giovedì 12 febbraio 2026

12 febbraio - L'appello di Nudm per lo sciopero del 9 marzo - Info e una nostra nota

 Lo Slai Cobas per il sindacato di classe, e in particolare le lavoratrici dello Slai Cobas sc, come ogni anno dal 2013, chiaramente ha proclamato lo sciopero del 9 marzo. 

Dal 2013 siamo state tra i primi sindacati di base, e spesso da sole, a indire lo "SCIOPERO DELLE DONNE" - che noi riteniamo giusto definire così e non "sciopero transfemminista" che appare riferito solo ad un settore delle donne. Per tale proclamazione abbiamo ricevuto ben due sanzioni dalla Commissione Garanzia Scioperi di 2500 euro l'una che stiamo ancora pagando (insieme ad altri soldi per aver fatto opposizione alla sanzione del 2020 e aver ricevuto condanna). Queste sanzioni sono state possibili anche perchè la CGS ha usato a piene mani pure il fatto che tutti gli altri sindacati di base avevano accettato di revocare quegli scioperi, accettandone i divieti. 

Noi NO! Abbiamo giustamente resistito, perché si trattava di un illegittimo attacco al diritto di sciopero e in particolare un attacco alle donne nella giornata dell'8 marzo che subiscono non uno sfruttamento ma un doppio sfruttamento, non un'oppressione ma una oppressione totale, fino ai femminicidi, stupri, violenze sessuali.

Abbiamo detto: ribellarci è giusto e necessario! contro padroni, governi, istituzioni borghesi, maschi fascisti che ogni giorno rovinano le nostre vite.

L'abbiamo detto e l'abbiamo fatto, perché la repressione non ci deve fermare! 

Anche quest'anno il governo fascista Meloni - che, ultima schifezza, vuole attaccare nuovamente la libera volontà delle donne con la legge "Bongiorno" sulla violenza sessuale - cercherà di impedire lo sciopero. Confidiamo che quest'anno in maniera unitaria nessun sindacato si tiri indietro, e ci sia una risposta unitaria, compatta. Chiaramente non abbiamo nessuna fiducia nei sindacati confederali, che sui posti di lavoro spesso sono concausa delle condizioni di discriminazione che subiscono le lavoratrici.  


LAVORATRICI SLAI COBAS per il sindacato di classe


L'appello di Nudm

LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI, ALL3 SINDACALIST3, ALL3 DELEGAT3 

PER LO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO 2026 

Viviamo un tempo in cui patriarcato e capitalismo ricorrono alla guerra per risolvere la crisi in cui versano. 

Le guerre, la corsa al riarmo e la deriva autoritaria attraversano il pianeta massacrando vite, impedendone la stessa riproduzione, rendendo i processi di liberazione e autodeterminazione delle esistenze minati da feroce repressione, chiudendo spazi di dissenso e pensiero critico. La guerra è sempre più impattante anche dove non ci sono conflitti armati in corso: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica, nella scuola delle prescrizioni a docentə, studentə e contenuti. 

Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero transfemminista, politico, sociale e vertenziale, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dai e dei consumi, dai e dei generi, nel momento in cui la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabilizzate e povere.  Deriva autoritaria, controllo dei corpi e economia di guerra non sono aspetti disgiunti ma costruiscono quotidianamente l’arruolamento morale e materiale della società nello Stato e l’irrigidimento dei ruoli di genere e di classe. 

Ultima violenza istituzionale il disegno di legge sulla violenza sessuale che sostituisce il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, riavvolgendo il nastro della storia indietro di alcuni decenni. Il dissenso presuppone una disponibilità fino a manifestazione contraria e scredita la parola di chi ha subito per tutelare chi ha abusato. Le conseguenze dell’approvazione sarebbero aberranti non solo nei contesti familiari ma anche nei contesti lavorativi e in particolare quelli di maggiore ricattabilità e sfruttamento. Le denunce stanno facendo registrare un aumento vertiginoso dei casi mentre il governo continua a negare l’educazione psicosessuo-affettiva e al consenso nelle scuole. 

La legge va bloccata con ogni mezzo: anche con lo sciopero.

Il riarmo sta imponendo una pesante austerity in un momento di durissima crisi economica e di guerra commerciale mentre si programma la spesa a debito per finanziare la riconversione bellica della produzione industriale. Le donne, le persone trans e non binarie, le persone razzializzate, disabili e neurodivergenti, giovani e meno giovani vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la crisi con l'aumento del lavoro povero e precario, l'aumento dei prezzi e la distruzione del servizio pubblico e del welfare. Si fa sempre più significativo il gender gap salariale mentre il governo continua a incentivare il part-time imposto e a enfatizzare il ruolo delle donne in quanto madri e lavoratrici, con misure una tantum e bonus. È lo stesso sistema che produce l'espulsione e l’invisibilizzazione sistematica dal mondo della formazione e del lavoro delle persone trans. Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tutt.

Per questo chiediamo a tutti i sindacati di proclamare e sostenere lo sciopero generale per l’intera giornata nei posti di lavoro per consentire la più ampia partecipazione. Auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nel sostegno attivo degli snodi organizzativi quanto nelle ipotesi politiche che da ormai 10 anni pratichiamo, fra tentativi ed errori sperimentando pratiche e strumenti, sempre in dialogo attraverso assemblee pubbliche. Lo Sciopero del 9 marzo si svolgerà durante le Paralimpiadi Milano Cortina che, come ogni Grande Evento, è una macchina moltiplicatrice del lavoro precario e volontario, di turistificazione e devastazione ambientale, ma non solo. Sappiamo del tentativo di sfruttare l'evento per imporre alle organizzazioni sindacali una sospensione degli scioperi al fine di "garantire il regolare svolgimento delle manifestazioni". Respingiamo l'ennesimo attacco al diritto di sciopero da parte del Governo: rispondiamo che se bisogna bloccare qualcosa, allora sono Olimpiadi o guerre, non uno dei pochi strumenti di conflitto sociale ancora praticabili, ovvero lo sciopero. Al di là di ogni rischio di ritualità, la sperimentazione aperta dallo sciopero dell’8 marzo in questi 10 anni ha risuonato negli scioperi contro il genocidio dell’autunno passato al grido di Blocchiamo tutto! e nello sciopero generale contro l’ICE a Minneapolis. Intendiamo continuare a fare dello sciopero una pratica collettiva di lotta e di organizzazione capace di superare frammentazioni e di incidere su una realtà inaccettabile.

 Il 9 marzo 2026 sarà sciopero transfemminista!

Non una di meno


12 febbraio - NAPOLI IN LOTTA: info

 

Movimento di Lotta - Disoccupati "7 Novembre" Cantiere 167 Scampia.

OCCUPATO IL COMUNE DI NAPOLI: ALL'ALBA ABBIAMO OCCUPATO IL COMUNE DI NAPOLI.

UNA FOLTO GRUPPO DI DISOCCUPATI ORGANIZZATI, DEI MOVIMENTI DI LOTTA 7 NOVEMBRE E CANTIERE 167 SCAMPIA, TUTTI IDONEI ALLE PROCEDURE DEL CLICK DAY CHIEDONO L'ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE PER L'AVVIO DELLA SICUREZZA SUL LAVORO E SORVEGLIANZA SANITARIA PER INIZIARE TUTTI I 1200 NELLE CONVENZIONATE DEL COMUNE DI NAPOLI COME STABILITO IN PREFETTURA (IL 29 LUGLIO, IL 7 DICEMBRE E NEI PRIMI DI GENNAIO) E DAGLI ULTIMI ATTI AMMINISTRATIVI.

IL TEMPO È SCADUTO!!!

FACCIAMO APPELLO A TUTTI/E A SCENDERE IN PIAZZA CON NOI!


12 febbraio - Il processo infinito Eternit ai padroni assassini in Cassazione: ulteriore ingiustizia

 

Eternit bis, la Cassazione accetta il ricorso della difesa di Schmidheiny. Ora si torna in Appello

La decisione oggi, 11 febbraio, a Roma. I tempi del processo si allungheranno ancora con l’incubo di ulteriori prescrizioni di casi

Adelia Pantano

La decisione è arrivata oggi, mercoledì 11 febbraio, dai giudici della quarta sezione Suprema Corte (presidente Emanuele Di Salvo, relatrice Eugenia Serrao) chiamati a esprimersi sulla condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino a 9 anni e 6 mesi nei confronti di Stephan Schmidheiny per 91 omicidi colposi (a fronte dei 392 di inizio processo, numero sfrondato nel corso dei due gradi di giudizio a seguito di prescrizioni e assoluzioni).

La Corte ha accettato il ricorso della difesa dell’ex magnate dello stabilimento di Casale Monferrato, il più grande d’Europa, presentato per la mancata traduzione in lingua tedesca della sentenza di secondo grado che secondo i legali avrebbe leso il diritto di difesa di Schmidheiny. Con la decisione della Cassazione ora l’atto verrà rinviato alla Corte d’Assise d’Appello di Torino per la traduzione con un inevitabile slittamento dei tempi e la fissazione di una nuova udienza a Roma nei prossimi mesi. E l’ulteriore prescrizione di altri casi dei 91 già considerati. I sostituti procuratori generali Paolo Andrea Maria Fiore e Antonietta Picardi avevano concluso la loro requisitoria chiedendo l’inammissibilità di tutti i motivi di ricorso. La sentenza è arrivata al termine di una lunga giornata. A Roma era presente una delegazione casalese di Afeva (Associazione Familiari e Vittime Amianto). Tra loro alcuni storici protagonisti della lotta contro l’amianto come Bruno Pesce e Nicola Pondrano, insieme agli avvocati che seguono le parti civili. Presente anche il sindaco di Casale Monferrato, Emanuele Capra.


mercoledì 11 febbraio 2026

11 febbraio - Dall'Italia alla Turchia la solidarietà internazionale e internazionalista dello Slai Cobas per il sindacato di classe

 

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe esprime la massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori, alle compagne e ai compagni colpiti dalla gravissima repressione dello stato turco che con una operazione di polizia ha arrestato nei giorni scorsi 96 persone con l’oramai consueto pretesto, usato da tanti governi reazionari, di attività di “terrorismo”.

Il governo turco con questa operazione, come denunciano i compagni nella loro dichiarazione, attacca tutti coloro che mettono in campo quotidiane lotte per i diritti per “mettere a tacere ogni forma di opposizione”, tanto che gli arresti potrebbero continuare nei prossimi giorni.

Ogni ambito che riguarda la lotta è stato colpito, senza riguardo né alle strutture fisiche né tantomeno alle persone: è per questo che con fare da squadroni armati del governo, più che normali “forze di polizia” hanno attaccato gli uffici, distruggendo tutto e sequestrando i computer, così come hanno arrestato membri di ogni tipo di associazione, dal presidente e dal segretario generale del sindacato dei lavoratori portuali LİMTER İş, parte della Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari (DISK), agli ambientalisti di Polen Ekoloji, dai membri e rappresentanti di spicco del Partito Socialista degli Oppressi (ESP), dei Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e della Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), al co-presidente dell'ESP, Murat Çepni, la portavoce generale del SKM Tanya Kara e il co-presidente della SGDF Berfin Polat.”

In mancanza di “prove” inesistenti il regime fascista turco sequestra perfino il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, e secondo la stampa turca, il vero obbiettivo sarebbero i membri del Partito Comunista Marxista-Leninista (MLKP).

Questa ulteriore stretta repressiva sembra essere legata a tutte le attività di sostegno in solidarietà con il Rojava e altre città della resistenza curda, che il governo attacca, in particolare in questo momento, nella speranza di una sua definitiva sconfitta.

E infatti, pochi giorni prima, come riporta il comunicato dei compagni, “di questa ondata di arresti, un tribunale di Istanbul ha condannato dieci avvocati curdi e altre 18 persone a pene fino a 11 anni e 3 mesi per aver difeso i diritti e l'assistenza medica dei prigionieri, in maggioranza curdi…”

Ma come sempre la reazione, i fascisti al governo, si illudono che la repressione possa fermare la lotta e la ribellione, "Non un solo passo indietro” gridano al contrario i compagni.

Le lavoratrici e i lavoratori italiani che si riconoscono classe operaia internazionale nella solidarietà alle compagne e ai compagni della Turchia, subiscono una continua azione del governo moderno fascista guidato dalla Meloni, azione tesa a peggiorare sempre più le loro condizioni di vita e di lavoro e a sopprimere ogni tipo di diritti.

L’unità nella lotta, quindi, nazionale e internazionale, è necessaria e fondamentale, per questo nella prossima assemblea generale dei lavoratori della nostra organizzazione saranno prese decisioni in merito alle iniziative di solidarietà, e insieme alle compagne e ai compagni gridiamo Libertà per tutti i prigionieri politici! Abbasso la repressione fascista!

Slai Cobas per il sindacato di classe

Coordinamento nazionale - Italia

Dai compagni turchi 

Scriviamo per informare urgentemente di una grave ondata di repressione contro attivisti socialisti,

giornalisti, sindacali, avvocati e ambientalisti in Turchia, e per chiamare alla solidarietà.

Nei giorni scorsi, in tutta la Turchia sono state arrestate 96 persone col pretesto di "operazioni antiterrorismo". Il governo Erdoğan utilizza ancora una volta la legislazione antiterrorismo per distruggere le strutture della resistenza e mettere a tacere ogni forma di opposizione. Le unità antiterrorismo hanno fatto irruzione in case e uffici, li hanno saccheggiati, hanno distrutto beni e confiscato tutti i dispositivi elettronici. Persino letteratura politica, tra cui il Manifesto del Partito Comunista, è stato sequestrata come "prova". Tra i locali presi di mira gli uffici dell'agenzia di stampa Etha e dell'associazione culturale Beksav. Questa ondata di repressione è chiaramente rivolta contro le organizzazioni di sinistra e socialiste. Tra i compagni arrestati figurano membri e rappresentanti di spicco del Partito Socialista degli Oppressi (ESP), dei Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e della Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), tra gli altri il co-presidente dell'ESP, Murat Çepni, la portavoce generale del SKM Tanya Kara e il co-presidente della SGDF Berfin Polat.

Il governo fascista turco, ha Inoltre arrestato il presidente e il segretario generale del sindacato dei lavoratori portuali LİMTER İş, parte della Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari (DISK). Sono stati arrestati anche membri dell'organizzazione ambientalista Polen Ekoloji.

Secondo l'agenzia di stampa di Stato turca, gli arresti avrebbero come bersaglio il Partito Comunista Marxista-Leninista (MLKP). In, Le procure di 22 province hanno ordinato arresti di persone accusate di aver partecipato a celebrazioni del 30° anniversario dell'MLKP. Le note riportano che questi erano sotto stretta sorveglianza già dal 24 febbraio 2025. Non è la prima ondata di repressione contro queste organizzazioni, ma la sua portata segna una nuova escalation. Le autorità parlano ora di 110 sospettati, il che significa che sono probabili ulteriori arresti.

Nelle ultime settimane, molte delle organizzazioni colpite sono state attivamente coinvolte in azioni di resistenza e solidarietà per il Rojava, tra cui proteste a Suruç (Pirsûs). Questa città è segnata dalla memoria dell'attacco dell'ISIS del 2015, con la complicità delle autorità turche, in cui 33 giovani dell'SGDF furono assassinati mentre si preparavano a contribuire alla ricostruzione di Kobanê.

Pochi giorni prima di questa ondata di arresti, un tribunale di Istanbul ha condannato dieci avvocati curdi e altre 18 persone a pene fino a 11 anni e 3 mesi per aver difeso i diritti e l'assistenza medica dei prigionieri, in maggioranza curdi. Allo stesso tempo, i socialisti giocano un ruolo chiave nell'organizzazione delle grandi proteste anti-NATO previste per il 7 e l'8 luglio ad Ankara, il che fornisce un’ulteriore motivazione politica di questa ondata repressiva.

Nonostante gli attacchi, i giovani socialisti dichiarano:

"Non un solo passo indietro. Continueremo a rafforzare la lotta dei giovani per l'uguaglianza e la libertà. Nonostante tutti gli attacchi, riaffermiamo: SGDF è speranza, e la speranza rimane salda".

Cari compagni, chiediamo qualsiasi forma di solidarietà:

  • Dichiarazioni pubbliche e messaggi di sostegno

  • Azioni di protesta, raduni o striscioni

  • Lettere alle ambasciate e ai consolati turchi

  • Iniziative all'interno di sindacati, partiti, organizzazioni giovanili e femminili

  • Diffusione massiccia di queste informazioni

La solidarietà internazionale è fondamentale. Ogni messaggio, ogni azione e ogni manifestazione di sostegno rafforza la lotta antifascista in Turchia e contribuisce a proteggere chi è bersaglio della repressione.

Libertà per tutti i prigionieri politici!

Abbasso la repressione fascista!

Solidarietà alla lotta antifascista in Turchia!


11 febbraio - CAPORALATO ALLA GLOVO2: LO SFRUTTAMENTO RAZZISTA-BESTIALE-INUMANO DEI MIGRANTI

 La fatica di essere rider, sulle strade della Brianza con i 400 ciclofattorini: "Se ti fermi resti a digiuno"

Pachistani e bengalesi per il 75%, portano cibo ovunque a ogni ora anche nei giorni di festa. "Per uno stipendio dignitoso sono costretti a non staccare mai, rischiando la salute"

Monza – Sui sellini delle loro bici o dei loro motorini girano per le vie della città consegnando pasti a chi ordina in take-away, avendo la tenacia come parola d’ordine: sono i rider - in italiano ciclofattorini -, che prestano il loro lavoro per piattaforme e app web di consegna, divincolandosi tra gratificazioni e difficoltà. In Italia sono tre quelle principali attive attualmente (a cui se ne aggiungono altre più piccole e settoriali): Just Eat, Glovo e Deliveroo. Monza nel mercato del take-away è tra le città medie col più alto tasso di prenotazioni in Italia, tant’è che Deliveroo ha visto, tra il 2022 e il 2023, ben il 64% dei ristoranti monzesi in più aderire alla piattaforma. Just Eat nel 2021 ha deciso di partire proprio da Monza, in Italia, per sperimentare i nuovi contratti di lavoro su modello Scoober, una particolare forma contrattuale di secondo livello - sotto a un primo livello di contratto collettivo nazionale di lavoro della logistica - che ha reso i rider per la prima volta in Italia lavoratori subordinati.

Le altre piattaforme, Glovo e Deliveroo - iscritte ad Assodelivery, da cui Just Eat è invece uscita -, pagano a cottimo, vale a dire per ogni consegna effettuata, in un rapporto di lavoro che vede i rider come lavoratori autonomi a partita Iva o in ritenuta d’acconto. La differenza è presto detta: da un lato Just Eat dà la sicurezza di un contratto ad ore, con tutele e indennità riconosciute; dall’altro Glovo e Deliveroo destinano il lavoro al libero professionismo, non dando garanzie ma offrendo la possibilità di lavorare quanto si vuole e di poter guadagnare di più. La paga oraria di Just Eat parte da 7,50 euro netti, che possono aumentare a seconda di scelte contrattuali e indennità riconosciute, mentre Glovo e Deliveroo hanno paghe tra loro simili, partendo da 3,70 euro dal momento in cui si accede all’ordine, a cui si aggiunge un centesimo per ogni chilometro percorso.

I lavoratori fanno sapere che mediamente si riesce a ricavare qualcosa in più da Glovo, ma che Deliveroo ha un accesso oggi mediamente più facile agli ordini. A Monza e dintorni sono circa 100 i rider attivi per Just Eat e 300 quelli di Glovo e Deliveroo. Molto spesso un singolo rider lavora in contemporanea per più piattaforme, delle volte anche tutt’e tre insieme. Fortissima a Monza è la presenza di lavoratori di origine pachistana e bengalese, circa il 75% del totale, mentre i restanti sono italiani o di altre nazionalità. "Just Eat ha dato sicurezza lavorativa ai rider – commenta Ferdinando Sannino, segretario Fit Cisl Monza Brianza Lecco –. Sono lavoratori dipendenti con compenso orario, ferie, malattia, maternità o paternità, indennità per lavoro notturno e festivi, coperture assicurative, dispositivi di sicurezza gratuiti, formazione obbligatoria e tutele previdenziali. È la strada giusta, ciò che manca è che non vengono forniti mezzi e un welfare aziendale. A Monza poi non c’è una postazione fisica come base di appoggio".

«Molti rider per guadagnare sono costretti a lavorare tantocon orari assurdi e pericolosi per la loro salute – denuncia Elena Lott del coordinamento nazionale di Slang-Usb –, tanto che sono numerosi gli incidenti in strada. Andrebbero assunti tutti come lavoratori subordinati. Il sistema a cottimo si presta a sfruttamento perché non hai garanzie e finisci per lavorare senza limiti, e anche il contratto Scoober di Just Eat è peggiorativo rispetto al Ccnl di logistica: qui spesso poi sono poche le ore di lavoro, magari 15, 20, quando molti rider vorrebbero farne 40".


11 febbraio - CAPORALATO ALLA GLOVO, MA NON SOLO, 1: IL DOPPIO SFRUTTAMENTO DELLE LAVORATRICI, UNA TESTIMONIANZA

 Sara, la vita impossibile della mamma rider di Glovo: “Lavoravo tutti i giorni, portavo i figli con me”

Una 47enne racconta la sua esperienza da fattorina: sistema insostenibile. Prosegue l’indagine della Procura di Milano, verifiche sul criterio di calcolo dei compensi

Sara V., 47 anni, iniziò a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio

La paga “non è sufficiente”, neanche per pagare “l’affitto di 200 euro al mese” per vivere in un appartamento in condivisione con altri rider. “Non ho mai pause, lavoro sette giorni su sette”, ha spiegato un altro ciclofattorino ai carabinieri, che hanno raccolto le decine di testimonianze alla base del provvedimento con cui il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società del colosso del delivery Glovo. Provvedimento che dovrà essere convalidato da un gip. L’analisi tecnica si è concentrata sulla “gestione algoritmica della prestazione” lavorativa, il “monitoraggio” costante su “tempi” di consegna e "performance” con tanto di “punizioni”, ma anche su un elemento che resta, al momento, oscuro, ovvero il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e soprattutto calcolare il “compenso”. La piattaforma determina il compenso basandosi su “parametri registrati digitalmente e non negoziati dal rider”, e senza “analisi dei sistemi backend”, scrive il pm, non si sa come si arriva al “calcolo del compenso”. Più, in generale è la piattaforma, secondo la Procura, a “governare” il lavoro dei rider, formalmente lavoratori autonomi, pagato con cifre sotto la soglia di povertà.

Milano, 11 febbraio 2026 – “Questo sistema non può più andare avanti, chi lavora deve avere condizioni dignitose e per fortuna è intervenuta la Procura di Milano”.

Sara V., 47 anni, ha iniziato a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio perché i soldi, per una donna single con due figli da crescere, non bastano mai. Un impiego che a un certo punto è diventato sempre più assorbente portando via giorni e notti.

Fino a poco tempo fa, perché è riuscita a cambiare lavoro, Sara era uno dei 40mila rider che secondo le indagini coordinate dal pm di Milano Paolo Storari lavorano in condizioni di sfruttamento per Glovo, colosso spagnolo del delivery sottoposto al controllo giudiziario in Italia.

Sara, quando è entrata nella flotta di Glovo?

"Era il 2019, lavoravo part time in una cioccolateria e, avendo due figli piccoli, dovevo cercare per forza un secondo lavoro. Lo stipendio non era sufficiente. Per me all’inizio era un impiego che mi consentiva una certa flessibilità oraria. Con la pandemia ho lasciato la cioccolateria e ho iniziato a lavorare in una struttura sanitaria dalle 6 alle 10. Poi lavoravo per Glovo da mezzogiorno fino alle 8 di sera. Mi capitava di fare consegne anche sette giorni su sette, prendendo magari una mezza giornata per riposare”.

Come conciliava questo lavoro con la cura dei figli?

"Semplicemente, non avendo nessuno a cui affidarli, li portavo con me, perché facevo le consegne con la mia macchina. Non so neanche quante cene abbiamo fatto sul tavolino della mia Fiat Multipla. Per i miei figli, che ora hanno 13 anni, all’inizio era come un gioco. Scendevano con me e a volte mi aiutavano a fare le consegne. Poi la situazione, anche per loro, è diventata sempre più pesante. Si addormentavano in macchina, senza contare il rischio di incidenti. Guidavo costantemente in tensione”.


Quanto guadagnava con questo lavoro?

"In passato, lavorando sette giorni su sette, circa 1.500 euro lordi al mese. Ero costretta a lavorare anche il sabato e la domenica, perché altrimenti sarebbe sceso il mio punteggio, e vivevo costantemente attaccata al cellulare. A un certo punto sono diventata anche ’veterana’. Le condizioni sono peggiorate radicalmente quando è stato introdotto il sistema del free login (un sistema che ha eliminato calendari e slot consentendo ai rider di rimanere sempre connessi, pagati in base alle consegne effettuate, ndr), e lavorare è diventato insostenibile. Bisogna stare in giro ore con il rischio di non guadagnare nulla se non arrivano consegne, perché i tempi morti non vengono pagati. Per questo ho deciso di cercare un altro lavoro”.


lunedì 9 febbraio 2026

9 febbraio - da tarantocontro: Operaio morto all’ex Ilva, la verità di Maria Teresa

 Questo racconto, che più che racconto è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire. Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassa integrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare. Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

Il racconto della moglie di Claudio Salamida tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo
“Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura”. È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...
Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.
I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.

domenica 8 febbraio 2026

8 febbraio - Lo sciopero nei Porti, la riuscita manifestazione a Ravenna e la dissociazione della Cgil. Report dello Slai Cobas psc di Ravenna

 

In occasione dello sciopero internazionale di alcuni porti del Mediterraneo indetto dall'Usb che ha coinvolto i porti del Pireo, Elefsina (Grecia), Bilbao (Spagna), Pasaia nei Paesi baschi, Mersin in Turchia, Marsiglia, Brema e Amburgo, oltre ai Porti di Genova, Trieste, Ravenna, Salerno, Palermo, le reti solidali con la Palestina di Ravenna, Bologna, Modena, Ferrara, siamo scesi in piazza a fianco del popolo palestinese raccogliendo l'appello del Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, con un corteo partito dall'Autorità portuale, passato davanti all’agenzia di spedizioni Sagem che commercia con Israele e l'Astim, l’azienda che sviluppa sistemi di sicurezza per la Zim, la compagnia marittima che assieme a MSC e Maersk fornisce a Israele le risorse necessarie per genocidio, apartheid e occupazione illegale. 

Lo sciopero ha impedito alla Zim di attraccare a Livorno, a Genova e a Venezia.

Dal sito della Rai/Liguria: "il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, d’intesa con la Farnesina, ha comunicato di seguire "con la massima attenzione l’evoluzione della vertenza in corso, in particolare presso il porto di Marsiglia e le possibili ripercussioni sui collegamenti marittimi strategici tra Italia, Francia, Corsica e Nord Africa. Nel corso degli ultimi giorni sono stati continui i contatti con le autorità francesi, anche tramite la nostra Ambasciata a Parigi e il Consolato generale a Marsiglia. 

Il MIT ha rappresentato con chiarezza le preoccupazioni del Governo italiano per le conseguenze dello sciopero sulle compagnie di navigazione e sulla continuità dei collegamenti marittimi, ritenuti essenziali non solo in chiave nazionale ma anche europea. 

È stata ribadita l’attenzione dell’Italia affinché si giunga rapidamente a una soluzione che consenta il pieno ripristino delle attività portuali e che eviti qualsiasi azione discriminatoria nei confronti di singoli operatori del settore".

Ma torniamo a Ravenna. Trecento persone in corteo, moltissimi i giovani che hanno aperto il corteo,

studenti, lavoratori


(coordinamento Usb lavoratori di Marcegaglia, Sgb, Slai Cobas-Ravenna, Cobas confederazione), giovani palestinesi, Bds, sanitari per Gaza-Ravenna, donne in nero, la partecipazione attiva dell'avvocato Maestri che ha fatto un intervento molto applaudito contro la repressione, dai decreti sicurezza alle denunce a Ravenna. Una manifestazione per dire "Fuori Israele dal Porto di Ravenna", per denunciare le complicità del governo nazionale Meloni e quella delle istituzioni locali e regionali a guida Pd.

8 febbraio - Breve info dello sciopero dei portuali a Palermo

 

Partecipazione a sostegno dello sciopero dei portuali in tutta Italia, e a livello internazionale contro la guerra imperialista, il genocidio del popolo palestinese e l' invio di armi; contro il governo Meloni guerrafondaio, i piani di riarmo, la repressione fascista e da Stato di polizia, presidio anche a Palermo al porto ieri pomeriggio.

vedi VIDEO | Sciopero dei portuali, protesta anche a Palermo: "Diciamo no alle armi e sì alla pace" https://www.palermotoday.it/cronaca/sciopero-portuali-contro-guerra-armi-video.html

Diffuso ORE 12 Controinformazione rossoperaia su Torino, ben accolto. 

È stata anche occasione per parlare a parte dei compagni presenti della iniziativa internazionalista per l'India realizzata a Bruxelles con il sit in al parlamento Europeo il 27 gennaio - nel quadro della Campagna internazionale d'emergenza contro l'operazione Kagaar e informare sulle future iniziative

Info dai compagni di Palermo presenti 

8 febbraio - info da tarantocontro: Ilva "Ambiente svenduto" - inizia il processo il 21 aprile

 

L’udienza preliminare si è finalmente conclusa. E si è conclusa bene con rinvio a giudizio per tutti gli imputati con lo stesso impianto accusatorio della sentenza di Taranto. Purtroppo, in tutti questi lunghi anni, gli imputati si sono ridotti a 21 (18 persone e 3 società), soprattutto per prescrizione dei reati. Così come, a causa del trasferimento e della posizione passiva di una buona parte degli avvocati, le parti civili si sono ridotte a 400. Lo Slai Cobas e i suoi avvocati, a cui si sono aggiunti altri 2 di Potenza e Torino, invece stanno e parteciperanno alle udienze il più possibile, nonostante tempi e costi di viaggio pesanti. 

Le persone rinviate a giudizio sono: Nicola e Fabio Riva, Capogrrosso, l'avv. Perli, i fiduciari: Rebaioli, Pastorino, Bessono; i dirigenti De Felice, Di Maggio, Andelmi, Cavallo, D'Alò; più capi area e reparto per la morte di Morselli e Zaccaria; poi Vendola, Liberti; le società sono Ilva Spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici.

E' stato inoltre deciso primo parziale sequestro conservativo dei beni degli imputati per 500mila euro..

Il processo vero e proprio inizierà il 21 aprile. 

Anche a Potenza, come più volte abbiamo fatto a Taranto, lo Slai Cobas non lo farà svolgere nel silenzio. 

Nella bella, partecipata e rappresentativa assemblea che si è svolta subito dopo l'udienza ieri a Potenza, ospitata dalla Parrocchia S. Anna e per cui ringraziamo l'Avv. Vendegna - di cui parliamo in altro post - già per il 21 aprile, si è deciso una presenza visibile al Tribunale con il sostegno di lavoratori, compagni, compagne, realtà di lotta di Potenza e di altre zone. 

Prima dell'inizio del processo faremo un'assemblea a Taranto delle parti civili organizzate dallo Slai Cobas, aperta a lavoratori e cittadini 


sabato 7 febbraio 2026

7 febbraio - da Osservatorio di Bologna C. Soricelli: Incredibile strage di autotrasportatori nel 2026: Già 15 in neppure 40 giorni del 2026.

 

L'autotrasporto uccide più di milioni di lavoratori nelle fabbriche, e quest'anno, per ora anche più degli schiacciati dal trattore . nonostante in questi ultimi 2 giorni ci siano stati 10 morti sui luoghi di lavoro, registriamo ancora un forte calo rispetto al 6 febbraio del 2025. Salvatore Tegas di 72 anni morto ieri è il 15° ultrasessantenne morto nel 2026 sui luoghi di lavoro. Grazie a Salvini che ruba il voto dei lavoratori con promesse di blocco dell'innalzamento dell'età per andare in pensione pensioni. Con lui al Governo si è peggiorata addirittura la Legge Fornero. Non facendo nessuna distinzione di chi chi fa un lavoro impiegatizio e uno pericoloso ha provocato UNA STRAGE DI ANZIANI, QUESTO PERCHè DA ANZIANI SI HA RIFLESSI POCO PRONTI, CALO DI VISTA E UDITO E ACCIACCHI DI OGNI GENERE. SONO OMICIDI LEGALIZZATI.



venerdì 6 febbraio 2026

6 febbraio - PORTUALI CONTRO LA GUERRA OGGI. info

 lo Slai Cobas per il sindacato di classe di Ravenna partecipa e aderisce 

Il Porto di Ravenna ha un ruolo centrale nel sistema-porti in Italia nel transito e carico/scarico di armi e di componenti belliche verso Israele nazi-sionista.

Governo Meloni e istituzioni complici!

Contro la repressione che a Ravenna ha colpito 32 attivisti della solidarietà alla Palestina

A Ravenna ore 15:00

concentramento Autorità Portuale Ravenna 

(Via Antico Squero 31) 



6 febbraio - Ex Ilva: solo cassa integrazione e nessuna soluzione da parte di padroni e governo

 da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 05.02.26

Torniamo a fare il punto sui grandi gruppi industriali che sono in sofferenza che di conseguenza viene scaricata sugli operai diretti e indiretti dell'appalto, vale a dire che ritorniamo sulla questione ex Ilva.

Sulla questione ex Ilva viene sempre più alla luce come la soluzione che punta sull'acquisizione da parte del fondo americano Flacks sia quando mai fragile e senza prospettive sia industriali, sia ambientali e sia occupazionali. Si assiste all’azione quasi disperata del governo Meloni/Urso che è corresponsabile insieme ai precedenti governi della profondissima crisi scaricata sugli operai e sulle masse popolari in particolare a Taranto e che ora cerca disperatamente di supportare il fondo americano per potere effettivamente andare alla presa di possesso dell'ex Ilva da parte di esso.

Nello stesso tempo la situazione nella fabbrica continua ad essere profondamente negativa per i lavoratori. La maggior parte dei lavoratori dell'Ilva - o una parte rilevante di essi - in particolare a Taranto sono in cassa integrazione e ora fronteggiano la richiesta di rinnovo della cassa integrazione dato che la precedente scade il 28 febbraio. La nuova richiesta di cassa integrazione riguarda 4.450 lavoratori su un organico attualmente complessivo di circa 10.000 operai (per l’esattezza 9702) a partire dal 1 marzo per 12 mesi, sono più o meno la metà dei lavoratori per cui si chiede la cassa integrazione e la gran parte è concentrata su Taranto che dovrebbe avere 3.803 cassa integrati di cui 2.599 operai e 801 tra impiegati a quadri, 647 invece sarebbero gli operai interessati della cassa integrazione a Genova, a Novi Ligure e a Racconici.

Sui 4.450 cassa integrati ci era stata già una opposizione, una rottura, tra l'Ilva e i sindacati, quindi già la cassa integrazione che è incorso non è stata firmata dai sindacati ed è una cassa integrazione unilaterale gestita interamente dai commissari di nomina governativa.

Non è successo assolutamente niente e rimane quindi questa situazione, i cassaintegrati invece di diminuire aumentano, si passa appunto dagli attuali 4.050 ai 4.450 di adesso.

A Taranto questo dipende dal fatto che è in funzione un solo altoforno e che non ci sono stati ulteriori sviluppi sia sul piano degli impianti che industriali e tale e che delle soluzioni di conseguenza si va a un aumento della cassa integrazione e a una proroga.

L'azienda dei commissari che gestiscono l'azienda motivano questa nuova cassa integrazione con frasi del genere: “la crisi finanziaria e industriale che è interessata Acciaierie d’Italia prodotte negative effetti sulla capacità produttiva nel medio termine e si è aggravato lo squilibrio dei fattori produttivi. A Taranto in particolare abbiamo una produzione che non riesce e né si prevede che possa superare a breve un milione e mezzo o un milione e otto tonnellate di acciaio. Un eventuale incremento potrà avvenire solo se ripartiranno gli altoforni 2 e 4 ma anche in questo caso non si supererebbe i due milioni e mezzo di tonnellate”.

Questo vuol dire che sostanzialmente per un organico che secondo i piani dovrebbe essere in grado di fare una di 6 milioni di tonnellate di acciaio a fronte di una produzione di 2 milioni e mezzo comporta che la maggior parte, una parte rilevante dei lavoratori - soprattutto a Taranto - andranno in cassa integrazione e, se non si svilupperà diversamente il piano industriale una volta che sarà segnato a qualcuno, tutta questa cassa integrazione è destinata a costituirsi i massicci esuberi.

Chiaramente questa situazione mette i difficoltà i vertici sindacali di Fim/Fiom/Uilm e USB nel rapporto con i lavoratori perché i sindacati continuano ad essere in questa situazione dei puri registratori degli enti certificatori di scelte che ricadono sui lavoratori.

In particolare i commissari non ci sentono, nonostante l'ultimo grave incidente mortale che vi è stato in fabbrica che costato la vita a un operaio, Calamida. La cassa integrazione riguarda anche l'ampio settore degli addetti della manutenzione e questo rende abbastanza precaria tutta l'intera manutenzione dello stabilimento e quando la manutenzione incide sulle morti sul lavoro gli operai lo sanno bene e lo sa bene anche chi gestisce la fabbrica attualmente i commissari e che quindi consapevolmente si muove lungo una linea in cui obiettivamente i lavoratori sono in cassa integrazione e se lavorano sono a rischio infortunio, anche mortale.

Quindi sono più che giustificate le proteste finora fondamentalmente fondate sulle richieste al governo di incontrarli che portano avanti le organizzazioni sindacali confederali e USB.

Detto questo però il discorso va visto da un altro punto di vista. Il governo ha puntato tutto sull’assegnazione a una multinazionale o ai fondi dell'ex Ilva. Puntando tutto su questo abbiamo visto una prima gara che è andata male con i ritiro del gruppo azero che era interessato soprattutto al gas che era stato il primo assegnatario dell'Ilva e anche la situazione attuale del gruppo a cui dovrebbe venire assegnata, vale a dire il fondo americano Flacks, appare quanto più precaria. Questo non lo diciamo noi ma lo dicono innanzitutto i padroni stessi. Come scrive il sole 24 ore: “Flacks è un tipico profilo da fondo finanziario con scarso know-how industriale ed è abbastanza improbabile che questo fondo sia in grado di gestire uno stabilimento, un gruppo industriale come quel dell'ex Ilva e in particolare uno stabilimento come quello dell'ex Ilva Taranto”.

Tutti sono impegnati quindi, il governo in primis, a cercare nuovi interlocutori e nuovi soggetti industriali che possono affiancare il fondo americano che, d’altra parte, agendo tipicamente come un fondo di speculazione per il profitto già acquisirebbe l'ex Ilva con un prezzo simbolico e si impegnerebbe con 5 miliardi di investimento, ma guardando poi alla sostanza questo fondo di soldi reali ne metterebbe circa mezzo miliardo, il resto dovrebbe venire dallo Stato o da eventuali soggetti industriali che dovrebbero affiancarlo.

Come scrive sempre il sole 24 ore: “il minuscolo operatore Flacks che finora in realtà ha compiuto piccole operazioni di ristrutturazione in Europa non ha la forza finanziaria per affacciarsi a Taranto, Novi ligure, Cornigliano e al netto della richiesta di soldi pubblici in sostituzioni di soldi - che non ha e non mette - non dispone assolutamente delle competenze per gestire una grande fabbrica siderurgica né nelle sue componenti da ciclo integrale, né nella sua ipotetica trasformazione con i sistemi dei forni elettrici. Non ha inoltre le competenze per gestire rapporti con comunità ferite come quello di Taranto e Genova e con i sindacati ormai estenuati dai danni di gestione ecc”.

Quindi in realtà perché allora è stato assegnato al fondo americano? Da un lato perché le altre offerte non ci sono state, dall'altro è perché si pensa obiettivamente di contare su questo fondo americano, considerato vicino a Trump oltre che - e di questo ne parleremo a parte - attivamente impegnato nel finanziare le componenti più estreme dello Stato sionista di Israele e della sua componente reazionaria e genocida di estrema destra.

In realtà questo fondo volendo di maniera sul pezzo, sull'Ilva, ci si rende ben conto che questa soluzione è nettamente peggiore della stessa soluzione che si è respinta nel passato e che attualmente è fattore di controversie giuridico-finanziarie e la soluzione è passata dalla padella dell'ArcelorMittal alla braccia, un fondo speculativo che vuole prender lo stabilimento con i soldi pubblici e i gestirli in forma privata per potersene appropriare, un fondo speculativo che vuole gestire sostanzialmente l'affare, la parte finanziaria perché non ha le competenze per gestire lo stabilimento siderurgico e vuole qualcuno alleato ad esso per gestirlo.

La Federacciai ha fatto appello agli industriali italiani dell'acciaio a farsi avanti, ma in realtà gli industriali italiani tutti, pur considerando l'importanza delle Acciaierie di Taranto in particolare, pur considerando l'importanza di una siderurgia nazionale trasformata, bonificata e in grado di essere parte integrante come risorsa strategica, non vogliono anch'essi mettere una sola lira e non vogliono in nessuna maniera accollarsi la patata bollente di Taranto dove la questione della continuità produttiva è strettamente legata alla soluzione della questione ambientale.

Quindi è del tutto evidente che nessuna soluzione positiva per i lavoratori e per le masse popolari della città possa venire da questa analisi dei fatti. Di qui l'importanza che ha la posizione netta e chiara dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che dice decisamente di respingere questa soluzione del fondo Flacks.

È evidente che se respingiamo questa soluzione, come invitavamo gli operai, i lavoratori, le organizzazioni sindacali a fare, la soluzione azera è la soluzione di tutti i gruppi che si sono presentati a questa gara per acquisire l'Ilva - che sono diventati sempre meno, fino a ridursi al solo fondo Flacks. - sul piano proprio tecnico-operativo non c'è altra soluzione che la nazionalizzazione della fabbrica e la gestione diretta da parte dello Stato della fabbrica. Ma siamo sempre all'interno di soluzioni capitalistiche della crisi non certo di soluzioni che vanno negli interessi dei lavoratori e delle masse popolari.

Quindi è ben strano che tutti coloro che chiedono l'intervento dello Stato in realtà chiedono che lo Stato supporti i privati, quindi in questo caso il fondo Flacks, per permettere il rilancio delle Acciaierie e l'eventuale sua bonifica, riconversione e trasformazione con i forni elettrici.

Ma non si capisce invece perché lo Stato dovrebbe mettere soldi senza vedere nessuna parte nella gestione, nel piano industriale, e dovrebbe mettere la sua parte esclusivamente ai fini di favorire i privati e acquisiscono lo stabilimento. Questo è diventata sempre più una situazione che rende evidente che non c'è soluzione temporale che non sia la nazionalizzazione che comporterebbe comunque di misurarsi con le rivendicazioni dei lavoratori nei confronti sia del lavoro, salute e sicurezza sia nei confronti delle masse popolari cittadini. Siamo per la nazionalizzazione perché siamo contro tutte le offerte di tutti i partner che si sono prestati a prendere lo stabilimento, che li consideriamo anche il peggio di ArcelorMittal quindi non in grado di risolvere neanche temporaneamente i problemi di occupazione e meno che mai i problemi di salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio.

Si tratta ora di passare però una fase attiva di contrasto ai piani di governo/padroni e alla soluzione fondo. Su questi sindacati non hanno nessuna intenzione di passare a una fase attiva e continuano a nascondersi dietro la foglia di fico di una richiesta di incontro diretto con la Meloni , ingannando i lavoratori perché sappiamo bene che la Meloni ha delegato a questa vertenza ben quattro ministri, in primis Urso, ma in secondis suo vice presidente, Mantovano, proprio perché il governo non ha soluzioni alternative a quelle che stanno proponendo ai tavoli del Mit questi due ministri.

Quella di richiedere un incontro con la Meloni perché assuma direttamente la gestione della vertenza oltre che una proposta illusoria è una “bandierina” per evitare di aprire un effettivo scontro con il governo Meloni che evidentemente rifiuta ogni forma di nazionalizzazione e intende solo svolgere un supporto di copertura finanziaria di coloro che prenderebbero l'Ilva, tutte questioni che non si vede in che misura possono andare a favore dei lavoratori e meno che mai dei cittadini dei quartieri inquinanti.

La nostra indicazione resta NO a ogni ipotesi di dare l'Ilva a questo fondo come a qualsiasi altro fondo così come a padroni nuovi che in realtà sono ancora peggio dei padroni precedenti.

Si tratta di mobilitare le masse, lo Slai Cobas annuncia che lo farà anche con la raccolta di firme contro la soluzione fondo a favore delle richieste degli operai che riguardano oltre che la tutela di tutti i posti di lavoro, la rivendicazione forte e chiara della riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, nello stesso tempo questo tipo di rivendicazioni vanno sostenute anche nelle dite d'appalto perché è impossibile pensare che si possa risolvere la questione Ilva senza che questo si traduca in una effettiva difesa dei posti di lavoro, della salute e di sicurezza che sono incannate dalla piattaforma operaia che da tempo stiamo agitando e presentando ai lavoratori.

Si tratta ora di schierare i lavoratori su questa richiesta in tutte le forme e di attivare assemblee, incontri, organizzazione autonoma che possa supportare una nuova fase di lotta.