accordo perché a marzo avevamo chiesto di calendarizzare la terza settimana di ferie per tutti ma l’azienda non lo aveva ritenuto necessario. Comunque si crea disparità in quanto non tutti hanno maturato la settimana aggiuntiva di ferie. Oggi invece ci dice che non serve produrre". Una distanza di posizioni che a Solaro rende ancora più tesi i rapporti tra lavoratori e azienda, dopo l’annuncio dei 1719 esuberi su scala nazionale (217 per lo stabilimento di Solaro sui circa 680 dipendenti attualmente attivi). I sindacati respingono la proposta della direzione. "Abbiamo chiesto all’azienda di tornare al tavolo con dati certi: quanto magazzino c’è davvero, quanto si vende oggi, qual è il piano di produzione diviso per piattaforme", scrivono le rsu. Poi c’è la questione del part-time che oggi consente ad una cinquantina di dipendenti di conciliare lavoro e famiglia, con assistenza ai figli o ai genitori anziani. È di qualche settimana fa l’annuncio dell’intenzione di revocare l’orario ridotto. L’iniziale scadenza fissata al 1° luglio è stata prorogata al 1° agosto, ma i lavoratori chiedono di andare oltre. "Se l’azienda dichiara crisi di volumi, allora non ci sono scuse per non prorogare i part-time oltre agosto", ribadiscono Fim, Fiom e Uilm. "L’azienda ha dichirato che al rientro delle ferie l’assetto produttivo sarà come prima dell’ingresso dei terministi: linea 1 a turno e le altre a giornata". Già perché a fine agosto scadono 111 contratti a termine.

Vertenza Electrolux, la Lombardia fa fronte comune: approvata all’unanimità la mozione su Solaro

Maggioranza e opposizione hanno votato compatte la mozione che chiede il rilancio del sito produttivo, il coinvolgimento del Governo e un confronto europeo sulla competitività del settore degli elettrodomestici

Il documento, presentato dal consigliere Onorio Rosati (Alleanza Verdi e Sinistra), punta a salvaguardare i livelli occupazionali e produttivi dello stabilimento di Solaro, dove il piano prevede 217 esuberi, ai quali si aggiungono 106 lavoratori a tempo determinato che erano destinati alla stabilizzazione.

Paolo Romano (Partito Democratico) ha parlato di «una crisi esemplare dei problemi industriali del nostro Paese. Prendere i soldi allo Stato e poi scappare è un atteggiamento predatorio nei confronti delle tasche dei cittadini. Per questo abbiamo bisogno di tornare a un modello industriale in cui la logica del profitto è affiancata dalla responsabilità sociale dell’impresa. In questo senso serve con urgenza una nuova legge regionale contro le delocalizzazioni in Lombardia».

Anche Marcello Ventura (Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Attività produttive) ha ribadito la necessità di salvaguardare il sito produttivo: «L’impianto di Solaro è un patrimonio industriale che non possiamo permetterci di perdere. Serve un nuovo piano industriale per garantire produzione e capacità competitiva dell’azienda. Per questo dobbiamo mantenere aperto uno spazio di confronto e trattativa».

Electrolux, Pizzighini (M5s): “Chi prende soldi pubblici non può licenziare e scappare”

8 Luglio 2026


SOLARO – “Come Movimento 5 Stelle abbiamo votato convintamente a favore della mozione su Electrolux e ribadiamo la nostra piena vicinanza alle lavoratrici e ai lavoratori, in particolare del sito di Solaro”, così Paola Pizzighini, consigliera regionale M5S Lombardia, sulla mozione 525 Iniziative straordinarie a tutela dei livelli occupazionali e produttivi del gruppo Electrolux in Lombardia,

La crisi Electrolux è un attacco al cuore della manifattura lombarda. A Solaro 217 esuberi su 615 addetti, di cui 106 interinali, significa colpire centinaia di famiglie, l’indotto e competenze industriali storiche del territorio. È inaccettabile che una multinazionale, che per anni ha beneficiato di fondi pubblici nazionali ed europei, oggi tagli posti di lavoro e minacci di delocalizzare. Lo schema è sempre lo stesso si incassano i finanziamenti quando conviene, poi si scaricano i costi sociali sullo Stato. Per il M5S questo modello va fermato, ogni euro pubblico alle imprese deve essere vincolato a impegni precisi su occupazione, investimenti sul territorio e filiere produttive locali. Chi non rispetta questi vincoli deve restituire fino all’ultimo centesimo. In Regione Lombardia serve una linea chiara e durevole a difesa del lavoro lombardo, non un’altra pagina di licenziamenti finanziati, indirettamente, con risorse pubbliche”, così conclude la consigliera regionale.




giovedì 9 luglio 2026

9 luglio - “Mi pagano 28 ore, ma ne lavoro più di 40. È caporalato”: mamma single sfruttata per 14 anni a Luino...la denuncia di una lavoratrice

 Laura, operatrice ecologica e mamma single di Luino, ha denunciato a Fanpage.it anni di sfruttamento, turni massacranti e presunte violenze: “È una forma di caporalato. Ho segnalato, ma nessuno mi aiuta”.

8 Luglio 2026, 12:06
A cura di Giulia Ghirardi


Per contratto dovrebbe lavorare 28 ore alla settimana. In realtà sostiene di farne oltre 40, sette giorni su sette, senza un giorno di riposo. Inizia così il racconto a Fanpage.it di Laura (nome di fantasia), mamma single con diversi problemi di salute che da 14 anni lavora come operatrice ecologica in una cooperativa di Luino, un comune in provincia di Varese. È lì che, stando al suo racconto, da anni sarebbe costretta a subire "minacce, insulti e violenze" in uno scenario che ha definito di "caporalato, sfruttamento e sopraffazione quotidiana".
La storia di Laura
"Lavoro come operatrice ecologica a Luino e da anni vivo quotidianamente condizioni estreme", ha esordito Laura a Fanpage.it. In particolare, la donna lavorerebbe per una cooperativa incaricata dal Comune del servizio di pulizia delle strade e dello svuotamento dei cestini. Un appalto pubblico che, secondo la lavoratrice, nasconderebbe "violenze, paura e diritti negati".
Laura ha raccontato di convivere da 14 anni con condizioni lavorative che ha definito "pietose". Prima tra tutte, la discrepanza tra le ore retribuite e quelle effettivamente lavorate. "Se qualcuno prova a lamentarsi sono insulti, botte e il rischio di non essere rinnovata e perdere il lavoro", ha spiegato. Una prospettiva che pesa ancora di più sulle spalle di una madre che cresce da sola un figlio e che teme di non trovare un'altra occupazione a causa dei problemi di salute.
Le accuse non si fermano allo sfruttamento economico. Laura ha parlato anche di un clima di "violenza e sopraffazione". "C'è un collega violento, cattivo. Una volta l'ho visto tirare un pugno a una mia collega, le ha spaccato la bocca", ha riferito, prima di aggiungere: "Io stessa ho subito molestie in passato".
In più, ogni giorno Laura sarebbe costretta a percorrere chilometri spingendo a mano un carretto per la raccolta dei rifiuti. Lo farebbe sotto al sole estivo, con la pioggia, il vento e il gelo dell'inverno. "Con meno dieci gradi o quaranta sono sempre fuori", ha specificato Laura a Fanpage.it. "Non abbiamo cambi turno per stare un po' al caldo d'inverno o all'ombra d'estate". Nel frattempo, le sue condizioni fisiche peggiorano: problemi alle ginocchia e una patologia reumatica rendono quel lavoro sempre più pesante, ma "fermarsi non è un'opzione". "Ho segnalato tutto all'Ispettorato del lavoro di Varese attraverso raccomandata", ha concluso Laura con amarezza. "Sono passati mesi, ma nulla è cambiato".
Se le accuse di Laura trovassero riscontro, non si tratterebbe di semplici irregolarità amministrative, ma di una grave violazione dei diritti fondamentali di chi lavora. Perché il caporalato non è un fenomeno confinato ai campi agricoli: può assumere forme diverse e insinuarsi ovunque il bisogno diventi uno strumento di riscatto.



9 luglio - da Osservatorio C. Soricelli: Morte di mamma e figlio. Ma la povera mamma Teresa era assunta regolarmente o lavorava in nero?...

...la realtà occultata dello sfruttamento e morte sul lavoro delle lavoratrici


Un’altra tragedia colpisce la stessa famiglia e la stessa comunità, ma stavolta il dolore si unisce alla rabbia. ​A distanza di quasi tre anni dal drammatico incidente del 28 luglio 2023 — in cui persero la vita Franco Colle e i suoi figli Anna e Claudio — la storia si ripete nella stessa azienda di fuochi d'artificio. Un incendio ha innescato tre violentissime esplosioni, provocando il crollo della struttura e la morte di altre due persone di Avezzano, legate da parentela alle prime vittime.​Se la posizione del figlio trentenne Simone sembra regolare, sul decesso della madre, Teresa Tozzi, pesa il forte sospetto del lavoro in nero.​Un dubbio che solleva una ferita profonda e purtroppo comune: il rischio che questa tragedia diventi l'ennesima "morte invisibile", esclusa dalle statistiche ufficiali dell'INAIL perché priva di un contratto. Il timore, denunciato spesso da sindacati e associazioni, è che il lavoro sommerso finisca per sfoltire artificialmente i dati reali inviati in Europa, per non far apparire l'Italia meno virtuosa sul fronte della sicurezza. ​Mentre la Procura indaga (in un'azienda già precedentemente coinvolta in un'inchiesta per caporalato), resta l'amarezza per un sistema in cui l'illegalità contrattuale rischia di cancellare persino la dignità del ricordo e il riconoscimento ufficiale del sacrificio di un lavoratore.


9 luglio - Morte di Satnam Singh, il datore di lavoro condannato a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale...UNA BUONA SENTENZA MA...

 ...MA DENUNCIAMO L'ARROGANZA DEL PADRONE/ASSASSINO CHE HA DICHIARATO CHE "NON ACCETTO LA SENTENZA...."

Per lui la Procura aveva chiesto una condanna a 22 anni di reclusione. Dopo le arringhe della difesa e le repliche delle parti, concluse nella mattinata, i giudici si erano ritirati in camera di consiglio. 

La Corte d’Assise del tribunale di Latina ha condannato a 16 anni di carcere Antonello Lovato per omicidio volontario con dolo eventuale – con attenuanti – per la morte di Satnam Singh, il bracciante agricolo indiano di 31 anni morto il 17 giugno 2024 dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne pontine. Per lui la Procura aveva chiesto una condanna a 22 anni di reclusione. Dopo le arringhe della difesa e le repliche delle parti, concluse nella mattinata, i giudici si erano ritirati in camera di consiglio. “Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo. Sono certo di non aver voluto la sua morte: credo nella giustizia e credo in questa Corte” aveva dichiarato l’imputato.


Processo Satnam, il datore di lavoro condannato a 16 anni

Morte del bracciante Satnam Singh, il datore di lavoro condannato a 16 anni

di Alessia Candito


9 luglio - Rapporto di Sintesi: Il Divario dei Dati e la Crisi del Lavoro Nero e il Veneto maglia nera sui morti sul lavoro che sono quasi il doppio rispetto all'Emilia Romagna

 da C. Soricelli la denuncia dei dati truccati da questo governo e in particolare nelle Regioni guidate dalla Lega

Il divario Inail-Osservatorio: Al 31 maggio, i dati ufficiali INAIL registrano 339 vittime (compresi gli infortuni in itinere), mentre l'Osservatorio ne rileva 427 sui soli luoghi di lavoro (che sfiorano le 600 vittime calcolando le strade). Questa forbice sempre più profonda evidenzia una drammatica espansione del lavoro nero e sommerso, privo di tutele e frammentato dalla logica degli appalti a cascata. Il caso Veneto Il Veneto, governato dalla Lega, registra i dati più tragici. All' 8 luglio, a parità di popolazione, il Veneto conta ben 72 morti sui luoghi di lavoro (escluso l'itinere), contro i 41 dell'Emilia-Romagna. E la Lombardia, sempre a guida leghista 76 ma che ha il doppio dei lavoratori Il divario territoriale: L'Emilia-Romagna registra il 43% di vittime in meno rispetto al Veneto. Un dato politico e strutturale macroscopico, che dimostra come i diversi modelli di tutela, contrattazione e controllo territoriale incidono direttamente sulla vita dei lavoratori. Nota di lettura: La discrepanza tra le denunce INAIL e i dati reali dimostra che una fetta enorme di chi perde la vita in Italia non è nemmeno censita come "lavoratore" al momento dell'incidente, svelando lo sfacelo della precarizzazione estrema che porta al lavoro nero.

mercoledì 8 luglio 2026

9 luglio - Caporalato al consolato Usa, i pm: “Va dato il permesso di soggiorno agli operai indiani sfruttati”....

 ...quando un PM è meglio dei sindacati confederali e ci spinge ad intensificare la lotta contro la piaga del caporalato di stato

La richiesta del pm Storari alle questure: coinvolti un centinaio di lavoratori indiani che hanno collaborato alle indagini

08 Luglio 2026

I manovali indiani impiegati in condizioni di "schiavitù" nel cantiere di Caddell Construction del nuovo Consolato generale degli Stati Uniti D'America in piazzale Accursio a Milano hanno collaborato alle indagini. Per questo motivo va concesso loro il permesso di soggiorno per le vittime di "sfruttamento". È la richiesta che in queste settimane la Procura di Milano, che indaga sul "meccanismo criminale" di "tratta" e "pizzo" per far arrivare in Italia dall'India centinaia di operai con la formula del "distacco" intra-societario internazionale dietro la promessa di "stipendi dignitosi" e invece costretti a lavorare 12 ore al giorno per paghe reali da 1-2 euro l'ora con la minaccia di essere rimpatriati, sta inoltrando ad almeno due Questure italiane: quelle di Milano e Pisa.

Con diverse istanze presentante, il pubblico ministero Paolo Storari chiede ai Questori di rilasciare i permessi di soggiorno per "casi speciali" ad almeno un centinaio di lavoratori. Con i carabinieri del Nucleo I verbali degli operai sono stati allegati alle richieste inoltrate alle Questure di Milano e Pisa, come prevede l'articolo 18-ter del Testo unico immigrazione che disciplina il rilascio dei documenti per "casi speciali". Secondo la legge se nel "corso di operazioni di polizia" o "indagini" emergano "situazioni di violenza", "abuso o comunque di sfruttamento del lavoro" nei confronti di un "lavoratore straniero" che collabori a far "emergere" i "fatti" e individuare i "responsabili", il Questore su proposta dell'autorità giudiziaria "rilascia con immediatezza un permesso di soggiorno per consentire alla vittima e ai membri del suo nucleo familiare di sottrarsi alla violenza" e allo "sfruttamento". Si tratta di permessi di soggiorno della durata di un anno (prorogabili) anche per "motivi di giustizia", come l'esigenza di sentire il lavoratore come testimone in un eventuale processo. Alla scadenza possono essere convertiti in permessi di soggiorno per motivi di lavoro.

9 luglio - COMUNICATO STAMPA DEGLI OPERAI DELLA PMC AUTOMOTIVE DI MELFI IN PRESIDIO DA QUASI 9 MESI

 

Quasi nove mesi di lotta alla PMC di Melfi ma l’occupazione lavorativa per tutti, sembra un miraggio.
Siamo a quasi nove mesi dal 13 ottobre 2025, giorno in cui è iniziato il presidio alla PMC Automotive di Melfi. Una mobilitazione voluta da quasi tutta la forza lavoro, anche se non tutti vi hanno preso parte attiva. Chi ci ha creduto davvero ha vissuto il presidio giorno e notte, sfidando il gelo dell’inverno e il sole cocente di questi giorni. Sacrificando famiglia, festività e tanto altro.
I lavoratori in lotta non sono rimasti a guardare: hanno distribuito volantini ai cancelli dello stabilimento centrale Stellantis e hanno partecipato alle manifestazioni e iniziative sindacali sul territorio e a Roma. Una resistenza che ha ricevuto una forte solidarietà e aiuti concreti da parte di molti.
Tanti sono stati i tavoli fra sindacati, le parti datoriali e chi governa la regione. La trattativa si è anche spostata a Roma, presso il Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), in continui incontri tra sindacati e associazioni datoriali. All’inizio la promessa era chiara: tutti i lavoratori sarebbero stati riassorbiti nello stabilimento di proprietà Stellantis assegnato a PMC, sotto la guida del nuovo possibile imprenditore. Oggi la realtà è ben diversa: il ritorno in fabbrica non sarà per tutti. Le figure impiegatizie non rientrano nel perimetro del nuovo progetto, per lavorare dovranno demansionarsi ad operaio e rinunciare a dei diritti acquisiti negli anni.
Inoltre ci notificano ulteriori eccedenze da gestire che non rientrano nel piano di riconversione. Per gli esuberi è venuto fuori pochi giorni fa “un verbale di accordo” datato 8 giugno che disciplina una procedura di uscite volontarie non oppositive, da parte della PMC-Automotive, che però sembra non aver avuto successo, in quanto si evidenzia anche una netta distanza tra la proposta finanziaria dell’azienda e le reali necessità dei lavoratori. Pochissimi lavoratori sono quelli interessati all’incentivo proposto, praticamente solo quelli prossimi al pensionamento. Se non si ricalibreranno i parametri per le uscite volontarie, questa procedura non darà le aspettative attese.
Per quanto riguarda la road map delle azioni burocratiche, dei documenti vincolanti, degli accordi quadro da espletare tra le aziende coinvolte, stiamo assistendo ad un gioco tra le parti che sembra mirato a perdere tempo. Sembra che non ci sia l’intenzione di agevolare la chiusura della vertenza, ma a trascinarla ben oltre l’estate. Facciamo appello alla responsabilità di chi si reca al presidio e puntualmente afferma di lavorare per i lavoratori, alle aziende protagoniste affinché svolgano rapidamente i passaggi necessari per arrivare all’appuntamento di fine luglio, programmato presso il Mimit, con le carte in regola per poter applicare il passaggio giuridico di tutti gli operai in costruzioni.
Senza interventi concreti, al di là di quello che si vuole fare credere, il futuro occupazionale di tutti i lavoratori è seriamente a rischio.
Melfi, 6 luglio 2026
Gli operai del presidio



martedì 7 luglio 2026

8 luglio - Indice Globale CSI: diritti del lavoro sotto attacco....un rapporto che evidenzia la repressione globale contro i lavoratori di tutto il mondo

 che ci spinge ad una unità internazionalista contro questo sistema capitalista

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso e certifica l’avanzata globale della repressione antisindacale in America latina e non solo.

di Giorgio Trucchi (*)

Pagine Esteri – L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro. Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche. Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80. I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe. Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate.

venerdì 3 luglio 2026

3 luglio - SEANO (PRATO): SGOMBERO POLIZIESCO DEL PICCHETTO OPERAIO ALLA ACCA. 15 TRA LAVORATORI E SUDD COBAS IN QUESTURA. Massima solidarietà

 

Lotte operaie. Sgombero poliziesco all’alba di oggi, venerdì 3 luglio 2026, del picchetto alla Acca di Seano, Prato, azienda di consegna pronto moda in tutta Europa che ha annunciato la chiusura, lasciando a casa 100 lavoratori. Dal 20 giugno è in corso un presidio-picchetto no stop, con Sudd Cobas, per impedire che l’attività continui come nulla fosse, mentre 100 lavoratori –migranti – sono sull’orlo del licenziamento. Una lotta dura, passata anche dal pestaggio di massa di qualche giorno fa, con un nugolo di padroncini arrivati ad hoc a Seano per caricare il picchetto, facendo alcuni feriti persino tra i poliziotti.

La stessa Polizia, con celere e blindati, è arrivata oggi per sgomberare il picchetto operaio di Seano. La lotta, però, prosegue a oltranza, nonostante diversi operai e sindacalisti Sudd Cobas siano stati portati di peso in Questura a Prato.


Sono una quindicina le persone fermate, caricate su un pullman e portate in Questura a Prato, dove giusto 2 giorni fa…si era aperto in Provincia il tavolo istituzionale per cercare una soluzione alla vertenza.

Dal presidio di Seano, Prato, davanti alla Acca Francesca Ciuffi, compagna del sindacato di base e conflittuale Sudd Cobas, raggiunta da Radio Onda d’Urto alle ore 9 del mattino. Ascolta o scarica


Dai Sudd Cobas arriva l’appello a recarsi “in via Copernico a Seano! Un’azienda a processo per sfruttamento e caporalato con un’indagine della procura europea per 71 milioni di euro di evasione fiscale che sta facendo un chiudi-e-riapri, e la questura sgombera e porta via i lavoratori in sciopero per difendere i loro 100 posti di lavoro”. Così il sindacato di base pratese dal presidio, nuovamente caricato dalla Celere a metà mattinata.


La voce di Luca Toscano, Sudd Cobas Prato, che dal megafono si rivolge direttamente alla Celere, schierata – due metri più in là – a difesa “del lavoro nero, della mafia, dello sfruttamento”, come detto da Toscano nell’audio, poco prima di mezzogiorno di venerdì 3 luglio 2026. Ascolta o scarica