giovedì 14 maggio 2026

14 maggio - PER SAKO BAKARI: OGGI PRESIDIO A TARANTO piazza Fontana

 Un odioso crimine razzista è avvenuto a Taranto. Un bracciante maliano è stato brutalmente aggredito e colpito con un oggetto appuntito che ne ha provocato la morte. Gli autori di questo pestaggio assassino sono stati alcuni giovanissimi, insieme ad altri due che giovanissimi non erano.

E' avvenuto nel cuore di Città Vecchia, in Piazza Fontana. Ed è avvenuto dopo che gli stessi avevano molestato un altro migrante. In questa alba tragica è morto Bakari Sako. Un operaio che aveva fatto anche il cameriere che ora lavorava nelle campagne di Massafra.

E' l'ennesimo frutto di aggressioni di stampo razzista che avvengono in Italia.

Su questo occorre dire subito due cose.

La prima questione è il tentativo di oscurare la matrice razzista. Il Consiglio Comunale ha fatto un lungo documento dove la parola razzismo non viene mai pronunciata. Quando è evidente a tutti che è il carattere razzista che ha portato all'aggressione.

Il razzismo non è un'opinione, è un crimine e come tale va considerato. E questo tipo di aggressioni sono diventate frequenti e usuali in diverse città italiane e in diverse occasioni. E in più di un'occasione hanno provocato la morte.

Queste uccisioni vengono fatte con coscienza chiara di stampo fascista e razzista. Il giornale La Stampa,

proprio il giorno precedente in cui questo è avvenuto l’assassinio di Bakari aveva censito in un articolo le ronde nere. E aveva documentato l'esistenza di una serie di gruppi di questa natura che vi sono in tutto il paese che portano avanti aggressioni che hanno toccato città come Verona, come Catanzaro. Così come sono frequenti sono a Roma e altrettanto numerose a Bologna, a Milano.

Vi sono forze politiche di esterna destra nazifasciste che organizzano volutamente questo tipo di azioni. Appoggiate sostanzialmente dai leghisti e dal partito della Presidente del Consiglio. Fratelli d'Italia. L'episodio di Taranto è particolarmente atroce perché riguarda una situazione che colpisce lavoratori che già fanno una vita grama, supersfruttati nelle campagne, nei posti di lavoro, e che cercano in qualche maniera, dopo essere arrivati in Italia in mille modi, compreso i barconi e aver visto molto spesso i loro fratelli perire in mare, di arrivare in alcune città. Qui cercano lavoro e trovano sfruttamento, razzismo, discriminazione. Una vita impossibile in case fatiscenti, e per di più col rischio di essere aggrediti e colpiti da leggi razziste che questo governo fa.

Dobbiamo combattere questo tipo di situazione innanzitutto attraverso un lavoro di organizzazione dei braccianti. Cosa molto difficile perché ai braccianti va data innanzitutto la possibilità di rispondere collettivamente ai problemi del lavoro e della casa, alle condizioni di vita inaccettabili, così come ai piani di espulsione che a getto continuo i governi fanno e il governo Meloni è sicuramente in prima linea in tutto questo.

Però, tutto questo non è sufficiente se non si tiene conto che viene diffuso a piene mani il razzismo ideologico, politico, culturale di Stato e viene diffuso dai governi con le loro leggi da Trump alla Meloni. In questo paese sull'immigrazione si consumano e si realizzano le fortune elettorali di molti dei parlamentari ed è sull'immigrazione e sulla campagna razzista che si basa in tutta Europa una parte significativa dell'ascesa delle forze reazionarie fasciste.

Da questo bisogna partire. Il tentativo di riempirsi la bocca di sociologia, di piani educativi verso giovani deviati, è solo fumo; il fenomeno di baby gang è del tutto secondario di fronte al fatto che esiste un sistema, esiste un governo, uno Stato, esistono delle leggi, esiste un modo di sviluppare le campagne anti-immigrati che evidentemente semina a piene mani il razzismo sociale e pratico.

Oggi ci sarà una manifestazione a Taranto nel luogo in cui l'assassinio è avvenuto.

Proletari comunisti e lo Slai cobas ci saranno per portare innanzitutto una voce di solidarietà alla comunità maliana che si è immediatamente mobilitata e per offrire il massimo di solidarietà e assistenza ai migranti di questa città, di cui in altre occasioni abbiamo organizzato la lotta.

Abbiamo permesso che ottenessero dei permessi di soggiorno o permessi umanitari provvisori, i documenti, ecc. Lo abbiamo fatto di fronte alla grande ondata dei migranti di Manduria che arrivò nella nostra città e fu protagonista anche di una rivolta nel ghetto in cui erano stati portati; l'abbiamo fatto con la grande lotta di migranti di diversa nazionalità che abbiamo organizzato in più riprese a Taranto. Così come evidentemente siamo sempre stati solidali e vicini alle associazioni che si sono realmente occupate dei migranti, come la Babele, e invece denunciato, contrastato speculatori e associazioni che usavano i migranti per avere soldi dallo Stato.

Ma ora bisogna stare sul pezzo, cioè andare a fondo sul fatto che si è creato in città vecchia e smascherare uno per uno i discorsi ipocriti che su questo vengono fatti combattendo il razzismo ideologico, politico e culturale, in particolare su tre questioni.

Il tentativo della giunta comunale di trasformare tutto in un problema di sicurezza e polizia portando avanti una campagna di militarizzazione della città e di aumento delle forze dell'ordine. Questa è una campagna indegna che noi combattiamo e contrastiamo. Non è di più polizia che hanno bisogno i quartieri, quartieri dove è presente una parte rilevante di popolazione povera, di giovani senza lavoro, che non riescono ad andare a scuola e spesso interni a pratiche di microcriminalità.

Invece che lavoro, casa, salute, reddito, invece che soluzione dei problemi sociali, le amministrazioni comunali oppongono una politica di “sicurezza”, di più polizia, mentre sprecano il denaro pubblico in grandi eventi, in una trasformazione e gentrificazione dei quartieri poveri. E Città Vecchia è un esempio visibile.

Ecco, bisogna contrastare questa linea e questa prassi.

Così come bisogna andare più a fondo nell'analisi della situazione sia delle comunità migranti in questa città, sia dell'universo dei giovani, che in questo caso giovanissimi, sono stati protagonisti di questo odioso crimine.

Su questo interverremo nel presidio/Assemblea del 14/5 e nelle ulteriori occasioni, e svilupperemo uno per uno questi argomenti anche con nuove trasmissioni a ORE 12.

Ora, come ora, stringiamoci intorno a Sako, che ha perso la vita per un odioso crimine razzista, in uno stato imperialista con un governo razzista.



14 maggio - TARANTO - Ex Ilva, Slai Cobas lancia lo sciopero del 29 maggio: sicurezza, lavoro e no agli esuberi al centro della mobilitazione

 

Il sindacato di base presenta la propria piattaforma in vista della protesta nazionale. Tra le richieste nazionalizzazione, tutela occupazionale, stop ai licenziamenti e presidio ispettivo permanente in fabbrica

redazione.taranto@buonasera24.it

TARANTO - Una mobilitazione costruita dal basso, con una piattaforma che intreccia sicurezza sul lavoro, tutela occupazionale e futuro industriale del siderurgico tarantino. Slai Cobas per il sindacato di classe rilancia la protesta all’ex Ilva annunciando l’adesione allo sciopero nazionale del 29 maggio, promosso nel quadro della mobilitazione indetta dai sindacati di base.
L’iniziativa, secondo quanto reso noto dal sindacato, punta a portare al centro del confronto le criticità che da tempo attraversano lo stabilimento tarantino, a partire dalle condizioni di sicurezza, dal tema occupazionale e dalle prospettive industriali del sito.

Nel documento diffuso in vista della protesta, il sindacato esprime una netta contrarietà rispetto ad alcune ipotesi di gestione del futuro dell’acciaieria. Tra i punti indicati compare il giudizio negativo sul fondo Flacks, definito dal sindacato una soluzione non credibile, così come la contrarietà all’ipotesi Jindal, rispetto alla quale viene evocato il rischio di migliaia di tagli occupazionali.
Nella piattaforma trova spazio anche una critica all’attuale indirizzo politico nazionale sulla gestione del comparto siderurgico. Slai Cobas prende posizione contro quello che definisce il piano Urso-Meloni, chiedendo contestualmente un cambio nella governance straordinaria del gruppo.

Sul fronte giudiziario, il sindacato manifesta inoltre opposizione rispetto a eventuali attacchi alle inchieste della magistratura, ribadendo la necessità che i percorsi di accertamento proseguano senza interferenze.

Tra le proposte avanzate figura invece la richiesta di una nazionalizzazione immediata dell’impianto, accompagnata dall’invocazione di una legge speciale dedicata alla gestione della vertenza.
Particolarmente forte la posizione sul lavoro. Il sindacato chiede nessun esubero, il mantenimento di strumenti di sostegno economico per i lavoratori diretti e dell’appalto attraverso una cassa integrazione con integrazione salariale, oltre al rigetto dell’applicazione del contratto multiservizi e al blocco dei licenziamenti nelle aziende dell’indotto.
Uno dei capitoli più netti della piattaforma riguarda la sicurezza in fabbrica, tema tornato con forza al centro del dibattito dopo i recenti episodi segnalati nello stabilimento. Slai Cobas invoca un intervento strutturale contro gli incidenti sul lavoro, arrivando a chiedere una postazione ispettiva permanente all’interno dello stabilimento.

Nel messaggio politico che accompagna la mobilitazione, il sindacato sostiene inoltre la necessità di rafforzare la propria presenza nel confronto sulla vertenza, rivendicando una rappresentanza autonoma nelle trattative sul futuro dell’acciaieria.
Lo sciopero del 29 maggio si inserisce nella più ampia mobilitazione nazionale dei sindacati di base, che nella propria piattaforma include anche temi di carattere generale, tra cui la contrarietà alla guerra e alle politiche di riarmo, oltre alla solidarietà espressa nei confronti del popolo palestinese.

La protesta si preannuncia dunque come un momento di forte contestazione che, nel caso tarantino, riporta al centro le tensioni mai risolte sul futuro dell’ex Ilva, tra occupazione, sicurezza e governance industriale.



14 maggio - da tarantocontro: Risarcite 13 lavoratrici degli asili - Da TARANTOTODAY

 Pulizie extra negli asili, il Tribunale condanna Comune di Taranto e azienda: risarciti 13 lavoratori

Accolto il ricorso promosso dallo Slai Cobas per il personale ausiliario: i dipendenti furono impiegati per ripulire i locali dopo i lavori di cantiere senza retribuzione aggiuntiva. Il giudice riconosce 300 euro a testa

TARANTO - Il Tribunale del Lavoro di Taranto ha condannato in solido l'amministrazione comunale e la società Servizi Integrati a risarcire tredici dipendenti degli asili nido per aver svolto pesanti mansioni di pulizia non previste dai loro contratti. La sentenza, emessa dal giudice monocratico Saverio Sodo, accoglie il ricorso presentato a gennaio 2025 dai lavoratori del settore ausiliario supportati dal sindacato Slai Cobas e difesi dall'avvocata Antonietta Ricci, stabilendo un pagamento di 300 euro per ciascun dipendente, oltre agli interessi legali.

La vicenda ha origine nel mese di settembre del 2024, quando al personale ausiliario fu richiesto di ripulire i locali degli asili a seguito di alcuni interventi di cantiere effettuati da ditte esterne. Secondo quanto emerso, il Comune di Taranto e l'azienda appaltatrice avevano inquadrato quelle prestazioni lavorative come mansioni ordinarie, negando di fatto la natura straordinaria dell'impegno e la relativa retribuzione aggiuntiva.

Il giudice ha riconosciuto le ragioni dei dipendenti procedendo a un parziale accoglimento delle richieste economiche: la cifra di 500 euro inizialmente domandata nel ricorso è stata ricalcolata in 300 euro, tenendo conto che il lavoro straordinario si era concentrato nell'arco di una sola settimana. L'organizzazione sindacale rivendica il risultato ottenuto in solitudine. "Questa vittoria è importante, prima di tutto perché il ricorso è stato fatto solo dallo Slai Cobas", si legge nel comunicato diffuso dal sindacato autonomo, che critica apertamente le altre sigle presenti negli asili, accusandole di aver invitato i propri iscritti a non unirsi all'azione legale. La pronuncia del Tribunale del capoluogo ionico traccia un percorso per le future vertenze del settore. La rappresentanza dei lavoratori sottolinea infatti che la decisione "costituisce un precedente positivo che incoraggia ad andare avanti, sia con le iniziative di lotta, sia con nuove iniziative legali, per difendere altri aspetti: dai livelli retributivi, al lavoro tutto l'anno senza più sospensioni, ai problemi di difesa della salute".

martedì 12 maggio 2026

13 maggio - info: E' il momento, operai, operaie Stellantis Melfi

 da 

Alla Stellantis di Melfi la situazione sta diventando veramente di rottura. È arrivata a un punto importante, decisivo, in cui gli operai da un lato non ce la fanno più per le condizioni di lavoro, per l'azione della Stellantis contro gli operai, dall'altra si sta scatenando una rabbia, una specie di “rivolta” verso i sindacati confederali.

Noi lavoriamo perché vi sia un avvio effettivo di lotta, unitaria all'interno dello stabilimento Stellantis e tra lo stabilimento e le ditte dell'appalto, ma anche tra tutti gli stabilimenti Stellantis. Ma Melfi in un certo senso sta diventando un esempio tipico della situazione di enorme attacco alle condizioni di lavoro degli operai e delle operaie.

Da questa settimana, gli operai devono lavorare solo per tre giorni alla settimana. Dovrebbe essere nei giorni di martedì, mercoledì e giovedì, ma gli operai non hanno certezza di poter andare a lavorare o di non poter andare a lavorare anche in questi tre giorni, dato che questa certezza solo dal lunedì la possono avere. Si capisce bene che questo sconvolge la gestione della vita degli operai, in particolare delle operaie, che sapendolo il giorno prima non possono organizzarsi. Già era stato eliminato il turno di notte, ma in realtà anche in questi tre giorni non è affatto detto che lavoreranno tutti gli operai.

Si pensi che da un totale di organico di 7.000 unità a Melfi si è arrivati a poco più di 4.000-4.500 lavoratori. E ai lavoratori l'azienda chiede delle uscite cosiddette “volontarie”, perché non sono affatto volontarie ma sono costrette; costrette sia per la mancanza di lavoro e per la mancanza di prospettiva.

Ma che cosa succede? Succede che in alcuni reparti, come per esempio la lastratura e stampaggio vi è un accumulo di scocche, mentre in altri reparti manca il materiale e quindi si fermano e la maggior parte degli operai deve restare a casa; ma anche in quei reparti che potrebbero lavorare in realtà non essendoci

tutti i materiali necessari non si può operare. Questo genera una situazione in cui da un lato vi sono dei reparti che potrebbero non fermarsi e dall’altro reparti costretti a fermarsi.

Nello stesso tempo anche in reparti come la lastratura c'è una situazione di estrema confusione, con rischio anche per la sicurezza, dicono gli operai. Mancano anche segnaletiche, carrellisti e quindi c'è una situazione in cui il disordine regna sovrano.

Per cui anche i turni che da questa settimana dovrebbero cominciare, attualmente sono anch'essi a rischio.

La situazione a un punto di rottura e giustamente i lavoratori la pongono essenzialmente verso chi li dovrebbe difendere e invece firma accordi, firma le uscite cosiddette “volontarie” che ora sono più di 400 e poi... fanno dichiarazioni.

C’è stata una recente presa di posizione dei sindacati che invece di fare piattaforme, porre obiettivi che riguardano i lavoratori, guardano alle difficoltà aziendali.

Nella settimana passata, mercoledì, c'è stata un'assemblea; n generale sono assemblee sindacali a cui partecipano sempre meno i lavoratori, proprio perché c'è sfiducia, disaffezione verso i sindacati confederali. Ma anche in questa assemblea, pur non con grossa partecipazione, però c'è stata una sorta di rivolta da parte degli operai contro i dirigenti sindacali. In generale quello che dicono gli operai è: dove siete voi quando la linea corre veloce, e noi dobbiamo correre dietro come matti e non si riesce proprio a lavorare? Dove siete quando vi chiamiamo? Questo non è una posizione solo di pochi operai, perché operai che hanno gridato queste cose nell'assemblea di mercoledì sono stati applauditi poi da tutti gli altri operai presenti.

Tanto che gli operai cominciano anche a considerare che sarebbe necessario una forma di protesta, anche di detesseramento di massa verso i sindacati confederali. Non solo come segnale, ma proprio perché sono in una situazione in cui, loro dicono, mentre l'azienda ci tiene in condizione di rischio lì dove lavoriamo perché dobbiamo correre, mentre non sappiamo neanche il giorno prima se il giorno dopo dobbiamo andare a lavorare, e chiaramente il salario viene molto ridotto e gli operai dicono: ci state affamando, i sindacati non fanno niente dalla mattina alla sera. Quindi a che servono? Non servono assolutamente a niente. In questo senso è una necessità ricostruire da parte degli stessi lavoratori, dalla base, una organizzazione sindacale di classe, una lotta sindacale che effettivamente possa mettere un freno a una crisi, a una sorta di discesa in una situazione senza via d'uscita che vivono gli operai.

Quindi qualcosa si sta muovendo, questo è di incoraggiamento e deve essere di stimolo per tutti gli operai. Se proprio in questo stabilimento, certo troppi anni fa, c'è stata una rivolta, i famosi “21 giorni”, non è impossibile, deve essere possibile che oggi si riprenda una lotta vera, una lotta seria, una lotta prolungata; perché l'alternativa che pongono inevitabilmente una parte dei lavoratori è mettersi in malattia per evitare ritmi di lavoro che non permettono di fermarsi neanche un minuto, per evitare che questa possa essere la via normale. La via normale deve essere la lotta!

L'altro aspetto che crea diverse posizioni tra gli operai è il discorso, l’azione che sta facendo la Stellantis, ma che i sindacati confederali non solo non contrastano ma anzi hanno anche firmato, degli incentivi all'esodo. Abbiamo detto che fino a fine anno pensano di fare centinaia e centinaia di queste fuoriuscite incentivate, per ora si parla di 425. Questo da un lato viene visto anche come possibilità di uscire dall'inferno della Stellantis, dall'altro però una parte degli operai dice che non conviene assolutamente: noi dobbiamo resistere fino all'ultimo perché con questi incentivi gli operai ci perdono e parecchio; alcuni operai dicono: io ho 55 anni, mi mancano almeno 10 anni di contributi per andare in pensione, e avere un incentivo di 85.000 euro è troppo poco. Quindi alcuni giustamente dicono: non bisogna mollare perché altrimenti arriveremo alla pensione con grosse perdite… abbiamo sacrificato una vita per i padroni e ora non possiamo accettare questa miseria che non ci permette né di trovare un altro posto di lavoro né di arrivare a una pensione.

Ma qui la cosa più negativa, verso cui giustamente si rivolge la rabbia degli operai e delle operaie, è la posizione, l'atteggiamento dei sindacati confederali.

Perfino la Fiom, che cosa chiede? Chiede un vero piano industriale capace di coinvolgere non solo lo stabilimento ma l'intera filiera; che i lavoratori che sono in esubero - anche pensando a quelli delle Ditte - dovrebbero essere inseriti in percorsi di formazione, miglioramento della qualità, consolidamento produttivo, eccetera.

Tutte frasi trite e ritrite che noi sentiamo anche in altre realtà per esempio all’Ilva. che non risolvono assolutamente il problema della difesa del lavoro e del salario, ma fanno dei funzionari dei sindacati confederali una sorta di “consiglieri del principe per l'azienda”, per trovare delle scappatoie, delle mini soluzioni ma per portare avanti i piani di liberarsi di centinaia anche migliaia di operai.

Così per la Uilm, ma non solo, la denuncia riguarda essenzialmente le normative europee che “stanno penalizzando l'industria automobilistica senza recare dei benefici ambientali”, e quindi “l'Europa deve definire una strategia industriale chiara a partire dal tema delle multe e delle politiche legate alla transizione”.

Su questo, anche su questo c’è una unità tra azienda, governo/Urso e i sindacati confederali. Si parla di nuove produzioni, nuovi modelli, che però se possono essere una soluzione per la Stellantis non garantiscono affatto che migliori la condizione dei lavoratori. Ma miglioreranno al massimo i profitti della Stellantis.

D'altra parte quando anche azienda e anche i sindacati parlano di nuove produzioni e sparano anche delle cifre: fino a 17 mila auto…, nascondono che queste cifre rispetto a cifre degli anni passati sono veramente una miseria. Nel 2023 le auto prodotte erano state più di 50 mila mentre ora al massimo si parla di 17 mila.

Quindi gli operai si trovano davanti a una situazione delle tre facce, dei tre nemici che operano insieme azienda, governo e segretari dei sindacati confederati.

Fim, Fiom, Uilm, e Ugl, hanno fatto un documento, che hanno presentato all'assemblea dei lavoratori e che ha fatto suscitare appunto molta rabbia, denuncia. Un documento che appunto parla che ci sarebbe già in atto un percorso industriale che prevede la realizzazione di nuovi modelli, che ci saranno nuove produzioni rispetto a quella esistente e ai quattro modelli se ne dovrebbe aggiungere un quinto e, come dicono loro nel comunicato, “rafforzando ulteriormente la missione produttiva del sito e le sue prospettive industriali”. Quindi qual’è la loro funzione? Di monitorare attentamente l'andamento produttivo e la uscita di nuovi modelli; quindi loro sono al massimo dei controllori di quello che dice l'azienda, perché i piani dell'azienda si realizzino. Ma in tutto questo gli obiettivi dei lavoratori, la salvaguardia dei posti di lavoro e del salario non esiste.

E mentre si parla che l'obiettivo è di arrivare progressivamente a possibili sviluppi occupazionali futuri, intanto c'è stato l'accordo che appunto prevede uscite incentivate.

Questa è la realtà, tutto il resto è fumo, tutto il resto è solo per cercare di frenare un'onda di ribellione che è inevitabile che vada avanti, che deve andare avanti.

In questo senso c'è stato tempo fa anche un appello internazionale, partito dalla Conferenza internazionale dei lavoratori dell'automotive in India, che ha detto che la Stellanti sta attaccando i nostri posti di lavoro, i nostri stabilimenti, il nostro futuro. Ha già cominciato con tagli di posti di lavoro, più pressione per lavorare più velocemente, persino chiusura di stabilimento.

Tutto il mondo è uguale. Gli stabilimenti, dicono in questo appello, vengono ridimensionati, i reparti riorganizzati, i posti di lavoro tagliati o lasciati vacanti, mentre il carico di lavoro aumenta, cresce la precarietà.

La Stellantis cerca di dipingere questi attacchi come inevitabili, scaricando la responsabilità sulla politica o sulla mobilità elettrica, ma noi sappiamo, scrive l’appello del Coordinamento, che i capitalisti puntano a competere per prevalere nella scena internazionale per i loro profitti a nostre spese. Quindi fanno appello che si risponda unendosi, si risponda non permettendo una politica di divisione tra stabilimenti o tra paesi, che la Stellantis fa in maniera molto attiva. Anzi, dicono, nessun stabilimento deve rimanere isolato. Nello stesso tempo hanno lanciato un avvertimento: “non provate nemmeno a parlare di produzione di armi, non vogliamo costruire armi letali per quelle guerre in cui muoiono i lavoratori. I lavoratori non sparano ai lavoratori”. Hanno detto che occorre una risposta chiara, un'unità internazionale dei lavoratori, azione congiunta, solidarietà compatta.

Ecco, questo appello deve essere assunto dagli operai, in particolare ora dagli operai della Stellantis di Melfi che sono in un momento in cui non ce la fanno più e in cui c'è coscienza che bisogna anche attaccare i sindacati confederali che non li vedi mai, che non fanno niente e che bisogna fare delle iniziative che rendano visibile questa ribellione e questa rottura verso i sindacati confederali. Dicono: non possiamo più attendere, stiamo aspettando, ma mentre il medico studia, il malato muore.

Noi pensiamo che sia il momento giusto, il momento necessario per ribellarsi effettivamente, per unirsi contro chi invece vuole continuare a illudere, vuole continuare a frenare, vuole continuare a buttare fumo agli operai, mentre via via accetta tutto quello che l'azienda fa per difendere i suoi profitti contro gli operai.

Quindi è il momento, operai e operaie della Stellantis di Melfi.


13 maggio - LA BARBARIE DI QUESTO SISTEMA. Operaio 32enne morto dopo 15 giorni di ricovero: era rimasto intossicato in un camion cisterna nella Bergamasca

 Il decesso è avvenuto oggi, martedì 12 maggio, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove il 32enne era stato trasportato in condizioni disperate ed era ricoverato in terapia intensiva.

A cura di Francesca Caporello

Si chiamava Mustapha Ladid, l'operaio di 32 anni, di origini marocchine e residente a Nembro (Bergamo), morto dopo 15 giorni di ricovero a seguito in un grave incidente sul lavoro in cui è rimasto intossicato. Il fatto è avvenuto lo scorso 28 aprile alla Carrara Group di Brusaporto, azienda specializzata nello smaltimento rifiuti della provincia di Bergamo.
Il decesso è avvenuto oggi, martedì 12 maggio, all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove il 32enne era stato trasportato d'urgenza in condizioni disperate ed era ricoverato in terapia intensiva.
Stando a quanto si è appreso, l'incidente era avvenuto durante le operazioni di pulizia all'interno di un camion cisterna. E secondo una prima ricostruzione dei fatti, Ladid era entrato nella cisterna per tentare di salvare un collega di 44 anni in difficoltà quando sarebbe stato anche lui, a sua volta, sopraffatto dalle esalazioni di acido solfidrico, perdendo i sensi. Sono stati i colleghi a portare fuori uno dei due, mentre l'altro – Ladid – si trovava ancora all'interno quando sono arrivati i soccorsi.
Nell’incidente sul lavoro complessivamente erano rimasti coinvolte cinque persone, tra i 32 e i 54 anni. L’allarme era scattato alle 18.30, mentre i due operai erano all’interno dell’autobotte parcheggiata nel magazzino dell’azienda per le operazioni di pulizia: si trattava di un grosso autoarticolato con la grande cisterna come rimorchio.



L’operaio morto per le esalazioni nella cisterna: «Mustapha altruista, ha salvato due vite»

IL LUTTO. L’infortunio il 28 aprile, martedì il decesso. Marocchino, viveva a Nembro e si era sposato qualche mese fa. «Stava salendo in auto a fine turno, ha sentito gridare ed è corso nella cisterna: aiutati a uscire i colleghi, è svenuto».

Fabio ContiR

«Era già salito in auto a fine turno, quando ha sentito gridare dall’interno del capannone: non ci ha pensato due volte e si è precipitato dentro, scendendo nell’autocisterna dalla quale è riuscito a spingere fuori il titolare dell’azienda e un altro dipendente che era a sua volta entrato a soccorrere il primo. Poi è svenuto, restando bloccato sul fondo della botte». È il legale di famiglia, l’avvocato Nabil Ryah, a raccontare i drammatici momenti dell’infortunio dello scorso 28 aprile alla «Carrara Group» di Brusaporto che, a distanza di 13 giorni, è costato la vita a Mustapha Ladid, operaio marocchino di 32 anni, morto martedì nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dov’era stato trasferito in codice rosso e dove non si era mai ripreso.



13 maggio - TORINO: LA VERA EMERGENZA SICUREZZA? QUELLA DELLA SALUTE E SICUREZZA OPERAIA!

 

Operaio alla Centrale del Latte travolto da un bancale: cade battendo la testa, morto

Caterina Stamin

Raffaele Settembre aveva 47 anni: la tragedia alla Centrale del Latte di via Filadelfia L’ennesima tragedia sul lavoro si è consumata oggi alla Centrale del Latte di via Filadelfia 220, poco prima delle 13. Un lavoratore di 47 anni di Moncalieri, Raffaele Settembre, è stato travolto da una pedana con cisterne da 750 chili che stava scaricando da un camion ed è caduto all'indietro battendo la testa. La vittima – moncalierese di nascita, ma che abitava a Orbassano con la moglie e il figlio di 15 anni – è un dipendente della ditta esterna Movinlog di Reggio Emilia incaricata delle attività di logistica e movimentazione merci all’interno del sito. Il personale del 118 ha praticato le manovre di rianimazione, ma l’uomo è morto prima del trasporto in ospedale.


La disperazione della famiglia e dei colleghi

Seduti al bar di fronte alla Centrale del latte, i colleghi della vittima lo ricordano come «una brava persona, un gran lavoratore». Uno di loro, commosso, aggiunge: «Non è possibile uscire di casa e non tornare più». In via Filadelfia sono arrivati il fratello dell’operaio e alcuni amici che si sono stretti in un lunghissimo disperato abbraccio.



lunedì 11 maggio 2026

12 maggio - info da tarantocontro: Vittoria delle lavoratrici e lavoratori Slai Cobas degli asili

 Le lavoratrici e i lavoratori degli asili organizzati nello Slai Cobas, difese dall'avvocata Antonietta Ricci, vincono un ricorso in Tribunale, riguardante il mancato pagamento di ore di lavoro straordinario fatte a settembre 2025 per attività lavorative di "pulizia di lavori di cantiere fatti da altre ditte", che non competevano alle lavoratrici dell'ausiliariato, ma che Comune di Taranto e Servizi Integrati le avevano fatte eseguire come giornate rientranti nel lavoro ordinario.

Questa vittoria è importante, prima di tutto perchè il ricorso è stato fatto solo dallo Slai Cobas, mentre gli altri sindacati presenti negli asili si sono guardati bene dal difendere gli interessi delle lavoratrici e lavoratori, dicendo alle loro iscritte di non unirsi alle lavoratrici Slai cobas, che invece le avevano invitate a fare insieme il ricorso.

Ora invece lo Slai Cobas ha vinto e gli altri NO.

Secondo, perchè questa vittoria costituisce un precedente positivo che incoraggia ad andare avanti, sia con le iniziative di lotta, sia con nuova iniziative legali, per difendere altri aspetti: dai livelli retributivi, al lavoro tutto l'anno senza più sospensioni, ai problemi di difesa della salute, ecc.

Ringraziamo l'avvocata Antonietta Ricci, il cui impegno e vicinanza con le lavoratrici, lavoratori dello Slai Cobas va oltre la difesa legale.

STRALCIO DEL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA (Attendiamo anche le motivazioni) 



12 maggio - FASCISMO PADRONALE E ATTACCO POLIZIESCO AI PICCHETTI DEI LAVORATORI. info solidale

 

Il 7 maggio all’alba davanti alla Desa di Sant’Agata Bolognese, impresa chimica
di detergenti e detersivi con 500 dipendenti, tre picchetti bloccano lo stabilimento.
L’obiettivo dello sciopero è l’immediato reintegro di Wahid Abdelaziz, un operaio
licenziato “per giusta causa” pochi giorni prima per avere difeso una collega di
lavoro dall’accusa di aver procurato un danno all’azienda.
L’azienda prima lo sospende, il giorno dopo – nonostante un’audizione in cui
ha dato piena spiegazione dell’accaduto – lo licenzia. Non è un operaio qualsiasi.
È lì da 22 anni, ed è il punto di riferimento della parte più attiva e sindacalizzata
degli operai, iscritti del SI Cobas, protagonisti di lotte che negli anni passati
hanno prodotto forti miglioramenti salariali ed imposto ai padroni il rispetto dei
lavoratori.
Questo spiega la totale solidarietà degli altri operai. La fabbrica è ferma dalle 5
del mattino, 80-85 camion sono bloccati.
Alle 13 le FFO procedono con la forza allo sgombero dei picchetti. Nelle colluttazioni Wahid Abdelaziz sviene, un altro operaio, cade rompendosi
una gamba – entrambi avranno una prognosi di 20 giorni.
Dopo l’attacco ai picchetti, per due ore la polizia sequestra di fatto in uno spazio
chiuso un gruppo di operai, il coordinatore del SI Cobas di Modena ed altri
membri di questo coordinamento, impedendogli di muoversi.
Una intimidazione in piena regola. È uno sciopero di solidarietà, e va represso con particolare durezza. In tempi di economia di guerra, di corsa alla guerra, le fabbriche debbono
essere pacificate. La raffica dei decreti-sicurezza del governo Meloni, e le
relative prassi di polizia, servono a questo.
Tutta la nostra solidarietà ai lavoratori repressi ed al sindacalista sequestrato:
abbasso lo stato di guerra e di polizia!
Massima diffusione!! Fonte: https://t.me/liberidilottarefermiamoddl1660


12 maggio - UN FINE SETTIMANA DI MORTI OPERAIE: Lavoro, un’altra strage, due operai morti in Calabria, tre braccianti in Veneto

 e a morire sono sempre più lavoratori immigrati e questo è il frutto delle politiche di un governo fascio/razzista. Portare con forza nello sciopero del 29 maggio denuncia/lotta/cacciata del governo


Luciana Cimino

Il decreto Primo maggio in alto mare I tecnici della camera chiedono chiarimenti al governo. Fuoco amico: Cisl e Lega preparano emendamenti alla legge sulla retroattività

Ieri in Calabria è morto lavorando un ragazzo di 23 anni. La sua storia è emblematica: di origine senegalese, era stato impiegato a nero nella costruzione di uno stabilimento balneare sul lungomare di Paola, località turistica in provincia di Cosenza. Secondo le prime ricostruzioni il giovane sarebbe stato travolto dal cedimento di una colonna in cemento utilizzata per l’allestimento delle docce. Qualche chilometro più a sud, nel Vibonese, perdeva la vita un operaio di 53 anni, assunto da una ditta incaricata dalla Regione Calabria per lavorare nel cantiere del depuratore consortile di Francavilla Angitola: la gru che stava utilizzando si è ribaltata, schiacciandolo. Meno di 24 ore prima, in provincia di Reggio Calabria, un 46enne era rimasto ucciso dopo essere precipitato dal terzo piano di un edificio mentre stava effettuando lavori edili. Intanto, dall’altro capo dell’Italia, in Veneto, tre operai agricoli di origine marocchina perdevano la vita nello schianto del furgone con cui si stavano recando nelle campagne di Rovigo. Gli altri sei uomini che erano a bordo del van, precipitato in un canale a Cà Lino di Chioggia, sono riusciti a mettersi in salvo. Il conducente del mezzo aveva 33 anni, i due braccianti 36 e 28. Sempre ieri e sempre in Veneto, a Valdobbiadene, è morto un agricoltore di 89 anni, il trattore che stava guidando è precipitato in un dirupo. Un altro decesso sul lavoro era avvenuto giovedì sera a Martellago, nel Veneziano: un’ operaio 51enne è precipitato da un solaio. Non è un caso che Calabria e Veneto, insieme al Lazio e Lombardia siano le regioni con la più alta incidenza di infortuni mortali sul lavoro.

Minivan di braccianti stranieri finisce in un canale a Chioggia, tre morti intrappolati. In sei si salvano

In sei sono riusciti a uscire dal furgone ribaltato. I corpi delle vittime recuperati con un’autogrù. La denuncia dei sindacati: “Lavoratori senza nome e chissà con quale contratto. Da anni denunciamo i trasporti non autorizzati”



sabato 9 maggio 2026

10 maggio - Cosenza, operaio 23enne muore travolto da una colonna di cemento: “Lavorava in nero in uno stabilimento balneare”

 ennesimo operaio immigrato ucciso dall'impunità per le imprese e dal razzismo di questo governo fascista e corrotto fino al midollo

diRedazione Cronaca

La vittima, secondo quanto emerso, non era regolarmente assunta dal titolare della struttura per il quale stava effettuando lavori di allestimento in vista dell’imminente stagione turistica

Era impegnato nelle operazioni di traino di una piattaforma per le docce in uno stabilimento balneare quando il cavo si è staccato, provocando il cedimento di una colonna in cemento che lo ha schiacciato, uccidendolo sul colpo. È morto così un operaio 23enne di origini senegalesi, secondo una prima ricostruzione degli investigatori. L’incidente è avvenuto all’interno di uno stabilimento balneare in prossimità del lungomare di Paola, nel Cosentino.

La vittima, secondo quanto emerso, non era regolarmente assunta dal titolare della struttura per il quale stava effettuando lavori di allestimento in vista dell’imminente stagione turistica. Il 23enne si trovava nella città di San Francesco ospite di una struttura di accoglienza per migranti, lontano da parenti o familiari.

Era impegnato nelle operazioni di traino di una piattaforma per le docce in uno stabilimento balneare quando il cavo si è staccato, provocando il cedimento di una colonna in cemento che lo ha schiacciato, uccidendolo sul colpo. È morto così un operaio 23enne di origini senegalesi, secondo una prima ricostruzione degli investigatori. L’incidente è avvenuto all’interno di uno stabilimento balneare in prossimità del lungomare di Paola, nel Cosentino.

La vittima, secondo quanto emerso, non era regolarmente assunta dal titolare della struttura per il quale stava effettuando lavori di allestimento in vista dell’imminente stagione turistica. Il 23enne si trovava nella città di San Francesco ospite di una struttura di accoglienza per migranti, lontano da parenti o familiari.

10 maggio - Verità e giustizia per gli operai morti nella strage di Casteldaccia (PA)

  info a cura dello Slai Cobas per il sindacato di classe

Casteldaccia due anni dopo: la Commissione approva la relazione sulle cinque vittime

8 Maggio 2026 By Giuseppe Maniscalchi

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro ha approvato ieri la relazione conclusiva sulla tragedia di Casteldaccia, costata la vita a cinque operai. Il documento è il risultato di un lungo iter di audizioni, sopralluoghi e analisi tecniche approfondite.

A due anni da quella tragedia – dichiara la relatrice Giovanna Iacono – approvare questa relazione significa dire con chiarezza che quelle morti erano evitabili. Questo lavoro non serve solo a ricostruire l’accaduto, ma a indicare cosa deve cambiare. Continuare a morire di lavoro nel 2026 è inaccettabile.”

Le criticità emerse

Secondo la relazione, quanto accaduto non è stato una fatalità, bensì il risultato di:

  • Omissioni e carenze nei sistemi di controllo.

  • Gestione degli appalti che scarica il rischio sui lavoratori.

  • Sicurezza percepita come costo anziché come diritto inalienabile.

  • Formazione carente, ridotta a un mero adempimento burocratico.

  • Frammentazione delle responsabilità causata dalle catene di subappalti.

  • Mancanza di consapevolezza specifica sui rischi dei lavori in ambienti confinati.

Il secondo anniversario e il ricordo delle vittime

L’approvazione del documento è giunta in concomitanza con il secondo anniversario della strage, avvenuta il 6 maggio 2024 presso l’impianto fognario lungo la statale 113. Durante la commemorazione è stata celebrata una messa nella Chiesa Madre del paese e sono state ricordate le cinque vittime:

  • Epifanio Alsazia (71 anni, Alcamo)

  • Roberto Raneri (51 anni, Alcamo)

  • Giuseppe Miraglia (47 anni, San Cipirello)

  • Ignazio Giordano (59 anni, Partinico)

  • Giuseppe La Barbera (28 anni, Palermo)

Alla cerimonia erano presenti i familiari delle vittime, che continuano a chiedere giustizia e risposte concrete.

Il fronte giudiziario

Non sono mancate le polemiche sui ritardi del processo. Il Procuratore della Repubblica di Termini Imerese ha respinto le accuse, sostenendo che nessuna lungaggine sia addebitabile al lavoro della Procura.

Tuttavia, dopo la prima udienza dello scorso 17 marzo, il Tribunale ha disposto un rinvio al 7 luglio per l’assegnazione del fascicolo a un nuovo GUP. In quella sede, le famiglie si costituiranno formalmente parte civile.