lunedì 9 febbraio 2026

9 febbraio - da tarantocontro: Operaio morto all’ex Ilva, la verità di Maria Teresa

 Questo racconto, che più che racconto è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire. Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassa integrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare. Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

Il racconto della moglie di Claudio Salamida tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo
“Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura”. È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...
Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.
I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.

domenica 8 febbraio 2026

8 febbraio - Lo sciopero nei Porti, la riuscita manifestazione a Ravenna e la dissociazione della Cgil. Report dello Slai Cobas psc di Ravenna

 

In occasione dello sciopero internazionale di alcuni porti del Mediterraneo indetto dall'Usb che ha coinvolto i porti del Pireo, Elefsina (Grecia), Bilbao (Spagna), Pasaia nei Paesi baschi, Mersin in Turchia, Marsiglia, Brema e Amburgo, oltre ai Porti di Genova, Trieste, Ravenna, Salerno, Palermo, le reti solidali con la Palestina di Ravenna, Bologna, Modena, Ferrara, siamo scesi in piazza a fianco del popolo palestinese raccogliendo l'appello del Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, con un corteo partito dall'Autorità portuale, passato davanti all’agenzia di spedizioni Sagem che commercia con Israele e l'Astim, l’azienda che sviluppa sistemi di sicurezza per la Zim, la compagnia marittima che assieme a MSC e Maersk fornisce a Israele le risorse necessarie per genocidio, apartheid e occupazione illegale. 

Lo sciopero ha impedito alla Zim di attraccare a Livorno, a Genova e a Venezia.

Dal sito della Rai/Liguria: "il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, d’intesa con la Farnesina, ha comunicato di seguire "con la massima attenzione l’evoluzione della vertenza in corso, in particolare presso il porto di Marsiglia e le possibili ripercussioni sui collegamenti marittimi strategici tra Italia, Francia, Corsica e Nord Africa. Nel corso degli ultimi giorni sono stati continui i contatti con le autorità francesi, anche tramite la nostra Ambasciata a Parigi e il Consolato generale a Marsiglia. 

Il MIT ha rappresentato con chiarezza le preoccupazioni del Governo italiano per le conseguenze dello sciopero sulle compagnie di navigazione e sulla continuità dei collegamenti marittimi, ritenuti essenziali non solo in chiave nazionale ma anche europea. 

È stata ribadita l’attenzione dell’Italia affinché si giunga rapidamente a una soluzione che consenta il pieno ripristino delle attività portuali e che eviti qualsiasi azione discriminatoria nei confronti di singoli operatori del settore".

Ma torniamo a Ravenna. Trecento persone in corteo, moltissimi i giovani che hanno aperto il corteo,

studenti, lavoratori


(coordinamento Usb lavoratori di Marcegaglia, Sgb, Slai Cobas-Ravenna, Cobas confederazione), giovani palestinesi, Bds, sanitari per Gaza-Ravenna, donne in nero, la partecipazione attiva dell'avvocato Maestri che ha fatto un intervento molto applaudito contro la repressione, dai decreti sicurezza alle denunce a Ravenna. Una manifestazione per dire "Fuori Israele dal Porto di Ravenna", per denunciare le complicità del governo nazionale Meloni e quella delle istituzioni locali e regionali a guida Pd.

8 febbraio - Breve info dello sciopero dei portuali a Palermo

 

Partecipazione a sostegno dello sciopero dei portuali in tutta Italia, e a livello internazionale contro la guerra imperialista, il genocidio del popolo palestinese e l' invio di armi; contro il governo Meloni guerrafondaio, i piani di riarmo, la repressione fascista e da Stato di polizia, presidio anche a Palermo al porto ieri pomeriggio.

vedi VIDEO | Sciopero dei portuali, protesta anche a Palermo: "Diciamo no alle armi e sì alla pace" https://www.palermotoday.it/cronaca/sciopero-portuali-contro-guerra-armi-video.html

Diffuso ORE 12 Controinformazione rossoperaia su Torino, ben accolto. 

È stata anche occasione per parlare a parte dei compagni presenti della iniziativa internazionalista per l'India realizzata a Bruxelles con il sit in al parlamento Europeo il 27 gennaio - nel quadro della Campagna internazionale d'emergenza contro l'operazione Kagaar e informare sulle future iniziative

Info dai compagni di Palermo presenti 

8 febbraio - info da tarantocontro: Ilva "Ambiente svenduto" - inizia il processo il 21 aprile

 

L’udienza preliminare si è finalmente conclusa. E si è conclusa bene con rinvio a giudizio per tutti gli imputati con lo stesso impianto accusatorio della sentenza di Taranto. Purtroppo, in tutti questi lunghi anni, gli imputati si sono ridotti a 21 (18 persone e 3 società), soprattutto per prescrizione dei reati. Così come, a causa del trasferimento e della posizione passiva di una buona parte degli avvocati, le parti civili si sono ridotte a 400. Lo Slai Cobas e i suoi avvocati, a cui si sono aggiunti altri 2 di Potenza e Torino, invece stanno e parteciperanno alle udienze il più possibile, nonostante tempi e costi di viaggio pesanti. 

Le persone rinviate a giudizio sono: Nicola e Fabio Riva, Capogrrosso, l'avv. Perli, i fiduciari: Rebaioli, Pastorino, Bessono; i dirigenti De Felice, Di Maggio, Andelmi, Cavallo, D'Alò; più capi area e reparto per la morte di Morselli e Zaccaria; poi Vendola, Liberti; le società sono Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici.

E' stato inoltre deciso primo parziale sequestro conservativo dei beni degli imputati per 500mila euro..

Il processo vero e proprio inizierà il 21 aprile. 

Anche a Potenza, come più volte abbiamo fatto a Taranto, lo Slai Cobas non lo farà svolgere nel silenzio. 

Nella bella, partecipata e rappresentativa assemblea che si è svolta subito dopo l'udienza ieri a Potenza, ospitata dalla Parrocchia S. Anna e per cui ringraziamo l'Avv. Vendegna - di cui parliamo in altro post - già per il 21 aprile, si è deciso una presenza visibile al Tribunale con il sostegno di lavoratori, compagni, compagne, realtà di lotta di Potenza e di altre zone. 

Prima dell'inizio del processo faremo un'assemblea a Taranto delle parti civili organizzate dallo Slai Cobas, aperta a lavoratori e cittadini 


sabato 7 febbraio 2026

7 febbraio - da Osservatorio di Bologna C. Soricelli: Incredibile strage di autotrasportatori nel 2026: Già 15 in neppure 40 giorni del 2026.

 

L'autotrasporto uccide più di milioni di lavoratori nelle fabbriche, e quest'anno, per ora anche più degli schiacciati dal trattore . nonostante in questi ultimi 2 giorni ci siano stati 10 morti sui luoghi di lavoro, registriamo ancora un forte calo rispetto al 6 febbraio del 2025. Salvatore Tegas di 72 anni morto ieri è il 15° ultrasessantenne morto nel 2026 sui luoghi di lavoro. Grazie a Salvini che ruba il voto dei lavoratori con promesse di blocco dell'innalzamento dell'età per andare in pensione pensioni. Con lui al Governo si è peggiorata addirittura la Legge Fornero. Non facendo nessuna distinzione di chi chi fa un lavoro impiegatizio e uno pericoloso ha provocato UNA STRAGE DI ANZIANI, QUESTO PERCHè DA ANZIANI SI HA RIFLESSI POCO PRONTI, CALO DI VISTA E UDITO E ACCIACCHI DI OGNI GENERE. SONO OMICIDI LEGALIZZATI.



venerdì 6 febbraio 2026

6 febbraio - PORTUALI CONTRO LA GUERRA OGGI. info

 lo Slai Cobas per il sindacato di classe di Ravenna partecipa e aderisce 

Il Porto di Ravenna ha un ruolo centrale nel sistema-porti in Italia nel transito e carico/scarico di armi e di componenti belliche verso Israele nazi-sionista.

Governo Meloni e istituzioni complici!

Contro la repressione che a Ravenna ha colpito 32 attivisti della solidarietà alla Palestina

A Ravenna ore 15:00

concentramento Autorità Portuale Ravenna 

(Via Antico Squero 31) 



6 febbraio - Ex Ilva: solo cassa integrazione e nessuna soluzione da parte di padroni e governo

 da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 05.02.26

Torniamo a fare il punto sui grandi gruppi industriali che sono in sofferenza che di conseguenza viene scaricata sugli operai diretti e indiretti dell'appalto, vale a dire che ritorniamo sulla questione ex Ilva.

Sulla questione ex Ilva viene sempre più alla luce come la soluzione che punta sull'acquisizione da parte del fondo americano Flacks sia quando mai fragile e senza prospettive sia industriali, sia ambientali e sia occupazionali. Si assiste all’azione quasi disperata del governo Meloni/Urso che è corresponsabile insieme ai precedenti governi della profondissima crisi scaricata sugli operai e sulle masse popolari in particolare a Taranto e che ora cerca disperatamente di supportare il fondo americano per potere effettivamente andare alla presa di possesso dell'ex Ilva da parte di esso.

Nello stesso tempo la situazione nella fabbrica continua ad essere profondamente negativa per i lavoratori. La maggior parte dei lavoratori dell'Ilva - o una parte rilevante di essi - in particolare a Taranto sono in cassa integrazione e ora fronteggiano la richiesta di rinnovo della cassa integrazione dato che la precedente scade il 28 febbraio. La nuova richiesta di cassa integrazione riguarda 4.450 lavoratori su un organico attualmente complessivo di circa 10.000 operai (per l’esattezza 9702) a partire dal 1 marzo per 12 mesi, sono più o meno la metà dei lavoratori per cui si chiede la cassa integrazione e la gran parte è concentrata su Taranto che dovrebbe avere 3.803 cassa integrati di cui 2.599 operai e 801 tra impiegati a quadri, 647 invece sarebbero gli operai interessati della cassa integrazione a Genova, a Novi Ligure e a Racconici.

Sui 4.450 cassa integrati ci era stata già una opposizione, una rottura, tra l'Ilva e i sindacati, quindi già la cassa integrazione che è incorso non è stata firmata dai sindacati ed è una cassa integrazione unilaterale gestita interamente dai commissari di nomina governativa.

Non è successo assolutamente niente e rimane quindi questa situazione, i cassaintegrati invece di diminuire aumentano, si passa appunto dagli attuali 4.050 ai 4.450 di adesso.

A Taranto questo dipende dal fatto che è in funzione un solo altoforno e che non ci sono stati ulteriori sviluppi sia sul piano degli impianti che industriali e tale e che delle soluzioni di conseguenza si va a un aumento della cassa integrazione e a una proroga.

L'azienda dei commissari che gestiscono l'azienda motivano questa nuova cassa integrazione con frasi del genere: “la crisi finanziaria e industriale che è interessata Acciaierie d’Italia prodotte negative effetti sulla capacità produttiva nel medio termine e si è aggravato lo squilibrio dei fattori produttivi. A Taranto in particolare abbiamo una produzione che non riesce e né si prevede che possa superare a breve un milione e mezzo o un milione e otto tonnellate di acciaio. Un eventuale incremento potrà avvenire solo se ripartiranno gli altoforni 2 e 4 ma anche in questo caso non si supererebbe i due milioni e mezzo di tonnellate”.

Questo vuol dire che sostanzialmente per un organico che secondo i piani dovrebbe essere in grado di fare una di 6 milioni di tonnellate di acciaio a fronte di una produzione di 2 milioni e mezzo comporta che la maggior parte, una parte rilevante dei lavoratori - soprattutto a Taranto - andranno in cassa integrazione e, se non si svilupperà diversamente il piano industriale una volta che sarà segnato a qualcuno, tutta questa cassa integrazione è destinata a costituirsi i massicci esuberi.

Chiaramente questa situazione mette i difficoltà i vertici sindacali di Fim/Fiom/Uilm e USB nel rapporto con i lavoratori perché i sindacati continuano ad essere in questa situazione dei puri registratori degli enti certificatori di scelte che ricadono sui lavoratori.

In particolare i commissari non ci sentono, nonostante l'ultimo grave incidente mortale che vi è stato in fabbrica che costato la vita a un operaio, Calamida. La cassa integrazione riguarda anche l'ampio settore degli addetti della manutenzione e questo rende abbastanza precaria tutta l'intera manutenzione dello stabilimento e quando la manutenzione incide sulle morti sul lavoro gli operai lo sanno bene e lo sa bene anche chi gestisce la fabbrica attualmente i commissari e che quindi consapevolmente si muove lungo una linea in cui obiettivamente i lavoratori sono in cassa integrazione e se lavorano sono a rischio infortunio, anche mortale.

Quindi sono più che giustificate le proteste finora fondamentalmente fondate sulle richieste al governo di incontrarli che portano avanti le organizzazioni sindacali confederali e USB.

Detto questo però il discorso va visto da un altro punto di vista. Il governo ha puntato tutto sull’assegnazione a una multinazionale o ai fondi dell'ex Ilva. Puntando tutto su questo abbiamo visto una prima gara che è andata male con i ritiro del gruppo azero che era interessato soprattutto al gas che era stato il primo assegnatario dell'Ilva e anche la situazione attuale del gruppo a cui dovrebbe venire assegnata, vale a dire il fondo americano Flacks, appare quanto più precaria. Questo non lo diciamo noi ma lo dicono innanzitutto i padroni stessi. Come scrive il sole 24 ore: “Flacks è un tipico profilo da fondo finanziario con scarso know-how industriale ed è abbastanza improbabile che questo fondo sia in grado di gestire uno stabilimento, un gruppo industriale come quel dell'ex Ilva e in particolare uno stabilimento come quello dell'ex Ilva Taranto”.

Tutti sono impegnati quindi, il governo in primis, a cercare nuovi interlocutori e nuovi soggetti industriali che possono affiancare il fondo americano che, d’altra parte, agendo tipicamente come un fondo di speculazione per il profitto già acquisirebbe l'ex Ilva con un prezzo simbolico e si impegnerebbe con 5 miliardi di investimento, ma guardando poi alla sostanza questo fondo di soldi reali ne metterebbe circa mezzo miliardo, il resto dovrebbe venire dallo Stato o da eventuali soggetti industriali che dovrebbero affiancarlo.

Come scrive sempre il sole 24 ore: “il minuscolo operatore Flacks che finora in realtà ha compiuto piccole operazioni di ristrutturazione in Europa non ha la forza finanziaria per affacciarsi a Taranto, Novi ligure, Cornigliano e al netto della richiesta di soldi pubblici in sostituzioni di soldi - che non ha e non mette - non dispone assolutamente delle competenze per gestire una grande fabbrica siderurgica né nelle sue componenti da ciclo integrale, né nella sua ipotetica trasformazione con i sistemi dei forni elettrici. Non ha inoltre le competenze per gestire rapporti con comunità ferite come quello di Taranto e Genova e con i sindacati ormai estenuati dai danni di gestione ecc”.

Quindi in realtà perché allora è stato assegnato al fondo americano? Da un lato perché le altre offerte non ci sono state, dall'altro è perché si pensa obiettivamente di contare su questo fondo americano, considerato vicino a Trump oltre che - e di questo ne parleremo a parte - attivamente impegnato nel finanziare le componenti più estreme dello Stato sionista di Israele e della sua componente reazionaria e genocida di estrema destra.

In realtà questo fondo volendo di maniera sul pezzo, sull'Ilva, ci si rende ben conto che questa soluzione è nettamente peggiore della stessa soluzione che si è respinta nel passato e che attualmente è fattore di controversie giuridico-finanziarie e la soluzione è passata dalla padella dell'ArcelorMittal alla braccia, un fondo speculativo che vuole prender lo stabilimento con i soldi pubblici e i gestirli in forma privata per potersene appropriare, un fondo speculativo che vuole gestire sostanzialmente l'affare, la parte finanziaria perché non ha le competenze per gestire lo stabilimento siderurgico e vuole qualcuno alleato ad esso per gestirlo.

La Federacciai ha fatto appello agli industriali italiani dell'acciaio a farsi avanti, ma in realtà gli industriali italiani tutti, pur considerando l'importanza delle Acciaierie di Taranto in particolare, pur considerando l'importanza di una siderurgia nazionale trasformata, bonificata e in grado di essere parte integrante come risorsa strategica, non vogliono anch'essi mettere una sola lira e non vogliono in nessuna maniera accollarsi la patata bollente di Taranto dove la questione della continuità produttiva è strettamente legata alla soluzione della questione ambientale.

Quindi è del tutto evidente che nessuna soluzione positiva per i lavoratori e per le masse popolari della città possa venire da questa analisi dei fatti. Di qui l'importanza che ha la posizione netta e chiara dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che dice decisamente di respingere questa soluzione del fondo Flacks.

È evidente che se respingiamo questa soluzione, come invitavamo gli operai, i lavoratori, le organizzazioni sindacali a fare, la soluzione azera è la soluzione di tutti i gruppi che si sono presentati a questa gara per acquisire l'Ilva - che sono diventati sempre meno, fino a ridursi al solo fondo Flacks. - sul piano proprio tecnico-operativo non c'è altra soluzione che la nazionalizzazione della fabbrica e la gestione diretta da parte dello Stato della fabbrica. Ma siamo sempre all'interno di soluzioni capitalistiche della crisi non certo di soluzioni che vanno negli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

Quindi è ben strano che tutti coloro che chiedono l'intervento dello Stato in realtà chiedono che lo Stato supporti i privati, quindi in questo caso il fondo Flacks, per permettere il rilancio delle Acciaierie e l'eventuale sua bonifica, riconversione e trasformazione con i forni elettrici.

Ma non si capisce invece perché lo Stato dovrebbe mettere soldi senza vedere nessuna parte nella gestione, nel piano industriale, e dovrebbe mettere la sua parte esclusivamente ai fini di favorire i privati e acquisiscono lo stabilimento. Questo è diventata sempre più una situazione che rende evidente che non c'è soluzione temporale che non sia la nazionalizzazione che comporterebbe comunque di misurarsi con le rivendicazioni dei lavoratori nei confronti sia del lavoro, salute e sicurezza sia nei confronti delle masse popolari cittadini. Siamo per la nazionalizzazione perché siamo contro tutte le offerte di tutti i partner che si sono prestati a prendere lo stabilimento, che li consideriamo anche il peggio di ArcelorMittal quindi non in grado di risolvere neanche temporaneamente i problemi di occupazione e meno che mai i problemi di salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio.

Si tratta ora di passare però una fase attiva di contrasto ai piani di governo/padroni e alla soluzione fondo. Su questi sindacati non hanno nessuna intenzione di passare a una fase attiva e continuano a nascondersi dietro la foglia di fico di una richiesta di incontro diretto con la Meloni , ingannando i lavoratori perché sappiamo bene che la Meloni ha delegato a questa vertenza ben quattro ministri, in primis Urso, ma in secondis suo vice presidente, Mantovano, proprio perché il governo non ha soluzioni alternative a quelle che stanno proponendo ai tavoli del Mit questi due ministri.

Quella di richiedere un incontro con la Meloni perché assuma direttamente la gestione della vertenza oltre che una proposta illusoria è una “bandierina” per evitare di aprire un effettivo scontro con il governo Meloni che evidentemente rifiuta ogni forma di nazionalizzazione e intende solo svolgere un supporto di copertura finanziaria di coloro che prenderebbero l'Ilva, tutte questioni che non si vede in che misura possono andare a favore dei lavoratori e meno che mai dei cittadini dei quartieri inquinanti.

La nostra indicazione resta NO a ogni ipotesi di dare l'Ilva a questo fondo come a qualsiasi altro fondo così come a padroni nuovi che in realtà sono ancora peggio dei padroni precedenti.

Si tratta di mobilitare le masse, lo Slai Cobas annuncia che lo farà anche con la raccolta di firme contro la soluzione fondo a favore delle richieste degli operai che riguardano oltre che la tutela di tutti i posti di lavoro, la rivendicazione forte e chiara della riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, nello stesso tempo questo tipo di rivendicazioni vanno sostenute anche nelle dite d'appalto perché è impossibile pensare che si possa risolvere la questione Ilva senza che questo si traduca in una effettiva difesa dei posti di lavoro, della salute e di sicurezza che sono incannate dalla piattaforma operaia che da tempo stiamo agitando e presentando ai lavoratori.

Si tratta ora di schierare i lavoratori su questa richiesta in tutte le forme e di attivare assemblee, incontri, organizzazione autonoma che possa supportare una nuova fase di lotta.


6 febbraio - Cambiago:  Morto operaio schiacciato da una lastra: l’incidente sul lavoro alla Prismag....Nella Milano delle Olimpiadi..

 ....iper militarizzate l'unica in/sicurezza sono gli omicidi sul lavoro nella regione e la città al primo posto per incidenti e morti sul lavoro

Cambiago, operaio schiacciato da una lastra: ricoverato in fin di vita in ospedale

È accaduto alle 8 nella ditta Prismag di via Castellazzo 11, quando la lastra, per ragioni ancora da chiarire, lo ha travolto.

Cambiago (Milano), 5 febbraio 2025 –  Un operaio 58enne di origine rumena è rimasto gravemente ferito questa mattina alle 8 in un incidente avvenuto in un capannone dell'azienda di manufatti per l'industria Prismag, nella zona industriale di Cambiago.  Ricoverato d'urgenza, si troverebbe in imminente pericolo di vita.

La possibile dinamica

Secondo una prima ricostruzione dei Carabinieri, sul posto insieme ad Ats, l'uomo era intento al trasporto di alcune lamiere in acciaio con un mezzo d'opera, quando una di queste gli sarebbe precipitata addosso ferendolo. È tuttavia ancora in fase di ricostruzione l'esatta dinamica dei fatti.

Gravissimo in ospedale

A liberarlo sono stati i vigili del fuoco di Milano, che lo hanno consegnato ai medici del 118 che sono riusciti a rianimarlo.  Il cinquantottenne è stato trasportato in codice rosso all'ospedale di Zingonia. Ferito, ma non vi sono dettagli ulteriori, sarebbe rimasto anche un secondo operaio, che avrebbe raggiunto in autonomia l'ospedale.

Le tragedie sul lavoro

Da gennaio a dicembre 2025, secondo dati dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, sono 1.093 le vittime sul lavoro in Italia, delle quali 798 in occasione di lavoro (7 in meno rispetto a dicembre 2024) e 295 in itinere (10 in più rispetto al 2024). La maglia nera per il maggior numero di vittime in occasione di lavoro va ancora alla Lombardia (112). Seguono: Campania (80), Veneto (76), Emilia-Romagna e Piemonte (65), Sicilia (64), Lazio (60), Puglia (58), Toscana (50), Marche (27), Liguria (26), Calabria (21), Sardegna (18), Umbria e Trentino-Alto Adige (17), Abruzzo (16), Basilicata (12), Friuli-Venezia Giulia (10), Molise (3) e Valle d’Aosta (1).

mercoledì 4 febbraio 2026

4 febbraio - Formazione marxista - Prof. Di Marco a Taranto 10 febbraio

 10 febbraio ore 16.30 biblioteca Acclavio

piazzale Bestat - Taranto

Formazione marxista per operai lavoratrici studenti militanti lotte sociali intellettuali

Con il Prof. Giuseppe Di Marco ex direttore facoltà di filosofia Università Federico II Napoli (in presenza). 

7° LEZIONE 

Il plusvalore assoluto e il salario 

Ai presenti saranno consegnati gli opuscoli delle precedenti lezioni 

info wa 3519575628



lunedì 2 febbraio 2026

2 febbraio - info Stellantis un operaio chiede: CHE CAVOLO CI SIETE ANDATI A FARE A ROMA?

 

Operai Contro


La domanda di un operaio della Stellantis di Pomigliano. A seguire i comunicati dei sindacati. Migliaia di parole sull’incontro con la direzione senza dire niente di concreto.

Il 29 gennaio 2026 è arrivata la conferma ufficiale: Antonio Filosa ha rinviato la presentazione del piano industriale al prossimo 21 maggio. Un rinvio che sa di déjà vu, l’ennesimo slittamento mentre gli stabilimenti italiani affondano nel silenzio e nell’incertezza.
Ed i sindacati? Venerdì 30, in occasione del solito tavolo al Mimit, sono andati a Roma. Presidi, comunicati, strette di mano. Ma la domanda nasce spontanea: che cavolo ci siete andati a fare a Roma, se già sapevate che il piano non sarebbe stato presentato?
Tutti e tre i comunicati sindacali parlano di crisi; di transizione; di responsabilità. Ma nessuno ha il coraggio di dire che il presidio di oggi è stato un viaggio a vuoto.
Sapevate che non ci sarebbe stato nulla di nuovo, eppure siete tornati a casa con un pugno di mosche; come sempre. Perché non siete rimasti lì?
Perché non avete occupato il Ministero? Perché non avete lottato davvero? La verità è che viviamo in un mondo di facciata. Vanno a Roma per fare la foto, per scrivere il comunicato, per dire “ci siamo stati”, ma di concreto non c’è nulla.
E ora che siete tornati, cosa succede? Farete un’assemblea unitaria? Inizierete una vera lotta?
Oppure, tanto per cambiare, nessun confronto con i lavoratori; nessuna mobilitazione; nessuna presa di coscienza?
Intanto, nelle fabbriche Stellantis si lavora sempre meno.
A Pomigliano:
– c’è chi lavora 1 o 2 giorni al mese;
– chi sta sul Tonale e prepara il funerale di un modello ormai morente;
– chi lavora sulla Panda, che ancora tiene il mercato, lo fa a ritmi da schiavi, in barba alla salute e alla sicurezza.
E il sindacato? Si riempie la bocca di parole, ma non vede anzi finge di non vedere, che la realtà operaia è fatta di sfruttamento, precarietà e silenzio.
Oggi più che mai, bisogna prendere coscienza. Il sindacato è lontano dalla cruda realtà operaia e noi dobbiamo svegliarci; unirci; lottare; non per una foto a Roma bensì per riconquistare dignità; un lavoro sicuro e futuro.
Caprariello, operaio Stellantis di Pomigliano


Di seguito i comunicati sindacali, un mare di parole.

2 febbaio - Metalmeccanici: arrivano le richieste di condanna penale per lo sciopero per il contratto di 10.000 operai a Bologna......

 .....diritti operai: il governo fascista risponde REPRESSIONE

Il governo della Meloni prova a vendicarsi dello sciopero dei metalmeccanici che ha coinvolto 10.000 operai a Bologna il 20 giugno dello scorso anno, operai che in corteo avevano deciso di percorrere la tangenziale sfidando il decreto sicurezza. La procura di Bologna, infatti, secondo i comunicati di Fiom e Cisl, ha emesso richiesto di condanne penali per i partecipanti alla  manifestazione e 3 dirigenti sindacali.

Sia la Fiom (ieri) che perfino la Cisl (oggi), il sindacato legato strettamente al governo, hanno preso posizione denunciando il decreto sicurezza che vuole impedire di manifestare il dissenso, parlando di “vergogna di Stato”, di “legge sbagliata, da cambiare” (Cisl), mentre la Fiom dichiara che “il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare i cittadini, bensì per reprimere il dissenso, restringere gli spazi democratici e colpire il diritto di manifestare pacificamente.”

Si tratta di un altro episodio che non lascia spazio a nessuna illusione sulla natura fascista del governo

(illusione che traspare ancora dagli stessi comunicati sindacali che riportiamo sotto) e mostra come quotidianamente esso attacchi chiunque osi lottare per i propri diritti, dagli operai, ai militanti dei centri sociali…

I decreti sicurezza non sono “da cambiare” ma da abolire! Solo con la dura lotta è possibile difendere il diritto di sciopero!

Combattere contro le leggi liberticide di questo governo, la sua marcia verso il fascismo aperto, non solo è strettamente necessario ma è sempre più urgente.

Metalmeccanici. Decreto Sicurezza Fim Cisl : inaccettabile e vergognosa l’azione penale contro la nostra manifestazione