venerdì 24 aprile 2026

24 aprile - DALLO Slai Cobas sc Taranto

 

Comunicato stampa.

Ex Ilva basta con questa farsa dei tavoli romani --se c'è mancato accordo - la cigs non si accetta e si contrasta - se vogliamo la nazionalizzazione e non svendita dei lavoratori di Flacks o Jindal - allora la si impedisce con l'azione_ rompendo la trattativa con il governo meloni Urso e procacciatori d'affari - se i commissari gestiscono il morto e i morti - se ne devono andare - se il lavoro è mortale - allora si stabilisce la massima non collaborazione nello stabilimento e nell'appalto e si chiede l' immediata presenza permanente della postazione effettiva - se si vuole bloccare le fonti inquinanti le disposizioni della magistratura e le inosservanze della centrale elettrica si attuano non si ostacolano - se il caro energia mette in crisi gli autotrasportatori operanti verso l'Ilva il servizio si blocca - ecc.

Non C'è altra strada che la lotta su tutto e di tutti - chiediamo a chi parla ad essere coerente qui è ora - lo Slai Cobas fa appello a tutti a muoversi da subito e a unirsi allo sciopero generale il 29 maggio

Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto - slaicobasta@gmail.com Wa 3529575628


giovedì 23 aprile 2026

23 aprile - info: Lula, Cina e schiavismo

 

Il caso Byd scuote il Brasile

di Paolo Laforgia (*)

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo. La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo. Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto. I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza. Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti. Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori. Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista. Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito. Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo. L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico. Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura. Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali. Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi. In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici. È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte. La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita. Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti. Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema. La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento. In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.



23 aprile - info solidale: MONZA: “GRAVISSIMI LICENZIAMENTI ALLA SANGALLI”. GIOVEDI 23 APRILE PRESIDIO DI SOLIDARIETA’

 

Nei cantieri di Monza e Sesto San Giovanni la Sangalli, che si occupa dei servizi di igiene ambientale e spazzamento, ha licenziato i delegati sindacali più attivi, facendoli pedinare per oltre un mese da una società di investigazione privata nelle attività che i lavoratori svolgevano nell’arco della giornata.

Entrambi i delegati sono attivi nel far rispettare le norme sulla sicurezza e implementare i diritti dei lavoratori. La direzione anziché rispondere alle sollecitazioni dei delegati ha preferito licenziare i delegati Flaica-CUB (uno dei quali è rappresentante alla sicurezza).

Consideriamo questo un ulteriore e grave attacco alla CUB che si iscrive in un attacco frontale ormai palese e diffuso anche ad altre sigle, delegati e lavoratori in altri luoghi di lavoro da parte del padronato. Un’azione fatta alla vigilia del 1 Maggio e in un contesto di economia e disciplinamento di guerra che si traduce in un attacco all’agibilità di azione sindacale e in maniera più allargata al diritto di sciopero con l’istituzione dei recenti decreti sicurezza del governo che fanno da cornice repressiva sempre più tangibile”.

Cosi’ in un comunicato CUB, il S.I Cobas, la Rete lotte sociali Monza e Brianza, USB e RSU CUB PI Comune di Mezzago insieme ai lavoratori e alla lavoratrici che invitano a partecipare a un presidio di protesta presso l’ingresso della società Sangalli in via Carrà a Monza dalle ore 10.00 alle 13.00 giovedi 23 aprile.

Ci racconta la vicenda Guido Trifiletti della Cub Ascolta o scarica



mercoledì 22 aprile 2026

23 aprile - info 2: Processo "Ambiente svenduto" - Dal presidio le voci degli avvocati Vitale di Torino e Ricci di Taranto delle parti civili Slai Cobas - E varie interviste da Radio Onda Rossa


Avvocato Gianluca Vitale di Torino

 

 
  
 
 

INTERVISTE A PARTECIPANTI AL PRESIDIO: tra cui Comitato "No Triv" Basilicata -  Rappresentante della lotta alla Stellantis/appalto - Slai cobas Taranto

Ascolta lo streaming di Radio Onda Rossa

 

Ambiente svenduto a Potenza

Data di trasmissione
ilva

Parte oggi a Potenza il processo ‘Ambiente Svenduto’, sul disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 dall’ex Ilva di Taranto, durante la gestione della famiglia Riva. Ai nostri microfoni i rappresentanti di varie realtà lucane che hanno convocato un sit-in di fronte al tribunale.

 

Del presidio al Tribunale di Potenza ha dato notizia anche Radio popolare nel suo giornale radio.

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-giornaleradio/notiziario-giornaleradio_21_04_2026_19_30 

23 aprile - info da tarantocontro: Processo "Ambiente svenduto" - 1 - Dal presidio al Tribunale di Potenza immagini e intervento dello Slai Cobas: questo processo interno alla situazione attuale dell'Ilva in cui operai continuano a morire

  



martedì 21 aprile 2026

22 aprile - infosolidale: Prato /Gli StrikeDays dei Sudd Cobas : già regolarizzati i lavoratori di 21 aziende del distretto moda

 

In altre fabbriche e pronto moda proseguono invece i picchetti ad oltranza tra il Macrolotto 1, Seano e Montemurlo per far applicare a tutti i contratti con la formula 8x5. Il sindacato: "Siamo di fonte ad un effetto valanga: la sindacalizzazione degli insindacalizzabili è ormai una realtà"

PRATO: TERZO GIORNO DI STRIKE DAYS E 22 ACCORDI GIÀ RAGGIUNTI. SUDD COBAS: “LA FORZA DI QUESTI SCIOPERI È LA SOLIDARIETÀ”

Terzo giorno di Strike Days nel distretto industriale tessile di Prato e già si vedono i primi importanti traguardi. 22 gli accordi già raggiunti a fronte dei 27 scioperi iniziati in altrettante aziende del distretto della moda pratese.

Gli Strike Days sono una serie di scioperi e picchetti a oltranza organizzati e promossi dal sindacato di base Sudd Cobas per denunciare, e combattere, lo sfruttamento e le condizioni di totale insicurezza di lavoratori e lavoratrici in subappalto in una delle filiere del pronto moda più grandi d’Europa.

Partita venerdì 17 aprile – e giunta alla sua quarta edizione – l’iniziativa ha visto, ancora una volta, lavoratrici e lavoratori unirsi e lottare insieme contro sfruttamento, turni disumani e lavoro nero, incrociando le braccia e allestendo picchetti davanti ai cancelli delle aziende con l’intenzione di proseguire l’agitazione ad oltranza. Le mobilitazioni proseguono ora in cinque fabbriche tessili e pronto moda tra il Macrolotto 1, Seano e Montemurlo, dove restano aperte le vertenze, ma i risultati ottenuti fino ad oggi fanno sperare in altrettanti accordi e regolarizzazioni.

Siamo di fronte a un effetto valanga – hanno dichiarato i Sudd Cobas in un comunicato – Solo nelle ultime 48 ore sono tanti i lavoratori che stanno contattando il sindacato per unirsi agli StrikeDays anche dalla propria fabbrica. Anche stavolta agli scioperi degli operai sfruttati si sono affiancati gli scioperi di solidarietà di quei lavoratori che in questi anni, con gli scioperi, hanno già conquistato contratti regolari, turni umani e diritti”.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Elena dei Sudd Cobas, in collegamento con noi da uno dei picchetti Ascolta o scarica




22 aprile - CONTRO IL GOVERNO MELONI - PIU' MORTI DA E SUL LAVORO - VERSO LO SCIOPERO GENERALE

 

Tir precipita dal ponte della superstrada del Liri, morto il conducente

Un uomo di 67 anni ha perso la vita in un incidente avvenuto sulla superstrada del Liri, all’altezza di Civitella Roveto. Il mezzo pesante che guidava è precipitato dal ponte dopo aver sfondato le barriere di protezione, compiendo un volo di diversi metri. L’autista, Giuseppe Santavicca, nato in Francia, viveva a Roma da molti anni ed era diretto da Sora ad Avezzano quando, per cause in corso di accertamento, ha perso il controllo del tir finendo contro le protezioni. Il ponte ha riportato danni ma non è crollato. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, l’elisoccorso e le forze dell’ordine. Il conducente è morto sul colpo. Sono in corso gli accertamenti per chiarire la dinamica dell’incidente.

Il fratello del rider trovato morto a Cavoretto: “Ora vogliamo sapere la verità”

Ali, il fratello del fattorino , apre le porte di casa a parenti e amici: «Siamo distrutti. Lui non voleva fare quel lavoro, rincorreva il sogno della fotografia»

Francesco Munafò


Adnan, rider da un mese morto dopo la consegna: si indaga sull’auto pirata. Il corpo per ore a bordo strada

di Federico Gottardo


21 aprile - Ecatombe silenziosa: 21 morti di lavoro in 4 giorni

 di Carlo Soricelli (*).

L’Italia è un bollettino di guerra

Non è più un’emergenza, è una mattanza. I numeri del 2026 ci restituiscono una realtà agghiacciante: in soli quattro giorni abbiamo pianto 21 vittime. Superata la soglia dei 400 morti complessivi dall’inizio dell’anno, di cui ben 299 avvenuti direttamente sui luoghi di lavoro. Com’è possibile non rimanere sbigottiti di fronte a questa registrazione sistematica di decessi? Siamo di fronte a un’ecatombe che sembra non scuotere i palazzi del potere.

Agricoltura e Autotrasporti: settori al massacro

Il fango e l’asfalto si tingono di sangue ogni giorno, nell’indifferenza delle istituzioni:

  • Agricoltura: Negli ultimi giorni, altri 4 agricoltori sono rimasti schiacciati dai loro trattori. Il bilancio sale a 27 vittime. Dov’è il Ministro Lollobrigida? Non esiste una campagna informativa sulla pericolosità di questi mezzi, né un piano d’azione serio. La vita dei lavoratori del suo Ministero sembra non essere una priorità.

  • Autotrasporti: Gli autotrasportatori “muoiono come mosche”. Sono già 48 i morti quest’anno per incidenti o karoshi (morti per eccesso di fatica). Il Ministro Salvini è ovunque, tranne che a occuparsi della sicurezza stradale e della giungla degli appalti a cascata, che di fatto massacrano chi sta al volante e introdotti da lui medesimo.

La strage dei “nonni” lavoratori

Uno dei dati più inquietanti riguarda l’età delle vittime. La mancata riforma delle pensioni sta condannando gli anziani a morire in cantiere o nei campi:

  • 107 morti hanno oltre 60 e 70 anni.

  • Praticamente, oltre il 30% delle vittime sui luoghi di lavoro è composto da ultrasessantenni.

La responsabilità politica è evidente: Salvini promette l’abolizione della Legge Fornero a ogni tornata elettorale per poi dimenticarsene una volta seduto in poltrona. Il risultato? Persone che dovrebbero essere in pensione sono costrette a mansioni pesanti e pericolose che il loro fisico non può più reggere.

Il primato del Nord e l’ingiustizia giudiziaria

È paradossale notare come le regioni in cima a questa triste classifica. Veneto e Lombardia (Regioni a guida leghista) sono rispettivamente prima e seconda per numero di morti. In Veneto, inoltre, assistiamo a un paradosso giudiziario:  i “padroni” vengono assolti, mentre la colpa ricade esclusivamente su tecnici e responsabili della sicurezza. E questo grazie a Leggi fatte contro chi lavora.

Nessuna categoria è risparmiata

La strage è trasversale. Non c’è settore che si salvi: proprio in queste ore si è registrato anche il 17° decesso tra i taglialegna.

Speravamo che il 2026 segnasse un’inversione di tendenza dopo il drammatico 2025. Gennaio mi aveva illuso, ma poi tutto è ricominciato come prima, anzi, peggio di prima. Ora abbiamo superato per numero di morti l’incredibile 2025.

Non possiamo più restare a guardare. Un Paese che lavora per morire non è un Paese civile.

Festeggiamo” questa mattanza con due “belle” bottiglie di sangue d’agricoltore schiacciato dal trattore  e di sangue di edile caduto dall’alto. Cin cin con i ministri Lollobrigida e Salvini.

(*) Carlo Soricelli è curatore dell’«Osservatorio Nazionale di Bologna sui morti sul lavoro».


lunedì 20 aprile 2026

20 aprile - info da tarantocontro: Domani a Potenza riparte il processo Ilva "Ambiente svenduto" - E riparte la lotta, questa volta dentro e fuori al tribunale

 


20 aprile - Impressionante sequenza di morti sul lavoro tra venerdì e sabato, sono stati 13

 Carlo Soricelli: cadutisullavoro.blogspot.it

QUADRO GENERALE: UNA STRAGE INCESSANTE Nelle ultime 48 ore (venerdì e sabato) si è verificata un’impressionante sequenza di incidenti mortali. Il bilancio consolidato è di 13 vittime: 12 lavoratori deceduti direttamente sui luoghi di lavoro. 1 lavoratore deceduto "in itinere" (durante il tragitto casa-lavoro). Nota: I dati potrebbero subire ulteriori incrementi nelle prossime ore a causa di segnalazioni in fase di verifica. ANALISI PER SETTORE E TIPOLOGIA Le morti registrate riflettono l'insicurezza trasversale che colpisce diverse categorie professionali: Edilizia: Morti causate da cadute dall'alto. Agricoltura: Agricoltori schiacciati dal ribaltamento del trattore. Trasporti: Autotrasportatori coinvolti in sinistri mortali. Manutenzione e Servizi: Casi legati alla pulizia di canne fumarie e attività di ambulanti. Settore Boschivo: Incidenti occorsi a taglialegna. Karoshi (Morte per fatica): Decessi legati a ritmi di lavoro estenuanti e stress psicofisico. STATISTICHE NAZIONALI AGGIORNATE Ad oggi, il bilancio delle vittime dall'inizio dell'anno è allarmante: 291 morti sui luoghi di lavoro. ~400 morti complessivi includendo i decessi in itinere. Il Veneto si conferma purtroppo una delle regioni più colpite, restando stabilmente ai vertici di questa tragica classifica nazionale. IN MEMORIA DI MASSIMILIANO LAURO L'Osservatorio dedica questo report a Massimiliano Lauro, deceduto mentre svolgeva il proprio lavoro di pulizia di una canna fumaria. La sua scomparsa lascia nel dolore la moglie e i suoi 6 figli. Ogni anno in Italia si contano centinaia di nuovi orfani, privati dei propri genitori a causa della mancanza di sicurezza. L'impegno dell'Osservatorio: Dietro ogni numero c'è una famiglia distrutta. La sicurezza sul lavoro deve diventare la priorità assoluta del Paese.

sabato 18 aprile 2026

18 aprile - Una proposta delle associazioni palestinesi da raccogliere - Slai Cobas per il sindacato di classe

 

PER LA PALESTINA E CONTRO LA GUERRA: APPELLO DEI PALESTINESI ALL’UNITÀ E ALLA CONVERGENZA SINDACALE

Abbiamo colto con entusiasmo l’indizione di sciopero generale da parte di CUB, SGB, ADL Varese, SI COBAS USI-CIT per il 29 Maggio 2026.

Uno sciopero “CONTRO la guerra, l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari, CONTRO il Genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per

dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele in Palestina e Libano, nonché da quelli perpetrati dagli USA in Venezuela e a Cuba – PER il sostegno incondizionato alla missione della nuova Flotilla e PER le sanzioni ad Israele e USA, nonché rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele e USA”.

Oggi la Palestina, da Gaza a Gerusalemme, sciopera compatta contro la pena di morte dei prigionieri, mentre la guerra imperialista e genocida israelo-statunitense si diffonde come la peste in tutta la regione.

Come lavoratori e lavoratrici abbiamo il dovere storico di rispondere compatti e uniti anche dall’Italia, perché la gravità della situazione ci impone di mettere da parte ogni tipo di divisione per la pratica di un obiettivo comune.

Abbiamo la responsabilità di fermare la guerra imperialista: il 22 settembre e il 3 ottobre ci hanno mostrato che è pienamente possibile.

Sappiamo bene quali conseguenze avrà la guerra attuale in Italia: travolgerà i lavoratori e le classi popolari, coloro che dovremmo essere pronti a difendere.

Se non saremo in grado, in questa fase cruciale, di anteporre la difesa dei lavoratori e delle classi popolari ai nostri interessi di parte, non saremo migliori del Governo contro il quale lottiamo

Il Governo Meloni, come l’alleato sionista, non è mai stato così in dificoltà, ed è nostro dovere approfittare del momento, anche per rispondere organizzati al violento attacco ai lavoratori e al diritto di sciopero, proprio nel momento in cui questo si riafferma come strumento decisivo.

La repressione che ha colpito chi ha partecipato, in varie forme, agli scioperi di settembre e di ottobre e la restrizione di questo diritto all’interno del settore della logistica, non sono provvedimenti isolati ma si inseriscono nella politica di guerra dello Stato italiano, che si insinua in maniera sempre più capillare nelle nostre vite.

L’unica risposta efficace e coerente è replicare le pratiche che hanno fatto tremare il Governo in questi anni, e cercare di espandere il più possibile.

IL SIONISMO E L’IMPERIALISMO SI FERMANO CON LA RESISTENZA.

LA RESISTENZA È SCIOPERO GENERALE.


18 aprile - DA OPERAI BERGAMO: OPERAI E PADRONI

Da Bergamo: i padroni lo scenario internazionale e lo stato degli operai nelle fabbriche

ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 15-04

Parliamo della situazione nelle fabbriche di Bergamo, della Tenaris Dalmine in cui siamo presenti e in cui operiamo, che è parte di una multinazionale in mano a Rocca, un padrone italo-argentino, un'azienda con 1600 lavoratori, oltre 2000 in Italia, con vari stabilimenti in 25 paesi del mondo, con una produzione di tubi di acciaio senza saldatura che riguarda il settore dell’energia, il petrolio, del gas e che determina, nello stesso tempo, quelli che sono anche le politiche a livello internazionale. Alla faccia di noi operai che proprio in questi mesi abbiamo dovuto affrontare direttamente, nelle assemblee, nelle discussioni, anche per gli scioperi per Gaza, mentre ci dicono che la Tenaris Dalmine non c'entra niente quello che succede nel mondo con quello che succede nei reparti e questo si è visto benissimo, ad esempio sin dall'insediamento di Trump (che Rocca ha comunque giudicato positivamente), in una sua intervista - in una sua “call” come le chiama, dove parla a tutti gli operai, lavoratori, dipendenti - ha detto che questi dazi servono per ridefinire i mercati in una situazione in cui bisogna riequilibrare quello che è lo sbilancio nell’economia, il vantaggio della Cina rispetto agli Stati Uniti e quindi si inserisce in quella guerra commerciale che poi in questi ultimi periodi sta diventando sempre più una guerra a livello mondiale tra le varie potenze nel sistema imperialista in crisi.

Per inciso, dopo l’aggressione del Venezuela, e sempre sui canali aziendali, il padrone aveva detto che stava monitorando la situazione e allo stesso tempo, proprio dopo poche settimane, dice che quest'anno la proiezione delle vendite in Venezuela prevede di raggiungere 10.000 tonnellate di tubi, equivalenti a 30 milioni di dollari. Questo è dovuto alla riattivazione della licenza concessa dagli Stati Uniti a Chevron, ad ottobre 2022, che le permette di riprendere le operazioni in Venezuela, con una Code Join Venton, con Petrolos e Venezuela PDVSA. Tutte queste operazioni sono appunto state anche riattivate appunto a seguito dell'aggressione.

Questo ha dei riflessi praticamente anche per quanto riguarda i lavoratori in ogni Stato, in ogni stabilimento, chiaramente in maniera diversa ma che devono comunque in qualche modo pagare o in termini di aumento dello sfruttamento dei ritmi o in termini di diminuzione con cali di lavoro.

Proprio di recente, il 30 marzo, c'è stata un incontro dal titolo: “Guerra in Iran: cosa significa per il mercato dell’energia e per Tenaris” in cui Nigel Worsnop, vice presidente marketing, analizza nel dettaglio nelle varie situazioni di produzione che la fabbrica porta avanti e gli effetti di quello che dal lato dei padroni viene chiamata la “flessibilità e resilienza resteranno elementi fondamentali per Tenaris nei prossimi mesi”, che dal lato degli operai significa aumento dello sfruttamento con “costi di produzione in aumento e margini di profitto sotto pressione.” Un ragionamento che dal punto di vista dei padroni non fa una piega, con argomenti utilizzati internamente come ricatto verso gli operai in alcuni reparti dicono che le commesse a causa della situazione internazionale della guerra, dell'instabilità dello stretto di Hormuz, i clienti hanno dovuto rinviare o sospendere gli ordini e quindi con questi cambi repentini riguardo a quello che è l'attività produttiva, si è sempre più flessibili e nelle mani dell’azienda. Questa non è una novità.

venerdì 17 aprile 2026

17 aprile - Presidente della Confindustria, Orsini: aumentare la produttività non i salari... con la collaborazione di governo e sindacati confederali

Il presidente della Confindustria. Orsini dà voce alla politica di tutti i padroni di non aumentare i salari degli operai, e di contrastare ogni iniziativa in questo senso; il primo bersaglio è il "salario minimo". 

Con vari scritti, soprattutto su Sole 24 Ore (in particolare uno del 4 aprile) Orsini sostiene decisamente questa linea perchè - dice-  che l'unica cosa che deve aumentare è la produttività delle aziende. 
In questo si sbilancia a dare un giudizio positivo del governo Meloni: "lavoro condiviso con il governo orientato a rafforzare il sistema produttivo" e, quindi (?), a "sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori". Quindi, se si sostiene l'economia dei padroni, i loro profitti, si sostiene il "potere d'acquisto dei lavoratori" - Attenzione, non dice neanche "il salario dei lavoratori", ma i lavoratori visti soprattutto come "consumatori".

Tra le misure più significative, dice Orsini, fatte dal governo e la "detassazione degli aumenti salariali, per favorire la crescita delle retribuzioni senza gravare sul costo del lavoro delle imprese". 

Da questa premessa, Orsini si lancia in un attacco all'introduzione del salario minimo, fornendo una importante sponda alla Meloni che ha ribadito il suo NO al salario minimo. Dice Orsini: "Per raggiungere risultati duraturi, la risposta non può essere l'introduzione di un salario minimo legale generalizzato. 

Sottolineiamo la parola generalizzato. Perchè quando indica come alternativa al salario minimo "il rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità", chiarisce poi che "questa rappresenta la via più efficace per garantire salari adeguati, (MA) coerenti con le specificità dei diversi settori e con l'andamento della produttività". Quindi salari non uguali per tutti i lavoratori, appunto non generalizzati dal sud al nord, ma dipendenti dalla situazione delle aziende e soprattutto legate come un cappio al collo all' "andamento della produttività". Torna di fatto la linea, la volontà dell'introduzione di "gabbie salariali", certo, moderne e un pò mascherate; torna la divisione tra i lavoratori; ma

soprattutto si auspica sempre di più che il salario sia legato alle sorti del capitale: se queste vanno male niente aumenti salariali e... più sfruttamento o cassintegrazione o licenziamenti; se vanno bene, beh le aziende devono ancora recuperare i periodi di magra...

Quindi: non si parli mai più di introduzione di un salario minimo che - dice Orsini - "potrebbe non risultare in linea con l'andamento dell'economia, della produttività e dell'occupazione". Quindi, anche il minimo "salario minimo" potrebbe per i padroni essere troppo per l'andamento della loro economia. 

E allora che salario vogliono dare? Ancora più basso del salario minimo? O rendere il salario così dipendente dalla produttività e dall'occupazione che deve essere iper flessibile in basso. Per esempio, col ricatto dell'occupazione: ti riduco il salario altrimenti licenzio...

Poi, a sgomberare il campo da qualsiasi tentativo di chiedere aumenti salariali almeno per recuperare quello che si è perduto in tutti questi anni, per recuperare un salario che il capitale con i suoi interventi ha già abbassato; almeno per ripristinare il prezzo, il valore della merce forza-lavoro, secondo la "legge" del valore di scambio del capitale (che Marx ha ben spiegato), Orsini aggiunge: "Il nodo centrale, tuttavia, resta la produttività. Senza una crescita della produttività non è possibile sostenere nel lungo periodo una dinamica salariale positiva. Per questo - continua - è essenziale proseguire, anche in collaborazione con il Governo, nel rafforzamento degli investimenti in innovazione, digitalizzazione e sviluppo delle competenze, creando le condizioni per un salto di qualità del nostro sistema industriale". Uno spera che alla fine, facendosi il mazzo, vi sia la speranza di un "salto di qualità" nella "dinamica salariale"...,  invece no, il salto, cari operai, è sempre e solo per il loro sistema industriale, cioè per i loro profitti. 

Ma a questo punto, per non aumentare sic et simpliciter i salari, per far accettare la favola nera che va a vantaggio anche degli operai l'aumento della produttività delle aziende, invece che perseguire ciecamente e in modo incosciente la difesa dei loro interessi di lavoratori, sono fondamentali... chi? Ma i sindacati!

"In questo quadro, il ruolo della contrattazione collettiva - dice Orsini - resta decisivo, ha storicamente garantito equilibrio tra esigenze delle imprese e tutela del lavoro".

Ma storicamente la contrattazione collettiva, le organizzazioni sindacali non erano lo strumento dei lavoratori per strappare miglioramenti delle loro condizioni di lavoro e salariali, sempre peggiorati dai padroni? Ora invece Orsini, con tutti i padroni, dice che invece garantiscono un equilibrio tra interessi oggettivamente opposti. L'interesse dei capitalisti è sempre e solo lo sfruttamento al massimo possibile della forza-lavoro, aumentando il tempo di lavoro gratis in termini assoluti e relativi (e qui è importante, appunto, l'aumento della "produttività") e riducendo fino al limite possibile il tempo di lavoro necessario per ricostruire la forza-lavoro. D'altra parte, Orsini non dice "tutela dei lavoratori", ma "tutela del lavoro".

Aggiunge poi: "è necessario definire criteri chiari per individuare in ciascun settore il contratto collettivo nazionale di riferimento sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative". Chiariamo che sta significando questo per i lavoratori. Quello che sta succedendo negli appalti delle grandi fabbriche - prendiamo l'esempio dell'ex Ilva - in realtà è questo; il ccnl di riferimento sta diventano il ccnl Multiservizi più favorevole per le aziende, che sostituisce da un giorno all'altro quello, metalmeccanico, più favorevole per i lavoratori, E questo viene fatto con formale accordo dei sindacati "più rappresentativi", Fiom, Fim, Uilm. 
Quindi l'individuazione per ciascun settore del contratto collettivo nazionale avviene sempre più solo e soltanto sulla base dei criteri dei padroni di ridurre il costo del lavoro, dare salari più bassi, e condizioni di minori diritti e tutele.  

E a scanso di equivoci, Orsini conclude "E' su questo equilibrio, frutto della collaborazione tra Governo, Sindacati e Parti datoriali, che si gioca il futuro del Paese".

E così i lavoratori sono belli e sistemati... 

Ma, in realtà, quello che emerge da questi piani dei padroni è proprio la centralità della lotta per il salario. Questa lotta, di fatto da tanti anni o abbandonata come decisiva o annacquata deviandola su contentini (welfare, aumento dello straordinario, detassazione dei minimi aumenti salariali, dei buoni pasto, ecc.) è, insieme alla lotta per la riduzione dell'orario di lavoro, della giornata lavorativa, decisiva, non solo per salvaguardare le condizioni di lavoro e la stessa vita dei lavoratori, ma perchè pone in maniera chiara che di lotta di classe si tratta (altro che "equilibrio di interessi"), di scontro tra la classe dei proletari e quella dei capitalisti.

Proprio perchè la lotta per il salario mostra la contraddizione di fondo del sistema capitalista, lo sfruttamento da parte del capitale, creando nel contempo esso stesso i "becchini" che lo rovesceranno, allora non fare questa lotta vuol dire rinunciare a una lotta più generale contro il sistema del capitale. La classe operaia non deve dimenticare che deve lottare non solo contro gli effetti ma anche contro la cause che determinano questi effetti.
Chi vuole togliere agli operai il terreno di una genuina lotta sindacale, di una lotta per aumenti salariali per riprendersi quanto è stato già attaccato, ridotto, di fatto vuole la permanenza del lavoro salariato, la permanenza di questo sistema. 


17 aprile - Dopo Stellantis Melfi che si ferma, Cassino si ferma ancora: Stellantis prolunga lo stop e trascina l’indotto nel baratro

info - Slai Cobas per il sindacato di classe 

Lo sciopero generale a Cassino quindi non è servito a niente? La lotta quella vera e senza regole è ORA!

La paralisi produttiva, che va avanti dal mese di marzo, sta prosciugando le buste paga dei dipendenti

di Andrea Senatore 16/04/2026, 09:23

Si allunga ancora l’ombra della crisi sullo stabilimento Stellantis di Cassino a Piedimonte San Germano, dove i fermi produttivi continuano a colpire operai e aziende dell’intero hinterland industriale. L’ultima comunicazione aziendale ha infatti spento le residue speranze di una ripartenza a breve: il blocco delle attività, inizialmente previsto fino al 20 aprile, è stato prorogato fino al 24. Questo significa che i lavoratori potranno rientrare in fabbrica solo dal 27 aprile, trasformando di fatto l’intero mese in un lungo periodo a zero ore.

Cassino: la paralisi produttiva riduce le buste paga dei dipendenti e mette in difficoltà serie l’indotto

Una situazione che, ormai da settimane, pesa direttamente sulle famiglie. La paralisi produttiva di Cassino, che va avanti dal mese di marzo, sta infatti prosciugando le buste paga dei dipendenti. Per molti operai, costretti a restare a casa senza una prospettiva chiara, gli stipendi si sono ormai ridotti a cifre comprese tra i 1.000 e i 1.200 euro. Un ridimensionamento netto delle entrate che sta alimentando preoccupazione, sfiducia e un diffuso senso di incertezza tra i lavoratori.

Ma il nodo non riguarda soltanto il sito produttivo di Stellantis Cassino. La crisi si sta propagando con forza su tutta la filiera collegata, mettendo in seria difficoltà le aziende dell’indotto che da anni gravitano attorno allo stabilimento laziale. Il caso più urgente è quello di Trasnova, con l’appalto in scadenza il prossimo 30 aprile. I lavoratori attendono con crescente ansia l’incontro al Ministero, nella speranza che possano essere attivati ammortizzatori sociali in grado di contenere almeno nell’immediato l’impatto occupazional

Nelle prossime ore, il monitoraggio della crisi si sposterà infatti a Roma, dove sono previsti nuovi tavoli di confronto anche per altre due realtà strategiche della filiera: Logitech e Teknoservice. Appuntamenti delicati, da cui dipenderà una parte importante del futuro occupazionale del territorio. Il timore, sempre più concreto, è che senza risposte rapide l’intero comparto possa avvicinarsi a un punto di non ritorno.

già pubblicato sul nostro blog

Promesse di padroni e governo a cui credono solo le segreterie sindacali, realtà: operai mandati a casa e licenziamenti senza soluzione nell'indotto

Stellantis, Melfi: ancora uno stop su tutti i turni

13 aprile 2026 | 17:21

E’ sempre la “mancanza di componenti” a rallentare i piani di Filosa. Via il terzo turno e “rilancio” sempre più in salita. 

Niente lavoro anche domani, 14 aprile, nello stabilimento lucano del Gruppo Stellantis. A renderlo noto l’azienda, tramite i sindacati, col metodo dei messaggini fatti veicolare ai lavoratori. “Vi informo che, per mancanza di componenti, l’attività produttiva sarà sospesa dalle ore 6 alle 22 di domani martedì 14 aprile”. Solo in “Lastratura, Stampaggio Verniciatura e Plastica si lavorerà nel primo turno di domani”. Non cambia, in sostanza, l’andazzo rispetto alle scorse settimane. Si lavora in media 4 giorni a settimana, se tutto va bene. E saltano a volte solo uno dei due turni, a volte entrambi. Sempre con comunicazioni del giorno prima. Ci sono problemi nell’approvvigionamento di materiali, e, come abbiamo più volte segnalato, anche alcune delle auto già assemblate, mancano di alcuni particolari. Ragione per cui i piazzali esterni sono pieni di macchine ancora da “recuperare”. Che qualcosa non torni nei desiderata della multinazionale emerge anche dal fatto che è saltato il turno di notte (quello maggiormente retribuito) nei reparti di Lastratura e Stampaggio. “Ci sono troppe scocche già a deposito”, ci aveva detto un operaio delle aree interessate, solo qualche giorno fa. Qualcosa scricchiola nel “rilancio” produttivo inaugurato dall’ad Filosa, a Melfi, anche se, proprio qualche giorno fa, dati sindacali (Fim Cisl) sottolineavano un aumento percentuale del 90% della auto realizzate nel primo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Resta comunque in salita la sfida dei nuovi modelli (Compass e ds8), considerati troppo costosi (“sono degli scatoloni”, ironizzano gli stessi operai che li realizzano). Bisognerà attendere con ogni probabilità settembre, invece, per la presentazione della nuova Lancia Gamma, meno costosa e pretenziosa, rispetto ai target prodotti in questa primavera di “rilancio” a San Nicola di Melfi.





17 aprile - info: La strage dei due operai a Palermo: lavoro in nero e niente misura di sicurezza! Colpa del “dio profitto” grida pure l’arcivescovo Lorefice… 4 gli indagati fino a questo momento

 

Ieri si è svolto il funerale di Daniluc Tiberi, uno dei due operai morti a Palermo in seguito al crollo della gru che teneva il cestello su cui stavano lavorando al decimo piano di un palazzo.

Avevamo accennato al fatto che il mezzo che sostiene la gru sembrava troppo lontano dal punto dei lavori e adesso questo sembra confermato dalle perizie, ma vi si aggiunge il fatto che i sensori di sicurezza che in questo caso si attivano per bloccare comunque il braccio elevatore in caso di eccessiva estensione siano stati disattivati! E vi si aggiunge anche che a quanto pare gli operai non avessero nemmeno la formazione per operare a quelle altezze.

Proprio per questo parliamo di omicidio volontario soprattutto in tutti quei casi in cui per accelerare i tempi di lavoro per diminuire i costi e aumentare il profitto, si aggirano e si annullano i mezzi di sicurezza come fu per Luana D’Orazio, solo per riportare un altro esempio.

E tanto per cambiare anche sulla situazione lavorativa ci sono dichiarazioni discordanti: avevano un’assunzione regolare? Era stato applicato il contratto di categoria? Subito si era detto che non erano in

regola, lavoravano in nero, perché presso la cassa edile non risultavano iscritti né loro né la ditta! Adesso si dice che gli operai avevano un contratto a termine…

Si vedrà… si dice anche che la “Ediltec Costruzioni, società attiva dal 2012 nel settore dell’edilizia con soli due dipendenti e un capitale sociale di 10.000 euro” (GdS) e definita “fantasma” perché non risultava avere aperto cantieri dal 2016, non aveva nemmeno richiesto i permessi previsti per legge al Comune … ma in tutti quei giorni non c’è stato nemmeno l’ombra di un controllo!

Una lunga sfilza di omissioni e violazioni di leggi, dal Comune ai padroni... e intanto sono salite a 4 le persone indagate: il proprietario dell’appartamento e committente degli interventi, il titolare dell’impresa Ediltec, il noleggiatore della gru, vecchia di 23 anni e di cui non esiste nemmeno più la ditta che l’ha costruita! e l’addetto alla manovra del mezzo.

Nessuna fatalità, quindi, e davanti a tutto questo perfino l’arcivescovo di Palermo, Lorefice, ha gridato che “Il dio profitto produce morte, ingiustizie, scarti umani. Sofferenza. Dolore. Ciascuna vittima del lavoro è un volto, un vicenda umana, un corpo, a cui dobbiamo dare voce”.

Questo dio profitto ha un nome e un cognome, oltre quello dei padroni assassini e si chiama capitalismo-imperialismo, quindi per dare davvero voce, e soprattutto farla finita con le stragi e i morti sul lavoro, mentre si combatte giorno per giorno contro i padroni, bisogna al contempo combattere per eliminarne definitivamente le cause, il sistema capitalista-imperialista stesso, i padroni e i loro governi.



17 aprile - L'immigrazione è soprattutto questa: salari da fame, spesso in nero e con percentuale di morti per infortuni mortali di 3 volte superiore a quella degli italiani

 da Osservatorio Bologna

Mukhtar Dowh muore alle 2,30 di notte mentre tornava dal lavoro per andare a dormire in un dormitorio per rifugiati. Gli stranieri sono il 30% dei morti sul lavoro svolgono i lavori più umili e pericolosi e con salari che sono spesso sotto la soglia di po erta, spesso muoiono in nero.

Carlo Soricelli  

17 aprile - info solidale: Intimidazione alla Leonardo di Nola