sabato 31 ottobre 2026

31 ottobre - LO SLAI COBAS per il sindacato di classe ALLE FABBRICHE

 


31 ottobre - PERCHE' SI MUORE SUL LAVORO:  Strage di braccianti a Canicattì, altri morti sul lavoro sul conto del governo Meloni al servizio dei capitalisti

 

Lavoravano da sempre. Chi conosceva le quattro persone che ogni mattina si spostavano da Canicattì per andare nelle campagne tra Naro e Campobello di Licata, non riesce ad aggiungere altro che non riguardi il loro lavoro di braccianti agricoli. Proprio quel mestiere che avevano fatto da una vita li ha portati alla morte la mattina del 26 ottobre.

Questo riportano alcuni giornali, ma - notizia che è già sparita il giorno dopo - non solo dai giornali ma da qualsiasi informazione, chi erano questi quattro lavoratori, questi quattro braccianti? Antonio Agrò 64 anni, Diego Giordano 53 anni, Antonino Di Vincenzo 60 anni e Gioacchino Ferrigno di 63. Ogni mattina presto si alzavano per andare a raccogliere le olive in questo momento dell'anno, a fare il loro lavoro da braccianti.

Non solo la notizia è sparita dai giornali come succede quasi sempre con le morti sul lavoro, ma abbiamo detto i nomi, perché i nomi che saranno ripetuti appunto durante il funerale di ieri, i nomi significa che non sono numeri, sono persone in carne e ossa, quello che in questo sistema sociale passa in secondo, in terzo piano, persone in carne e ossa che hanno famiglia, alcuni erano sposati con figli, mentre in realtà si tratta di coloro che quotidianamente, con questa media di tre morti sul lavoro al giorno che è in aumento secondo le statistiche ufficiali, sono quelli che lavoro ne apportano, portano da mangiare, danno da mangiare a tutti, soprattutto naturalmente quelli dell'agricoltura come in questo caso.

I numeri purtroppo sono alti, ma questo si tratta del problema che viene cancellato, che non è solo

quello delle morti che naturalmente è il più grave in assoluto che possa capitare, ma quello degli altri problemi, ci si dimentica pure che ci sono dietro famiglie con tutti i problemi che devono sopportare da quelli burocratici, a tutti i problemi legati per esempio allo status di lavoratori, cioè questi lavoratori avevano un contratto? erano in nero? e quindi tutto quello che concerne naturalmente anche per il futuro delle famiglie.

Che fossero in nero fino a questo momento, dalle notizie alle scarse che ci sono, non si sa, però è molto probabile visto che nelle statistiche generali, nella media nazionale, i lavoratori in nero sono veramente tantissimi, secondo le statistiche i lavoratori dell'agricoltura in Sicilia sono fino 136 mila e di questi una buona metà sono donne e come si è visto per questi lavoratori l'età è già importante, si tratta di sessantenni, e questo dell'età spiega anche molte delle morti sul lavoro, non si può lavorare a fine età avanzata facendo lavori pesantissimi, questa è un'assurdità in questa società di merda, in questa società imperialista dove le assurdità sono di ogni tipo, quotidiane, anche questa rientra tra le assurdità che portano alla morte. Solo in Sicilia secondo l'INAIL ci sono già quest'anno almeno 50 morti a cui bisogna aggiungere questi ulteriori 4 morti. Ricordiamo che lo stesso giorno era morto un operaio a Brindisi mentre già ieri è morto un altro operaio giovanissimo. In Sicilia sono 54 i morti sul lavoro dall'inizio dell'anno ma aumentano gli infortuni, l'INAIL dice “al netto degli infortuni agli studenti” perché anche quello degli studenti è diventato un dato di fatto, anche questi sono in aumento, gli studenti come si sa sono quelli che chiamano stagisti, una forma di lavoro a bassissimo costo, semischiavizzato - come da semischiavi è il lavoro, alcune volte addirittura da schiavi - di tanti altri lavoratori in questo settore e non soltanto in questo settore perché l'INAIL parla praticamente dell'agricoltura, certo con gli infortuni che aumentano ma anche dell'industria dei servizi e del trasporto, di quasi tutti i settori sociali, sanità, assistenza sociale, costruzioni cioè quelli che fanno i muratori e addirittura il magazzinaggio cioè si muore dappertutto in qualsiasi ambito lavorativo.

31 ottobre - A CHE PUNTO E' LA QUESTIONE ELECTROLUX? TRA OPERAI DIVISI BUONOSCITA SI O RESTARE....

 ...che fim-uilm-fiom avessero accettato la cosiddetta marcia indietro di Electrolux, ovvero licenziamenti e chiusura "camuffati" da incentivi all'uscita volontaria, fossero d'accordo lo hanno dichiarato subito dopo l'incontro al MIMIT di inizio mese. E in questa prospettiva è emersa la convergenza sia con il governo che il sindacato fascista UGL

dal Secolo giornale, sic, dei fascisti FdI

Svolta Electrolux, la linea del governo paga: ritirati i licenziamenti, al via il nuovo piano. Persino la Fiom-Cgil approva

La fondamentale rassicurazione del ministro Urso: pronti a sostenere il nuovo piano per la salvaguardia dei livelli occupazionali e il rilancio dell'azienda con tutti gli strumenti, anche straordinari, che metteremo in campo con la prossima legge di bilancio

da Forlì today

Electrolux, Ugl: "Bene le uscite volontarie incentivate, ma i numeri di Forlì rimangono preoccupanti"

Dal tavolo al ministero, ridotti gli esuberi da 400 a 233 per lo stabilimento forlivese. Il sindacato chiede però ulteriori passi avanti: "Sia ridotto ancora il numero delle eccedenze"

L'accordo raggiunto giovedì nell'ambito della vertenza Electrolux, con la trasformazione degli esuberi in uscite volontarie incentivate, segna un passaggio significativo per i lavoratori dello stabilimento di Forlì,

una scelta che ha spaccato gli operai, "ben accolto" da quelli alla soglia della pensione e lo scetticismo di quelli che ricordano bene che gli accordi degli ultimi anni altro non sono che "accordi truffa" che gettano e getteranno gli operai verso un presente nero e un futuro di disoccupazione e miseria e di sicuro non saranno gli scioperi a ridosso degli incontri al MIMIT che cambieranno questo scenario. Solo una nuova ribellione operaia che guardando e unendosi alla ribellione giovanile che si è dispiegata nelle piazze di questo paese metterà in agenda l'unica prospettiva di cambiamento dello stato di cose presente

giovedì 29 ottobre 2026

29 ottobre - EX ILVA TARANTO: IMPORTANTE ASSEMBLEA PUBBLICA IL 6 NOVEMBRE A POTENZA

 


29 ottobre - LAVORATORI MIGRANTI CHE LOTTANO E SI ORGANIZZANO: QUANDO LA NEGAZIONE DEL PERMESSO DI SOGGIORNO SERVE A SFRUTTARE E SCHIAVIZZARE

 

Vai alla manifestazione sindacale? Niente cittadinanza

Così il ministero dell'Interno dice no agli stranieri che fanno attività politica e sociale. In base a documenti che restano riservati. Ma che lasciano tracce (sconcertanti) nei ricorsi

di Alice Dominese

Chi partecipa a una protesta sindacale, chi opera per i diritti delle minoranze e chi è vicino alla causa palestinese non ha diritto a diventare cittadino italiano. Lo sostiene il ministero dell’Interno, che negli ultimi anni ha negato diverse richieste di cittadinanza con giustificazioni di poche righe: dall’attività informativa condotta dall’amministrazione, si legge nei documenti […]




martedì 27 ottobre 2026

28 ottobre - Da tarantocontro: Margherita Calderazzi e la Morselli

 

margherita slai cobas caccia la Morselli all'ex Ilva in occasione dello sciopero degli operai ex ilva appalto aprite il video e fatelo circolare - slai cobas taranto

 https://www.quotidianodipuglia.it/video/sciopero_ilva_contestata_morselli_lavoratrice_cosa_e_successo-6672544.html

Sciopero all'ex Ilva, contestata l'ad Morselli. La lavoratrice: «Qui non ti vogliamo, vogliamo i diritti»

Dalle prime ore della mattinata si sta svolgendo lo sciopero di 24 ore dei dipendenti diretti dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d'Italia, di Ilva in As e dell'appalto proclamato dal Consiglio di fabbrica Fim, Fiom, Uilm e Usb e in maniera separata dall'Ugl Metalmeccanici.

Contestata l'amministratore delegato Lucia Morselli, che si è recata davanti ai cancelli per parlare con i lavoratori. La secca replica dei sindacati: «Pronti al dialogo, ma nelle sedi opportune». Intanto la Fim chiede un intervento immediato del Governo: "Con la cassa a 900 euro al mese è dura per i lavoratori".



lunedì 26 ottobre 2026

27 ottobre - Da Taranto: Ex Ilva, la Fiom boccia il decreto del Governo: «L'indotto rischia di essere spazzato via» - Lo Slai Cobas lo aveva bocciato sin dal primo momento con argomenti più netti e solidi

 Durissimo intervento di Loris Scarpa davanti alle Commissioni del Senato. Il sindacato denuncia il rischio di licenziamenti a catena, l'insufficienza delle tutele per i lavoratori e l'assenza di risorse per manutenzioni e produzione

da taranto buonasera - 27 Ottobre 2026 - 13:17

ROMA - Il nuovo decreto sull'ex Ilva non offre garanzie sufficienti per salvaguardare l'occupazione e rischia di lasciare migliaia di lavoratori senza prospettive diverse dalla cassa integrazione. È la posizione espressa dalla Fiom-Cgil durante l'audizione sul disegno di legge 2065, relativo al decreto-legge 185/2026, davanti alle Commissioni Industria e Agricoltura del Senato.

A illustrare le osservazioni del sindacato è stato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, che ha descritto una situazione industriale e occupazionale estremamente critica, chiedendo modifiche sostanziali al provvedimento.

«L'ennesimo decreto ILVA si inserisce nel momento più grave in cui si svolge la vertenza ex ILVA», ha dichiarato Scarpa, richiamando l'incertezza sul futuro degli impianti, la possibile fermata dell'area a caldo e le difficoltà finanziarie dell'amministrazione straordinaria.

Il sindacato evidenzia come sullo stabilimento pesi ancora il provvedimento relativo allo spegnimento degli impianti dell'area a caldo, mentre resta in attesa la decisione della Corte di Cassazione.

A complicare ulteriormente il quadro è la carenza di risorse a disposizione dei commissari, che secondo la Fiom impedisce di garantire adeguatamente le attività di manutenzione e le lavorazioni necessarie a mantenere occupato il maggior numero possibile di dipendenti.

Il rischio, avverte Scarpa, è che la cassa integrazione venga progressivamente estesa fino a coinvolgere la totalità dei lavoratori.

Ancora più preoccupante viene giudicata la condizione delle aziende dell'indotto, già esposte alle conseguenze della riduzione delle attività produttive.

«L'indotto con i propri lavoratori rischia di essere spazzato via», denuncia il rappresentante sindacale, prospettando una successione di licenziamenti e fallimenti aziendali.

domenica 25 ottobre 2026

26 ottobre - DDL SICUREZZA E I LAVORATORI: LA VIOLENZA DEL CAPITALE E DEI SUOI GOVERNI CONTRO I DIRITTI. Massima solidarietà agli operai SUDD Cobas

 

Sudd cobas Prato Firenze

A Firenze le prime multe DL Sicurezza contro il diritto di sciopero.

5.000 euro di multe per aver scioperato contro lavoro nero, turni da dodici ore al giorno e licenziamenti illegittimi. Questo (per ora) il bilancio delle multe “DL Sicurezza” per “manifestazione non preavvisata” irrogate nelle ultime settimane dalla Prefettura di Firenze, per tramite dei Carabinieri, a cinque persone tra sindacalisti SUDD Cobas e solidali con i lavoratori in sciopero.

Qual è l’obiettivo?

Si usa il DL sicurezza per comprimere i diritti sindacali costituzionali e per provare a spaventare lavoratrici e lavoratori. Lo sciopero è lo strumento attraverso cui in centinaia negli ultimi anni, nella piana tra Prato e Firenze, si sono liberati dal giogo dello sfruttamento e della mafia, passando anche mesi davanti ai cancelli delle loro fabbriche per conquistare i diritti minimi.

Lo sciopero è uno dei diritti più preziosi che abbiamo. E lo vediamo bene in questi giorni, in cui in Italia e in tutta Europa si protesta contro caro-vita ed economia di guerra. La negazione di questo principio fondamentale è semplicemente il fascismo. Non siamo disposti a ipotecarlo per decisione di Questure, Carabinieri o Prefetture.

Vi immaginate cosa vorrebbe dire dover preavvisare uno sciopero?

In Italia nel settore privato non esiste alcun obbligo di preavviso. E per fortuna: questo garantisce di poter indire scioperi immediatamente, smascherando il lavoro nero quando gli operai si trovano effettivamente dentro le aziende, imponendo una negoziazione immediata per prevenire il tristemente noto fenomeno del chiudi-e-riapri in cui le aziende scappano nottetempo, scioperando subito in caso di infortuni sul lavoro. Potremmo continuare.

Un lavoratore che sciopera perché non gli viene pagato lo stipendio, rischia di ricevere una multa da mille euro.

Il governo, attraverso questa norma, consegna poteri arbitrari in mano alle forze di polizia per spaventare lavoratrici e lavoratori con la minaccia di sanzioni economiche.

Qual è il messaggio che la Prefettura di Firenze vuole mandare alle lavoratrici e ai lavoratori attraverso queste multe?

Che da ora in poi gli scioperi dovrebbero essere preavvisati e potrebbero essere quindi prescritti da parte del Ministero degli Interni? Nel nostro paese lo sciopero è un diritto di lavoratori e lavoratrici garantito dalla Costituzione, e proprio il fatto di poterlo convocare ed esercitare liberamente garantisce loro la possibilità di incidere nelle negoziazioni con le aziende, conquistando diritti e dignità.

I DL Sicurezza vanno abrogati, punto.

Il governo continua a tentare di comprimere i diritti costituzionali in modo intimidatorio attraverso sanzioni amministrative, senza neppure la garanzia di un processo in Tribunale. Dai cancelli delle fabbriche alle manifestazioni antifasciste di piazza Tanucci a Firenze e piazza Europa a Prato, non abbiamo paura di ripeterlo: rispettiamo la Costituzione, disobbediamo alle leggi fasciste



venerdì 23 ottobre 2026

23 ottobre - SPECIALE ORE12 CONTRO/INFORMAZIONE SU EX ILVA. UNA QUESTIONE NAZIONALE CHE RIGUARDA TUTTE LE FABBRICHE E GLI OPERAI

 


23 ottobre - Dall'ex-Ilva di Taranto una corrispondenza aggiornata

 

Questa mattina abbiamo incontrato i lavoratori dell'Appalto ex Ilva per fare con loro il punto della situazione.

La prima questione che appare chiara è che tanti lavoratori - ora ce ne sono molto meno - sono in cassa integrazione e quindi sono a casa e di conseguenza il numero degli operai che qui è sempre molto alto e concentrato, ora è molto di meno. Esiste la giungla degli Appalti che corrisponde alla giungla di situazioni, una parte di rilevante non lavora, è in cassa integrazione, una parte continua a lavorare in attesa della soluzione della vicenda Ilva che ne potrà comportare la cassa integrazione, tutti sono più o meno sotto la mannaia dei licenziamenti collettivi richiesti dalle ditte che ora sono sospesi come licenziamenti ma sono dentro questa vicenda.

Noi da tempo insistiamo per l'unità del fronte dei lavoratori dell'Appalto e naturalmente dell'unità di tutto il fronte operaio, ma l'unità del fronte dell'Appalto è una questione importante perché è il fronte dell'Appalto che nella crisi Ilva e nelle soluzioni di padroni e governo può pagare il costo maggiore della situazione, già lo paga perché già nelle richieste sindacali e nella trattativa in corso col governo, nel decreto governativo, non è prevista alcuna integrazione alla cassa integrazione, non sono previsti blocchi di licenziamenti né sono previsti sostanzialmente gli ulteriori ammortizzatori sociali che vengono rivendicati per gli operai Ilva, quindi né incentivi all'esodo che diventano una scelta individuale dei lavoratori insieme alle imprese, una scelta individuale e discrezionale dell'azienda di accettarli ma sicuramente a cifre molto inferiori di quelli che potranno essere definite in sede nazionale nel corso di questa trattativa.

Non hanno alcuna integrazione salariale, questa è una enorme ingiustizia per i lavoratori dell'Appalto rispetto agli operai diretti ed è una rivendicazione che noi innanzitutto sosteniamo con forza, i sindacati dicono ai lavoratori che la sostengono però sostanzialmente, si è passati da tavoli in tavoli e i lavoratori dell'appalto Ilva l'integrazione alla Cassa integrazione non l'hanno ricevuta. Per di più la nuova Cassa integrazione in deroga prevista dal decreto stabilisce che essa spetterebbe solo alle aziende che hanno negli ultimi due anni un fatturato di 50% del loro generale fatturato con Acciaierie. Si tratta di una situazione abbastanza assurda e che peraltro nelle precedenti vicende che hanno coinvolto l'appalto, sembrava essere superata, c'era già più o meno una lista di aziende che era entrata in quelle che avevano diritto non tanto alla Cassa integrazione che non era allora in discussione come Cassa integrazione in deroga, a una soluzione nella controversia tra aziende dell'Appalto e Acciaierie, che vuole dire pagamenti del pregresso, garanzie delle ulteriori commesse, etc. Questo vuole dire che perfino la Cassa integrazione in deroga a cui noi siamo contrari, prevista dal nuovo decreto, non toccherebbe che solo una parte delle operai dell'Appalto e chiaramente le ditte che già ora sanno di non poter rientrare dovranno scegliere tra la Cassa integrazione per aree pregresse (che ha un altro iter rispetto a questa in deroga) e si trovano di fronte al fatto che per questo tipo di Cassa integrazione, se ci sarà l'anticipazione dell'azienda, è per decisione delle aziende, non per il vincolo imposto dai decreti. Nello stesso tempo non è chiaro quante nuove Cassa integrazioni saranno formalmente approvate e da quando effettivamente partiranno, per cui ci sono diversi lavoratori, tra cui quelli che organizziamo noi, che si trovano a casa, in ferie forzate sostanzialmente, consumando l'intero patrimonio delle ferie in attesa di essere messe in Cassa integrazione.

Solo Slai Cobas a Taranto sta rivendicando comunque il pagamento delle giornate che precedono l'entrata in vigore della Cassa integrazione, gli altri sindacati, tutti, USB compreso, accettano la logica che intanto i lavoratori vadano in ferie oppure, come dicono informalmente ai lavoratori, di mettersi in malattia, questo lungi da risolvere il problema alimenta la giungla dei comportamenti individuali e delle differenze tra le aziende a cui si aggiungono i comportamenti individuali differenti tra i lavoratori.

Quindi la linea del governo e il ruolo dei sindacati in questa vicenda in parte convergono nel considerare i lavoratori dell'Appalto come lavoratori di serie B e su di essi viene scaricata la parte maggiore della crisi che attraversa lo stabilimento, almeno nei suoi effetti immediati e nella sua ricaduta, anche sul fronte degli ammortizzatori sociali.

Stiamo insistendo e là dove ci siamo agiamo per combattere questa situazione, ma chiaramente il contesto in cui lo facciamo è quello di singole aziende e non della mobilitazione unitaria di tutti i lavoratori dell'Appalto e questo è chiaramente un fattore di debolezza e lascia soli i lavoratori che sono con noi che vogliono condurre e conducono questa lotta.

Su tutto il resto la situazione è quella che abbiamo già descritto in altre occasioni.

Noi siamo stati contrari alla fine dei blocchi alla fabbrica e alle strade che stavano vedendo una grossa partecipazione di operai sia dello stabilimento sia dell'Appalto e che stava dando di nuovo vigore alla lotta dei lavoratori e un luogo unitario con cui questa lotta poteva pesare e nei giorni dei blocchi ha pesato, perché si sono bloccate in particolare la raffineria Eni e questo ha prodotto un disagio indotto con la mancata entrata e uscita di oltre 100 camion della raffineria che servono i distributori di benzina etc., non solo di Taranto, ma di un circondario abbastanza ampio che arriva agli aeroporti di Bari etc. Questa lotta quindi stava riuscendo ed era forte e chiara e doveva essere portata avanti fino all'ottenimento di risultati concreti, risultati concreti che il governo ha legato agli incontri, in particolare all'incontro che viene considerato principale del 27.

Anche intorno a questo, ma il vuoto di blocchi ha provocato innanzitutto un effetto negativo che era già inglobato nella vicenda Ilva, il distacco degli operai degli stabilimenti del Nord, l'alleanza - che noi definiamo infame obiettivamente - tra i sindacati, le istituzioni, i padroni di Genova, Novi Ligure etc., per smarcarsi da Taranto, per rivendicare una continuità lavorativa per loro tramite acquisizione delle materie prime da altre fonti, delle bramme, essendo questi stabilimenti dipendenti da Taranto, in maniera che la vicenda della continuità lavorativa di questi stabilimenti andasse da sé, lasciando Taranto al suo destino.

Noi abbiamo sempre condannato questa posizione, anche quando essa si traveste da sinistra e utilizza forme di lotta davvero positive che anche a Taranto vorremmo fossero utilizzate, come quelle che succedono a Genova, noi non condividiamo in generale la posizione di divisione di classe sostanzialmente localista e neocorporativa che sostiene questa battaglia.

Quindi in questo vuoto la posizione dei stabilimenti del Nord è andata avanti attraverso uno sciopero, una nuova manifestazione che ha ottenuto alcune garanzie in questo senso, anche se sono garanzie tuttora non corrispondenti a nessun fatto concreto, dato che è in alto mare l'assegnazione degli stabilimenti agli industriali, sia quelli che hanno fatto le offerte, Jindal, Flax, sia la cosiddetta “cordata dei patrioti” che vede protagonisti i padroni italiani, Marcegaglia in testa etc., quindi questo vuoto di lotta a Taranto ha prodotto dei danni, non parliamo dei danni nel rapporto Taranto-città, operai e movimento ambientalista di carattere antioperaio che impazza in città.

L'altra grossa questione è che i sindacati confederali hanno detto ai lavoratori che la sospensione dei blocchi non era affatto una sospensione della lotta, ma bensì un'attesa della sentenza della Cassazione che affronterà il problema da cui dipenderà anche il carattere dell'incontro romano, però i sindacati avevano detto ai lavoratori qui a Taranto, ai blocchi, che li mandavano intanto a casa, sospendevano i blocchi per preparare una grande manifestazione a Roma il 27.

Nella discussione di oggi è emerso che questa idea della grande manifestazione a Roma via via non è mantenuta e sostanzialmente non è affatto vero che gli operai di Taranto si preparano a una grande manifestazione a Roma per il 27, anche qui si dice che ne parleranno dopo l'emissione della sentenza che può andare anche oltre il 27 - anche se non lo pensiamo - per vedere qual è lo scenario che la sentenza apre.

Lo stesso vale per quanto riguarda l'incontro che c'è stato a Roma relativo all'estensione degli ammortizzatori sociali che non hanno ottenuto alcun risultato, è stato un incontro che eufemisticamente viene definito “interlocutorio”, ma che nella sostanza non ha portato alcun risultato, quindi gli operai si ritrovano ora a casa, in cassa integrazione o in attesa della sentenza senza alcun risultato, né sul fronte degli ammortizzatori sociali ulteriori, né rispetto alla continuità del loro lavoro in un quadro di piano industriale e ambientale che salvaguardi il lavoro, attui la trasformazione dell'Ilva in senso di riduzione delle fonti inquinanti e affronti nel quadro generale il problema delle bonifiche e del risanamento della città dagli effetti dell'inquinamento e del disastro ambientale provocato dalle gestioni capitalistiche dell'ex Ilva, da Riva alla recente ArcelorMittal.

La nostra posizione però è ben chiara all'interno degli operai, non ha la forza materiale attualmente di mettere in discussione le posizioni dei sindacati interni coalizzati maggioritari, i tre confederali e l'USB che agisce ormai esplicitamente come quarto sindacato e quindi senza in nessuna maniera poter essere considerato un'alternativa ai sindacati confederali, ma solo una quarta gamba del sindacalismo in questa grande fabbrica, in questo grande gruppo.

Però la nostra posizione ottiene consensi tra gli operai e ottenere consensi e costruire una forza di base auto organizzata in grado di mettere in discussione, di orientare le decisioni e la prassi dei sindacati confederali ancora però è lungi da poter apparire, ma stiamo a vedere quello che succederà nei prossimi giorni e nelle prossime ore.

La vicenda Ilva è la più grande delle vicende operaie nel nostro paese, non solo perché lo stabilimento Ilva è il più grande stabilimento in funzione - per modo di dire - delle fabbriche in Italia, ma anche perché le implicazioni di tutta questa vicenda chiariscono molto bene qual è lo stato della condizione operaia, della situazione operaia e qual è lo stato dell'azione del Capitale, dei suoi governi e dei padroni su un fronte importante che è il lavoro, il salario, il rapporto tra fabbrica e città e la forma fisiologica e patologica rappresentata dalla ex Ilva di Taranto.

Una battaglia quindi sociale, politica e sindacale su cui si gioca una parte dei destini alla classe operaia del nostro paese e su cui chiaramente solo il sindacalismo classista e combattivo rappresentato in questa città e in questa fabbrica dallo Slai Cobas è un'autentica alternativa, alternativa che deve avanzare nel contesto di questa situazione difficile.




lunedì 19 ottobre 2026

19 ottobre - Ex Ilva, lo Slai Cobas attacca Governo, sindacati e ambientalisti: «Riprendere subito scioperi e blocchi»

 Dura presa di posizione del sindacato di classe sulla crisi dello stabilimento siderurgico. Critiche alla gestione della cassa integrazione e alla sospensione della protesta operaia. Contestato anche il corteo del 17 ottobre: «Ha contribuito a isolare i lavoratori»

redazione.taranto@buonasera24.it

19 Ottobre 2026 – 08:54

I lavoratori ex Ilva - archivio

TARANTO - Riprendere la mobilitazione dei lavoratori dell'ex Ilva, riportando i presidi sulle strade e rilanciando lo scontro sindacale contro le decisioni del Governo e la gestione commissariale dello stabilimento. È la posizione espressa dallo Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto, che interviene con un documento particolarmente duro sugli sviluppi della vertenza siderurgica, prendendo le distanze anche dalle scelte delle organizzazioni sindacali e dalla manifestazione ambientalista del 17 ottobre.

Secondo lo Slai Cobas, gli avvenimenti dell'ultima settimana avrebbero evidenziato una contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori, impegnati a difendere occupazione e reddito, e le decisioni assunte dalle istituzioni sul futuro della fabbrica.

Nel mirino dell'organizzazione finisce innanzitutto il Governo Meloni e, in particolare, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ai quali viene attribuita la responsabilità politica dell'attuale gestione della crisi.

Nella ricostruzione proposta dal sindacato, le misure adottate dall'esecutivo e gli sviluppi giudiziari legati alla decisione della magistratura milanese starebbero determinando le condizioni per una progressiva chiusura dello stabilimento tarantino, accompagnata da un ridimensionamento dell'occupazione.

Lo Slai Cobas sostiene infatti che il progetto di una nuova configurazione industriale dell'ex Ilva non presenti, allo stato attuale, sufficienti garanzie economiche e produttive.

Il sindacato contesta in particolare quella che considera una prospettiva di chiusura della fabbrica senza un'alternativa industriale concretamente definita, con conseguenze dirette per migliaia di lavoratori.

Le critiche si concentrano anche sul ricorso agli ammortizzatori sociali, giudicati inadeguati a garantire la salvaguardia dell'occupazione e del reddito.

Secondo l'organizzazione, il decreto governativo finirebbe per determinare una condizione di cassa integrazione prolungata per una parte molto consistente dei dipendenti, senza assicurare reali prospettive di rientro al lavoro.

La situazione viene considerata ancora più preoccupante per gli addetti delle imprese dell'appalto, particolarmente esposti alle conseguenze del ridimensionamento delle attività produttive.

Per lo Slai Cobas, le misure annunciate non costituirebbero dunque «un paracadute» capace di tutelare il reddito dei lavoratori, ma rischierebbero di accompagnare una consistente riduzione dei livelli occupazionali.

Nel documento non vengono risparmiate critiche neppure alla magistratura milanese. Il sindacato contesta le conseguenze della pronuncia sulla continuità produttiva dello stabilimento, attribuendole una funzione favorevole, nella propria lettura politica, agli interessi del Governo e delle imprese.

Particolarmente severo anche il giudizio sull'operato dei commissari straordinari di Acciaierie d'Italia, accusati di aver dato immediata attuazione alle misure di fermata degli impianti e di ricorso alla cassa integrazione.

Secondo lo Slai Cobas, la gestione commissariale avrebbe agito senza tenere adeguatamente conto dei tempi della vicenda giudiziaria e delle trattative ancora in corso tra Governo e organizzazioni sindacali.

Il documento attribuisce invece un significato positivo alla mobilitazione degli operai, che per 5 giorni hanno presidiato e bloccato alcune delle principali arterie stradali di accesso alla città, dando vita a una protesta contro le prospettive di ridimensionamento dello stabilimento.

Una mobilitazione che lo Slai Cobas interpreta come una dimostrazione della capacità dei lavoratori di reagire alle decisioni considerate dannose per il proprio futuro.

L'organizzazione ritiene tuttavia che quella spinta sia stata interrotta troppo presto, rivolgendo critiche alle direzioni dei sindacati confederali e dell'Usb.

Pur riconoscendo che queste organizzazioni abbiano sostenuto lo sciopero e i blocchi stradali, lo Slai Cobas contesta la scelta di sospendere la mobilitazione per privilegiare la prosecuzione del confronto istituzionale.

Nella nota si parla espressamente di un'interruzione dello sciopero e dei blocchi «prematura e sbagliata», una valutazione che, secondo il sindacato di classe, sarebbe condivisa anche da numerosi lavoratori.

La contestazione riguarda soprattutto l'eccessiva fiducia riposta nelle trattative e nella possibilità di individuare una soluzione attraverso il confronto tra istituzioni, Governo e rappresentanze sindacali.

Secondo lo Slai Cobas, la sospensione della protesta avrebbe consentito ai commissari di procedere con l'attivazione della cassa integrazione a zero ore, determinando una situazione che rischierebbe di rendere più difficile la ripresa dell'iniziativa operaia.

Il documento affronta poi un altro tema particolarmente delicato, quello della manifestazione “Taranto Torna a Vivere” del 17 ottobre, alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini per chiedere la tutela della salute e un futuro diverso per la città.

La valutazione dello Slai Cobas è fortemente critica. L'organizzazione interpreta il corteo come un'iniziativa che avrebbe finito per contrapporre una parte della cittadinanza ai lavoratori dello stabilimento e alle loro forme di protesta.

Secondo la stima riportata nel comunicato, alla manifestazione avrebbero partecipato circa 5.000 persone. Il sindacato ritiene che, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli partecipanti, l'iniziativa abbia contribuito ad accentuare la distanza tra la mobilitazione ambientalista e quella operaia.

Nel documento si sostiene che il corteo avrebbe avuto, al di là delle intenzioni dei manifestanti, «l'obiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta».

Una posizione che conferma la distanza tra lo Slai Cobas e quelle componenti dell'associazionismo ambientalista che chiedono la chiusura integrale dello stabilimento siderurgico.

Il sindacato non nega la gravità delle conseguenze ambientali e sanitarie legate all'attività industriale, ma contesta l'idea che la soluzione possa essere rappresentata dalla cessazione della produzione senza un progetto capace di garantire il futuro dei lavoratori.

Nella prospettiva indicata dall'organizzazione, la tutela dell'occupazione deve procedere insieme alla trasformazione ambientale della fabbrica, alla sicurezza degli impianti e alle bonifiche del territorio.

È su questa impostazione che lo Slai Cobas propone di ricostruire una mobilitazione comune tra operai e cittadini, superando le contrapposizioni che, a suo giudizio, rischiano di indebolire entrambe le rivendicazioni.

La conclusione del documento è un appello esplicito alla ripresa immediata dell'iniziativa sindacale.

Per l'organizzazione non esistono alternative al ritorno alla protesta, con una mobilitazione ancora più incisiva rispetto a quella dei giorni scorsi.

Lo Slai Cobas sostiene infatti la necessità di «riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima», per respingere le scelte del Governo e delle imprese e affermare una piattaforma operaia che comprenda occupazione, salario, diritti, salute e sicurezza.

Una proposta che il sindacato colloca all'interno di una prospettiva più ampia di trasformazione del sistema industriale e di contrapposizione alle politiche economiche che ritiene responsabili della crisi.

La posizione dello Slai Cobas riapre così il confronto sulle strategie di mobilitazione nell'ex Ilva, in una fase nella quale il futuro degli impianti, il destino occupazionale dei lavoratori e la tutela ambientale continuano a rappresentare i principali nodi irrisolti della vertenza tarantina.

19 ottobre - LA SITUAZIONE ALL'EX ILVA DI TARANTO

 

All’ex Ilva di Taranto e a Taranto si è giocata in questa settimana una partita molto chiara che ha visto due fronti contrapposti.

Da un lato il governo Meloni/Urso responsabile dell’attuale gestione della crisi Ilva che, oltre a non aver dato soluzioni accettabili, proprio nelle ultime settimane e giorni ha mostrato da che parte sta, e lo ha fatto da un lato dando il là, utilizzando la sentenza di Milano, al piano di chiusura, con elementi di ristrutturazione, della fabbrica a Taranto; perché accettare e o utilizzare quella sentenza porta inevitabilmente alla chiusura dell’attuale ex Ilva per un fumoso piano di nuova Ilva che attualmente non ha né basi economiche, né industriali, né materiali; e come conseguenza di questa linea generale ha emesso un decreto che è di cassintegrazione permanente di quasi totalità dei lavoratori e un piano assolutamente insufficiente di ammortizzatori sociali che ne fanno, sia nello stabilimento, sia soprattutto nelle Ditte dell’appalto una misura di accompagnamento alla massiccia riduzione dell’occupazione e niente affatto un “paracadute” che tuteli il reddito dei lavoratori.

Chiaramente del fronte opposto agli operai, lo vogliano o no, sono i magistrati di Milano che hanno fatto questa sentenza, che lungi dall’essere chiara, risponde ad esigenze concentrate di padroni, governo e della frazione antioperaia del movimento ambientalista.

In questo quadro l’azione dei Commissari è apparsa dall’inizio alla fine “più realista del re”, traducendo subito in fatti il fermo della fabbrica prima e la messa generale in cassintegrazione dei lavoratori, senza tener conto della lotta – e questo sarebbe il minimo – ma soprattutto senza tener conto dei tempi effettivi della vicenda giudiziaria e degli incontri e trattative in corso tra governo e sindacati.

Fanno parte chiaramente di questo fronte antioperaio i capi e le associazioni del movimento ambientalista che perseguono la chiusura di tutta la fabbrica, usando la gravità della vicenda inquinamento prodotta dalla gestione capitalista della fabbrica con il suo carico di morte, malattie professionali, e effetti gravi sul territorio.

Dall'altro lato il fronte degli operai che hanno opposto una esplosione di resistenza, che ha visto migliaia di essi bloccare per 5 giorni le strade, facendo sentire la loro forza e la loro voce a tutela del lavoro, salario, diritti salute e sicurezza in fabbrica e sul territorio

Purtroppo in mezzo a questi due fronti c’è il ruolo dei sindacati confederali/USB e innanzitutto delle direzioni di essi che certo hanno risposto con lo sciopero, il blocco, con un documento del Consiglio di Fabbrica che cerca di mantenere una parte dell’apparato produttivo, ma che è fondamentalmente orientato a misure straordinarie che riguardano le ulteriori misure sociali a tutela dei lavoratori.

Ma il feticcio delle trattative e dell'unità del fronte istituzionale e il feticcio della magistratura hanno prodotto un’interruzione di questo sciopero e blocco. prematuro e sbagliato, come è convinzione di tanti lavoratori però non in grado autonomamente di continuarlo.

I commissari hanno immediatamente approfittato di questo per far partire la cassaintegrazione a zero ore per tutti e creare il fatto compiuto che favorisce il piano di governo e padroni.

Nel vuoto della iniziativa degli operai si è prodotto e si è lasciato campo libero alla manifestazione cittadina ambientalista del 17, come chiamata a raccolta dei cittadini contro i lavoratori, la loro lotta, i loro blocchi,; manifestazione che ha visto la composita partecipazione di migliaia di persone,circa 5 mila, che ha al di là delle stesse intenzioni l'obbiettivo di isolare e accerchiare gli operai e la loro lotta.

A fronte di questo non c'è altra strada che riprendere la lotta e i blocchi con più decisione di prima per respingere il piano di padroni e governo e imporre la piattaforma operaia, che contiene nei suoi sviluppi le trasformazioni ambientali della fabbrica , le bonifiche del territorio, e la prospettiva della continuità della lotta comune tra operai e masse popolari per una alternativa anticapitalista a padroni, stato e governi del capitale 

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto

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19 ottobre 2026