lunedì 28 settembre 2026

29 settembre - CONTRO il DDL SCUOLA DEL GOVERNO MELONI/VALDITARA, NO ALLE SCUOLE GHETTO E AL RAZZISMO DI STATO.

 

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe sostiene la mobilitazione partita in questi giorni contro il DDL scuola del Governo Meloni/Valditara, il ddl del tetto del 30% per gli alunni stranieri, che prevede multe fino a mille euro per chi indossa il burqa e per i genitori che si rifiutano di studiare l’italiano, un ddl che rientra nelle politiche razziste e securitarie di questo governo.
La giusta protesta che è partita in questi giorni nelle scuole, a Genova come in diverse città italiane, di studenti, genitori, docenti, mette ancora una volta a nudo la vera faccia di un governo che risponde al dissenso con la repressione. La vergognosa rimozione dello striscione antirazzista dei bambini e dei genitori fuori dalla scuola primaria Daneo di Genova, a opera della Digos, è un vergognoso e grave atto intimidatorio. Ci dice chiaramente quale è la linea ideologica/politica del governo Meloni/Valditara: una scuola asservita alla propaganda fascio-razzista, dove la libertà d'espressione deve essere repressa e i bambini, gli studenti devono essere schedati in base al passaporto. Questo DDL che impone il tetto del 30% di alunni stranieri per classe non nasce affatto per "migliorare la didattica" o per tutelare l'integrazione scolastica. È l'ennesimo tassello di un razzismo di Stato che questo governo ipocrita e osceno scaglia a larghe mani ogni giorno a livello di massa in un paese la cui l'economia è fondata anche sul lavoro, spesso anche in nero, sottopagato e supersfruttato, di migliaia e migliaia di immigrati nei campi, nella logistica, nei cantieri e nei servizi di cura e domestici.

Ma questo governo sdogana quotidianamente razzismo in molteplici forme prendendo di mira i migranti, negando loro diritti basilari, la cittadinanza, la dignità, utilizzando i bambini, i figli degli immigrati per diffondere la logica della divisione, dell’odio sociale verso gli immigrati da escludere, isolare, se non cacciare se non si conosce bene la lingua italiana, perché gli serve deviare l’attenzione di massa sui migranti per distrarre anche da tutti i problemi economici e sociali che in questo paese lavoratori e proletari devono subire, l’aumento dei prezzi, il carovita, il lavoro che manca, lo smantellamento della scuola pubblica, della sanità pubblica…

Scrive e denuncia una Dirigente Scolastica di una scuola del nord “… nelle prime classi della scuola primaria, quasi il 50% degli iscritti possiede un cognome d'origine straniera; alcuni non parlano ancora l'italiano, molti altri sono nati o cresciuti qui, pur essendo privi di cittadinanza. In un quadro globale complesso e drammatico, le persone continueranno a fuggire da guerre e povertà per cercare dignità e offrire un futuro ai propri figli. È un impulso umano e legittimo: chiunque di noi farebbe lo stesso. Inoltre, i dati stessi del Ministero evidenziano una realtà innegabile: se la scuola italiana tiene ancora fermi i propri numeri di fronte al drastico calo demografico, è grazie alla presenza degli alunni di origine straniera. E la presenza di lavoratori stranieri è ormai di importanza fondamentale in molti settori strategici del paese. Come Dirigente Scolastica — e prima ancora come educatrice — per me nessun alunno è straniero. Sono tutte e tutti miei studenti. Qualunque sia la loro origine o la loro storia, sono a scuola per esercitare il diritto all'istruzione. Sono minori, rappresentano il futuro e la speranza in un mondo spesso ostile, costruito dalle generazioni adulte. Ciò di cui le nostre scuole hanno disperatamente bisogno non sono vincoli formali, ma risorse umane stabili: docenti specializzati nell'insegnamento dell'Italiano come Lingua Seconda (L2). Servono figure strutturate che affianchino i bambini e i ragazzi nell'acquisizione della lingua del Paese in cui vivono, consentendo loro di studiare con successo e di non sentirsi meri “equilibristi interculturali”, per citare la pedagogista Anna Granata. È l'unico modo per garantire loro una reale libertà di scelta nei percorsi della scuola secondaria di secondo grado, evitando che siano le condizioni materiali a destinarli precocemente alla formazione professionale (CFP) e agli istituti professionali, oggi frequentati in larghissima parte da studenti con background migratorio. Introdurre tali figure con interventi d'emergenza o contratti annuali non basta: laddove sperimentate, queste misure sono spesso svanite o sono state ridimensionate nei tagli d'organico regionali. Risulta ancora più allarmante l'ipotesi di sanzionare o penalizzare le famiglie che non padroneggiano la lingua italiana. Di fronte ai dati diffusi dal coordinatore nazionale dei Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti (CPIA) — che registrano oltre 31.000 persone in lista d'attesa, per il 90% di origine straniera —, appare del tutto sproporzionato pretendere che questi genitori frequentino corsi spesso saturi, ancorché indispensabili per il raggiungimento del livello B1 richiesto per la cittadinanza. Come istituzione come posso colpevolizzare famiglie spesso monoreddito o monoparentali, in cui i genitori svolgono lavori usuranti, sottopagati e con orari incompatibili con la frequenza scolastica?...”

A fronte di tutto questo il ministro Valditara arriva invece perfino ad agitare lo spettro della “fuga dei bianchi” parlando in modo mistificatorio e osceno di rischio in questo paese “dell’Alabama degli anni 50” perché questo nuovo ddl rientra e deve rientrare nella propaganda ideologica e anche spudoratamente elettorale e conseguente azione politica repressiva e securitaria di stampo fascista e razzista del governo Meloni.

Un provvedimento di legge, quello del DDL scuola, che affossa la Costituzione nata dalla Resistenza antifascista:

•L’Articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali." Schedare i bambini e imporre tetti razziali significa violare la Costituzione e imporre per legge la diseguaglianza sociale e la discriminazione di classe

•Articolo 33: "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento." La scuola pubblica non può diventare una caserma come piace tanto a Valditara o una centrale di controllo ideologico e poliziesco. La censura degli striscioni e la repressione del pensiero critico sono l’ennesimo grave attacco alla libertà d'insegnamento, di pensiero e di espressione.

•Articolo 34: "La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi." La scuola pubblica è per definizione lo spazio dell'inclusione universale, non un'azienda come la vuole sempre più imporre questo governo con la scuola del merito, ma per i figli dei ricchi e dei padroni.

Mentre tutti i reali problemi nelle scuole restano al palo sia per gli studenti che per i lavoratori con miliardi di euro sottratti da questo governo all'istruzione pubblica per essere dirottati sull'economia di guerra e sul riarmo!

Sosteniamo le giuste proteste contro il DDL scuola del governo Meloni/Valditara, respingiamo al mittente il DDL e ogni misura discriminatoria, di schedatura e tetto razziale nelle classi.
Denunciamo in ogni forma la censura e le intimidazioni poliziesche: la scuola pubblica è democratica, antifascista e plurale. Giù le mani dalle giuste proteste e dai cartelli/striscioni di studenti e genitori.

Lottiamo per reali risorse per la scuola e i servizi pubblici e non per la guerra.
Basta razzismo di Stato e sfruttamento: lottiamo per la regolarizzazione immediata di tutti i migranti, per la cittadinanza a chi vive, lavora e studia in Italia, per la cancellazione dei decreti sicurezza e delle leggi liberticide.

Costruiamo anche nel mondo della scuola un vero sciopero generale unendoci agli altri settori lavorativi contro il governo Meloni fascio/razzista che deve essere cacciato.

Slai Cobas per il sindacato di classe


29 settembre - da tarantocontro: Guerra vera e guerra dell'acciaio / crisi siderurgica, economia di guerra, sempre più intrecciate anche e soprattutto a Taranto

 

Questo lo ha già detto con i suoi mezzi e le sue iniziative d'avanguardia lo Slai Cobas e ha portato questi contenuti nella giornata del 25 sett. alla Base navale e in piazza immacolata, così come in fabbrica con striscioni "Lavoro non guerra" alle portinerie.
Su questo non possiamo contare su sindacati collaborazionisti con il governo o critici ma dentro il recinto degli interessi del capitale e delle sue leggi;
meno che mai sulla piccola borghesia ambientalista antioperaia, moderata e filo istituzionale o che si dipinge alternativa, ma che non sa di che parla e quello che fa è dannoso alla lotta di classe, unitaria e di massa degli operai e delle masse popolari.
Serve l'alternativa classista e combattiva, anticapitalista e antimperialista che in questa città è rappresentata essenzialmente dallo Slai cobas per il sindacato di classe

da taranto buonaserao e bombardamenti

Decisione di ArcelorMittal di fermare Kryvyi Rih. Il Corriere della Sera evidenzia il rapporto t

"L'Ilva ucraina" getta la spugna, «sicurezza impossibile». Il legame tra acciaio e bombardamenti

Oltre 12.000 dipendenti diretti e 3.500 addetti delle imprese appaltatrici. Stipendi, una produzione strategica, entrate fiscali. E una fine il cui impatto a livello internazionale è tutto da valutare. 

Leggere sul Corriere della Sera della decisione di ArcelorMittal di chiudere la grande acciaieria di Kryvyi Rih fa inevitabilmente pensare anche a Taranto. Marta Serafini scrive che "fermare un’acciaieria significa spegnere più di un altoforno. Con lo stop di ArcelorMittal a Kryvyi Rih, l’Ucraina perde un pilastro della resistenza: produzione, salari, esportazioni, entrate fiscali. Il gruppo non può riavviare in sicurezza il sito dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, l’ultimo il 21 settembre: cinque dipendenti uccisi e 17 feriti. La chiusura coinvolge anche le miniere e comporterà una svalutazione contabile di circa un miliardo di dollari".

Chiaramente il contesto ucraino è del tutto diverso da quello italiano. Ma è significativo un dato riportato da Serafini, e cioè che "la crisi precede i missili. Nel 2021 Kryvyi Rih produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio; nel 2025 si era fermata a 1,7 milioni. Per tenere aperto, il sito ha consumato 500 milioni di dollari di riserve e altri 700 milioni immessi dalla capogruppo". Più che Putin, ad azzoppare Kryvyj Rih è stata insomma una devastante involuzione economica - e anche questo, a Taranto, può essere un elemento di riflessione.

Soprattutto, fa impressione leggere del legame ombelicale tra acciaio e guerra. "Gli attacchi di settembre hanno messo fuori uso anche Zaporizhstal e Kamet Steel, del gruppo Metinvest. I raid recenti sono probabilmente costati ai produttori quasi 100 milioni di dollari, ha dichiarato al Kyiv Independent Oleksandr Kalenkov, presidente dell’associazione siderurgica Ukrmetallurgprom". "Questi impianti non sono fabbriche d’armi in senso stretto: producono materiali di base, semilavorati, acciai per costruzioni e tubi. Ma sarebbe riduttivo considerarli estranei all’economia di guerra. L’acciaio serve a riparare ferrovie, ponti, reti energetiche e infrastrutture logistiche; alimenta la meccanica e può entrare nelle filiere della difesa". Uno scenario che fa venire i brividi lungo la schiena, anche qui, in Occidente.



domenica 27 settembre 2026

Ancora un ferito grave ai Cantieri Navali di Palermo: operaio bengalese di 29 anni quasi si trancia un braccio con il flex.

 COMUNICATO STAMPA    Palermo, 27 settembre ’26

Ancora un ferito grave ai Cantieri Navali di Palermo: operaio bengalese di 29 anni quasi si trancia un braccio con il flex.

Quello che è successo un paio di giorni fa all'interno dello stabilimento Fincantieri (Cantieri Navali) di Palermo è l'ennesimo, intollerabile incidente sul lavoro che si aggiunge al bollettino di guerra quotidiano. Un operaio bengalese di 29 anni, dipendente di una delle aziende dell'indotto, è rimasto gravemente ferito all'avambraccio destro mentre stava lavorando con un flex, rischiando letteralmente di tranciarsi l'arto. Solo per un soffio non ci troviamo a piangere un altro operaio morto sul lavoro. Il giovane operaio, soccorso dai colleghi e trasportato d'urgenza all'ospedale Villa Sofia, ha subito un delicato intervento chirurgico. A lui va la nostra vicinanza totale e la solidarietà.

Questo infortunio si aggiunge purtroppo ai 600 mila denunciati dal rapporto INAIL che conferma purtroppo i numeri dei morti sul lavoro (1.189 nel 2025! Media di 3 al giorno) e l’aumento delle malattie professionali (98.312).

È sempre più chiaro che senza eliminare il sistema dei subappalti a cascata che perpetua precarietà e sfruttamento selvaggio degli operai più deboli perché più ricattabili come gli  immigrati;

senza abbassare i ritmi della produzione e la pressione sugli operai che usano strumenti di lavoro pericolosi (come in questo caso il flex) che mettono di fatto la vita degli operai in secondo piano rispetto ai tempi di consegna delle commesse e ai profitti di padroni e padroncini;

senza farla finita con l’ipocrisia di organizzazioni di padroni e sindacati collusi che ogni volta versano lacrime di coccodrillo; senza il protagonismo e il potere operaio in fabbrica degli operai non sarà possibile avere una vera sicurezza sul lavoro. Questo significa anche fare una lotta seria contro tutti i governi che se ne fregano della vita degli operai, e più di tutti questo governo Meloni, che ha continuato a dare soldi su soldi ai padroni per “incentivarli” a produrre di più, in sostanza per fare più profitti. Questa lotta deve servire a scoperchiare quali sono le cause profonde che portano a infortuni e morti sul lavoro, altrimenti stiamo diffondendo solo illusioni: la causa profonda è tutto il sistema capitalista, i padroni e i loro governi che li rappresentano che hanno interessi completamente contrapposti a quelli dei lavoratori.

Negli anni abbiamo comunque fatto, a partire dall’esperienza accumulata, come per esempio all’ex Ilva, alcune proposte che possano aiutare nell’immediato sulla sicurezza sul lavoro:

-          l’elezione dal basso degli rls non nominati dalle segreterie, ma eletti da tutti i lavoratori, non collusi con i capi delle ditte, ma con poteri effettivi e libertà di movimento,

-          una postazione permanente nei posti di lavoro degli organi di controllo, di Ispettorato del lavoro, Spresal, Inail… sarebbe una azione concreta che può funzionare sia da deterrenza, controllo permanente e preventivo, sia da immediato riferimento per lavoratori e delegati sindacali per denunce e richieste  di interventi immediati, che possono portare a fermi immediati di impianti e attività lavorative pericolose, fino ad arrivare ad un vero e necessario sciopero.

La salute e sicurezza sul lavoro non è un optional! Basta subappalti assassini, basta sfruttamento dei lavoratori immigrati!

SLAI Cobas per il sindacato di classe

Via Michele Cipolla, 93 cobas_slai_palermo@libero.it – 338.7708110

giovedì 24 settembre 2026

25 settembre - info Taranto: Ex Ilva - assemblee nello stabilimento - buona partecipazione ma conclusioni povere - Una attesa inutile senza la lotta e obiettivi giusti

 Ex Ilva, assemblee nello stabilimento. I sindacati: "Servono misure straordinarie"

Confronto con i lavoratori in vista delle udienze del 30 settembre e del 20 ottobre: «Senza risposte dal Governo la protesta continuerà»

redazione.taranto@buonasera24.it

23 Settembre 2026 – 17:44

TARANTO - Sono iniziate questa mattina nello stabilimento ex Ilva di Taranto le assemblee dei lavoratori convocate per fare il punto sulla vertenza, sulle prossime scadenze e sugli esiti del recente confronto tra Governo e organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi.

Gli incontri hanno registrato una consistente partecipazione dei dipendenti e sono serviti ai rappresentanti sindacali per illustrare il quadro della situazione e ribadire le richieste avanzate per la tutela dell’occupazione e del futuro del siderurgico.

Al centro del confronto resta la necessità, indicata dalle organizzazioni dei lavoratori, di adottare misure straordinarie capaci di garantire occupazione e reddito in una fase segnata da forti incertezze sul destino dello stabilimento.

«Se non arriveranno le risposte dal Governo continuerà la mobilitazione», hanno ribadito i sindacati nel corso delle assemblee, confermando la richiesta di interventi concreti per i lavoratori.

Il confronto all’interno della fabbrica guarda anche alle prossime scadenze giudiziarie, considerate decisive per comprendere gli sviluppi della vicenda legata all’area a caldo.

Il primo appuntamento è fissato per 30 settembre davanti alla Corte d’Appello di Milano, dove sarà esaminata la nuova richiesta di sospensiva relativa al provvedimento che dispone lo spegnimento dell’area a caldo.

Successivamente, il 20 ottobre, la questione approderà davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, chiamate a discutere il ricorso relativo al provvedimento adottato dai giudici milanesi.

Per i sindacati, proprio l’esito di questi passaggi giudiziari rappresenterà uno snodo fondamentale per il futuro dello stabilimento e dell’occupazione. Nel frattempo, la linea ribadita nelle assemblee è quella di mantenere alta l’attenzione sulla vertenza e di proseguire con le iniziative di mobilitazione qualora non arrivassero le risposte richieste al Governo.




mercoledì 23 settembre 2026

24 settembre - IA E CRISI INDUSTRIALE: IL CASO ELECTROLUX

 



24 settembre - LA SICUREZZA OPERAIA DEL GOVERNO FASCISTA MELONI: UNA STRAGE CONTINUA

 da Carlo Soricelli, Osservatorio Bologna

Un’altra giornata drammatica, un bollettino di guerra sul lavoro che ieri ha toccato la quota intollerabile di 5 vittime.

Fece già tremare le vene ai polsi la notizia di Andrea Moretti, l’operaio di soli 22 anni morto al Colosseo: letteralmente “sbranato” non dai leoni della storia, ma dai ritmi feroci, dalle trasferte notturne da Teramo a Roma e dai morsi del lavoro in appalto. Dalle prime indagini della Procura emergerà un dettaglio sconcertante: il ragazzo sarebbe stato trovato con l’imbracatura indossata, ma senza la fune agganciata.

A lui si aggiunge Luca Piccinini, travolto da una trave d’acciaio nel polo logistico di Cortenuova, nel bergamasco. Nelle stesse ore, nelle campagne di Venosa (Potenza), Vito Bochicchio, 67 anni, è rimasto schiacciato dal ribaltamento del proprio trattore nel vigneto: è il 138° agricoltore vittima di un mezzo agricolo dall’inizio dell’anno, un dato che ormai pareggia la drammatica quota dei 143 morti del 2025.

La scia di sangue non si è fermata lì: a Vico Equense, Luigi Buonocore ha perso la vita avvolto dalle fiamme scoppiate nel suo uliveto, mentre Sergio Pavani è deceduto a causa del crollo di una tettoia.

Tre di questi lavoratori erano anziani costretti ancora a svolgere mansioni ad alto rischio o lavori fisici usuranti in un’età in cui si dovrebbe godere il meritato riposo. Non si tratta di tragiche fatalità o di distrazioni individuali, ma delle conseguenze dirette di un sistema che derubrica la sicurezza a costo sacrificabile in nome della fretta e del profitto.


martedì 22 settembre 2026

23 settembre - info Stellatis: Sicurezza zero, produzione a mille- la verità di chi il sangue lo butta davvero in catena.

 

da Operai Contro

Scrivo con le mani sporche e la schiena che ogni giorno paga il prezzo di decisioni prese da chi non sa nemmeno cosa significa stare sulla catena. L’azienda ha deciso di aumentare la produzione: si passa da 140 auto a turno a 205 auto a turno su Tonale, mentre da 380 auto a 405 auto a turno su Panda. Una scelta che, come sempre, viene presentata come un grande passo avanti. Ma la verità è che mentre aumentano la cadenza, continuano a sfruttare gli ammortizzatori sociali, così si produce di più ma lavorando meno giorni. In linea di massima sarà difficile che lavoreremo 5 giorni su 5 così sfruttando la sempre pronta scusa della mancanza materiale, ci faremo i soliti 2 giorni a settimana di ammortizzatori sociali. D’altronde bisogna pur giustificare, sulla carta, la richiesta accettata di un altro anno di contratto di solidarietà (CDS). Nei fatti pratici questo significa una cosa sola per l’azienda: due giorni di paga risparmiati, tanto ci pensa l’INPS, con un ulteriore risparmio sulla gestione dovuta agli impianti fermi pur sempre ottenendo la produzione necessaria. Questo dal punto di vista collettivo, ma poi c’è quello individuale dove ognuno di noi sarà chiamato a fare giorni di CDS a rotazione. Questo stato delle cose, fa capire benissimo il grado di ricattabilità che subiamo: “O fai quello che dico io o a casa in CDS”.
Succede che per il solo turno A, quando lavora la Panda non lavora il Tonale e viceversa, per tanto ci sposteremo da un capannone ad un altro a seconda di quale vettura dovremo produrre. Ovviamente siamo in troppi ed ecco che molti, a seconda di quale auto si produrrà, “godranno” di altri giorni di CDS.
È così difficile chiedere all’azienda di fare il numero di auto necessarie a turno, senza massacrare nessuno e senza tutti questi giorni di CDS? Sono anni che la crisi la paghiamo noi, mentre l’azienda continua ad arricchirsi sulle nostre spalle, mentre chi dovrebbe tutelarci, i sindacati, firmatari e non del CCSL (contratto specifico di lavoro), sono sempre pronti a rispondere: “signorsì signore”. La loro priorità è non disturbare il padrone e mantenere i propri privilegi. La loro famosa “efficienza” significa più produzione con meno addetti; postazioni di preparazione eliminate il che costringe operai di 60 anni, a stare ancora in catena con ritmi da infarto. Poi vogliono parlarci di sicurezza, proprio loro che non rischiano nulla perché, quando sono presenti in fabbrica, fanno solo passeggiate di 8 ore a turno? Questo aumento associato al gran caldo (problema del microclima mai risolto dalle sigle sindacali), potrebbe essere ancora più pericoloso, naturalmente non per chi fa le suddette passeggiate.
Studi scientifici dimostrano che aumentare la velocità della catena aumenta gli infortuni e i disturbi muscolo-scheletrici. Una ricerca pubblicata sull’International Journal of Environmental Research and Public Health evidenzia che l’aumento dei ritmi nelle linee di assemblaggio porta a più stress fisico, più errori e più incidenti. Quindi non è fantasia: più corri, più ti fai male, più rischi quindi, dal punto di vista della salute e della sicurezza. Per capirlo ci vuole uno scienziato?
Arriviamo dunque al punto più importante: se l’azienda vuole aumentare la produzione significa che ha bisogno di auto e quando il padrone ha bisogno di auto, il potere ce l’abbiamo noi. Perché se noi ci fermiamo, la produzione si ferma. Possiamo pretendere ritmi umani, microclima decente, sicurezza vera. Possiamo farci sentire davvero, ma dobbiamo farlo noi, non certo i sindacati che si muovono solo quando la fabbrica è chiusa, o quando non serve a nessuno, o peggio ancora per mantenere un loro privilegio. Lo dico da una vita che seguire questi personaggi non porta da nessuna parte; loro difendono i loro interessi e non i nostri diritti. Noi siamo stanchi, stanchi di essere spremuti, stanchi di rischiare la salute mentre loro passeggiano; stanchi di non ricevere nemmeno l’adeguato riconoscimento economico.
È ora di rialzare la testa. È ora di unirci tra operai, senza bandiere, senza sigle, senza padroni. Solo così possiamo riprenderci la dignità che ci hanno tolto perché una cosa è certa: questa non è sicurezza; questo non è sindacato e questo non è rispetto.
Seguirà una seconda parte.…

PILONE, OPERAIO STELLANTIS DI POMIGLIANO D’ARCO



lunedì 21 settembre 2026

22 settembre - info da tarantocontro: Un nuovo Cobas è nato a Taranto tra le lavoratrici

 

Tante lavoratrici, impegnate nei servizi Sad e Adi di assistenza domiciliare - appalto comunale ma gestito da cooperative - si sono organizzate nello Slai Cobas per il sindacato di classe, anche in critica, delusione dei sindacati confederali e della loro inazione.

Ieri si è tenuta una prima assemblea pubblica in piazza Castello. A cui hanno partecipato tutte le lavoratrici iscritte finora nello Slai Cobas ma anche qualcuna iscritta ad altri sindacati - perchè - come è stato detto dalla coordinatrice Slai Cobas - le nostre assemblee sono aperte a tutte le lavoratrici al di là della loro adesione sindacale.

L'assemblea ha fatto il punto delle problematiche esistenti e delle richieste da fare sia alla cooperativa che al Comune, per migliorare la loro condizione lavorativa. Faremo conoscere in seguito le loro rivendicazioni.

Di conseguenza si sono richiesti due incontri, con la Cooperativa e con il Comune assessorato Servizi sociali.  



domenica 20 settembre 2026

20 settembre - PER LO SCIOPERO GENERALE

 Contro le bugie e i piani di padroni e governo prepariamo un vero sciopero generale per salario, lavoro, sicurezza

Facciamo il punto su quella che è la situazione oggettiva di attacco alle condizioni di vita e di lavoro della popolazione, in particolare dei lavoratori, e la situazione soggettiva della necessità della presa di coscienza che senza lotta non si può ottenere niente e che quindi è necessario armarsi per poter ribaltare lo stato di cose esistenti. A partire dalla questione di smantellare quella che è la politica del lavoro della Meloni, che non è altro che la politica di “difesa della nostra economia”, come la chiama lei, che non è altro che la difesa dei profitti dei padroni, una politica economica che verso le masse viene solamente impregnata di populismo. 

Basterebbe vedere l'ultima questione, il cosiddetto "smantellamento della tassa automobilistica" come "soluzione" a fronte di una situazione allucinante per quanto riguarda i lavoratori, le masse popolari, che, secondo i dati degli stessi giornali dei padroni, hanno visto in questi ultimi 5 anni rincari del 30% del carrello della spesa; per non parlare dello scontro della guerra imperialista per la spartizione del mondo che si riflette ad esempio sulla questione dell'aumento della benzina su cui questo governo non ha fatto altro che cercare di tamponare con delle misure ridicole che non hanno sicuramente fermato l'aumento del prezzo della benzina, del gasolio, ma hanno solamente dato un pò di fastidio ai benzinai, senza andare ovviamente ad intaccare i profitti delle grandi multinazionali energetiche del nostro paese.

Quindi è una politica economica a favore della difesa dei profitti dei padroni, come era stata

ampiamente dettata dal presidente di Confindustria Orsini, che ad aprile aveva dato indicazioni precise al governo: aumentare la produttività, non i salari, al massimo detassare la miseria degli aumenti contrattuali confederali, cosa che poi la Meloni ha fatto nel cosiddetto decreto lavoro del primo maggio, su cui torneremo. Il punto per il governo è quello di non gravare sul costo del lavoro delle imprese, che vuol dire mantenere sempre alti i loro margini di profitto, come dice anche il Sole24ore: "nel 2025, le aziende hanno comunque fatto profitti, hanno mantenuto i loro bilanci alti".

Sempre Orsini della Confindustria preannuncia quello che dovrà essere un altro passaggio importante, che è il nuovo patto corporativo che è partito tra Cgil e Cisl- Uil discusso sempre tra padroni sindacati e governo e che si riassume in quello che Orsini dice, “il rafforzamento della contrattazione collettiva e di qualità, questo rappresenta la via più efficace” - per i padroni, aggiungiamo noi - “per garantire salari adeguati ma coerenti con la specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività”.

Quindi salario legato alle sorti del Capitale, che in questo contesto significa poi gabbie salariali, perché legare alla produttività vuol dire che per il lavoratore l'asticella è il fiocchetto della giostra che l'operaio deve continuare a rincorrere ogni giorno sul posto di lavoro, accettando di aumentare il grado di sfruttamento; e quindi così non si ripristina neanche il prezzo, il valore della merce-forza lavoro che ogni giorno viene sfruttata in fabbrica per ottenere un pluslavoro e quindi un pluvalore, secondo la legge che Marx ha ben spiegato.

Quindi in realtà quello che emerge - e qui riprendiamo un nostro articolo del 16 aprile in cui diciamo molto chiaramente - “è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.), è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.

Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno. Allora, non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.

Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema” (https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/04/pc-16-aprile-presidente-della.html)

Abbiamo ripreso questo scritto perché dopo queste indicazioni di Orsini della Confindustria il governo ha varato il decreto lavoro del primo maggio: da un lato bonus e welfare per i lavoratori, dall'altro sgravi contributivi e soldi per le assunzioni per le aziende. I lavoratori da tutto questo hanno avuto solo elemosine e promesse di occupazione.

Su questo è utile che adesso si entri nel merito di quelle che sono alcune delle questioni del documento di programmazione finanziaria che daranno vita nei prossimi giorni alla cosiddetta "finanziaria", per capire la continuità della politica populista, demagogica di questo governo, in cui non viene affrontata minimamente la situazione reale dei lavoratori, ma, anzi, in questo modo si considerano i lavoratori, le masse popolari come dei poveretti a cui dare qualche elemosina per tenerli buoni.

Dal giornale Sole24ore: il titolo dice “Bonus mamme, premi e benefit verso la conferma in manovra”, in sostanza “il menu delle misure di sostegno ai lavoratori da inserire nella prossima legge di bilancio si compone di interventi che possono già contare su un finanziamento almeno per il 2027 e interventi che invece devono ottenere nuovi fondi da reperire nel cammino che condurrà l'approvazione della manovra per il prossimo triennio a dicembre”.

Questo cosa significa? Che praticamente non ci sono neanche i fondi per queste miserie, per queste briciole che vengono elargite per cercare di tenere buoni il popolo e i lavoratori. 

Gli aiuti già finanziati per il 2027 sono tre e valgono complessivamente 900 milioni, si tratta del bonus per le lavoratrici madri di almeno due figli, dipendenti e autonome, con un reddito entro 40 mila euro. L'altra misura è il cosiddetto bonus mamme, che è già stato disegnato per i prossimi anni. Poi vi è l'altra misura, l'imposta agevolata dell'1% sui premi di produttività in vigore per il 2026 e il 2027, finanziati l'anno scorso con 300 milioni per ciascuno dei due anni, cioè uno sgravio che serve per gli incentivi legati agli incrementi di produttività, reddittività ed efficienza e quindi uno sgravio, come abbiamo detto, per legittimare l'aumento dello sfruttamento.

Poi ci sarebbero le misure da rifinanziare, cioè quelle su cui non ci sono ancora i soldi, che valgono complessivamente quasi 1,3 miliardi. Due misure, in vigore per il 2026 introdotte con la manovra dell'anno scorso, la Ministra del Lavoro Calderone vorrebbe riproporre anche per il 2027, si tratta della tassazione agevolata del 5% per gli incrementi retributivi legati ai rinnovi contrattuali, ossia alla miseria di quello che abbiamo avuto nei cosiddetti "contratti" ad esempio uno tra i più importanti che è quello dei metalmeccanici.

Questa misura viene riservata ai dipendenti del privato con reddito fino a 33 mila euro. L'altra misura è l'imposta sostitutiva del 15% che può essere applicata sul cosiddetto lavoro faticoso, per i lavoratori dipendenti con reddito fino a 40 mila euro per il lavoro notturno, giorni festivi e indennità di turno.

Poi abbiamo un altro famoso bonus, quello sulla tredicesima. Un'altra ipotesi emersa nelle scorse settimane è quella di un'agevolazione, cioè di una tassazione light che possa sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori nell'ultimo mese dell'anno, qui si fa riferimento al 2024 in cui era stato sperimentato il "bonus natale", una indennità una tantum da 100 euro per i lavoratori con reddito fino a 28 mila euro e almeno un figlio.

Poi l'altra chicca, sempre ovviamente senza ancora nessun finanziamento, è l'incentivo alle assunzioni, nel pacchetto di agevolazioni sul lavoro che il Ministero vorrebbe inserire nella prossima manovra, c'è infatti la proroga degli incentivi ai datori che assumono giovani under 35, donne svantaggiate e disoccupati over 35, nelle cosiddette ZES, che sono quelle zone dove ci sono delle scarsità di lavoro, le cosiddette zone di crisi.

Poi l'altra questione è sempre un nuovo taglio dell'IRPEF, presentato come il piatto forte della manovra del 2027.

Tornando al discorso dell'occupazione, a fronte di quello che loro chiamano incentivi alle assunzioni, quindi soldi che andrebbero alle aziende per assumere giovani, donne, abbiamo di contro che sta aumentando per gli over 55 il lavoro precario. Quindi di quale occupazione stiamo parlando?

Se queste sono le misure che il governo Meloni prospetta per i lavoratori, stiamo freschi! 

Dall'altro lato quelli che dovrebbero riaprire la questione di una lotta di classe, che sarebbero i sindacati confederali, sono invece in tutt'altre faccende affaccendati, infatti sono impegnati con i padroni e governo ad un nuovo patto neocorporativo chiamato "Accordo Quadro" che vuole disciplinare tutta la contrattazione dall'alto ed estendere a tutti il "patto di fabbrica" del 2018 sul contenimento salariale, che dal 2018 a oggi ha portato ad una riduzione dall'8,5% all'11% del salario rispetto all'inflazione. 

Un "patto di fabbrica" su cui è bene anche su questo dire che tutto si tiene, perché siamo partiti da Confindustria che dice che i profitti non si toccano quindi i salari non si aumentano, poi c'è stato il decreto del primo maggio del governo Meloni e i suoi interventi che avvallano questa tesi, e quindi i sindacati CGIL/CISL/UIL, con in particolare la CISL di Fumarola che aveva avallato subito il decreto primo maggio; poi timidamente la UIL e adesso anche la CGIL di Landini sono entrati a far parte di questa questione del "patto", dove una delle questioni centrali è anche qui la questione del salario; nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra il TEM che è il trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e il TEC, il trattamento economico complessivo che sarebbe tutto il resto, compresa quindi l'eventuale riduzione d'orario, i benefit, la sanità privata e quant'altro. Ma questo concetto pseudo sindacale del "trattamento economico complessivo" è alla base proprio del governo Meloni sul "salario giusto" del decreto del primo maggio che ha escluso il salario minimo di legge.

Inoltre l'altra cosa molto importante è che gli aumenti contrattuali siano determinati dal famigerato indice IPCA, ossia l'indice di inflazione sempre in ritardo e che esclude i beni energetici importati, proprio adesso che i lavoratori stanno pagando l'aumento del gasolio, della benzina, che in questo modo non c'è nessuna possibilità di recuperarlo nei contratti.

Quindi se questa è la situazione non rimane altro che rimboccarci le maniche.

In questa lotta dobbiamo unire l'altra questione molto importante, che fa parte sempre della politica di attacco ai lavoratori, quella del razzismo che sempre più pone per la classe proletaria un problema molto importante, quello della tutela delle condizioni di lavoro contro l'intensificazione dello sfruttamento, contro lo schiavismo capitalistico verso i lavoratori migranti. Questa è una cosa determinante perché rispetto alla politica fascista e razzista di questo governo noi dobbiamo lavorare per l'unità di classe tra gli operai dei paesi oppressi e gli operai dei paesi imperialisti, dobbiamo lottare insieme per i nostri diritti, il salario, la sicurezza, il lavoro; nella prospettiva di abbattere questo sistema capitalistico che genera guerra, razzismo e miseria. Su questo i migliori nostri alleati sono proprio gli operai, i lavoratori immigrati. Dobbiamo quindi unirci alla loro battaglia per avere il permesso di soggiorno, il lavoro, la casa, questi diritti fondamentali e unirci contro quello che è il nemico comune, il sistema capitalistico, il sistema dei padroni che dobbiamo rovesciare.

Per questo, dobbiamo lavorare per una piattaforma dei lavoratori che deve essere decisa e approvata dalle assemblee dei lavoratori. Questo è un lavoro da fare sporcandosi le mani, perché la situazione nei posti di lavoro e nelle fabbriche non è facile, ma non abbiamo altre scorciatoie. Faccio un esempio: all'interno della Tenaris Dalmine c'è una piattaforma che è stata messa a tavolino dai sindacati confederali dove vengono riportate tutte le loro attività fatte in questi anni, si tratta di attività continua di accettazione della produttività passata nelle grandi fabbriche, di accordi aziendali che hanno legato i premi all'aumento dello sfruttamento, all'accettazione di condizioni di lavoro non sicure, ad accettazione negli appalti di paghe e diritti inferiori dei nostri fratelli di classe. In questa piattaforma, nel fondo Cometa hanno rimesso persino la parte di salario che prima del 2007 non c'era. 

Questo per dire che noi non abbiamo altro modo che rivendicare una piattaforma operaia autonoma da padroni, governo e sindacati confederali; non abbiamo altra strada che rilanciare una nuova stagione di lotte per riprendere veramente, attraverso gli scioperi e le lotte, i nostri diritti e la nostra forza.

Slai Cobas per il sindacato di classe - coordinamento nazionale

16 settembre 2026


pc 20 settembre - Intervista di Radio Blackout a Slai cobas sc Taranto su situazione all'ex Ilva/appalto, la mobilitazione del 14/9 e Nuovo comando Nato a Taranto

 

Intervista di Radio Blackout del 15 settembre a Slai cobas sc 

introduzione 

Il terzo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Ernesto dello Slai Cobas Taranto sulle 2.500 lettere di licenziamento collettivo per lavoratori dell’indotto ex Ilva di Taranto.

La vicenda del tentato licenziamento di 2.500 operai dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto rappresenta un capitolo cruciale dello scontro in atto tra il capitale industriale e la forza lavoro.

A inizio settembre, le aziende dell’indotto (rappresentate da Aigi) hanno avviato la procedura di licenziamento collettivo per 2.500 operai. Questo atto è stato denunciato dal sindacalismo di base come il braccio di ferro dei privati sulla pelle dei lavoratori, finalizzato a scaricare sui subordinati i costi della crisi strutturale dello stabilimento. Di fronte allo spettro di una gravissima “bomba sociale” e alla minaccia di una mobilitazione di massa nel territorio tarantino, l’associazione padronale ha dovuto fare momentaneamente marcia indietro, decretando la sospensione temporanea delle procedure di licenziamento. Il congelamento degli esuberi viene interpretato come una tregua armata dettata dalla paura del conflitto operaio e della destabilizzazione istituzionale. La vertenza rimane aperta come uno dei principali terreni di lotta di classe sul territorio nazionale, dove la difesa del posto di lavoro si scontra direttamente con le logiche del profitto privato e dell’indifferenza statale. 

A questo si vanno ad aggiungere le gravi dichiarazioni dell’ammiraglio NATO Cavo Dragone che conferma la creazione a Taranto del comando Nato del sud ed il ruolo strategico della città nei piani di guerra.