Alla
Castiglia, una delle aziende dell'appalto operanti al porto,
l'azienda ha comunicato tramite Whatsapp che i lavoratori, il giorno
dopo, non avrebbero dovuto presentarsi al lavoro come previsto, ma
restare a casa in ferie forzate dal 1 al 31 ottobre.
In
questa azienda c’è lo Slai Cobas da tempo, e contro di esso è
stata scatenata una pesante campagna per espellerlo, ricattando i
lavoratori, dicendo che non avrebbe più incontrato lo Slai Cobas e
ponendo tramite i responsabili aziendali e i loro galoppini sindacali
un ricatto: o vi cancellate dallo Slai Cobas oppure l'azienda vi
terrà nel mirino sia sulle questioni piccole che in occasione dei
processi di licenziamento e cassa integrazione; un ricatto che
inizialmente aveva pagato e portato la rappresentanza dello Slai
Cobas ai minimi termini.
Ma
lo Slai Cobas ha tenuto duro, il suo rappresentante ha continuato a
sostenere l'importanza dell'autorganizzazione e di non accodarsi
all'azienda e ai sindacati collaborazionisti, tra cui vi è anche
l'USB.
Subito
dopo la decisione dell'azienda di porre in ferie forzate i lavoratori
per tutto il mese di ottobre, lo Slai Cobas ha dichiarato la sua
assoluta contrarietà e la richiesta immediata di revoca di questo
provvedimento e di incontro per trovare soluzioni che garantissero il
reddito e il lavoro. Dopo questa dichiarazione, il rappresentante
Slai cobas ha comunicato che la massa dei lavoratori di questa
azienda, pur iscritta agli altri sindacati, voleva un immediato
incontro con lo Slai Cobas.
L'incontro
si è realizzato nello stesso pomeriggio con una partecipazione
massiccia alla sede del sindacato, dove i lavoratori hanno espresso
tutta la loro convinzione che lo Slai Cobas in questo momento era
l'unico sindacato che si opponeva alla dichiarazione aziendale e che
era coerente con la battaglia che aveva fatto sin da quando è
presente in essa, che ci "metteva la faccia".
Nello
stesso tempo i lavoratori in assemblea hanno ribadito che non
intendevano accettare la soluzione aziendale di scarico sui
lavoratori della crisi gravissima che attraversa l'Acciaieria e il
suo appalto a rischio chiusura, e nello stesso tempo la necessità di
passare subito alla lotta.
Il
2 ottobre lavoratori e lo Slai Cobas si sono presentati in massa alla
sede della direzione aziendale, pretendendo di essere immediatamente
ricevuti per incontrare l'amministratore delegato e gli uomini
dell'azienda, allo scopo di revocare questa decisione.
Mentre
si attendeva, di fronte all'azienda che ha fatto trovare i cancelli
chiusi, i lavoratori passavano intanto in massa allo Slai Cobas in
larga parte. Finalmente, dopo circa un'ora di pressione l'azienda ha
aperto il cancello e ha incontrato nel piazzale della direzione tutti
i lavoratori e lo Slai Cobas.
Lo
Slai Cobas ha ribadito che la richiesta era il ritiro della
decisione di messa in ferie forzate e la collocazione dei
lavoratori comunque in altre attività possibili, e in ogni caso
pagare le giornate di mancato lavoro, perché non c'era nessuna
possibilità che i lavoratori accettassero l'uso delle ferie per un
mese, che sicuramente già non avevano, ma che comunque non potevano
essere consumate in questa maniera, perchè le ferie sono un diritto
dei lavoratori.
L'azienda
ha ribadito che la mandata a casa in massa era dipesa da un diktat di
Acciaierie che aveva imposto all'azienda di sospendere il lavoro nel
quadro di una analoga decisione che Acciaierie sta prendendo verso
tante altre ditte, in attesa della sentenza della Cassazione e
della pre-sentenza di questi giorni della Corte di appello di Milano,
in merito al blocco dell'area caldo che comporterebbe la caduta di
attività della maggior parte delle ditte dell'appalto.
Ma
i lavoratori hanno ribadito con forza la rivendicazione della loro
assoluta decisione di difendere il lavoro e il reddito.
Dopo
un'ora di contrasti, che in certi momenti ha visto anche la
possibilità di uno scontro fisico, l'azienda ha annunciato che i
primi giorni di questa "mandata a casa" li pagherà
comunque senza utilizzo delle ferie e che nei prossimi giorni
incontrerà lo Slai Cobas e gli altri sindacati tuttora presenti per
trovare una soluzione per l'intero mese.
In
questa assemblea sono emerse tutte le questioni relative alla crisi
che attraversa l'Ilva e alla effettiva minaccia di massicci
licenziamenti nelle ditte dell'appalto di oltre 4 mila lavoratori e,
nello stesso tempo, della messa in cassa integrazione della quasi
totalità degli operai diretti delle Acciaierie.
Torneremo
chiaramente nei prossimi giorni su tutta la vicenda a Ilva. Quello
che è certo però è che è stato dimostrato che la lotta auto
organizzata, possibile solo in questa grande concentrazione
industriale con lo Slai Cobas, è in grado di fermare i piani
aziendali, di ottenere risultati concreti e di far tornare i
lavoratori, con la loro lotta, protagonisti della battaglia generale
che si muove intorno alla Piattaforma Operaia presentata dallo
Slai Cobas che per l'Appalto prevede il blocco dei licenziamenti, la
tutela rigida delle condizioni dei salari con il contratto unico
metalmeccanico con clausola sociale che possa garantire a questi
lavoratori parità di condizione, parità che va raggiunta anche in
caso di cassa integrazione con la richiesta per tutti i lavoratori,
sia diretti che dell'appalto, di integrazione della indennità di
cassa integrazione per ridurre l'impatto sul salario di essa.
La
lotta paga, ma non la lotta generica. Anche i sindacati
confederali hanno promosso nei giorni scorsi uno sciopero generale
che ha visto momenti di forte combattività dei lavoratori, dal
blocco della strada intorno alla zona delle ditte dell'appalto e nei
pressi della direzione, all'invasione della città col blocco del
ponte che a Taranto è lo snodo stradale principale.
Come con
quella giornata di lotta si sono fermati, assolutamente in forma
temporanea, i licenziamenti di massa, ma è rimasta aperta la
questione della soluzione che tuteli lavoro, reddito e condizioni di
sicurezza, salute della fabbrica e del territorio; così la lotta
promossa dallo Slai Cobas nelle ditte dell’appalto dimostra che con
essa i lavoratori possono rovesciare i piani dei padroni, forti anche
per il collaborazionismo sindacale, di scaricare sui lavoratori i
costi della crisi dell'Acciaieria creando una gravissima crisi
occupazionale che si aggiungerebbe alla crisi ambientale che tutti
conosciamo, producendo un disastro sociale e politico ricadente sui
lavoratori e le masse popolari.
Chiaramente
l'Ilva è considerata la fabbrica dell'inquinamento e delle morti sul
lavoro, a buona ragione - e di questo abbiamo parlato numerose volte
- ma quella delle morti sul lavoro è ormai un'emergenza nazionale
che tocca cantieri, fabbriche piccole come grandi realtà produttive
e che ha visto proprio nei giorni scorsi nel cuore di uno dei
complessi industriali più importanti, la Fincantieri, la morte di un
operaio, il ferimento di altri e la vita a rischio per molti altri
lavoratori.
Quest'ennesima
morte sul lavoro, così come quella di un giovane lavoratore al
Colosseo, che ha fatto molto scalpore, hanno riportato al centro
dell'attenzione la gravità della condizione operaia e della strage
sul lavoro e da lavoro e da inquinamento che tocca ormai l'intero
mondo del lavoro con alcuni epicentri che conosciamo benissimo.
Ma
qui, al momento in cui si reagisce con lo sciopero dei lavoratori, al
momento in cui tutti, in maniera ipocrita, si schierano contro le
morti sul lavoro, dobbiamo assistere alle prediche, alle litanie di
Mattarella, all'ipocrisia del governo che invece in tutti questi mesi
ha operato esattamente al contrario, con provvedimenti, sia generali
che particolari in materia di sicurezza, che in nessuna maniera
servono alla riduzione delle morti sul lavoro e alla condizione di
insicurezza sui posti di lavoro legata alla precarietà, all'utilizzo
dello schiavismo operaio, etc., bensì servono unicamente a cercare
di ridurre il danno non per i lavoratori, ma per le aziende.
Anche
su questo è necessario che i lavoratori abbiano coscienza che è
solo la via dello scontro prolungato la nostra arma. Ripartiamo da
una delle tante vicende che vedono operai morire barbaramente e in
maniera spesso orribile sul posto di lavoro. In queste morti ci sono
tanti giovani operai, tantissimi operai migranti, insieme a
lavoratori anziani utilizzati ancora in lavori estremamente
pericolosi. Sono morti che poi nei processi diventano una tragedia
aggiuntiva per i processi lunghi e spesso inconcludenti che non
rendono né giustizia né risarcimento né incidono per frenare la
continuità della strage sul lavoro.
La
strage sul lavoro dipende dal capitalismo, dalle sue leggi che
nella crisi riduce ancora di più i costi per tutelare la vita dei
lavoratori, perché tutto viene indirizzato al profitto, al massimo
sfruttamento, in particolare nella giungla degli appalti e dei
subappalti.
Anche
su questo la lotta è l'unica strada, ma non come viene fatta ora dai
sindacati confederali, ma una lotta prolungata che tocchi per diversi
giorni tutto il territorio nazionale e che assuma il carattere di un
braccio di ferro tra la classe operaia, le masse lavoratrici, e
padroni e governo, fino a risultati concreti; con manifestazioni che
siano veramente grandi e coinvolgenti, che facciano sì che quando si
dice “mai più”, questa frase abbia un minimo di credibilità,
sia pure in un sistema capitalistico che solo il suo rovesciamento
può garantire, può porre le condizioni per quel “mai più”.
Le
morti sul lavoro avvengono in un quadro di crisi industriali
pesantissime che riguardano i grandi gruppi industriali, dalla grande
questione Ilva a tutto ciò che sta avvenendo nel gruppo Stellantis,
a quello che avviene all'Electrolux e in tante altre fabbriche che
giorno dopo giorno annunciano licenziamenti, chiusure, con tutti gli
annessi e connessi. Fabbriche che rispondono, alcune, certo con la
lotta, ma dentro canali già stabiliti che le trasformano in vertenze
al MIMIT che spesso si prolungano negli anni, mentre i lavoratori
restano con la prospettiva del licenziamento e con forme di cassa
integrazione permanente che riducono al minimo il salario dei
lavoratori già attaccato dal carovita.
Sulle
lotte vere si fonda buona parte delle speranze di una controffensiva
degli operai e dei lavoratori nei confronti dei padroni e del
governo, e non solo sul terreno delle condizioni di vita e di lavoro,
ma su tutto sull'insieme della situazione che vive questo paese e in
generale tanti altri paesi: i piani di guerra, il genocidio in
Palestina, il riarmo, il razzismo, le leggi razziste e
discriminatorie, le leggi repressive, sono parte di tutta questa
politica dei governi dei padroni e, nel nostro caso, di un governo
tendente al moderno fascismo. Una politica che richiede una
risposta generale fondata innanzitutto sull’ampia mobilitazione
degli operai e dei lavoratori, come base concreta per lo sviluppo di
un movimento che esca dai confini sindacali attuali e vada in
direzione di scioperi generali, che possano realmente non solo
ottenere risultati concreti, ma contribuire al rovesciamento dei
governi dei padroni.