mercoledì 10 giugno 2026

10 giugno - da tarantocontro: Lo Slai Cobas per la piattaforma operaia e la mobilitazione autonoma di operai ex Ilva/appalto/cigs as

 


10 giugno - No alla militarizzazione di Palermo, contro la parata d’armi e della guerra imperialista del 10 giugno

 Comunicato stampa

Per ore nella mattina di lunedì 8 giugno i cieli di Palermo sono stati attraversati da caccia ed elicotteri militari, mentre la cittadinanza è stata scossa da boati e rombi continui. Diverse decine le segnalazioni di cittadini anche alla stampa che, vedendo il passaggio dei caccia anche a bassa quota, hanno manifestato timori, alla luce degli scenari di guerra che in questi mesi si sono estesi a livello internazionale.
Si è venuti a conoscenza che si trattava di "prove generali" e di esercitazioni presso il porto e il molo trapezoidale in vista della Festa della Marina Militare del prossimo 10 giugno, che quest'anno vedrà Palermo, il porto e il molo trasformati in una piazza d’armi, in una vetrina dei mercanti di morte e per la propaganda bellica e nazionalista.
Esprimiamo la nostra ferma denuncia contro la militarizzazione della città, dei luoghi e cieli trasformati in una fiera della guerra imperialista e dei suoi strumenti di morte, il cosiddetto "Villaggio Marina”.
I boati avvertiti oggi nei quartieri della città hanno generato allarme e preoccupazione ingiustificati tra i cittadini, lavoratori, studenti anche più piccoli, costretti a subire anche l'inquinamento acustico e ambientale di mezzi bellici.
La Sicilia non è una piattaforma di guerra: trasformare il porto di Palermo nel "Villaggio Marina" significa sottrarre spazi pubblici alla città per farne nuovi laboratori di propaganda bellica, tentando di normalizzare la cultura della guerra e arruolare in primis ideologicamente anche le scuole e i giovani a una cultura di morte, utile solo a raccogliere carne da cannone per i prossimi conflitti, con il pieno beneplacito del governo Meloni guerrafondaio, dei piani di riarmo e dell’economia di guerra, mentre nel mondo muoiono migliaia di bambini donne sotto le bombe, popoli subiscono genocidi come in Palestina, distruzioni, guerre devastanti per i profitti e interessi dell'imperialiasmo. Tanti saranno gli eventi da oggi al 10 giugno a cui sono invitati i giovani, gli studenti, i cittadini, previste visite di navi, di sommergibili, esercitazioni ecc., il tutto si inserisce in un processo incalzante di utilizzare la Sicilia come hub geopolitico e militare al centro del Mediterraneo.
E mentre si spendono milioni di euro di denaro pubblico per far sfrecciare caccia e finanziare parate militari, la sanità pubblica in Sicilia è al collasso, i salari sono tra i più bassi d'Europa, la sicurezza sui posti di lavoro è inesistente causando stragi di lavoratori, infrastrutture, scuole, strade cadono a pezzi, sempre più risorse pubbliche vengono tolte alle necessità sociali di lavoratori e proletari per essere destinati sempre di più anche alle fabbriche/padroni degli armamenti e della morte.
Come Slai Cobas sc invitiamo i lavoratori, gli studenti e i cittadini ad unirsi nella denuncia di quanto accaduto oggi a Palermo, a disertare le iniziative di propaganda bellica previste fino al 10 giugno e ad assumere la necessità dell'organizzazione nella lotta contro la guerra imperialista in ogni ambito.

Slai Cobas per il sc Palermo
cobas_slai_palermo@libero.it


10 giugno - Le testimonianze degli operai del cantiere del Consolato Usa: «Dodici ore di lavoro a 1,55 euro l'ora e minialloggi condivisi con affitto coatto. E se parliamo ci torturano»

 di Giovanni Cortesi

Nel cantiere da 200 milioni di dollari dell'ex Tiro a Segno, in piazzale Accursio, la Procura contesta il caporalato

«Ci hanno ordinato di non parlare con voi italiani. Chi lo fa, verrà torturato». Nascosto dietro a un telo, al riparo dagli sguardi dei suoi superiori, S. (iniziale usata per tutela) racconta con apprensione le condizioni di lavoro sul cantiere del futuro consolato statunitense in zona Cagnola, a nord-ovest di Milano.
Indiano — come la maggioranza degli operai impiegati dall’impresa edile americana Caddell Construction — S. è in compagnia di due colleghi: hanno appena staccato, attendono l’arrivo dell’autobus che li riporterà al Ripamonti Residence, un palazzone rosso e brutalista di Pieve Emanuele dove abita gran parte dei manovali. I lavori, nonostante l’inchiesta giudiziaria in corso e l’attenzione mediatica, sono proseguiti senza sosta: «Oggi eravamo circa 300 indiani, 30 kenioti e una ventina di turchi».

S. parla anche per gli altri due, che a differenza sua faticano a esprimersi in inglese. La sua testimonianza conferma quanto emerso negli ultimi giorni: «Dai circa 1400 euro mensili ne vengono detratti 510 per l’alloggio, 370 per il cibo. Alla fine ce ne restano 520, ma lavoriamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 ore, sei giorni su sette. Vale a dire 1,55 euro l’ora». A differenza della maggioranza di voci di denuncia recentemente raccolte — ossia quelle di ex-dipendenti ormai licenziati mesi fa — S. è ancora assunto: il suo racconto è uno squarcio nell’attuale situazione di caporalato che subiscono centinaia di operai. Quotidianamente.

Il tutto gestito dalla società Caddell, anche gli alloggi: in ciascun piccolo appartamento vivono tre operai, che pagano 510 euro a testa. «Uno dorme in cucina — aggiunge S. — e l’anno scorso ci hanno decurtato altri 150 euro ciascuno per la disinfestazione dagli insetti». E più passa il tempo, più le condizioni dell’affitto coatto peggiorano: «L’anno scorso ci sottraevano 467 euro ogni mese, ora 510».
Tanti manovali avevano già lavorato con Caddell, in precedenza: 
gli operai kenioti a una sede diplomatica statunitense nella capitale del loro Paese, Nairobi; S. e diversi connazionali indiani a un’ambasciata americana a Colombo, Sri Lanka. «La paga era quasi la stessa: 1,50 dollari l’ora. La differenza è che qui il costo della vita, in proporzione, è di molto maggiore. Con queste paghe non possiamo fare nulla».

Si è fatto tardi, sta per passare l’autobus che li riporta a «casa»: S. e gli altri due si congedano, con la supplica di non fare i loro nomi. Dal cantiere esce un americano: «I don’t work here», non lavoro qui, e se ne va. Poco più in là, un ragazzo bengalese, autista di uno di quei pullman. Parla italiano, e racconta di ciò che sente tutte le mattine, quando alle 5 passa a prendere gli operai. È del Bangladesh, ma capisce la loro lingua: «Uno, poco prima di arrivare al lavoro, ha detto: “Entrare qui è come un suicidio. Ma non c’è alternativa, devo sopportarlo per mandare soldi alla mia famiglia”».
Un cantiere da 200 milioni di dollari di fronte al quale ieri mattina si è tenuto un presidio sindacale in solidarietà ai lavoratori: 
«Questa è solo la punta dell’iceberg», ha detto Riccardo Piacentini, segretario generale di Fillea Cgil Milano. Anche Assimpredil condanna «il caso estremamente grave di caporalato e sfruttamento». Sul sito di Caddell, invece, si trovano le dimensioni del colosso americano: «Progetti completati per un valore complessivo superiore ai 24 miliardi di dollari negli Stati Uniti e in 38 Paesi».

martedì 9 giugno 2026

9 giugno - Magia nera sui morti di lavoro: propaganda, appalti e…

 … e miliardi stanziati per la sicurezza (che non c’è) e finiti in fumo.

di Carlo Soricelli (*)

Non si può restare in silenzio di fronte alla gestione della sicurezza sul lavoro in Italia. Quando i dati ufficiali vengono utilizzati per “far quadrare i conti”, non siamo di fronte a semplici discrepanze burocratiche, ma a una precisa operazione di occultamento della realtà.

Ci sono tre verità drammatiche che nessuno ha il coraggio di dire pubblicamente:

1. La vergogna europea: l’Italia “virtuosa” solo sulla carta

La cosa più grave è che i dati parziali diffusi dall’INAIL sono gli unici che vengono inviati in Europa.

  • La realtà: Centinaia di morti (lavoratori in nero, categorie non coperte, ecc.) spariscono dai radar.

  • Il risultato: L’Italia appare agli occhi delle istituzioni europee molto più virtuosa di quanto non sia.

Mentre i monitoraggi indipendenti combattono da anni per mostrare la verità, le istituzioni nazionali usano questa “magia” statistica per evitare sanzioni e critiche internazionali. Da italiani, c’è da vergognarsi.

2. Le responsabilità del Ministero dei Trasporti

Parliamo di settori specifici: l’autotrasporto è ormai in cima alle classifiche dei decessi. anche negli ultimi giorni sono morti altri quattro autisti.

Eppure, il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, sembra occuparsi di tutto fuorché dei morti di sua competenza. Non si tratta solo di assenza, ma di precise scelte politiche: basti pensare alla reintroduzione degli appalti a cascata, una misura che ha precarizzato i cantieri e la logistica, portando a un incremento stimato dei morti del 15%. Questo governo ha dimostrato una linea drammatica e fallimentare per il mondo del lavoro.

3. La lobby della sicurezza: un business da miliardi

Perché nessuno parla? Perché in Italia la sicurezza sul lavoro è diventata un’industria che muove miliardi di euro tra corsi di formazione spesso formali, consulenze, certificati e burocrazia.

Dietro questa facciata c’è una lobby potentissima composta da figure influenti a cui questo sistema fa gola. Una ragnatela di interessi economici che porta a chiudere occhi e orecchie: si spende tanto per la “carta”, ma non si fa prevenzione reale sul territorio.

L’unico vero argine sono i sindacati

I dati storici continuano a confermarlo: il 95% dei morti si concentra nelle piccole aziende non sindacalizzate. Dove c’è il sindacato, dove ci sono i rappresentanti dei lavoratori (RLS) che controllano davvero e non per finta, la mortalità è quasi azzerata. Il sindacato, facendo il suo lavoro, fa anche il bene e la legalità dell’azienda stessa.

 AGGIORNAMENTO IN TEMPO REALE (Dati a stamattina, post-elaborazione del 5 giugno)

Mentre l’INAIL diffondeva per i primi quattro mesi dell’anno una contabilità ferma a meno di 300 casi totali ipotizzando cali statistici, i numeri reali del monitoraggio indipendente aggiornati a stamattina gridano vendetta:

  • 456 morti registrati esclusivamente sui luoghi di lavoro.

  •  621 morti complessivi se si aggiungono le vittime in itinere (nel tragitto casa-lavoro).

Questa è la realtà. Quella vera, quella che si tenta di occultare per non disturbare i manovratori e per far sembrare il Paese civile agli occhi dell’Europa. Non sono numeri, sono persone che non sono tornate a casa.

(*) Carlo Soricelli è curatore dell’osservatorio di Bologna morti sul lavoro. http://cadutisullavoro.blogspot.it


9 giugno - Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

 La giudice parla di testimonianze univoche sulla "violazione" delle leggi sull'orario, le ferie e i giorni di malattia da parte della Caddell Construction

Condizioni di lavoro degradanti” fatte di minacce e di negazioni”. Operai che in caso di infortunio” ricevano cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.


9 giugno - Infortuni a scuola: 36.728 denunce e 8 morti in 4 mesi

 

Crescono le denunce di infortunio tra gli studenti. Nei primi quattro mesi del 2026, secondo i dati provvisori dell’Inail, sono state presentate 36.728 segnalazioni per alunni e studenti di ogni ordine e grado. Nello stesso periodo del 2025 erano state 34.268. L’aumento è del 7,2%.


Il numero colpisce perché riguarda la quotidianità della scuola: aule, corridoi, palestre, laboratori, ricreazione, attività didattiche e spostamenti. La scuola non è solo il luogo dell’apprendimento.

È anche uno spazio fisico attraversato ogni giorno da milioni di minori, dove sicurezza, manutenzione, vigilanza e organizzazione pesano concretamente sulla vita degli studenti.

Il dato più grave riguarda i casi mortali. Nei primi quattro mesi dell’anno l’Inail ne ha ricevuti otto, contro i cinque denunciati nello stesso periodo del 2025.

L’Istituto precisa che si tratta di numeri provvisori, soggetti ad aggiornamenti nei mesi successivi, soprattutto per gli eventi mortali e per quelli legati ai percorsi di formazione scuola-lavoro.

Le denunce che riguardano studenti coinvolti nei percorsi di formazione scuola-lavoro sono state 355. In questo caso il dato risulta in forte calo: meno 54% rispetto ad aprile 2025.

È una flessione significativa, ma da leggere con prudenza, perché proprio su questa categoria le rilevazioni possono essere aggiornate successivamente.

Nel complesso, gli infortuni in ambito scolastico rappresentano il 18% di tutte le denunce arrivate all’Inail nel primo quadrimestre del 2026. È quasi una denuncia su cinque.

La stragrande maggioranza degli incidenti, il 97%, avviene durante lo svolgimento delle attività scolastiche. Solo il 3% è classificato come “in itinere”, cioè nel tragitto tra casa e scuola.

La distribuzione per genere mostra una prevalenza maschile. Il 58% degli infortuni denunciati riguarda studenti maschi, con un aumento dell’8,1% rispetto al 2025. Le studentesse rappresentano il 42% dei casi, anche in questo caso in crescita, ma con un incremento più contenuto: più 6%.

Ancora più netto il dato per età. Tre infortuni su quattro riguardano minori di 15 anni. Il restante quarto interessa studenti dai 15 anni in su. È un elemento centrale: la maggioranza degli incidenti avviene tra bambini e ragazzi più piccoli, cioè nella fascia che dovrebbe essere maggiormente protetta dagli adulti, dall’organizzazione scolastica e dalla qualità degli spazi.

Sul piano territoriale la Lombardia concentra il 24% delle denunce nazionali, con un aumento dell’11,6% rispetto all’anno precedente. Seguono Emilia-Romagna e Veneto, entrambe al 12% del totale nazionale, e il Piemonte al 10%. L’Emilia-Romagna registra l’incremento più marcato tra le regioni principali indicate dai dati: più 17,7%.

Il 95% delle denunce proviene da scuole statali, mentre il 5% riguarda istituti non statali e privati. Anche questo dato va letto tenendo conto del peso numerico della scuola pubblica nel sistema nazionale. Ma conferma che la questione riguarda prima di tutto la scuola di tutti, quella frequentata dalla maggioranza degli studenti italiani.

L’aumento delle denunce non va interpretato in modo automatico. Dal 2025/2026 la tutela assicurativa Inail per studenti e personale scolastico è stata resa strutturale.

Questo può favorire una maggiore emersione degli episodi e una registrazione più completa degli infortuni. Ma l’emersione non attenua il problema: lo rende più visibile.

Ogni denuncia racconta un fatto concreto: una caduta, un urto, un incidente in palestra, un evento in laboratorio, un problema durante un’attività scolastica. Nella maggior parte dei casi non si tratta di eventi gravi. Ma quando il numero supera quota 36 mila in quattro mesi, la prevenzione non può essere ridotta a una procedura burocratica.

La sicurezza a scuola dipende da molte cose insieme: edifici mantenuti, spazi adeguati, palestre controllate, laboratori sicuri, personale formato, sorveglianza sufficiente, regole chiare e tempi scolastici sostenibili.

È una responsabilità diffusa, che riguarda dirigenti, enti locali, ministero, personale scolastico e politiche pubbliche.

La scuola italiana discute spesso di programmi, voti, discipline, valutazione e competenze. I dati Inail ricordano un punto più elementare: prima ancora di imparare, uno studente deve poter stare in un luogo sicuro.

Quando aumentano gli infortuni, la domanda non può essere solo quante denunce siano arrivate, ma quanta prevenzione reale ci sia dietro la vita quotidiana delle scuole.


lunedì 8 giugno 2026

9 giugno - Milano consolato Usa - sistema di ricatti e sfruttamento schiavistico targato USA/padroni coperto da istituzioni

 CdS Milano «Febbre e vomito? Ci davano antidolorifici e si tornava a lavorare» 

Repubblica: Consolato Usa, le minacce agli operai: “Se ti assenti ancora ti rispedisco a casa dentro a una bara" - Il capo del personale: “Era una sorta di padrone con la costante minaccia del licenziamento”

Le testimonianze ricostruiscono un clima di ricatti e vessazioni del capo del personale, ora fermato dai pm. L’accusa dei magistrati: “Era una sorta di padrone con la costante minaccia del licenziamento”Se ti assenti ancora ti rispedisco in India in una bara». Se lo sentivano ripetere allo sfinimento gli operai indiani al cantiere del consolato americano di piazzale Accursio, messo una settimana fa in «controllo giudiziario» dai pm Mauro Clerici e Paolo Storari per sfruttamento dei lavoratori pagati meno di due euro all’ora, sei giorni alla settimana, turni massacranti senza festivi e stipendi tra gli 800 e i 1.400 euro. Negli ultimi giorni, quando la notizia delle indagini era nota, la minaccia era di tacere: «Se parlate di quello che succede in cantiere e come si lavora la vostra fine sarà la stessa: il rimpatrio». E a ricattarli era sempre lui, Aji Appukuttan, connazionale, 51 anni. Il gestore del personale, fermato venerdì sera con un provvedimento d’urgenza dai pm per il pericolo che fuggisse, come già aveva tentato di fare Ulas Demir, manager della divisione italiana della Caddell Construction, bloccato domenica scorsa dai carabinieri a Orio al Serio mentre tentava di imbarcarsi con la famiglia su un volo per la Turchia.

Il secondo fermato nell’inchiesta per caporalato aggravato nel cantiere da 200 milioni di dollari per la

sede diplomatica, era «il caporale operativo», l’elemento di raccordo tra i capi squadra turchi e gli operai. “Aji”, indiano come gli operai che sfruttava. Gestiva la manovalanza, «una sorta di padrone che assoggetta i propri sottoposti a un controllo assoluto sotto la costante minaccia di licenziamento il che, e gli operai lo sanno bene, comporterebbe il rimpatrio immediato per la scadenza del titolo di soggiorno».

La figura di Aji è emersa centrale nelle testimonianze degli operai rese a investigatori e inquirenti. Racconti fotocopia. «Aji è il cane da guardia della Caddell» dice un autista dei capisquadra. «Trattava gli operai come schiavi».

Reclutati in India, da società intermediarie che chiedevano 500 mila rupie — cinquemila euro — per assoldarli, per lavorare a Milano. Una sorta di “pizzo” che per tanti significava indebitarsi con parenti e amici. Appena arrivati qui, attratti da «false promesse», era Aji il loro referente. A lui si imputano diverse violazioni. Era lui a obbligare tutti gli operai sotto minaccia ad aprire un conto corrente firmando documenti che — non parlando né italiano né inglese non capivano — consentiva a loro insaputa il prelievo automatico di 500 euro al mese per l’alloggio, mentre a ciascuno veniva imposto il pagamento di 370 euro in contanti e «di nascosto» dagli altri per i pasti forniti in cantiere, pretesi anche da chi quel cibo non lo toccava nemmeno. Considerato che tutti mandavano circa 350 euro a casa per le famiglie, ne restavano a volte solo 150 per tirare la fine del mese. I contratti firmati spesso erano irregolari e venivano retrodatati, per aggirare la norme sull’immigrazione. E poi il trattamento sul cantiere. Botte, minacce, vessazioni. «L’ambulanza non si chiama» rispondeva Aji a chi si faceva male. «Mi sono infortunato in cantiere, avevo un bruciore alla schiena, ho chiesto ad Aji medicine ma mi ha detto: “In ospedale non si va”». Un altro operaio: «Gli insulti erano quotidiani da parte di Aji» ma anche gesti di violenza fisica: «Dopo avergli detto che i soldi che mi venivano pagati erano pochi rispetto ai giorni e le ore lavorate, mi ha spintonato e rinchiuso nel suo ufficio senza possibilità di uscire».

Il 51enne stava così organizzando di scappare. Annota il pm che l’uomo «ha mostrato di attivarsi per sottrarsi al controllo e per gestire in via difensiva le fonti dichiarative», Aveva capito che «avevamo parlato di lui a voi», dicono gli operai agli inquirenti. Così venerdì sera è stato bloccato prima che salisse sul pullman. Nelle prossime ore sarà interrogato dalla gip Angelica Cardi per la convalida del fermo.

9 giugno - info: Dai lavoratori della Stellantis di Melfi

 Lo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto ha parlato nei giorni scorsi con alcuni operai della Stellantis di Melfi - Riportiamo questa lunga discussione che da un quadro ampio della situazione in fabbrica, ma anche di come è necessario cambiarla

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Slai cobas Volevamo sapere come è proseguita la situazione a Melfi. Sta andando avanti quel piano che ci dicevate del lavoro soli per tre giorni alla settimana, martedì, mercoledì e giovedì?
Lavoratore Stellantis - Adesso per i lunedì hanno fatto il “senza lavoro” tutta la giornata. Questi tre giorni sono anche diminuiti adesso, perché questa settimana si è lavorato solo quattro turni, cioè due giorni alla settimana. Quindi praticamente se non inseriscono la nuova macchina, la DS7, è un problema.

Slai cobas Ma che possibilità ci sono, c'è un’effettiva prospettiva di aumentare il lavoro?

Lavoratore Stellantis - Il problema è che è rimasta solo una linea di produzione, quindi per l'assemblaggio di quelle macchine che sono grandi e hanno bisogno di molte operazioni, tecnicamente puoi fare massimo 600 vetture al giorno. Se dovesse esserci un picco di produzione dovrebbero inserire il turno di notte, però il problema è che alcuni reparti, come lastratura, non ce la fanno. Infatti una squadra di lastratura, dove assemblano le scocche, fa lavoro anche di notte per portarsi avanti con l'assemblaggio delle scocche.

Il problema poi è che hanno distrutto l'indotto, quindi molte lavorazioni sono saltate, e quindi si va a rilento nell'assemblaggio.

Slai cobas Quegli altri modelli che stavate facendo, C-SUV, Compass, sono terminati?

Lavoratore Stellantis - La Compass è l'unica, adesso stiamo facendo la DS8, che è una macchina che costa tantissimo, per cui se ne producono molto poche, parliamo di 10-20 macchine al giorno, in più facciamo una produzione per turno di Jeep Compass, la J4 si chiama. In teoria dovrebbero inserire, dicono, da fine giugno-luglio, la DS7, il terzo modello. Però il problema è che sono macchine che costano tanto, quindi non hanno grossi volumi.

Slai cobas - Cioè non c'è mercato?

Lavoratore Stellantis Non c'è mercato, ma anche se ci fosse il mercato, il problema è che avendo una sola linea di produzione, e quella linea ha una produzione di 350 vetture a turno, anche se aumentano i modelli, il numero di macchine che si può fare è sempre quello. Non è che aumenta i modelli e puoi fare 2.000 macchine, oppure 1.500, come facevamo con la Renegade, perché avevamo due linee gemelle, quindi automaticamente facevi 750 su una linea, su tre turni e 750 sull'altra. Adesso avendo solo una di linea, sempre quello è il passo, cioè le operazioni, la tempistica è sempre quella.

Slai cobas C'è un'unica linea perché? Per i problemi che si sono ridotti gli arrivi di materiali dalle ditte dell’indotto?

Lavoratore Stellantis No, perché un'altra linea l'hanno smontata e se la sono portata in Francia. In pratica Melfi aveva due linee gemelle, si chiamavano Melfi 1 e Melfi 2. Adesso è rimasta solo una linea di produzione, al montaggio. L'unica soluzione è fare il turno di notte e potresti portare, diciamo per assurdo, 900 vetture al giorno per come è adesso impostata la linea di produzione. Questa è la realtà. Quindi, anche se inseriscono nuovi modelli noi lavoratori siamo ancora troppi, per loro siamo ancora troppi. Hanno saturato le postazioni, quindi fanno “morire” la gente.

In assemblea qualcuno ha chiesto come avevano calcolato i tempi di produzione, cioè la tempistica delle operazioni che un operaio deve fare sulla linea. Hanno risposto: i tempi sono stati presi in Turchia. Quando in Turchia fanno la Tipo, una macchina molto snella, con molti meno pezzi da assemblare rispetto a una che parte da 40.000 euro. Quindi una Tipo che costa 15-16.000 euro, immagina quanti componenti ha, meno rispetto a una COMPAS. Ma i sindacalisti hanno risposto a questo collega: ci hanno detto che i tempi sono stati presi nello stabilimento in Turchia.

Slai cobas Quindi i ritmi sono aumentati?

Lavoratore Stellantis I ritmi sono aumentati nel senso che un dipendente, se prima doveva fare un'operazione in 30 secondi, oggi la deve fare in 15, perché gli hanno aumentato le operazioni. Prima c'era l'ergonomo, c'era l'analisi fattoriale, cioè creavano i cartellini operativi. Si andava, si calcolava il tempo che ci voleva per montare un pezzo. Non esiste più, sono saltate tutte queste figure, quindi si lavora a distruggere le persone.

Slai cobas - Infatti questo è il problema. Mediamente ora quant'è l'età degli operai?

Lavoratore Stellantis Diciamo dai 55 ai 60, tranne l'ultima fascia ridotta che è stata assunta nel 2015, e qui siamo intorno ai 35-40, però erano intorno alle 1.000 persone, molti si sono presi l’incentivo e se ne sono andati. Diciamo che la fascia più corposa è dai 55-60, perché da quando è aperto, dal 1992, lo stabilimento, sono 34 anni.

Purtroppo non c'è nessun controllo, i sindacati confederali adesso hanno solo il compito di girare i messaggi.

Noi non abbiamo più un calendario di lavoro, per loro settimana prossima è lavorativo, ma oggi hanno mandato un messaggio: per cause di approvvigionamento materiale lo stabilimento rimane chiuso. Per martedì non abbiamo più il calendario, per loro è sempre lavorativo. In questo modo uno non può organizzarsi una vita propria, personale. Fino a 10 anni fa avevamo il calendario annuale, noi sapevamo quando potevamo avere i depositi, oggi non abbiamo niente. E se qualcuno sulla linea si ribella, non che si ribella, espone il disagio, gli dicono: se non ti sta bene, tu non vuoi lavorare.


Slai cobas Ci sono stati anche, tempo fa almeno, dei licenziamenti soprattutto di giovani, che poi i sindacati li chiamavano “uscite volontarie”.
Lavoratore Stellantis - I giovani si sono andati perché hanno visto che i tempi iniziavano ad essere un pò pesanti, e il sindacato ha fatto l'accordo che chi voleva andarsene prendeva 40.000 euro. Ora molti giovani, 25-30 anni, a cui non piaceva stare in fabbrica, hanno preso i soldi e sono andati via. Lo sbaglio dove è stato? Volevi dare l'incentivo? L'incentivo lo dovevi dare sulla fascia di età dai 55-60. Hai fatto scappare i più giovani e quelli più anziani sono tutti bloccati in azienda.

Non c'è una rotazione di persone, c'è gente che sta in cassintegrazione da più di due anni. Da più di due anni. Non fanno scendere neanche i giovani.

Slai cobas – Quindi è una cassintegrazione permanente, non a rotazione.

Lavoratore Stellantis No, in teoria doveva essere a rotazione, ma adesso viene scelta tutta la gente che vogliono loro, amici, compiacenti, parenti. C'è gente che non lavora da due anni.

Slai cobas - Noi all'Ilva stiamo portando avanti un discorso, anche se purtroppo ancora non si è concretizzato, di dare quanto meno un'integrazione all'indennità di cassa integrazione. Ogni tanto qui anche qualche sindacato, tipo la Fiom, la Uilm, l'ha fatto, però più come denuncia sui giornali che un'effettiva richiesta ai tavoli. Lì a Melfi c'è stato qualcosa su questo?

Lavoratore Stellantis - No, i sindacati non si fanno neanche vedere, ma i sindacati si sono azzerati da sè, o meglio, hanno fatto un accordo con l'azienda. Non danno fastidio, non danno problemi, e tutto scorre come vuole l'azienda. L’azienda non ci da gli indumenti, le magliette, ci mettiamo la roba nostra. Assurdo, sta iniziando a mancare l'essenziale, la base di tutto.

Slai cobas A livello di sicurezza com’è la situazione? Questo fatto per esempio dei tempi sta incidendo sulla sicurezza?

Lavoratore Stellantis No, non c'è controllo, non c'è niente. Facciamo un esempio stupido, la vigilanza che prima girava nei reparti, magari vedeva un operatore che portava più carrellini di materiale, e si andava a tre carrellini, e lo fermava; oggi vanno a 5, 6, e non dicono niente, perché è come un fortino, dove tutto è concesso. Tengono tutto nascosto.

Perché alla fine è un sistema, diciamo, non vogliamo dire occulto, ma tra di loro si conoscono e si proteggono e fanno ciò che vogliono.

Slai cobas L'altra volta ci diceste che in particolare in un'assemblea sindacale a fronte del fatto che i sindacati non si vedevano in fabbrica, c'è stata qualche contestazione da parte degli operai che stavano all'assemblea.

Lavoratore Stellantis Sì, è vero. Per esempio sta che un sindacalista ha un parente e allora uno magari che ha problemi lo spostano e mettono il parente, l'amico, al suo postosi vedono cose turche. Ma non da ora, è sempre stato così.

Prima, quando c'era Barozzino della Fiom, era un leader che comunque riusciva a parlare alla pancia degli operai e riusciva a coinvolgere. Adesso i sindacati in tutte le categorie si sono seduti, per avere favori ci hanno svenduto. Questa è la realtà.

I sindacati non esistono, vengono solo quando vengono convocati all'azienda, mettono la firma e se ne vanno.

In una fabbrica dell’indotto c'erano tanti iscritti ai sindacati confederali. Ora è chiusa ma nessuno ha alzato un dito. C’è un capannone di una ditta affianco che faceva la logistica, e ci portava i pezzi in stabilimento, i sindacati dicevano: dobbiamo lottare dobbiamo lottare, ad agosto hanno svuotato il capannone, sono rientrati gli operai e non hanno trovato più niente, zero

L'obiettivo di Stellantis è azzerare l'indotto, e ci sono riusciti, hanno distrutto la filiera italiana in cambio dell'approvvigionamento dall'est Europa, dalla Francia, tutto da lì arriva adesso, da noi non arriva più niente a livello italiano, tutto straniero.

Slai cobas – Infatti, sono usciti anche in vari articoli di stampa, dichiarazioni del nuovo amministratore Filosa che parlano di estendersi in Cina, in Brasile, in Africa del Nord, di puntare su questi mercati

Lavoratore Stellantis – Sì, aprendo quei mercati hanno una mano d’opera bassa, costi di produzione bassi. Alla fine metteranno solo lo marchio di Italia e ci costerà 40.000 euro quando il costo di produzione sarà di 7.000/8.000 euro. Quindi praticamente il denaro va agli azionisti, ai dipendenti niente.

A noi hanno tolto il premio di produzione quest'anno. Va bene, lo capiamo, c'è stata una crisi, però qui viene a mancare l'essenziale. L'anno scorso ci hanno dato una maglietta e un pantalone, ma una persona di estate può lavorare con una maglietta per una settimana? Non abbiamo l'aria condizionata, ci hanno tolto anche l'aria condizionata, ci hanno dato i ventilatori quelli che si mettono nell'ufficio. In inverno non accendono i riscaldamenti, si sono inventati di distribuire le felpe in pile e ti ho detto tutto, la notte la gente lavorava con le felpe in pile e anche di giorno. Ma è uno stabilimento grande, fa freddo.

Questo per dire una delle tante. E non ti dico le pulizie, sono messe veramente male. Non si capisce perché il sindacato non fa niente; l'immondizia si vede, non è una cosa che puoi nascondere sotto un tappeto, perché il sindacato non chiede? Si parlava prima della sicurezza industriale, ci sono le buche per terra, i carrellisti passano e il carrello d'ondola. Loro, i sindacalisti, gli occhi ce l'hanno, se uno sta in stabilimento viene pagato per proteggere il lavoratore, il collega. Non vede i buchi non vede l'immondizia? E’ che hanno gli occhi chiusi! Quindi è una situazione generale. Ecco perché diciamo che l'operaio non potrà mai insorgere se non vede chi dovrebbe tutelarli prendere posizione.

In ogni battaglia c'è un “generale” che è il leader dell'esercito. In rapporto all’azienda, c’è un manager che detta il passo di come far fare la produzione, il sindacalista non diciamo che deve mettere in croce ma almeno iniziare a dire che c'è un problema, lo vogliamo risolvere? Non si risolve… Prima azione: comunichiamolo all'azienda, seconda azione: ci fermiamo ora.

Slai cobas Questa situazione è presente anche in altre fabbriche.

Lavoratore Stellantis – Sì, questo è voluto a livello generale in tutta Italia, in tutta Europa, stiamo tornando indietro di 50 anni, ci stanno affamando, usando anche l'importazione di manodopera estera, di immigrati. Come noi siamo andati a fare gli immigrati in America, dove i nostri antenati hanno lavorato a basso costo rispetto all’operaio americano, la stessa cosa succede adesso. Nei trasporti per esempio sono tutti stranieri, italiani pochi, perché li pagano di meno e non ci sono controlli e fanno ciò che vogliono.

Slai cobas Perché ormai si è assunta tutta la logica dei padroni, del governo, ecc.; per cui o va bene ai padroni o i lavoratori non possono pretendere niente. E questa diventa la normalità

Lavoratore Stellantis E’ diventata la normalità come se tutto è dovuto, tutto deve andare così

Slai cobas Il problema però è che è vero che ci vuole, come dite voi, un “generale”, cioè ci vuole una direzione, e questo è essenziale. Però, se non si lega a un aspetto di ribellione dal basso, cioè in fabbrica da parte degli operai e delle operaie - qui non stiamo ancora parlando delle operaie ma immagino che la situazione è anche peggiore per le donne, nel senso, per esempio, che il fatto di sapere un giorno prima quando devi andare a lavorare per una operaia diventa maggiormente un problema di come organizzarsi, ecc. - se non c'è questa ribellione, allora diventa un pò difficile. In un certo senso ci vuole l'interno e l'esterno.

Lavoratore Stellantis - Perché in Francia funziona è proprio un discorso culturale, il sindacato lì funziona io ho visto dei video dove il sindacalista passa nelle aziende Stellantis con il megafono, e tutti fuori! La gente lascia la postazione perché l'operaio si sente tutelato anche dalla legge. Il problema, e voi lo state vedendo con l’Ilva, quando vai a fare una causa il sistema giudiziario italiano è molto macchinoso, quindi per avere una sentenza ci vogliono tanti anni. C’è un problema di burocrazia. Allora con la paura di affrontare queste cause si va a spegnere quella piccola fiammella che uno vorrebbe far diventare fuoco ma non riesce.

Slai cobas Però noi non ci possiamo fermare a guardare la situazione, a farne la fotografia.

Lavoratore Stellantis Sai perché sono successi 21 giorni di sciopero a Melfi nel 2004? Perché arrivava la notte mancavano i componenti l’azienda allora metteva gli operai senza lavoro, fuori dall'azienda. La gente il primo giorno doveva uscire dall'azienda di notte, il freddo e non c'erano i pullman per tornare a casa. La prima volta, la seconda volta, la terza volta è scoppiato lo sciopero. Quindi è successo qualcosa di grave, perché chi abita magari molto lontano dallo stabilimento e faceva l'entrata di notte, doveva aspettare almeno 2 ore a meno 3 gradi. Quindi sono scoppiati i 21 giorni. Adesso, purtroppo, con questo clima di incertezza a livello globale, la gente che è impegnata con i mutui, ci sono i figli che studiano, ecc., è un po' frenata, perché comunque a quest'età non è semplice affrontare queste difficoltà. A 20 anni fa eravamo giovani quindi anche un pò più ribelli oggi siamo “zombi” che speriamo di arrivare alla pensione, oppure che ci fanno qualche accompagnamento. Il nostro traguardo non è più voler lavorare perché non siamo più sereni.

Slai cobas - Si, è chiaro. Noi all’Ilva parliamo di una “piattaforma operaia”, stiamo anche facendo una raccolta firme, più che altro per organizzarsi. Stiamo parlando di una “piattaforma operaia” che chiaramente tocca sia le questioni di chi deve continuare a lavorare per vari anni ancora, sia il problema della sicurezza - voi parlate di controlli, noi da tanto tempo diciamo che serve una postazione ispettiva fissa, permanente in fabbrica, perché l'Ilva è come due volte Taranto, perché sono ripresi a morire gli operai, due operai sono morti per stupidaggini se vogliamo, per una passerella che era fradicia…- ; quindi, ci vuole una postazione ispettiva che preventivamente ogni giorno si fa il giro si fa una mappa degli interventi da attuare, e anche gli operai poi se c'è qualcosa che non va non è che devono fare la lettera o andare il giorno in cui possono fare la denuncia all'ispettorato, ma lo potrebbero denunciare subito, perché gli ispettori sono lì, in fabbrica.

Lavoratore Stellantis E' la stessa cosa per gli immigrati che raccolgono i pomodori. Tutti gli anni in Basilicata dicono: stiamo preparando il centro di accoglienza… Ma non sarà mai pronto, non lo vogliono, perché i capitalisti, i grossisti che raccolgono tonnellate e tonnellate di pomodoro non lo vogliono. Certo, basterebbe vedere quanti quintali hai prodotto, mille quintali? Con quante persone li hai raccolti, con dieci persone? E’ impossibile, non ci vuole tanto, perché la matematica te lo spiega: raccogliere centomila tonnellate di pomodoro con dieci operari è impossibile, quindi tu da qualche parte hai usato manodopera a nero.

Gli ispettori delle ASL quando vengono in fabbrica dicono che è tutto a posto. Ma poi vediamo che sono andati a mangiare alla stessa mensa dei dirigenti d’azienda...

Slai cobas E qui non è un problema di burocrazia...

Lavoratore Stellantis – No, è proprio una connivenza. Allora, un po' di anni fa vennero a mettere degli apparecchi per vedere le polvere sottili, questi microfoni erano veramente sporchi, ma l'analisi è stata: tutto pulito, rispettati i parametri. Come facciamo noi a pensare che ci sia una giustizia, ci sia un controllo, quando quello che fa il controllo va a mangiare con chi deve essere controllato? Allora come possiamo sentirci tutelati? Mattarella dice: dobbiamo evitare le morti sul lavoro. Ma pensi che il numero si abbasserà? No. Perché siamo solo numeri, punto. E’un spot pubblicitario.

I nostri precedenti a nonni hanno dato la vita per avere questi diritti, noi li abbiamo distrutti, li disperdiamo tutti.

Slai cobas - Il problema però è che questa situazione degli operai non può andare avanti ancora così. Voi avete parlato di una disdetta di massa dai sindacati confederali...

Lavoratore Stellantis Sarebbe un colpo duro, un colpo alle segreterie nazionali. 15 anni fa abbiamo visto Landini che sbavava di rabbia nella mensa contro Marchionne per quei diritti, poi non abbiamo mai più visto Landini a Melfi e perché? Si è buttato in politica. Cosa hai dimostrato? Che hai parlato alla pancia dell'operaio solo per il tuo interesse. Come quell'altro Sbarra della Cisl, che è diventato una stampella del governo Meloni. Sono chi non vuole vedere le cose non le vede, perché come fai ad appoggiare un governo che ci sta caricando di tassi, carovita? Per loro va tutto bene, investono in armi e qui la gente muore di fame, abbiamo gli stipendi del 10% più bassi a livello europeo, e “tutto va bene, grandi progressi…”; senti la Rai, manipolata, e dice che stiamo vivendo in un mondo fantastico...

Slai cobas - Tornando al discorso del che fare. Questa della disdetta di massa, chiaramente non può essere dall'esterno, dovrebbe essere dall'interno, cominciamo a far circolare la voce, prepariamo un modulo, però deve essere un’iniziativa interna perché abbia senso. L’altra questione è organizzare una riunione anche ristretta.

Lavoratore Stellantis Bisogna puntare su alcuni della Fiom, perché loro sono presenti sul territorio. Bisogna provare a stimolare loro in modo da far coinvolgere su questo aspetto gli operai.

Slai cobas – Alcuni della Fiom che erano attivi, come i tre licenziati che organizzavano fermate, scioperi, poi via via, un po' forse per paura, un pò perché la direzione Fiom li ha allettati, si sono spenti. Quindi onestamente noi non abbiamo molta fiducia che loro possano riprendere il lavoro che servirebbe.

Lavoratore Stellantis - Se loro che dovrebbero difendere hanno questi limiti, figuriamoci il dipendente. Il sindacato che dovrebbe essere il primo se ne frega, è un cane che si morde la coda. Noi speriamo che ci sia qualcosa, che prima o poi qualcuno si ribelli, Ora che inizia a fare caldo, con le temperature alte, con questi ritmi qualcuno cadrà a terra e là poi ci sarà il casino.

Sta avvenendo un’altra cosa. Hanno licenziato la Trasnova, Logitech, quelli che spostavano le vetture, e adesso hanno preso degli operai e gli hanno cambiato la mansione, hanno il contratto metalmeccanico però fanno un lavoro terziario; questo avviene anche con gli impiegati, l’azienda dice loro: vuoi lavorare? Allora, taglia l'erba. Ma gli stessi delegati danno ragione all’azienda, tra l'altro sono loro che hanno appoggiato questa cosa.

Altra cosa, stranamente non sappiamo ancora quando dobbiamo andare in ferie. Di solito a maggio già sapevamo quando erano le chiusure estive, ad oggi non sappiamo quando ci saranno le ferie. Così uno se vuole prenotare, organizzarsi, risparmiare sui costi, non sa che pesci prendere.

Slai cobas Come è stato nei “21 giorni”, in cui la ‘goccia ha fatto traboccare il vaso’. Ora ci vorrebbe questa goccia, ci sono le condizioni.

Lavoratore Stellantis – Magari.