lunedì 27 aprile 2026

27 aprile - Da Slai Cobas sc TA: NON C'E' FESTA IL 1° MAGGIO, SE SI MUORE SUL LAVORO

questo significa affermare il 1 maggio come giornata di lotta e non di festa

e l'impegno nella lotta contro i morti sul lavoro, da lavoro e da inquinamento è centrale in questo primo maggio, è centrale tutti i giorni. è centrale nello sciopero generale annunciato per il 29 maggio

lo assumiamo come impegno in una città simbolo come Taranto, e in una fabbrica come l'ex Ilva appalto e indotto Taranto

30 aprile ore 6 presidio e comizio alla portineria delle ditte d'appalto

1  maggio Bari - manifestazione regionale

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

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Non c’è festa il 1 maggio, se si muore sul lavoro

26 Aprile 2026 Redazione Lascia un commento

di Umberto Franchi (*)

NON C’E’ FESTA DEL LAVORO PER CHI MUORE SUL LAVORO

PRIMO MAGGIO 2026 FESTA DEL LAVORO. MA CONTINUANO GLI OMICIDI SUL LAVORO.

COSA FARE PER IMPEDIRE LE STRAGI SUL LAVORO ?

Secondo i dati dell’Osservatorio di Bologna curato da Carlo Soricelli, nell’anno 2025 i morti sul lavoro sono stati 1.450 comprensivi di quelli in itinere e agricoli. Sono circa 4 lavoratori deceduti ogni 24 ore (3,95) con un incremento del 2,8%. Mentre gli infortuni sul lavoro divulgati dall’Inail sempre nell’anno 2025, sono stati 597.510 con più 1,5% rispetto al 2024. Quindi chi parla di stabilità o di riduzione delle morti sul lavoro e infortuni , mente sapendo di mentire. Sono “morte bianche” avvenute con persone schiacciate, cadute dai ponteggi, decapitati, stritolati, affogati, congelati, investite… Ogni anno i morti sul lavoro continuano ad aumentare con quasi 4 morti al giorno . Ai morti per infortuni sul lavoro vanno aggiunti quelli che muoiono a causa delle malattie professionali per patologie dovute alle esposizioni di sostanze tossiche presenti sul lavoro di varia natura (oltre 98.000 l’anno) … e, se poi si aggiungono quelle differite per infortunio e quelli non denunciate perché lavoranti a nero, i morti diventano ogni anno oltre 2.500. In questo contesto coloro che dovrebbero controllare le imprese : gli Ispettorati del Lavoro, negli ultimi 20 anni sono stati diminuiti , erano 5.000 nel 2005 oggi sono 3.160 ed hanno il compito immane di controllare ben 4.400.0000 aziende esistenti in Italia di oltre 17 milioni di lavoratori dipendenti. Si calcola che un’azienda in media viene controllata ogni 14 anni. Ma anche se il governo triplicasse il numero degli ispettori con nuove assunzioni , cosa che non fa, resterebbero comunque le stesse problematiche, per tre motivi :

primo, perché la legge che prevede il Testo Unico sulla Sicurezza fu depenalizzato all’inizio del 2011 dall’ultimo governo di Berlusconi e lasciata invariata da tutti gli altri governi , con la conseguenza che i datori di lavoro preferiscono pagare la multa piuttosto che investire sulla sicurezza…;

secondo , perché i motivi degli infortuni e morti sul lavoro, sono strettamente legate all’organizzazione del lavoro ed alla mancanza di interventi sulla medesima organizzazione nonché sulla mancanza investimenti adeguati sugli impianti e sui prodotti;

Terzo, le ragioni del di questo continuo massacro stanno anche nel fatto che da parte del governo Meloni, non è stato definito un preciso Piano di Intervento per prevenire e eliminare i rischi di infortuni sul lavoro , ma anzi sono state fatte leggi che incentivano le morti sul lavoro .

Oggi chi va al lavoro non sa se la sera tornerà a casa. Siamo in presenza di vera guerra che è in atto e in Italia. Essa rappresenta lo scontro tra capitale e lavoro! Occorre prima di tutto evidenziare che gli oltre 1400 morti sul lavoro ogni anno, sono causati da responsabilità dei datori di lavoro, che adottano una organizzazione del lavoro finalizzata ad incrementare i loro profitti! Gli aspetti fondamentali della causa delle morti sono questi.

venerdì 24 aprile 2026

25 aprile - info Taranto: Basta con questa farsa dei tavoli romani”, Ex Ilva, lo Slai Cobas proclama lo sciopero generale

 

Il sindacato chiede rottura con il Governo e annuncia la mobilitazione: “No alla cigs e a nuove cessioni”

Francesco Alberti

redazione.taranto@buonasera24.it 24 Aprile 2026 - 09:28

TARANTO - Tono duro e senza mediazioni quello dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene nuovamente sulla vertenza ex Ilva denunciando quella che definisce una fase di stallo e chiedendo una svolta immediata.

Nel comunicato, il sindacato esprime una posizione netta contro il confronto istituzionale in corso. “Basta con questa farsa dei tavoli romani”, afferma, sostenendo che l’assenza di un accordo concreto rende inutile il proseguimento delle trattative. Al centro della contestazione anche l’ipotesi di ricorso alla cassa integrazione straordinaria, considerata inaccettabile. “Se c’è mancato accordo, la cigs non si accetta e si contrasta”, viene ribadito.

Lo Slai Cobas rilancia inoltre la richiesta di nazionalizzazione del gruppo siderurgico, opponendosi a qualsiasi ipotesi di cessione a soggetti privati. “Se vogliamo la nazionalizzazione e non la svendita dei lavoratori, allora bisogna impedirla con l’azione”, si legge nel documento, che invita a interrompere il dialogo con il Governo guidato da Giorgia Meloni e con il ministro Adolfo Urso.

Nel mirino anche la gestione commissariale dell’impianto. Il sindacato denuncia una situazione critica sotto il profilo industriale e della sicurezza. “Se i commissari gestiscono il morto e i morti, devono andare via”, si legge nel comunicato, con un riferimento diretto alle condizioni di lavoro e alle criticità ambientali.

Il documento richiama inoltre il tema della sicurezza negli stabilimenti e negli appalti, indicando la necessità di un cambio radicale di approccio. “Se il lavoro è mortale, bisogna stabilire la massima non collaborazione”, afferma il sindacato, chiedendo anche una presenza permanente negli impianti per monitorare la situazione.



24 aprile - DALLO Slai Cobas sc Taranto

 

Comunicato stampa.

Ex Ilva basta con questa farsa dei tavoli romani --se c'è mancato accordo - la cigs non si accetta e si contrasta - se vogliamo la nazionalizzazione e non svendita dei lavoratori di Flacks o Jindal - allora la si impedisce con l'azione_ rompendo la trattativa con il governo meloni Urso e procacciatori d'affari - se i commissari gestiscono il morto e i morti - se ne devono andare - se il lavoro è mortale - allora si stabilisce la massima non collaborazione nello stabilimento e nell'appalto e si chiede l' immediata presenza permanente della postazione effettiva - se si vuole bloccare le fonti inquinanti le disposizioni della magistratura e le inosservanze della centrale elettrica si attuano non si ostacolano - se il caro energia mette in crisi gli autotrasportatori operanti verso l'Ilva il servizio si blocca - ecc.

Non C'è altra strada che la lotta su tutto e di tutti - chiediamo a chi parla ad essere coerente qui è ora - lo Slai Cobas fa appello a tutti a muoversi da subito e a unirsi allo sciopero generale il 29 maggio

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto - slaicobasta@gmail.com Wa 3529575628


giovedì 23 aprile 2026

23 aprile - info: Lula, Cina e schiavismo

 

Il caso Byd scuote il Brasile

di Paolo Laforgia (*)

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo. La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo. Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto. I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza. Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti. Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori. Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista. Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito. Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo. L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico. Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura. Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali. Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi. In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici. È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte. La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita. Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti. Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema. La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento. In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.



23 aprile - info solidale: MONZA: “GRAVISSIMI LICENZIAMENTI ALLA SANGALLI”. GIOVEDI 23 APRILE PRESIDIO DI SOLIDARIETA’

 

Nei cantieri di Monza e Sesto San Giovanni la Sangalli, che si occupa dei servizi di igiene ambientale e spazzamento, ha licenziato i delegati sindacali più attivi, facendoli pedinare per oltre un mese da una società di investigazione privata nelle attività che i lavoratori svolgevano nell’arco della giornata.

Entrambi i delegati sono attivi nel far rispettare le norme sulla sicurezza e implementare i diritti dei lavoratori. La direzione anziché rispondere alle sollecitazioni dei delegati ha preferito licenziare i delegati Flaica-CUB (uno dei quali è rappresentante alla sicurezza).

Consideriamo questo un ulteriore e grave attacco alla CUB che si iscrive in un attacco frontale ormai palese e diffuso anche ad altre sigle, delegati e lavoratori in altri luoghi di lavoro da parte del padronato. Un’azione fatta alla vigilia del 1 Maggio e in un contesto di economia e disciplinamento di guerra che si traduce in un attacco all’agibilità di azione sindacale e in maniera più allargata al diritto di sciopero con l’istituzione dei recenti decreti sicurezza del governo che fanno da cornice repressiva sempre più tangibile”.

Cosi’ in un comunicato CUB, il S.I Cobas, la Rete lotte sociali Monza e Brianza, USB e RSU CUB PI Comune di Mezzago insieme ai lavoratori e alla lavoratrici che invitano a partecipare a un presidio di protesta presso l’ingresso della società Sangalli in via Carrà a Monza dalle ore 10.00 alle 13.00 giovedi 23 aprile.

Ci racconta la vicenda Guido Trifiletti della Cub Ascolta o scarica



mercoledì 22 aprile 2026

23 aprile - info 2: Processo "Ambiente svenduto" - Dal presidio le voci degli avvocati Vitale di Torino e Ricci di Taranto delle parti civili Slai Cobas - E varie interviste da Radio Onda Rossa


Avvocato Gianluca Vitale di Torino

 

 
  
 
 

INTERVISTE A PARTECIPANTI AL PRESIDIO: tra cui Comitato "No Triv" Basilicata -  Rappresentante della lotta alla Stellantis/appalto - Slai cobas Taranto

Ascolta lo streaming di Radio Onda Rossa

 

Ambiente svenduto a Potenza

Data di trasmissione
ilva

Parte oggi a Potenza il processo ‘Ambiente Svenduto’, sul disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 dall’ex Ilva di Taranto, durante la gestione della famiglia Riva. Ai nostri microfoni i rappresentanti di varie realtà lucane che hanno convocato un sit-in di fronte al tribunale.

 

Del presidio al Tribunale di Potenza ha dato notizia anche Radio popolare nel suo giornale radio.

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-giornaleradio/notiziario-giornaleradio_21_04_2026_19_30 

23 aprile - info da tarantocontro: Processo "Ambiente svenduto" - 1 - Dal presidio al Tribunale di Potenza immagini e intervento dello Slai Cobas: questo processo interno alla situazione attuale dell'Ilva in cui operai continuano a morire

  



martedì 21 aprile 2026

22 aprile - infosolidale: Prato /Gli StrikeDays dei Sudd Cobas : già regolarizzati i lavoratori di 21 aziende del distretto moda

 

In altre fabbriche e pronto moda proseguono invece i picchetti ad oltranza tra il Macrolotto 1, Seano e Montemurlo per far applicare a tutti i contratti con la formula 8x5. Il sindacato: "Siamo di fonte ad un effetto valanga: la sindacalizzazione degli insindacalizzabili è ormai una realtà"

PRATO: TERZO GIORNO DI STRIKE DAYS E 22 ACCORDI GIÀ RAGGIUNTI. SUDD COBAS: “LA FORZA DI QUESTI SCIOPERI È LA SOLIDARIETÀ”

Terzo giorno di Strike Days nel distretto industriale tessile di Prato e già si vedono i primi importanti traguardi. 22 gli accordi già raggiunti a fronte dei 27 scioperi iniziati in altrettante aziende del distretto della moda pratese.

Gli Strike Days sono una serie di scioperi e picchetti a oltranza organizzati e promossi dal sindacato di base Sudd Cobas per denunciare, e combattere, lo sfruttamento e le condizioni di totale insicurezza di lavoratori e lavoratrici in subappalto in una delle filiere del pronto moda più grandi d’Europa.

Partita venerdì 17 aprile – e giunta alla sua quarta edizione – l’iniziativa ha visto, ancora una volta, lavoratrici e lavoratori unirsi e lottare insieme contro sfruttamento, turni disumani e lavoro nero, incrociando le braccia e allestendo picchetti davanti ai cancelli delle aziende con l’intenzione di proseguire l’agitazione ad oltranza. Le mobilitazioni proseguono ora in cinque fabbriche tessili e pronto moda tra il Macrolotto 1, Seano e Montemurlo, dove restano aperte le vertenze, ma i risultati ottenuti fino ad oggi fanno sperare in altrettanti accordi e regolarizzazioni.

Siamo di fronte a un effetto valanga – hanno dichiarato i Sudd Cobas in un comunicato – Solo nelle ultime 48 ore sono tanti i lavoratori che stanno contattando il sindacato per unirsi agli StrikeDays anche dalla propria fabbrica. Anche stavolta agli scioperi degli operai sfruttati si sono affiancati gli scioperi di solidarietà di quei lavoratori che in questi anni, con gli scioperi, hanno già conquistato contratti regolari, turni umani e diritti”.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Elena dei Sudd Cobas, in collegamento con noi da uno dei picchetti Ascolta o scarica




22 aprile - CONTRO IL GOVERNO MELONI - PIU' MORTI DA E SUL LAVORO - VERSO LO SCIOPERO GENERALE

 

Tir precipita dal ponte della superstrada del Liri, morto il conducente

Un uomo di 67 anni ha perso la vita in un incidente avvenuto sulla superstrada del Liri, all’altezza di Civitella Roveto. Il mezzo pesante che guidava è precipitato dal ponte dopo aver sfondato le barriere di protezione, compiendo un volo di diversi metri. L’autista, Giuseppe Santavicca, nato in Francia, viveva a Roma da molti anni ed era diretto da Sora ad Avezzano quando, per cause in corso di accertamento, ha perso il controllo del tir finendo contro le protezioni. Il ponte ha riportato danni ma non è crollato. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, l’elisoccorso e le forze dell’ordine. Il conducente è morto sul colpo. Sono in corso gli accertamenti per chiarire la dinamica dell’incidente.

Il fratello del rider trovato morto a Cavoretto: “Ora vogliamo sapere la verità”

Ali, il fratello del fattorino , apre le porte di casa a parenti e amici: «Siamo distrutti. Lui non voleva fare quel lavoro, rincorreva il sogno della fotografia»

Francesco Munafò


Adnan, rider da un mese morto dopo la consegna: si indaga sull’auto pirata. Il corpo per ore a bordo strada

di Federico Gottardo


21 aprile - Ecatombe silenziosa: 21 morti di lavoro in 4 giorni

 di Carlo Soricelli (*).

L’Italia è un bollettino di guerra

Non è più un’emergenza, è una mattanza. I numeri del 2026 ci restituiscono una realtà agghiacciante: in soli quattro giorni abbiamo pianto 21 vittime. Superata la soglia dei 400 morti complessivi dall’inizio dell’anno, di cui ben 299 avvenuti direttamente sui luoghi di lavoro. Com’è possibile non rimanere sbigottiti di fronte a questa registrazione sistematica di decessi? Siamo di fronte a un’ecatombe che sembra non scuotere i palazzi del potere.

Agricoltura e Autotrasporti: settori al massacro

Il fango e l’asfalto si tingono di sangue ogni giorno, nell’indifferenza delle istituzioni:

  • Agricoltura: Negli ultimi giorni, altri 4 agricoltori sono rimasti schiacciati dai loro trattori. Il bilancio sale a 27 vittime. Dov’è il Ministro Lollobrigida? Non esiste una campagna informativa sulla pericolosità di questi mezzi, né un piano d’azione serio. La vita dei lavoratori del suo Ministero sembra non essere una priorità.

  • Autotrasporti: Gli autotrasportatori “muoiono come mosche”. Sono già 48 i morti quest’anno per incidenti o karoshi (morti per eccesso di fatica). Il Ministro Salvini è ovunque, tranne che a occuparsi della sicurezza stradale e della giungla degli appalti a cascata, che di fatto massacrano chi sta al volante e introdotti da lui medesimo.

La strage dei “nonni” lavoratori

Uno dei dati più inquietanti riguarda l’età delle vittime. La mancata riforma delle pensioni sta condannando gli anziani a morire in cantiere o nei campi:

  • 107 morti hanno oltre 60 e 70 anni.

  • Praticamente, oltre il 30% delle vittime sui luoghi di lavoro è composto da ultrasessantenni.

La responsabilità politica è evidente: Salvini promette l’abolizione della Legge Fornero a ogni tornata elettorale per poi dimenticarsene una volta seduto in poltrona. Il risultato? Persone che dovrebbero essere in pensione sono costrette a mansioni pesanti e pericolose che il loro fisico non può più reggere.

Il primato del Nord e l’ingiustizia giudiziaria

È paradossale notare come le regioni in cima a questa triste classifica. Veneto e Lombardia (Regioni a guida leghista) sono rispettivamente prima e seconda per numero di morti. In Veneto, inoltre, assistiamo a un paradosso giudiziario:  i “padroni” vengono assolti, mentre la colpa ricade esclusivamente su tecnici e responsabili della sicurezza. E questo grazie a Leggi fatte contro chi lavora.

Nessuna categoria è risparmiata

La strage è trasversale. Non c’è settore che si salvi: proprio in queste ore si è registrato anche il 17° decesso tra i taglialegna.

Speravamo che il 2026 segnasse un’inversione di tendenza dopo il drammatico 2025. Gennaio mi aveva illuso, ma poi tutto è ricominciato come prima, anzi, peggio di prima. Ora abbiamo superato per numero di morti l’incredibile 2025.

Non possiamo più restare a guardare. Un Paese che lavora per morire non è un Paese civile.

Festeggiamo” questa mattanza con due “belle” bottiglie di sangue d’agricoltore schiacciato dal trattore  e di sangue di edile caduto dall’alto. Cin cin con i ministri Lollobrigida e Salvini.

(*) Carlo Soricelli è curatore dell’«Osservatorio Nazionale di Bologna sui morti sul lavoro».


lunedì 20 aprile 2026

20 aprile - info da tarantocontro: Domani a Potenza riparte il processo Ilva "Ambiente svenduto" - E riparte la lotta, questa volta dentro e fuori al tribunale

 


20 aprile - Impressionante sequenza di morti sul lavoro tra venerdì e sabato, sono stati 13

 Carlo Soricelli: cadutisullavoro.blogspot.it

QUADRO GENERALE: UNA STRAGE INCESSANTE Nelle ultime 48 ore (venerdì e sabato) si è verificata un’impressionante sequenza di incidenti mortali. Il bilancio consolidato è di 13 vittime: 12 lavoratori deceduti direttamente sui luoghi di lavoro. 1 lavoratore deceduto "in itinere" (durante il tragitto casa-lavoro). Nota: I dati potrebbero subire ulteriori incrementi nelle prossime ore a causa di segnalazioni in fase di verifica. ANALISI PER SETTORE E TIPOLOGIA Le morti registrate riflettono l'insicurezza trasversale che colpisce diverse categorie professionali: Edilizia: Morti causate da cadute dall'alto. Agricoltura: Agricoltori schiacciati dal ribaltamento del trattore. Trasporti: Autotrasportatori coinvolti in sinistri mortali. Manutenzione e Servizi: Casi legati alla pulizia di canne fumarie e attività di ambulanti. Settore Boschivo: Incidenti occorsi a taglialegna. Karoshi (Morte per fatica): Decessi legati a ritmi di lavoro estenuanti e stress psicofisico. STATISTICHE NAZIONALI AGGIORNATE Ad oggi, il bilancio delle vittime dall'inizio dell'anno è allarmante: 291 morti sui luoghi di lavoro. ~400 morti complessivi includendo i decessi in itinere. Il Veneto si conferma purtroppo una delle regioni più colpite, restando stabilmente ai vertici di questa tragica classifica nazionale. IN MEMORIA DI MASSIMILIANO LAURO L'Osservatorio dedica questo report a Massimiliano Lauro, deceduto mentre svolgeva il proprio lavoro di pulizia di una canna fumaria. La sua scomparsa lascia nel dolore la moglie e i suoi 6 figli. Ogni anno in Italia si contano centinaia di nuovi orfani, privati dei propri genitori a causa della mancanza di sicurezza. L'impegno dell'Osservatorio: Dietro ogni numero c'è una famiglia distrutta. La sicurezza sul lavoro deve diventare la priorità assoluta del Paese.

sabato 18 aprile 2026

18 aprile - Una proposta delle associazioni palestinesi da raccogliere - Slai Cobas per il sindacato di classe

 

PER LA PALESTINA E CONTRO LA GUERRA: APPELLO DEI PALESTINESI ALL’UNITÀ E ALLA CONVERGENZA SINDACALE

Abbiamo colto con entusiasmo l’indizione di sciopero generale da parte di CUB, SGB, ADL Varese, SI COBAS USI-CIT per il 29 Maggio 2026.

Uno sciopero “CONTRO la guerra, l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari, CONTRO il Genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per

dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele in Palestina e Libano, nonché da quelli perpetrati dagli USA in Venezuela e a Cuba – PER il sostegno incondizionato alla missione della nuova Flotilla e PER le sanzioni ad Israele e USA, nonché rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele e USA”.

Oggi la Palestina, da Gaza a Gerusalemme, sciopera compatta contro la pena di morte dei prigionieri, mentre la guerra imperialista e genocida israelo-statunitense si diffonde come la peste in tutta la regione.

Come lavoratori e lavoratrici abbiamo il dovere storico di rispondere compatti e uniti anche dall’Italia, perché la gravità della situazione ci impone di mettere da parte ogni tipo di divisione per la pratica di un obiettivo comune.

Abbiamo la responsabilità di fermare la guerra imperialista: il 22 settembre e il 3 ottobre ci hanno mostrato che è pienamente possibile.

Sappiamo bene quali conseguenze avrà la guerra attuale in Italia: travolgerà i lavoratori e le classi popolari, coloro che dovremmo essere pronti a difendere.

Se non saremo in grado, in questa fase cruciale, di anteporre la difesa dei lavoratori e delle classi popolari ai nostri interessi di parte, non saremo migliori del Governo contro il quale lottiamo

Il Governo Meloni, come l’alleato sionista, non è mai stato così in dificoltà, ed è nostro dovere approfittare del momento, anche per rispondere organizzati al violento attacco ai lavoratori e al diritto di sciopero, proprio nel momento in cui questo si riafferma come strumento decisivo.

La repressione che ha colpito chi ha partecipato, in varie forme, agli scioperi di settembre e di ottobre e la restrizione di questo diritto all’interno del settore della logistica, non sono provvedimenti isolati ma si inseriscono nella politica di guerra dello Stato italiano, che si insinua in maniera sempre più capillare nelle nostre vite.

L’unica risposta efficace e coerente è replicare le pratiche che hanno fatto tremare il Governo in questi anni, e cercare di espandere il più possibile.

IL SIONISMO E L’IMPERIALISMO SI FERMANO CON LA RESISTENZA.

LA RESISTENZA È SCIOPERO GENERALE.


18 aprile - DA OPERAI BERGAMO: OPERAI E PADRONI

Da Bergamo: i padroni lo scenario internazionale e lo stato degli operai nelle fabbriche

ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 15-04

Parliamo della situazione nelle fabbriche di Bergamo, della Tenaris Dalmine in cui siamo presenti e in cui operiamo, che è parte di una multinazionale in mano a Rocca, un padrone italo-argentino, un'azienda con 1600 lavoratori, oltre 2000 in Italia, con vari stabilimenti in 25 paesi del mondo, con una produzione di tubi di acciaio senza saldatura che riguarda il settore dell’energia, il petrolio, del gas e che determina, nello stesso tempo, quelli che sono anche le politiche a livello internazionale. Alla faccia di noi operai che proprio in questi mesi abbiamo dovuto affrontare direttamente, nelle assemblee, nelle discussioni, anche per gli scioperi per Gaza, mentre ci dicono che la Tenaris Dalmine non c'entra niente quello che succede nel mondo con quello che succede nei reparti e questo si è visto benissimo, ad esempio sin dall'insediamento di Trump (che Rocca ha comunque giudicato positivamente), in una sua intervista - in una sua “call” come le chiama, dove parla a tutti gli operai, lavoratori, dipendenti - ha detto che questi dazi servono per ridefinire i mercati in una situazione in cui bisogna riequilibrare quello che è lo sbilancio nell’economia, il vantaggio della Cina rispetto agli Stati Uniti e quindi si inserisce in quella guerra commerciale che poi in questi ultimi periodi sta diventando sempre più una guerra a livello mondiale tra le varie potenze nel sistema imperialista in crisi.

Per inciso, dopo l’aggressione del Venezuela, e sempre sui canali aziendali, il padrone aveva detto che stava monitorando la situazione e allo stesso tempo, proprio dopo poche settimane, dice che quest'anno la proiezione delle vendite in Venezuela prevede di raggiungere 10.000 tonnellate di tubi, equivalenti a 30 milioni di dollari. Questo è dovuto alla riattivazione della licenza concessa dagli Stati Uniti a Chevron, ad ottobre 2022, che le permette di riprendere le operazioni in Venezuela, con una Code Join Venton, con Petrolos e Venezuela PDVSA. Tutte queste operazioni sono appunto state anche riattivate appunto a seguito dell'aggressione.

Questo ha dei riflessi praticamente anche per quanto riguarda i lavoratori in ogni Stato, in ogni stabilimento, chiaramente in maniera diversa ma che devono comunque in qualche modo pagare o in termini di aumento dello sfruttamento dei ritmi o in termini di diminuzione con cali di lavoro.

Proprio di recente, il 30 marzo, c'è stata un incontro dal titolo: “Guerra in Iran: cosa significa per il mercato dell’energia e per Tenaris” in cui Nigel Worsnop, vice presidente marketing, analizza nel dettaglio nelle varie situazioni di produzione che la fabbrica porta avanti e gli effetti di quello che dal lato dei padroni viene chiamata la “flessibilità e resilienza resteranno elementi fondamentali per Tenaris nei prossimi mesi”, che dal lato degli operai significa aumento dello sfruttamento con “costi di produzione in aumento e margini di profitto sotto pressione.” Un ragionamento che dal punto di vista dei padroni non fa una piega, con argomenti utilizzati internamente come ricatto verso gli operai in alcuni reparti dicono che le commesse a causa della situazione internazionale della guerra, dell'instabilità dello stretto di Hormuz, i clienti hanno dovuto rinviare o sospendere gli ordini e quindi con questi cambi repentini riguardo a quello che è l'attività produttiva, si è sempre più flessibili e nelle mani dell’azienda. Questa non è una novità.