da
ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 05.02.26
Torniamo
a fare il punto sui grandi gruppi industriali che sono in sofferenza
che di conseguenza viene scaricata sugli operai diretti e indiretti
dell'appalto, vale a dire che ritorniamo sulla questione ex Ilva.
Sulla
questione ex Ilva viene sempre più alla luce come la soluzione che
punta sull'acquisizione da parte del fondo americano Flacks sia
quando mai fragile e senza prospettive sia industriali, sia
ambientali e sia occupazionali. Si assiste all’azione quasi
disperata del governo Meloni/Urso che è corresponsabile insieme ai
precedenti governi della profondissima crisi scaricata sugli operai e
sulle masse popolari in particolare a Taranto e che ora cerca
disperatamente di supportare il fondo americano per potere
effettivamente andare alla presa di possesso dell'ex Ilva da parte di
esso.
Nello
stesso tempo la situazione nella fabbrica continua ad essere
profondamente negativa per i lavoratori. La maggior parte dei
lavoratori dell'Ilva - o una parte rilevante di essi - in particolare
a Taranto sono in cassa integrazione e ora fronteggiano la richiesta
di rinnovo della cassa integrazione dato che la precedente scade il
28 febbraio. La nuova richiesta di cassa integrazione riguarda 4.450
lavoratori su un organico attualmente complessivo di circa 10.000
operai (per l’esattezza 9702) a partire dal 1 marzo per 12 mesi,
sono più o meno la metà dei lavoratori per cui si chiede la cassa
integrazione e la gran parte è concentrata su Taranto che dovrebbe
avere 3.803 cassa integrati di cui 2.599 operai e 801 tra impiegati a
quadri, 647 invece sarebbero gli operai interessati della cassa
integrazione a Genova, a Novi Ligure e a Racconici.
Sui
4.450 cassa integrati ci era stata già una opposizione, una rottura,
tra l'Ilva e i sindacati, quindi già la cassa integrazione che è
incorso non è stata firmata dai sindacati ed è una cassa
integrazione unilaterale gestita interamente dai commissari di nomina
governativa.
Non
è successo assolutamente niente e rimane quindi questa situazione, i
cassaintegrati invece di diminuire aumentano, si passa appunto dagli
attuali 4.050 ai 4.450 di adesso.
A
Taranto questo dipende dal fatto che è in funzione un solo altoforno
e che non ci sono stati ulteriori sviluppi sia sul piano degli
impianti che industriali e tale e che delle soluzioni di conseguenza
si va a un aumento della cassa integrazione e a una proroga.
L'azienda
dei commissari che gestiscono l'azienda motivano questa nuova cassa
integrazione con frasi del genere: “la
crisi finanziaria e industriale che è interessata Acciaierie
d’Italia prodotte negative effetti sulla capacità produttiva nel
medio termine e si è aggravato lo squilibrio dei fattori produttivi.
A Taranto in particolare abbiamo una produzione che non riesce e né
si prevede che possa superare a breve un milione e mezzo o un milione
e otto tonnellate di acciaio. Un eventuale incremento potrà
avvenire solo se ripartiranno gli altoforni 2 e 4 ma anche in questo
caso non si supererebbe i due milioni e mezzo di tonnellate”.
Questo
vuol dire che sostanzialmente per un organico che secondo i piani
dovrebbe essere in grado di fare una di 6 milioni di tonnellate di
acciaio a fronte di una produzione di 2 milioni e mezzo comporta che
la maggior parte, una parte rilevante dei lavoratori - soprattutto a
Taranto - andranno in cassa integrazione e, se non si svilupperà
diversamente il piano industriale una volta che sarà segnato a
qualcuno, tutta questa cassa integrazione è destinata a costituirsi
i massicci esuberi.
Chiaramente
questa situazione mette i difficoltà i vertici sindacali di
Fim/Fiom/Uilm e USB nel rapporto con i lavoratori perché i sindacati
continuano ad essere in questa situazione dei puri registratori degli
enti certificatori di scelte che ricadono sui lavoratori.
In
particolare i commissari non ci sentono, nonostante l'ultimo grave
incidente mortale che vi è stato in fabbrica che costato la vita a
un operaio, Calamida. La cassa integrazione riguarda anche l'ampio
settore degli addetti della manutenzione e questo rende abbastanza
precaria tutta l'intera manutenzione dello stabilimento e quando la
manutenzione incide sulle morti sul lavoro gli operai lo sanno bene e
lo sa bene anche chi gestisce la fabbrica attualmente i commissari e
che quindi consapevolmente si muove lungo una linea in cui
obiettivamente i lavoratori sono in cassa integrazione e se lavorano
sono a rischio infortunio, anche mortale.
Quindi
sono più che giustificate le proteste finora fondamentalmente
fondate sulle richieste al governo di incontrarli che portano avanti
le organizzazioni sindacali confederali e USB.
Detto
questo però il discorso va visto da un altro punto di vista. Il
governo ha puntato tutto sull’assegnazione a una multinazionale o
ai fondi dell'ex Ilva. Puntando tutto su questo abbiamo visto una
prima gara che è andata male con i ritiro del gruppo azero che era
interessato soprattutto al gas che era stato il primo assegnatario
dell'Ilva e anche la situazione attuale del gruppo a cui dovrebbe
venire assegnata, vale a dire il fondo americano Flacks, appare
quanto più precaria. Questo non lo diciamo noi ma lo dicono
innanzitutto i padroni stessi. Come scrive il sole 24 ore: “Flacks
è un tipico profilo da fondo finanziario con scarso know-how
industriale ed è abbastanza improbabile che questo fondo sia in
grado di gestire uno stabilimento, un gruppo industriale come quel
dell'ex Ilva e in particolare uno stabilimento come quello dell'ex
Ilva Taranto”.
Tutti
sono impegnati quindi, il governo in primis, a cercare nuovi
interlocutori e nuovi soggetti industriali che possono affiancare il
fondo americano che, d’altra parte, agendo tipicamente come un
fondo di speculazione per il profitto già acquisirebbe l'ex Ilva con
un prezzo simbolico e si impegnerebbe con 5 miliardi di investimento,
ma guardando poi alla sostanza questo fondo di soldi reali ne
metterebbe circa mezzo miliardo, il resto dovrebbe venire dallo Stato
o da eventuali soggetti industriali che dovrebbero affiancarlo.
Come
scrive sempre il sole 24 ore: “il
minuscolo operatore Flacks che finora in realtà ha compiuto piccole
operazioni di ristrutturazione in Europa non ha la forza finanziaria
per affacciarsi a Taranto, Novi ligure, Cornigliano e al netto della
richiesta di soldi pubblici in sostituzioni di soldi - che non ha e
non mette - non dispone assolutamente delle competenze per gestire
una grande fabbrica siderurgica né nelle sue componenti da ciclo
integrale, né nella sua ipotetica trasformazione con i sistemi dei
forni elettrici. Non ha inoltre le competenze per gestire rapporti
con comunità ferite come quello di Taranto e Genova e con i
sindacati ormai estenuati dai danni di gestione ecc”.
Quindi
in realtà perché allora è stato assegnato al fondo americano? Da
un lato perché le altre offerte non ci sono state, dall'altro è
perché si pensa obiettivamente di contare su questo fondo americano,
considerato vicino a Trump oltre che - e di questo ne parleremo a
parte - attivamente impegnato nel finanziare le componenti più
estreme dello Stato sionista di Israele e della sua componente
reazionaria e genocida di estrema destra.
In
realtà questo fondo volendo di maniera sul pezzo, sull'Ilva, ci si
rende ben conto che questa soluzione è nettamente peggiore della
stessa soluzione che si è respinta nel passato e che attualmente è
fattore di controversie giuridico-finanziarie e la soluzione è
passata dalla padella dell'ArcelorMittal alla braccia, un fondo
speculativo che vuole prender lo stabilimento con i soldi pubblici e
i gestirli in forma privata per potersene appropriare, un fondo
speculativo che vuole gestire sostanzialmente l'affare, la parte
finanziaria perché non ha le competenze per gestire lo stabilimento
siderurgico e vuole qualcuno alleato ad esso per gestirlo.
La
Federacciai ha fatto appello agli industriali italiani dell'acciaio a
farsi avanti, ma in realtà gli industriali italiani tutti, pur
considerando l'importanza delle Acciaierie di Taranto in particolare,
pur considerando l'importanza di una siderurgia nazionale
trasformata, bonificata e in grado di essere parte integrante come
risorsa strategica, non vogliono anch'essi mettere una sola lira e
non vogliono in nessuna maniera accollarsi la patata bollente di
Taranto dove la questione della continuità produttiva è
strettamente legata alla soluzione della questione ambientale.
Quindi
è del tutto evidente che nessuna soluzione positiva per i lavoratori
e per le masse popolari della città possa venire da questa analisi
dei fatti. Di qui l'importanza che ha la posizione netta e chiara
dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che dice decisamente di
respingere questa soluzione del fondo Flacks.
È
evidente che se respingiamo questa soluzione, come invitavamo gli
operai, i lavoratori, le organizzazioni sindacali a fare, la
soluzione azera è la soluzione di tutti i gruppi che si sono
presentati a questa gara per acquisire l'Ilva - che sono diventati
sempre meno, fino a ridursi al solo fondo Flacks. - sul piano proprio
tecnico-operativo non c'è altra soluzione che la nazionalizzazione
della fabbrica e la gestione diretta da parte dello Stato della
fabbrica. Ma siamo sempre all'interno di soluzioni capitalistiche
della crisi non certo di soluzioni che vanno negli interessi dei
lavoratori e delle masse popolari.
Quindi
è ben strano che tutti coloro che chiedono l'intervento dello Stato
in realtà chiedono che lo Stato supporti i privati, quindi in questo
caso il fondo Flacks, per permettere il rilancio delle Acciaierie e
l'eventuale sua bonifica, riconversione e trasformazione con i forni
elettrici.
Ma
non si capisce invece perché lo Stato dovrebbe mettere soldi senza
vedere nessuna parte nella gestione, nel piano industriale, e
dovrebbe mettere la sua parte esclusivamente ai fini di favorire i
privati e acquisiscono lo stabilimento. Questo è diventata sempre
più una situazione che rende evidente che non c'è soluzione
temporale che non sia la nazionalizzazione che comporterebbe comunque
di misurarsi con le rivendicazioni dei lavoratori nei confronti sia
del lavoro, salute e sicurezza sia nei confronti delle masse popolari
cittadini. Siamo per la nazionalizzazione perché siamo contro tutte
le offerte di tutti i partner che si sono prestati a prendere lo
stabilimento, che li consideriamo anche il peggio di ArcelorMittal
quindi non in grado di risolvere neanche temporaneamente i problemi
di occupazione e meno che mai i problemi di salute e sicurezza in
fabbrica e sul territorio.
Si
tratta ora di passare però una fase attiva di contrasto ai piani di
governo/padroni e alla soluzione fondo. Su questi sindacati non hanno
nessuna intenzione di passare a una fase attiva e continuano a
nascondersi dietro la foglia di fico di una richiesta di incontro
diretto con la Meloni , ingannando i lavoratori perché sappiamo bene
che la Meloni ha delegato a questa vertenza ben quattro ministri, in
primis Urso, ma in secondis suo vice presidente, Mantovano, proprio
perché il governo non ha soluzioni alternative a quelle che stanno
proponendo ai tavoli del Mit questi due ministri.
Quella
di richiedere un incontro con la Meloni perché assuma direttamente
la gestione della vertenza oltre che una proposta illusoria è una
“bandierina” per evitare di aprire un effettivo scontro con il
governo Meloni che evidentemente rifiuta ogni forma di
nazionalizzazione e intende solo svolgere un supporto di copertura
finanziaria di coloro che prenderebbero l'Ilva, tutte questioni che
non si vede in che misura possono andare a favore dei lavoratori e
meno che mai dei cittadini dei quartieri inquinanti.
La
nostra indicazione resta NO a ogni ipotesi di dare l'Ilva a questo
fondo come a qualsiasi altro fondo così come a padroni nuovi che in
realtà sono ancora peggio dei padroni precedenti.
Si
tratta di mobilitare le masse, lo Slai Cobas annuncia che lo farà
anche con la raccolta di firme contro la soluzione fondo a favore
delle richieste degli operai che riguardano oltre che la tutela di
tutti i posti di lavoro, la rivendicazione forte e chiara della
riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, nello stesso
tempo questo tipo di rivendicazioni vanno sostenute anche nelle dite
d'appalto perché è impossibile pensare che si possa risolvere la
questione Ilva senza che questo si traduca in una effettiva difesa
dei posti di lavoro, della salute e di sicurezza che sono incannate
dalla piattaforma operaia che da tempo stiamo agitando e presentando
ai lavoratori.
Si
tratta ora di schierare i lavoratori su questa richiesta in tutte le
forme e di attivare assemblee, incontri, organizzazione autonoma che
possa supportare una nuova fase di lotta.