domenica 15 marzo 2026

15 marzo - da tarantocontro: Operai diciamo NO! Basta morti sul lavoro!

 

Non vogliamo, non dobbiamo lasciar passare le 2 morti/assassinii di Claudio Salamida e di Loris Costantino avvenute nel giro di poco meno due mesi, uno in Acciaieria e l'altro dell'appalto, ma tutte e due con le medesime modalità e le stesse responsabilità: impianti in cui da troppo tempo non c'è manutenzione, non ci sono controlli, si può dire che "cadono a pezzi", e... si muore, vite giovani sono distrutte e le loro famiglie con loro.

I funerali sia di Claudio che di Loris hanno visto tantissima gente, tanti operai, compagni di lavoro di ogni giorno, compagni di lavoro che dicono: "poteva toccare a me"; "Se si deve lavorare così, è meglio che si chiude tutto".

In questi funerali c'è stata tanta commozione, tanta tristezza. Ma anche tanto, troppo silenzio! Un silenzio a fronte di una situazione che sembra quasi inevitabile, e tanta sfiducia, rassegnazione, paura.

Operai, Non può essere così! Troppo silenzio, quando bisogna gridare forte: ASSASSINI! Quando bisogna dire: basta! Mai più! Operai, Loris non è stato onorato, accompagnato nemmeno con una bandiera del sindacato in cui stava, da uno striscione che salutasse la sua giovane vita (solo i familiari hanno messo uno striscione), ma la sua organizzazione sindacale, i suoi compagni di lavoro, niente... Occhi rossi, ma rabbia, dignità, ribellione, NO!

Non si può veder morire e il giorno dopo tornare in fabbrica e lavorare come prima, senza sapere se può toccare a te.

Troppi operai ormai dicono la stessa cosa: se ci ribelliamo, se diciamo No, ci spostano di reparto, ci mettono in cassa integrazione, ci licenziano. E il fatto più negativo è che questo lo dicono anche i delegati - per Loris anche quelli del Usb - quando loro dovrebbero dire altro.

Ma, primo: questo non è proprio così. In Ilva è già successo: quando c'è stata una lotta seria verso situazioni di insicurezza, allora i delegati non solo hanno bloccato i lavori, ma a fronte del tentativo dell'azienda di licenziare gli operai, hanno bloccato - CON LA LOTTA - quei licenziamenti (chi si ricorda, stiamo parlando del fermo del convertitore); non è vero che se si lotta, se si dice No è inevitabile che azienda e capi riescano a reprimere; certo, lo possono fare, ma se lo possono fare è perchè non c'è reazione, non c'è lotta, non c'è mobilitazione degli operai dopo i fatti. 

Ma voi operai dite: e chi si muove? Non c'è unità! E' vero. Ma quando deve cambiare questa situazione? Chi ha più coscienza, chi denuncia, non basta proprio che fotografi una situazione in fabbrica, certamente molto negativa e difficile, ma deve cominciare a dire altro ai suoi compagni di lavoro! Un RSL, un delegato che prima ha contribuito a creare questa situazione, che non fa quello che deve fare, va cacciato. Non è vero che in fabbrica non c'è chi vorrebbe fare altro, a furia di dire che non si può fare niente, questo si amplifica, diventa quasi un pensiero totale. Ma in questa fabbrica, è già successo, basterebbe una "scintilla", per "incendiare la prateria". Proviamo...

Non possiamo lasciare, come è successo per Loris, che sia solo il parroco a dire: questa morte non doveva succedere, non deve succedere! Non possiamo lasciare sole le mogli a dire: te lo prometto, avremo giustizia! O a denunciare le pesanti condizioni di lavoro, che gli operai amano il proprio lavoro, ma non ce la fanno a lavorare così, a denunciare che gli operai hanno paura a dire NO!

CHE DIGNITA' DI OPERAI AVETE?! Un padrone, dei capi, un governo non deve poter fare tutto quello che vuole! Gli operai sono una grande forza, possono esserlo, ma devono alzare la testa! devono liberarsi delle scimmie addosso, dei sindacalisti che invece di dire ribellatevi, si voltano in fabbrica dall'altra parte!

Voi operai dovete pretendere che vi sia una postazione fissa ispettiva in fabbrica. Dovete pretendere i controlli, di non andare da soli in alcune lavorazioni, ecc. ecc. Voi lo sapete meglio di noi cosa serve.

ALLORA, COMINCIAMO A PRATICARE UN'ALTRA STRADA, PER CLAUDIO, PER LORIS, PERCHE' NON CI SIA UN PROSSIMO. 

NOI DELLO SLAI COBAS SAREMO FINO IN FONDO CON VOI, A SOSTENERVI! 

Margherita Calderazzi - Slai Cobas sc 



15 marzo - FERROVIERI CONTRO LA GUERRA: MASSIMO SOSTEGNO

 


15 marzo - Ex Ilva - Nessuna soluzione dal Governo, dai padroni, dai sindacati in fabbrica - La voce differente dello Slai Cobas sc

 

Questo governo sembra non in grado di risolvere alcune delle vertenze su cui sono impegnati i lavoratori. In particolare quelle legate alle grandi fabbriche, ai due grandi gruppi che sono maggiormente in sofferenza in questa fase, Stellantis e ex Ilva.

Innanzitutto il gruppo ex Ilva dove in questi giorni è passato di tutto e di più.

Prima di tutto vi sono stati i due operai morti sul lavoro a breve distanza e in circostanze simili che hanno messo in luce che assassino non è la fabbrica ma chi la gestisce. I commissari dell'ex Ilva avevano come uno dei compiti fondamentali in questa fase quello appunto di assicurarne la messa in sicurezza, di assicurarne la manutenzione, di assicurare la salute e la sicurezza dei lavoratori in un periodo di cassa integrazione, di scarso lavoro e di bassa produzione e di difficile attesa di un esito futuro. Ebbene, su questo commissari hanno totalmente fallito perché le due morti sono avvenute proprio per mancanza di manutenzione, per mancanza di controllo della manutenzione: e per questo sono morti prima un operaio diretto dell'Acciaieria e un mese e mezzo dopo un operaio dell'appalto, la Geopower.

Purtroppo su questo la risposta sindacale è stata fiacca e la risposta dei lavoratori è stata di sconcerto, preoccupazione e attesa e ricerca di una soluzione. Atteggiamenti che non hanno certo favorito né una ripresa effettiva della lotta dei lavoratori né di porre come centrale che nessun operaio debba più morire in questa fabbrica.

Analogamente, la soluzione di questa fabbrica anche sul terreno dell’inquinamento sul territorio ancora appare lontana e quindi anche fuori dalla fabbrica si continua a morire di tumore, come continuano le malattie professionali, ecc.

Il governo come risponde a tutto questo? Innanzitutto facendo molta fatica ad accogliere la richiesta più elementare che hanno portato avanti i sindacati: vogliamo che il tavolo si trasferisca a Palazzo Chigi e che la Meloni si impegni in prima persona. Neanche questo è stato raccolto, nonostante noi non abbiamo nessuna fiducia che con il tavolo a Palazzo Chigi e Meloni presente ci possano essere soluzioni diverse da quelle che stanno portando, annaspando, i suoi ministri fedeli, Urso, Calderone e molto spesso il sottosegretario Mantovano.

Quindi il governo non è stato in grado di rispondere ad alcuna delle richieste dei sindacati, invece non ha esitato ad usare le inchieste della magistratura, assolutamente necessarie e legittime all'interno come all'esterno della fabbrica, per attaccare la magistratura, per cercare di scaricare sui magistrati impegnati nei processi sull'inquinamento e sulle morti sul lavoro, la gravissima situazione in fabbrica.

L'azione del governo è fallimentare sul piano della risposta ai bisogni degli operai e dei lavoratori di Acciaieria e dell’appalto, ed è invece pienamente al servizio dei padroni, in questo caso padroni multinazionali, Fondi finanziari, padroni italiani che non vogliono avere la rogna dell'Ilva ma solo gli eventuali profitti post, scaricando la colpa di quello che succede in fabbrica non al capitale, alla sua gestione assassina in questi anni attraverso Riva, ArcelorMittal e ora i commissari e attraverso i diversi governi che si sono succeduti che su questo hanno fatto uguale e in certi casi peggio dell'attuale governo, ma appunto sui magistrati.

Ora l'ultima trovata è quella dei commissari, che cercano allora volta di salvarsi il culo, di pretendere dal Fondo Flacks un piano immediato, addirittura in giornata, di soluzione dei problemi. Un chiaro bluff che serve solo a far vedere che fanno qualcosa.

Contemporaneamente vi sono i salti della quaglia di Urso che con un viaggio in India ha ritirato in campo Jindal. Jindal era interessato all'inizio poi ha preferito spostarsi sulla Thyssen Group anch’essa in crisi, che ha risposto a questo sollecito, ma indicando tagli di 6 mila operai. 

Il Fondo Flacks vuole la fabbrica a zero euro, con la promessa di 5 miliardi di investimenti, e dell'occupazione per 8.500 lavoratori e una produzione annua di acciaio di 6 milioni di tonnellate; ma sul piano sia delle capacità produttive, sia soprattutto della sostenibilità finanziaria, la situazione rasenta il ridicolo, se non fosse seria. Flacks parla di "società", ma poi a domanda precisa dice che questa "società" è formata da lui e da sua moglie... Per non parlare del suo stretto legame con Trump e con la peggiore destra sionista di Israele (con il rischio che l'unico acciaio che vorrebbe produrre è per le armi, per la guerra).

Ma anche Jindal non andrebbe affatto bene. Come scrive la stampa: "Vuole un’Ilva senza area a caldo, solo forni elettrici da alimentare con il preridotto che Jindal già produce in Oman dove ha anche un’acciaieria. Nel dettaglio, quindi, tre forni elettrici al posto degli altiforni a carbon coke, un impianto di preridotto e un’acciaieria. L'impianto di preriduzione verrebbe alimentato con il gas attualmente disponibile senza bisogno di ricorrere ad un rigassificatore o ad una nave rigassificatrice. Ma insieme a questi aspetti che si presentano meno inquinanti, il piano Jindal porterebbe ad un'Ilva dimezzata, con ripercussioni sull’occupazione che passerebbe da 10 mila a 4 mila. Quanto agli aspetti economici - si dice - sembra difficile che Jindal possa riconfermare l’offerta precedente di circa 600 milioni di euro (120 più la valorizzazione del magazzino a circa 500 milioni) sia perché Flacks ha offerto un euro sia perché la situazione dell’ex Ilva nel frattempo si è ulteriormente complicata tra mancato dissequestro dell’Altoforno 1 e sentenza del Tribunale di Milano sull’Aia del 2025". 

I partiti sia del governo che dell'opposizione, sia locali che nazionali, a volte alzano la voce, emettono dichiarazioni nei giorni in cui succedono i fatti gravi, però Urso quando li ha incontrati in parlamento lo ha fatto in un'aula deserta, dimostrando che il Parlamento non è certo la sede dove si discutono i problemi dei lavoratori. Questo già lo sapevamo, ma è importante che lo sappiano gli operai quando dicono: “la politica, la politica deve risolvere”, senza distinguere i partiti uno dall'altro, senza distinguere le classi sociali e gli strati che rappresentano.

Uno specialista in questi discorsi sulla “politica” è l'USB, che ogni volta dice “è la politica che deve risolvere le questioni!”. Quindi, non la lotta di classe, non la lotta di operai contro il governo e i padroni, ma genericamente la politica. E questo discorso della “politica” porta continuamente alle riunioni con i parlamentari, alle sollecitazioni ai parlamentari, alle istituzioni locali... E i risultati sono zero virgola zero, mentre nella fabbrica si è ripreso a morire, nell'appalto si continua a essere precarizzati con il dilagare dei contratti multiservizi e contratti a termine.

C'è solo una voce contro questa inaccettabile situazione, la voce dello Slai Cobas per il sindacato di classe, che certo non ha attualmente la forza materiale per rovesciare il Tavolo, ma la battaglia dello Slai Cobas è la battaglia di riferimento, dovrebbe essere di riferimento non solo per gli operai e i lavoratori a Taranto, ma per l'intero movimento operaio su scala nazionale che deve assumere la questione Ilva come questione nazionale.



sabato 14 marzo 2026

14 marzo - “Il diritto di sciopero è troppo limitato”: Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali

 Appena pubblicata la decisione dell'organismo internazionale. Anche la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali dovrà tenerne conto, malgrado le pressioni di Matteo Salvini per precettare i lavoratori

In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; questa è la sonora bocciatura arriva dal Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre. Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa - da non confondere con l’Unione europea; anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola invece diversi diritti riconosciuti dal documento. Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali. Altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione.  Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali. Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla



martedì 10 marzo 2026

SCIOPERO DELLE DONNE AL SALUMIFICO BERETTA DI TREZZO

Tante immagini dalle manifestazioni delle donne in tutto il mondo, sono state significativamente attaccate al portone della fabbrica durante lo sciopero delle donne alla Beretta di Trezzo, a segnare l’unità delle operaie in sciopero, con le mobilitazioni internazionali delle donne nella giornata dell’8 marzo contro la doppia oppressione e sfruttamento che colpisce le donne nei posti di lavoro, nella società capitalista, nei paesi oppressi dall’imperialismo, con una vicinanza particolare alle donne dell’Iran, della Palestina, dei paesi arabi sotto i colpi della guerra e del genocidio.

Le operaie che hanno partecipato, hanno voluto esprimere nello sciopero le ragioni della lotta, della ribellione delle donne.,

Necessarie a partire dalle condizioni della fabbrica, dove il lavoro per le donne è anche emancipazione. Alla Beretta di Trezzo più del 50% delle operaie sono precarie secondo gli ultimi dati pubblici, divise tra agenzie e appalto, i ritmi sono intensi, il lavoro consuma, la paga è bassa, le discriminazioni piccole e grandi sono tante e poi ancora, duri a morire, certi capi viscidi, con le carezze i bacini, gli abbracci…

In questa situazione in tante si lamentano, ma ‘io ho bisogno di lavorare’ e vince la paura individuale del ricatto anche per pochi mesi di contratto o meno.

 

E in modo più ampio contro l’oppressione di questo sistema contro le donne, dove all’aumento delle spese militari il governo guerrafondaio cala le spese sociali scaricandole sulle donne, quel governo moderno fascista della Meloni, che con il Ddl Bongiorno vuole salvare i molestatori e chi fa violenza sessuale, togliendo alle donne il diritto di dire NO, perché sta portando avanti a tutto campo la negazione dei diritti e della libertà di scelta delle donne, anche l’aborto è sotto attacco, e alimenta un clima di odio e violenza contro le donne.

Durante lo sciopero c’è stato un presidio alla portineria con un messaggio di classe a tutte le lavoratrici, chiuse ognuna per se, nei propri problemi senza soluzione, a tutto ciò non c’è soluzione individuale.

Uno sciopero giusto, che è stato bene fare, anche bello, di minoranza rispetto alla fabbrica, ma per la prima volta operaie dell’appalto e ‘fisse’ Beretta hanno, con Slai Cobas, partecipato assieme unite nello sciopero, che da forza e fa crescere la coscienza della lotta, perché ‘tutta la vita deve cambiare’ ma è possibile farlo solo collettivamente, organizzate, perché il sistema che ci opprime e ci sfrutta è nato per il profitto dei padroni e non è modificabile.

lunedì 9 marzo 2026

9 marzo - 8 MARZO DELLE LAVORATRICI IN LOTTA

 8 marzo delle lavoratrici in lotta contro i padroni, governo e il sistema capitalistico del doppio sfruttamento e doppia oppressione, per i diritti di tutte le donne

da ORE12/Controinformazione rossoperaia del 06.03.26


Quest'anno doppia mobilitazione e doppia giornata di lotta perché l' 8 marzo viene di domenica e ci saranno manifestazioni dal nord al sud di questo paese ma collegate al lunedì in cui ci sarà lo sciopero delle donne. Dal lontano 2013 in questo paese lo sciopero delle donne ha scandito ogni anno queste giornate importanti di lotta delle donne e del movimento più in generale delle donne. Nel 2013, sull'onda di un forte appello che arrivò dal movimento delle donne in particolare di alcuni paesi, dall'Argentina, al Nepal, come Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario lo promuovemmo per la prima volta e fu, come scrivemmo, un evento eccezionale una scintilla, che da allora in questo paese ha illuminato, ha prodotto nuove scintille e nuovi fuochi in un percorso che ha visto anche positivamente poi il movimento femminista maggiormente rappresentato da Non Una di meno assumere questa parola d'ordine ed agirla anche nelle forme dello sciopero, collegandolo alla giornata dell' 8 marzo, arrivando fino ad oggi in cui sarà di nuovo lo sciopero delle donne per l'8 marzo. Ci piace comunque rivendicare anche il significato storico della giornata dell' 8 marzo anche a fronte dell'azione nefasta della borghesia dominante, oggi rappresentata dal governo fascista Meloni in questo paese, che mira sempre a cancellare la memoria storica di determinate giornate di lotta che hanno un profondo valore anche di classe, perché la giornata dell' 8 marzo si lega alla manifestazione che l'8 marzo del 1917 ci fu a San Pietroburgo delle donne, delle operaie che chiedevano la fine della guerra e che poi fu confermata nel successivamente del 1921 durante la seconda conferenza delle donne comuniste a Mosca proprio per ricordare la protesta del 1917. Quindi come compagne femministe proletarie rivoluzionarie rivendichiamo questa storia e la riportiamo nel suo significato originario anche nella giornata dell' 8 marzo di quest'anno e nello sciopero delle donne che è chiaramente uno sciopero che, seppur parte dalle rivendicazioni anche immediate, di tutti i giorni, si allarga però a quella che è tutta la condizione di oppressione e di sfruttamento della maggioranza delle donne prodotta da questo sistema capitalista/imperialista in cui viviamo che pone come una delle sue basi per la sua stessa esistenza proprio la condizione di doppia oppressione della maggioranza delle donne. Come compagne attive anche nel sindacato, in particolare lo Slai Cobas per il sindacato di classe, abbiamo proclamato lo sciopero delle donne il 9 marzo, non come fatto meccanico o rituale o di semplice appoggio all'appello che comunque è arrivato anche dal movimento Non una di meno a tutti i sindacati ma, tenendo conto anche di questo aspetto, però, per noi la proclamazione dello sciopero delle donne è un fatto che va oltre, lo sosteniamo fino in fondo e attivamente, lavorandoci nelle forme in cui riusciamo a farlo sia tra le lavoratrici che organizziamo direttamente sia anche tra quelle che magari non organizziamo direttamente che cerchiamo di raggiungere o con cui cerchiamo di collegarci con i mezzi e con le forme che abbiamo a disposizione per portare il messaggio dello sciopero delle donne, di cosa significa questo sciopero delle donne, portare la comprensione di uno sciopero che chiaramente parte dai posti di lavoro e dalle situazioni anche di lavoro/non lavoro ma che si allarga a quella che è tutta la condizione di doppio sfruttamento, di doppia oppressione delle donne. Infatti la piattaforma che stiamo promuovendo anche quest'anno delle donne lavoratrici è una piattaforma ampia che tocca tutti gli aspetti, dalla questione del lavoro che è anche al primo punto perché lavoro per tutte le donne significa emancipazione, significa anche indipendenza economica dall'uomo, significa collegarsi anche alle altre donne che lavorano, significa organizzarsi anche nella lotta contro tutti gli altri aspetti, la lotta contro la precarietà, la lotta per i salari, contro le discriminazioni legate a tutto quello che riguarda gli attacchi nel mondo del lavoro; quindi le discriminazioni per la maternità, per l'orientamento sessuale, per la razza; poi la questione della salute e sicurezza specifica della condizione delle donne, quindi anche la salute anche riproduttiva delle donne; la dignità delle lavoratrici; la questione specifica delle lavoratrici immigrate ancora più sfruttate e oppresse; tutta la questione legata ai servizi sanitari e ai servizi sociali, alla questione degli asili e dei servizi di assistenza per anziani che vengono sempre più tagliati e attaccati oggi più che mai da questo governo Meloni che mette sempre soldi per la guerra e li toglie alla scuola, alla sanità, ai servizi sociali e quindi con tutta la questione anche del lavoro di cura che viene scaricata sulla maggioranza delle donne che per questo Stato devono essere sempre più un ammortizzatore sociale gratuito che deve fare fronte al peso del lavoro di cura, contro il caro vita e il caro bollette; tutto quello che comporta la condizione di vita delle donne immigrate, le donne detenute, contro la repressione delle lotte delle lavoratrici e per la cancellazione delle leggi infami e scellerate del governo Meloni fascista, sessista e razzista, dal decreto Caivano al decreto sicurezza, all’attacco del diritto di sciopero, tutta la questione legata poi alla violenza sulle donne e ai femminicidi con tutto quello che riguarda da un lato l'attacco da questo punto di vista alla vita delle donne e dall'alto però anche le istanze che, come donne, come lavoratrici, poniamo su questo tema. Così la questione dell'attacco al diritto di aborto e alla libertà di scelta delle donne e al diritto all'autodeterminazione delle donne contro la riforma reazionaria e moderno-oscurantista della scuola che vuole portare avanti questo governo Meloni, in particolare col ministro Valditara, una scuola che deve essere sempre più al servizio della concezione ideologica di “dio, patria e famiglia” e che fino a oggi ha negato la cosiddetta educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Nella parte finale di questa piattaforma c’è anche il collegamento alla lotta delle donne in tutto il mondo, quindi da un lato la denuncia della condizione di oppressione e di pesantissima oppressione che le donne subiscono nel mondo e il cuore di questa oppressione pesantissima è rappresentato da quello che hanno subito e stanno subendo le donne palestinesi ma dall'altro anche però la forza della lotta delle donne e quindi dalla resistenza delle donne palestinesi alle donne che lottano nel mondo contro la guerra imperialista a fianco dei popoli oppressi, con il cuore pulsante delle donne in prima fila nelle lotte rivoluzionarie in India e nel mondo intero. E’ una piattaforma che è in divenire, espressione della lotta contro le condizioni di doppio sfruttamento e di discriminazione delle donne, una piattaforma che vuole porre la necessità oggi più che mai della lotta contro un governo come quello della fascista Meloni che fa sciacallaggio sulle donne e sulle loro sofferenze per imporre una sorta di moderno medioevo, non ultima la questione dell'ennesimo, pesantissimo attacco alle donne sulla questione della violenza sessuale, quindi dell'eliminazione, con il ddl Buongiorno, del consenso per cui si legittima praticamente la violenza sulle donne, quindi la necessità di lottare e ribellarsi ovunque e su ogni aspetto di oppressione, negazione dei diritti, della libertà di scelta e di tutto quello che è l'attacco alla nostra condizione di vita.

Strappare anche uno di questi obiettivi che abbiamo posto in questa piattaforma delle donne che stiamo facendo conoscere, che diffonderemo nelle mobilitazioni che ci saranno sia l'8 marzo che il 9 marzo nello sciopero quindi anche nelle azioni che faremo e che metteremo in campo, strappare anche uno di questi obiettivi è importante per essere più forti per la lotta più generale contro questa società capitalista e imperialista e per la necessaria lotta rivoluzionaria in cui le donne possono portare una marcia in più per rovesciare e trasformare la terra e il cielo, perché a noi viene negato tutto, mentre invece vogliamo tutto e tutta la nostra vita deve cambiare. Il senso di questo sciopero è proprio questo, cioè partire da quelle che sono le battaglie immediate che comunque vengono fuori proprio dalla condizione oggettiva che si vive nei posti di lavoro e che abbiamo tratto anche dalle stesse lavoratici durante le lotte che organizziamo ma anche dalle inchieste che abbiamo fatto nei posti di lavoro, ma anche dall'analisi della condizione delle donne che vivono in questo paese, partire da quelle per allargarsi a quella che è tutta una condizione ampia, a 360° gradi, di sfruttamento, di oppressione che pone proprio la questione che è tutto il sistema la vera causa di questa condizione di oppressione generale che non può essere migliorato ma che deve essere rovesciato e che deve essere distrutto. Uno sciopero delle donne che ha una doppia valenza, perché da un lato viene fuori proprio dalla oggettiva condizione di oppressione che subiamo ogni giorno e dall'altro si collega e racchiude in sé tutte le azioni di lotta che cerchiamo di mettere in campo ogni giorno. Nello stesso tempo è uno sciopero che proprio nella sua stessa concezione per noi deve avere una prospettiva strategica che definiamo rivoluzionaria perché necessariamente deve mettere in discussione tutto, fino alle radici, questo sistema borghese capitalista/imperialista che è la vera causa dell'oppressione della maggioranza delle donne, e quando diciamo “maggioranza delle donne” diciamo le donne proletarie, le donne lavoratrici, le precarie, le disoccupate, le immigrate e tutte coloro che sono soggette questo doppio sfruttamento, doppia oppressione. Strappare anche uno di questi obiettivi della piattaforma significa essere più forti per la lotta più generale conto questa società capitalista e imperialista. Questo ci fa anche capire che quando mettiamo in campo le battaglie quotidiane, le battaglie immediate, come donne proletarie non possiamo illuderci nella soluzione di ottenere piccoli spazi o miglioramenti in questo sistema perché è la condizione stessa in cui viviamo che ci fa vedere che cosa subiamo ogni giorno e quindi la necessità invece che bisogna andare alla fonte, cioè quando diciamo che “la nostra vita deve cambiare veramente, vogliamo tutto” significa che comunque dobbiamo andare alle radici e le radici sono questo sistema capitalista/imperialista che deve essere combattuto a 360° gradi in ogni ambito e noi donne dobbiamo essere in prima linea in questa lotta per rovesciarlo. Lo sciopero delle donne è quindi uno sciopero non solo sindacale  ma è uno sciopero politico, ideologico, inserito in un'ottica di costruzione dal un lato e di distruzione dall'altro, di lunga durata, chiaramente avendo sempre i piedi per terra ma in un percorso che sicuramente non è facile ma che è necessario e non è rinviabile e che si deve intrecciare con tutte le battaglie quotidiane che si fanno a 360° gradi in tutti gli ambiti. La piattaforma dello sciopero delle donne in realtà racchiude tutto questo, è una piattaforma molto concreta perché gli aspetti sono tutti concreti e che oggettivamente tutti insieme racchiudono questa condizione generale di oppressione e pongono veramente la necessità che comunque non ci possiamo accontentare ma dobbiamo lottare contro quella che è la vera causa poi di tutta questa condizione, che è la società in cui viviamo, la società capitalista, la società imperialista. Quindi anche quando come lavoratrici partecipiamo alle manifestazioni dell' 8 marzo portiamo in esse la piattaforma dello sciopero, anche le vertenze, le lotte che tutti i giorni cerchiamo di portare avanti, e non partecipiamo a queste manifestazioni come mere “ospiti” ma partecipiamo come lavoratrici che incarniamo questo sciopero, che rivendichiamo una piattaforma di lotta a 360° gradi, una piattaforma viva che nasce dalle lotte, dalle istanze delle lavoratrici, che interessa tutti gli ambiti e che pone poi al centro la questione - in prospettiva ma anche oggi - della lotta rivoluzionaria, cioè della necessità che bisogna combattere questo sistema a 360° gradi e tutto quello che lo rappresenta, e quindi in questo senso è centrale la questione del governo Meloni che è al servizio del sistema capitalista/imperialista, la vera causa della condizione di oppressione di noi donne, di noi lavoratrici.

lavoratrici Slai Cobas per il sindacato di classe

movimento fermminista proletario rivoluzionario



9 marzo - Appello a una Giornata Internazionale di Azione Stellantis il 24 marzo

 

Non staremo ad aspettare!
Lottiamo per ogni posto di lavoro
!

compagni operai

Stellantis sta attaccando i nostri posti di lavoro, i nostri stabilimenti, il nostro futuro: ha già cominciato con tagli di posti di lavoro, orari di lavoro più lunghi, più pressione per lavorare più velocemente, persino chiusure di stabilimenti! Gli stabilimenti vengono ridimensionati, i reparti riorganizzati, i posti di lavoro tagliati o lasciati vacanti, il carico di lavoro aumenta e, allo stesso tempo, cresce la precarietà. Conosciamo lo schema: a una sede non vengono fornite prospettive chiare, i modelli vengono gradualmente eliminati, non si fanno investimenti e, alla fine, dicono che "purtroppo, non c'è più futuro". Stellantis sta cercando di dipingere questi attacchi come "inevitabili", scaricando la responsabilità sulla "politica" o sulla mobilità elettrica. Ma noi sappiamo che i capitalisti puntano a competere per prevalere nella scena internazionale, per i loro profitti e a nostre spese. Ovunque, il management usa metodi subdoli per far passare questi attacchi: la divisione, mettendo stabilimenti e paesi l'uno contro l'altro, personale fisso contro lavoratori precari. Sempre altrove c'è qualcosa di più economico. Sempre si aspettano che cediamo, che diventiamo ancora più economici. Alla fine, questo peggiorerebbe la situazione per noi in ogni stabilimento e non salverebbe nessun posto di lavoro.

Ecco perché diciamo: non ci lasceremo dividere. Siamo un'unica forza lavoro in Stellantis, indipendentemente dal Paese da cui proveniamo. Nessuno stabilimento è isolato. Se c'è meno lavoro, sia a causa della mobilità elettrica che di problemi di mercato, allora chiediamo una riduzione dell'orario di lavoro a 30 ore settimanali, a parità di salario!

E non provate nemmeno a parlare di produzione di armi. Non vogliamo costruire armi letali per guerre in cui muoiono lavoratori! I lavoratori non sparano ai lavoratori! In un momento in cui Stellantis sta mettendo in discussione gli stabilimenti in tutto il mondo, cercando di mettere i lavoratori l'uno contro l'altro e diffondendo nella classe operaia il veleno nazionalista e fascista, occorre una risposta chiara: unità internazionale dei lavoratori, azione congiunta e solidarietà compatta, che deve essere ben organizzata! Alla Conferenza Internazionale dei Lavoratori dell'Automotive in India, novembre 2025, abbiamo deciso di chiamare a una giornata internazionale di mobilitazione Stellantis. Non aspetteremo che Stellantis annunci la sua "nuova strategia" a maggio o giugno, ma dichiariamo subito forte e chiaro che lotteremo!

Facciamo appello ai colleghi di tutti i siti Stellantis a partecipare

alla giornata mondiale di azione il 24 marzo!

Mandiamo chiaro il messaggio:

Lotteremo per ogni posto di lavoro, per ogni fabbrica!

Diffondiamo nel mondo informazione sulla giornata di azione, parliamone coi colleghi e nei sindacati. Pianifichiamo le azioni, ad esempio, assemblee sui posti di lavoro con presidi fuori dei cancelli! Diciamolo ai nostri familiari e amici, perché è in gioco il futuro di intere regioni. Non resteremo a guardare mentre distruggono il nostro futuro! Un fatto che unisca tutti gli stabilimenti Stellantis può essere votare una lista di rivendicazioni come dichiarazione congiunta di lotta. Realizziamo video-messaggi e organizziamo solidarietà reciproca!

Lottiamo per ogni posto di lavoro solidarietà internazionale – nessuno stabilimento è solo!

Stellantis Group Coordination in the International Automobile Workers' Coordination

info per l'Italia

Slai Cobas per il sindacato di classe / comitato d'azione Melfi/Mirafiori

slaicobasta@gmail.com 



sabato 7 marzo 2026

7 marzo - Operai Fdm (Stellantis) Melfi: “Di noi vi siete proprio scordati” - massima solidarietà - fate circolare

 

da Basilicata

a cura Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto


Operai Fdm

La collera della Logistica lasciata a piedi: “A luglio finisce anche la Cassa, e siamo fuori dall’agenda Cupparo. Quanta ipocrisia, tra istituzioni e sindacati…” Le nostre foto le trovate in archivio, già, perché un presente non c’è, siamo stati rimossi. Abbandonati alle ‘mancette’ dei corsi di riqualificazione”. Inizia all’attacco la call su WhatsApp coi lavoratori della Logistica Fdm, di Melfi, ‘scaricati con una mail’ da Stellantis, nel gennaio 2024. Seguirono mesi di presidi davanti la fabbrica, una breve occupazione dei binari a San Nicola di Melfi, incontri a Potenza in Regione e a Roma col ministro Urso. La cassa integrazione, così come la lunga agonia, per loro finirà a luglio di quest’anno. Si chiamano Andrea, Benedetto, Michele, hanno tanti nomi, volti, e storie familiari.“La clessidra” si sta per svuotare. L’immagine che più li rappresenta è quella di una “clessidra” (il tempo) che si sta per svuotare, con i granelli di speranza che stanno passando dall’altra parte, lasciando nulla dalla loro. “Una mattina ti svegli e stai bene, provi a reagire, il giorno dopo ti alzi depresso e cerchi di mascherare il tuo stato per non preoccupare famiglia e figli”, dice uno di loro. Spietato ma realistico questo stato che viene manifestato dai lavoratori in cassa per ‘cessata attività’. “Oltre al lavoro in sè – confessa un’altra voce – è la dignità a mancare, il ruolo sociale, sentirsi utile alla società e a se stessi”. Sono due anni di cassa integrazione, che stanno per scadere. E senza altri paracadute, se non i 18 mesi di Naspi, a scalare.. I corsi di formazione? Sono mancette” Il modo in cui sono stati trattati, dopo essere stati scaricati da Stellantis “per mancanza di commesse” dipinge bene anche l’effettivo stato di salute di un intero Indotto, a San Nicola di Melfi. “Stiamo facendo i corsi di formazione previsti dalla Regione Basilicata e destinati alle aree complesse – chiarisce Michele – ma già sappiamo che non ci serviranno a nulla”. E ancora: “Sono solo delle ‘mancette’ con le quali arrotondiamo per qualche mese”. Già, perchè i corsi e le 600 ore stanno per finire, ma la fame resta. Qualcuno lavora in Francia” Entriamo nella costellazione di aziende a cui fa capo Fdm. A monte c’è Sit Logistic, una spa, che gestiva le commesse. A valle, nei subappalti, troviamo Fdm e Sitrail. “Sappiamo in via ufficiosa che in Sitrail lavorano, prendono ancora commesse e chiamano anche gli interinali”. Ma per loro di Fdm, all’epoca erano in 52, nulla da fare. “Qualche nostro collega di Fdm, credo siano una decina, è andato lavorare in Francia, crediamo con trattativa privata, chi poteva e voleva ha accettato su base volontaria, ma si tratta pur sempre di qualche mese in subappalto, e poi deciderà cosa fare”. Tutti gli altri vivono in Lucania, in quella clessidra che si sta svuotando, portandosi via sogni e stabilità. “Io sto cercando di cambiare lavoro, faccio le domande nella scuola”, irrompe nella chat uno dei lavoratori. “Non possiamo e non dobbiamo perdere la speranza, almeno quella”, aggiunge subito il collega, che crede ancora in un miracolo, nella “riconversione” di San Nicola di Melfi. Siamo fuori dall’agenda Cupparo” L’ultimo passaggio della conversazione è dedicato alle responsabilità, “tante”, delle istituzioni. “C’è stata tanta ipocrisia di facciata da parte della politica”, assicura Michele. “Dapprima le promesse, il ministro Urso e l’assessore Cupparo, ma poi tutto è evaporato in fretta”. Già, le promesse. Come quelle dell’assessore alle Attività produttive che a gennaio in Consiglio regionale siglava “il patto” per San Nicola di Melfi. Sigle e slogan. “Riconversione”, “ricollocazione”, tutte parole vuote agli occhi di chi ha poco in cui sperare, se non “un piano b lontano da qui”. E i sindacati, cosa dicono…? Infine ci sarebbero anche i sindacati. “Non lasceremo nessuno indietro”, assicurarono mentre scoppiava la vertenza Fdm. Sono passati due anni. E loro, i lavoratori, sono rimasti indietro. I sindacati, invece, sono avanti. “E’ anche vero che noi non siamo uniti, non lo siamo mai stati – è l’amara confessione di uno dei lavoratori – ognuno per conto suo, qualcuno poi magari sapeva chi chiamare, ma non c’è stata mai trasparenza”.  Titoli di coda, o speriamo di no, di una storia”lunga quasi 30 anni, entrammo nel ’97”, ci dice un lavoratore Fdm di lungo corso. “Ho un figlio da far studiare, ditemi voi come devo fare, è umiliante”. Ecco ciò che resta, la realtà. E poche briciole ancora sul tavolo. Operai Fdm


venerdì 6 marzo 2026

Piattaforma dello sciopero delle donne 9 marzo

 Diffondiamo la piattaforma nei posti di lavoro,  alle donne, nelle manifestazioni. Scioperiamo!


sciopero delle donne

 9 marzo 2026

- Lavoro per tutte le donne - Lavoro per le donne significa anche indipendenza economica dall’uomo, dalla famiglia; per le donne licenziate, nessun sgravio, incentivo alle aziende e obbligo di riassunzione a TI;

- Contro la precarietà: trasformazione a tempo indeterminato dei contratti precari; internalizzazione dei servizi essenziali negli appalti pubblici; nei part time orario non inferiore a 30 ore settimanali;

- Pari salario per pari lavoro;

- abbassamento dell’età pensionabile a 35 anni lavorativi, come riconoscimento del doppio lavoro;

- Salario garantito per tutte le donne disoccupate;

- NO a discriminazioni legate allo stato familiare, maternità, razza, orientamento sessuale, nelle assunzioni, licenziamenti, e nella vita lavorativa;

- Aumento delle pause, riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro;

- Riduzione orario di lavoro a parità di paga contro licenziamenti e per la difesa della salute;

- Condizioni di lavoro e ambienti di lavoro (compreso servizi igienici – vicini alla postazione lavorativa) a tutela della salute, anche riproduttiva, delle donne e della dignità delle lavoratrici;

- In agricoltura parità salariale contrattuale con gli uomini; divieto di pagamento per trasporto/caporale, sanzionando le aziende; No all’uso di prodotti tossici; strutture mediche vicino ai luoghi di lavoro;

- Contro gli abusi e violenze sessuali – delegate nei campi delle lavoratrici;

- Accesso gratuito ai servizi sanitari, aumento di asili e servizi di assistenza anziani e per le persone disabili gratuiti;

- Socializzazione dei servizi domestici essenziali;

- Contro carovita e carobollette;

- Permessi di soggiorno, documenti, diritto di residenza, cittadinanza, case, NO Cpr/centri lager; uguali diritti lavorativi, salariali e normativi per le immigrate;

- Nessuna persecuzione delle prostitute, diritto di tutte ai servizi sociali, sanitari, al salario garantito;

- Libertà, accesso a misure alternative per le donne/proletarie detenute, come tutela del diritto alla salute alla genitorialità, e come difesa dalle violenze, abusi sessuali in carcere che in particolare immigrate, soggettività lbgtq+.;

- Contro la repressione delle lotte delle lavoratrici, precarie, disoccupate, migranti, studentesse, attiviste sociali e politiche, cancellazione delle leggi del governo Meloni (decreto Caivano, decreto sicurezza 1660, attacco al diritto di sciopero) – NO al Ddl Bongiorno;

- Diritto di aborto libero, gratuito e assistito, in tutte le strutture pubbliche, abolizione dell’obiezione di coscienza; contraccettivi gratuiti - potenziamento della ricerca per contraccettivi sicuri per la salute;

- Allontanamento dai luoghi di lavoro per capi, padroni, ecc. responsabili di molestie, ricatti, violenze sessuali, atteggiamenti razzisti, sessisti - tutela delle lavoratrici denuncianti;

- Divieto perenne di permanenza in casa di uomini violenti, misure di controllo quotidiano;

- Case rifugio, centri antiviolenza, consultori laici - gestiti e controllati dalle donne; chiusura delle sedi pro-vita e simili e divieto di loro attività, propaganda;

- Procedura d’urgenza nelle denunce e nei processi per stupro, femminicidi, stalking, molestie sessuali, con patrocinio gratuito per le donne; accettazione delle parti civili di organizzazioni di donne;

- nessuna repressione, riconoscimento del diritto delle donne all'autodifesa per aver reagito alla violenza maschile.

- Contro la riforma reazionaria, moderno oscurantista della scuola del governo Meloni, contro la militarizzazione delle scuole, contro la scuola al servizio della concezione ideologica “Dio, patria, famiglia”, educazione sessuale nelle scuole gestita direttamente dalle studentesse;

- Abolizione nella pubblicità, nei mass media, nei testi scolastici, ecc. di ogni contenuto offensivo, sessista discriminatorio, fascista, razzista, contro le donne; repressione degli atti machisti e dei luoghi di loro ritrovi.

Per il sostegno alle donne e alla resistenza palestinese, contro la complicità del governo Meloni con il nazisionista Netanyahu e il “Board pace” di Trump, rottura di tutte le relazioni militari, economiche, culturali tra Italia e Israele.


mercoledì 4 marzo 2026

5 marzo - Dall'Osservatorio Bologna di C. Soricelli: I NUMERI DI GUERRA AI LAVORATORI CHE LE POLITICHE DEL GOVERNO , FASCISTA, MELONI AUMENTANO

 


5 marzo - BRESCIA: OMICIDIO SUL LAVORO. ESCAVATORE SI RIBALTA, OPERAIO MUORE IN UN CANTIERE IN MADDALENA

 

Ennesimo omicidio sul lavoro a Brescia. In zona Bornata, ai piedi del Monte Maddalena, un operaio di 58 anni è morto oggi attorno alle 13 dopo essere rimasto schiacciato dal piccolo escavatore che stava manovrando in una zona impervia. E’ il 145esimo omicidio sul lavoro in Italia nei primi 2 mesi del 2026.

Ancora da capire le dinamiche che hanno provocato la morte del lavoratore: il cantiere entro cui stava lavorando, infatti, presenta tratti scoscesi e irregolari che necessitano valutazioni preventive sulla sicurezza degli operai e adeguatezza dei macchinari utilizzati.

Ai microfono di Radio Onda d’Urto è intervenuto Ibrahima Niane, il segretario regionale della FILLEA CGIL, sindacato degli edili. Ascolta o scarica.


Brescia, infortunio mortale sul lavoro: la vittima è Marco Turra

La tragedia in zona Bornata, ai piedi della Maddalena


4 marzo - EX ILVA: INTERVISTA Slai Cobas sc Taranto

 

Un altro operaio morto all'ILVA di Taranto

Data di trasmissione

Martedì 3 Marzo 2026 - 10:45

 Ascoltahttps://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/03/altro-operaio-morto-allilva-taranto


Ennesima morte all'ILVA di Taranto, questa volta è toccata a Loris Costantino, 36 anni, precipitato da una passerella alta dieci metri.

Le considerazioni di Ernesto, dello SLAI Cobas di Taranto.