giovedì 18 giugno 2026

18 giugno - L'INTERVENTO DELLO SLAI COBAS sc TARANTO ALLE PORTINERIE ex ILVA

 


18 giugno - Tragedia sul lavoro a Binasco, giovane operaio muore schiacciato sotto un pilastro...

 ....Milano e provincia si confermano la capitale degli omicidi sul lavoro frutto della precarietà e della non applicazione delle normative su salute e sicurezza


L’incidente durante una manovra: un camion avrebbe urtato un muretto, che sarebbe caduto adddosso al lavoratore della Sasom, intento a caricare la spazzatura. L’allarme è scattato intorno alle 7.30 di questa mattina nel Milanese. La vittima è un 38enne: era stato assunto da pochi giorni

Binasco (Milano), 17 giugno 2026 – Terribile incidente mortale sul lavoro nella mattina di oggi, mercoledì 17 giugno, a Binasco, in provincia di Milano. L’allarme è scattato stamani, in via Alessandro Manzoni, poco prima delle 7.30. Stando alle prime informazioni un operaio di 38 anni della Sasom srl (azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti) durante una manovra è rimasto schiacciato sotto un pilastro.

Binasco, 38enne morto in un incidente sul lavoro: Touil Abderrazzak era stato assunto lo scorso 8 giugno

La vittima, Touil Abderrazak,  – in base alle prime informazioni – è un cittadino straniero, che sarebbe stato assunto da pochi giorni. La dinamica dell’incidente è al vaglio della polizia locale. Stando a quanto ricostruito un camion stava facendo manovra e ha urtato un muretto. Il muretto sarebbe caduto addosso al giovane operaio, che stava caricando la spazzatura. 

Immediati i soccorsi di vigili del fuoco e 118. Areu (Agenzia Regionale Emergenza Urgenza) ha inviato sul posto un elicottero, un’ambulanza e un’automedica. Le condizioni del giovane lavoratore ferite sono apparse subito disperate. L’operaio è deceduto poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Sul luogo della tragedia anche i responsabili della Sasom che ha sede a Gaggiano (Milano).


mercoledì 17 giugno 2026

salute e sicurezza contro la normalità della produzione -voci operaie delle ditte

SLAI COBAS LAVORA PER LA RIBELLIONE OPERAIA 

ALLA 'NORMALITA’ DELLA PRODUZIONE'

Ancora tra gli operai di Tenaris alla seconda portineria della fabbrica dopo il grave infortunio che ha colpito l’operaio di origini rumene VC, di 55, nei pressi dell’alto forno nel reparto acciaieria.

Tra i primi ad avvicinarsi all’entrata dello stabilimento, per il suo turno di lavoro, proprio un operaio di una delle ditte esterne che opera in acciaieria.

In giornata ancora erano previste perizie tecnico legali con il blocco del reparto, ma come ha ricordato il Corriere, ci sono le richieste avanzate da Tenaris per avere con urgenza il dissequestro dell’impianto centrale, evidentemente in qualche modo erano andate a buon fine.

Nemmeno un quarto d’ora dopo, mesto mesto, l’operaio se ne esce dalla fabbrica e con un po di fatica per la lingua spiega che il capo si era dimenticato di mandare il messaggio di stare a casa.

I sopralluoghi quindi stanno continuando, ma questo episodio è la spia della condizione degli operai delle ditte esterne, una fabbrica dentro la fabbrica, ma che via via diventa sempre più il modello ‘flessibile’ a cui conformare gli stessi operai Tenaris che anche in questo caso, vengono informati giorno per giorno via whatsapp ‘anche domani l’acciaieria resta chiusa’ facendoli pagare di tasca propria con le ferie il blocco degli impianti per le indagini della magistratura.  Che i più ipotizzano andranno avanti almeno fino a lunedì. Per altro, dalle ultime ristrutturazioni alla contrattazione aziendale, anche la programmazione degli orari, dei turni, fino alle mansioni degli operai Tenaris, in tal senso già ha fatto un grande balzo indietro.

Questo che facciamo è un lavoro importante, sicuramente con i tempi tirati che hanno i lavoratori all’entrata e all’uscita dallo stabilimento un lavoro limitato, una parte del lavoro necessario ma che non per questo, perde d’interesse.

Anche tra gli operai di questa portineria viene espresso un modo di vedere che assume la divisione dei lavoratori dentro la fabbrica, attraverso una delle sue forme, quella degli appalti, voluta dai padroni, che si regge su norme via via sempre meno vincolanti, consolidata nella contrattazione sindacale.

'Ci dispiace per quello che è successo al nostro collega, speriamo tantissimo che possa rimettersi, ma sono quelli delle ditte...' 'Noi facciamo i corsi, ci controllano, ci tengono alla sicurezza… per le ditte non si sa come lavorano'. Non c’è nulla da fare, ‘sono decisioni che non prendiamo noi dice un gruppetto’, quando si parte male persino l’ovvietà della grande fabbrica siderurgica, un ambiente di lavoro severo, con grandi impianti che fondono e laminato tonnellate di metallo e che non ammettono errori, finisce ai margini, finisce sottovalutata.

Solo poche settimane fa si è sviluppato un grande incendio sulle linee di produzione del

martedì 16 giugno 2026

17 giugno - da tarantocontro; Tavolo romano sull'ex Ilva Taranto - Info - 17 giugno ore 6 alla port. A il commento e la proposta dello Slai Cobas

 Ex Ilva, risorse economiche sino all’autunno

Da Corriere di Taranto - Gianmario Leone

Com’era logico aspettarsi, non è giunta nessuna sostanziale novità dal Mimit dove si è svolto il tavolo sull’ex Ilva di Taranto, convocato dal ministro Adolfo Urso su richiesta dei sindacati territoriali.
Anzi. A dirla tutta, sono arrivate solo conferme su aspetti già ampiamente noti e profondamente preoccupanti.

Il primo, sicuramente il più critico per i sindacati dei metalmeccanici e gli stessi lavoratori, è che il governo difficilmente stanzierà altre risorse economiche per sostenere l’attività produttiva del siderurgico. Con l’ultimo provvedimento che ha ottenuto il via libera della Commissione Europea, è stato autorizzato un prestito di 349 milioni di euro, di cui 250 sono già stati spesi: utilizzata la restante parte pari a poco meno di 100 milioni, non ci sarà nessuna possibilità di aumentare quel prestito.
Ciò significa che in autunno, se non prima, Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria rischierà di trovarsi senza più risorse economiche, qualora la procedura di vendita internazionale (sulla quale ad oggi non si hanno ancora notizie concrete se non, come confermato ancora una volta dal ministro Urso, dei due gruppi che hanno presentato una manifestazione d’interesse) dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Le organizzazioni sindacali hanno anche evidenziato durante l’incontro al Mimit, la crisi che attanaglia ogni mese di più le aziende dell’indotto. Dove da inizio anno i posti di lavoro persi hanno toccato quota 600. Senza considerare l’aumento continuo dell’utilizzo della cassa integrazione e l’atavica questione legata alle manutenzioni ordinarie e straordinarie degli impianti. Senza dimenticare che il piano di marcia messo in piedi dai commissari straordinari non ha mai sortito gli effetti sperati.

Per tutte queste criticità i sindacati hanno chiesto al ministro Urso che Palazzo Chigi convochi un nuovo incontro, visto che l’ultimo è datato 5 marzo. Aspetto sul quale il ministro si è impegnato.

“Quella dell’ex Ilva è una sfida difficile, su cui serve un’azione sinergica e la massima responsabilità da parte di tutti gli attori, nel rispetto degli sforzi fatti in questi anni proprio dai lavoratori dell’Ilva. Noi siamo impegnati con voi a garantire la continuità produttiva, nella prospettiva della piena decarbonizzazione, anche e soprattutto a Taranto” avrebbe affermato Urso, durante l’incontro a Palazzo Piacentini con le organizzazioni sindacali territoriali di Taranto. “Se ci siamo riusciti a Terni, con un ambizioso programma di rilancio, e se ci siamo riusciti a Piombino, che tornerà a produrre acciaio dopo oltre 15 anni, dobbiamo fare ogni sforzo perché accada anche negli stabilimenti dell’ex Ilva. Il Governo è impegnato a tenere aperta una prospettiva industriale per Taranto, ma nessuna soluzione strutturale può essere costruita senza il concorso di tutti”, avrebbe sottolineato Urso...


INFORTUNIO TENARIS NOCIVO ASASASSINO E' IL CAPITALE NON LA FABBRICA

 Il sistema dello sfruttamento in fabbrica ha colpito ancora, ha colpito un operaio VM di 55 anni, manutentore della ditta esterna Delfapi srl, è in coma farmacologico per la gravità delle lesioni subite mentre stava lavorando nel reparto acciaieria di Tenaris Dalmine, accanto all’altoforno.

L’area è stata sequestrata per gli accertamenti, il reparto è stato chiuso fino a lunedì, fermo poi prorogato alla giornata di martedì per lo svolgimento di perizie tecniche legali.

Nonostante i giorni trascorsi e l’esistenza di filmati registrati dalle telecamere che inquadrano il forno dove è avvenuto l’infortunio, le versioni riportate da stampa e nei diversi comunicati restano differenti e tra gli stessi operai non ci sono notizie certe.

Ma al centro invece troviamo sempre l’azienda di manutenzione, inevitabilmente perché di questa è dipendente l’operaio colpito e l’unico indagato fin’ora ne è il legale rappresentate.

Discorsi che finiscono per creare un capro espiatorio, tracciare una linea rossa da non superare, una distinzione con Tenaris, intesa come la fabbrica dove le condizioni di sicurezza vengono rispettate, i corsi vengono fatti, mentre si sa ‘come lavorano nelle ditte esterne, sempre di fretta, dodici tredici ore…’

Posizione sbagliata e pericolosa, che trova spazio anche tra gli operai alle portinerie, che porta ad oscurare

come l’intero sistema di produzione capitalista sia fondato sullo sfruttamento,

come l’organizzazione del lavoro stessa di Tenaris sia subordinata ad un controllo soffocante dei capi, ed a pesanti accordi per la produttività, più tubi, sempre più veloci, con meno operai e con i precari in aumento, al salto dei riposi...

come le stesse ditte esterne siano il risultato della politica aziendale di riduzione ad esempio della manutenzione interna, per frazionarla in tanti piccoli appalti che restano slegati dalla forza collettiva degli operai di fabbrica, peggiorandone le condizioni di lavoro.

Che a queste condizioni, che mettono a rischio tutti i giorni la nostra salute e la sicurezza non possiamo fare fronte senza la ribellione operaia.

SLAI COBAS per il sindacato di classe

 

16 giugno - Electrolux blocca i licenziamenti: “Ma la battaglia è ancora lunga”....ma è davvero così?

 

dopo l'incontro di ieri al MIMIT sorgono alcuni dubbi e domande: la prima è "tregua armata di 2 mesi" come ha dichiarato a Onda d'urto Andrea Torti della segreteria Fiom Milano 

Per noi è una tregua armata di due mesi”, ha dichiarato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Andrea Torti, della segreteria Fiom di Milano, particolarmente coinvolta per la vertenza avendo sul territorio lo stabilimento di Solaro. “La fiducia nei confronti dell’azienda è ai minimi termini, avendo annunciato chiusure e licenziamenti mentre in azienda si fanno straordinari e c’è personale assunto a termini: si tratta di un affronto nei confronti di una relazione sindacale corretta”.

Noi non smobilitiamo”, ha annunciato Torti, “e nei prossimi giorni andremo nelle fabbriche a raccogliere il mandato dei lavoratori e delle lavoratrici”

o è "un calendario condiviso di incontri per provare a trovare una soluzione" come detto nel comunicato congiunto di Fim-Fiom-Uilm che smentisce le notizie di stampa?

I sindacati dopo l’incontro al Mimit, tregua di 50 giorni. L’azienda aveva annunciato un piano di 1.719 tagli

Solaro (Monza e Brianza) – Una tregua di 50 giorni: nessuna lettera di licenziamento, nessuna chiusura di stabilimento, impegno a trattare alla ricerca di soluzioni alternative con la garanzia di sostegno economico da parte del governo e delle Regioni coinvolte. È il risultato dell’incontro di ieri al ministero delle Imprese e del Made in Italy per la vertenza Electrolux. La dirigenza del colosso svedese degli elettrodomestici, presente all’incontro con tutto il management dei 5 stabilimenti italiani, ha congelato per cinquanta giorni il piano presentato a inizio maggio che prevede 1.719 licenziamenti e che il 25 maggio scorso era stato definito dallo stesso ministro Adolfo Urso “irricevibile”.

la seconda questione è "siamo sicuri che Electrolux sia disponibile a ritirare il piano di chiusure e licenziamenti?"

"Ieri i rappresentanti del gruppo svedese degli elettrodomestici hanno manifestato la disponibilità a valutare percorsi alternativi e misure condivise con le organizzazioni dei lavoratori. All’incontro hanno preso parte i delegati dei sindacati di categoria e i vertici di Confindustria per esaminare i nodi legati alla contrazione dei volumi produttivi della multinazionale. La tregua di quasi due mesi servirà a strutturare un piano di salvaguardia per i livelli di occupazione."

dove nel linguaggio burocratico non traspare chiaramente questa rinuncia. Ma si può avere fiducia nel ministro Urso e il suo governo che come dichiarato ieri ha detto che metterà in campo tutte le forme di sostegno e ammortizzatori sociali? Dove stà la discontinuità col vecchio piano? Nessuna

"Il governo, tramite il ministro Urso, ha fatto sapere che è pronto ad attuare misure ordinarie e straordinarie a sostegno della vertenza, quindi tutte le forme di ammortizzatori sociali, mentre Regione Lombardia, rappresentata dall’assessore al Lavoro, Simona Tirone, ha manifestato disponibilità anche a investimenti sullo stabilimento di Solaro."

dalle prime dichiarazioni non solo i confederali ma anche USB "ripongono fiducia sul ruolo e intervento del governo

"Dal fronte sindacale, per Davide Sperti (Uilm) “è un primo passo importante, non è ancora la soluzione ma si è aperta una discussione”. “Li abbiamo fermati, abbiamo vinto, ma la battaglia non è finita”, aggiunge Michele De Palma (Fiom), che ha parlato di “tregua armata tra noi ed Electrolux. Avevamo chiesto il ritiro del piano e l’azienda ha accettato la proposta dei sindacati, del governo e delle istituzioni di mettere in discussione il piano e nel periodo di confronto non procederà unilateralmente”."

"Al tavolo, il Ministro ha risposto direttamente alle sollecitazioni poste, sostenendo che il Governo è pronto a intervenire anche con strumenti di carattere ordinario e straordinario. Con il Ministero si è inoltre concordato l’avvio di un percorso strutturato, fatto di tavoli tecnici e politici, da calendarizzare già a partire dalla prossima settimana. Per USB questa disponibilità deve ora tradursi in atti concreti, verificabili e vincolanti. I prossimi tavoli dovranno servire a costruire una reale alternativa al piano dell’azienda, non a gestire esuberi, chiusure o riduzioni del perimetro industriale."

Li abbiamo fermati, ma tra noi e l’azienda è una tregua armata“, ha rivendicato il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma, al termine dell’incontro con l’azienda e il governo. “Arrivavamo a questo tavolo con due elementi chiari: erano pronti ad aprire le procedure di mobilità e a pagare il prezzo erano i lavoratori di Cerreto d’Esi perchè su quello stabilimento ci avevano messo la croce sopra. Li abbiamo, li avete fermati, ma non siamo alla soluzione della vertenza, dobbiamo avere la piena consapevolezza che la battaglia non si è conclusa“, ha avvertito."

 "Il commento della Fiom-Cgil: "Primo risultato della mobilitazione"

La notizia è stata commentata positivamente, seppur con la dovuta cautela, da Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil e responsabile per il settore dell'elettrodomestico, che in una nota ha dichiarato: “La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori ha ottenuto un primo risultato. Dopo le assemblee negli stabilimenti, con il mandato dei lavoratori, inizieremo il confronto con l’azienda”."

ORA LA PAROLA DEVE PASSARE ALLE OPERAIE E OPERAI DI ELECTROLUX CHE DOVRANNO RIBADIRE NELLE ASSEMBLEE E NELLA LOTTA LE PAROLE D'ORDINE DI QUESTE SETTIMANE: "RITIRO COMPLETO DEL PIANO AZIENDALE" - "STABILIZZAZIONE DEI GIOVANI PRECARI" - "NESSUNA CHIUSURA" - "UNITA' DI TUTTI I SITI PRODUTTIVI" - "PIANO INDUSTRIALE DI RILANCIO DELLA PRODUZIONE". 



lunedì 15 giugno 2026

16 giugno - LAVORO: CRESCONO LE DIMISSIONI VOLONTARIE DELLE NEO MAMME. IL PESO DELLA “CHILD PENALTY” SU REDDITO, VITA E CARRIERA

 il rapporto di Save the children che mostra ancora una volta le politiche di attacco di questo governo fascista "che odia le donne" al diritto al lavoro e maternità

Le dimissioni volontarie delle donne e soggettività femminilizzate che scelgono di diventare madri è un fenomeno in costante crescita in Italia. Secondo gli ultimi dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, in Lombardia riguarda almeno 10.000 neo-mamme con figli minori di tre anni.

Tuttavia, che la maternità sia un passaggio complesso e cruciale nel percorso professionale di ogni donna e soggettività femminilizzata – in grado di concentrare e amplificare stereotipi e discriminazioni di genere ancora profondamente radicati nel nostro Paese – era emerso anche nell’11a edizione del rapporto di Save the Children, Le Equilibriste – La maternità in Italia”, pubblicato in occasione della Festa della mamma. Secondo quest’ultimo, il tasso di dimissioni delle donne con figli nella fascia 0-3 anni è nettamente aumentato nel periodo analizzato (tra il 2022 e il 2024), passando da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate.
in tutte le regioni italiane, nessuna esclusa.

Oggi più che mai – si legge nell’introduzione del rapporto – le equilibriste non sono solo le madri che cercano di conciliare tutto, ma anche le donne che devono valutare se diventarlo”. Il dossier, infatti, si concentra sul nodo centrale del rapporto tra maternità e lavoro, “dove la child penalty continua a pesare su occupazione, reddito e carriere, con forti disuguaglianze territoriali e generazionali”.

L’intervista ad Antonella Inverno, capo dipartimento Ricerca e Analisi di Save The Children Ascolta o scarica


15 giugno - info: L'intervento dell'avvocata Antonietta Ricci al processo Ilva a Potenza

 

Signor presidente, 
prendo la parola per contestare fermamente le affermazioni riferite nella scorsa udienza e ripetute in questa udienza. 
Dopo oltre 10 anni di processo, migliaia di udienze e aspettative di verità ai cittadini, lavoratori e alle famiglie di Taranto che per anni hanno atteso una risposta dalla giustizia resta la sensazione di un'enorme sproporzione tra la gravità della vicenda e l'esito finale. 
Pertanto, non possiamo consentire che la narrazione di quanto accaduto venga deformata. 
La sentenza della Corte di assise di appello non ha mai affermato che il collegio di Taranto non fosse il giudice naturale del processo, al contrario ha ritenuto il collegio legittimamente costituito in piena coerenza con i criteri di competenza per materia e territorio e con il principio del giudice precostituito per legge di cui all'articolo 25 della costituzione. I giudici di Taranto erano i giudici naturali e legittimamente competenti a celebrare il processo lo ha chiarito la stessa sentenza di appello che ha disposto il trasferimento affermando che “deve ritenersi infondata la tesi che vorrebbe individuare in ciascuno dei magistrati che abitano, o che sono proprietari di immobili nelle zone circostanti lo stabilimento Ilva, perciò solo, persone offese o danneggiate dai reati in materia di inquinamento ambientale”. 
La Corte ha infatti precisato che, nei reati che coinvolgono una pluralità indeterminata di persone, “l'impossibilità di identificare i potenziali danneggiati non permette di ritenere che per il solo fatto di risiedere nel territorio interessato dall'attività inquinante si possa essere individuati come danneggiati o persone offese”. Dunque non era l'intero collegio giudicante di Taranto ad essere incompatibile. Il trasferimento del processo è scaturito esclusivamente dalla posizione di un giudice onorario, un giudice di pace che, avendo inizialmente presentato costituzione di parte civile (poi ritirata) ha determinato l'applicazione dell'articolo 11 del codice di procedura penale. 
Il richiamo all'articolo 11 del codice di procedura penale non può essere utilizzato per trasformare una deroga eccezionale in una sorta di incompatibilità potenziale o astratta: quella norma disciplina in modo tassativo e tipizzato i procedimenti che riguardano magistrati, proprio per garantire terzietà e imparzialità senza violare il giudice naturale, e non consente estensioni analogiche oltre i casi espressamente previsti. 
Sappiamo bene che anche in presenza di fatti di enorme impatto collettivo e di forte emotività - basti pensare ai grandi processi per disastri ambientali che si sono svolti in Italia tipo quello di Seveso o quello Ethernit a Torino - il processo si è regolarmente celebrato presso il giudice del luogo dei fatti nel rispetto delle regole ordinarie di competenza, salvo specifiche e rigorose ipotesi di rimessione fondate su gravi situazioni locali concrete e attuali. 
In tema di diritti diffusi il collegio giudicante resta dunque quello del luogo in cui i fatti si sono verificati: pretendere che per poter giudicare con imparzialità il giudice debba essere “altrove” solo perché la vicenda ha toccato profondamente la comunità, significherebbe, paradossalmente, esigere un giudice che non viva nel contesto reale in cui il diritto viene violato, quasi un giudice di un'altro pianeta. 
Relativamente poi al citato atto di richiesta risarcimenti danni da parte del giudice Giacovelli, mi preme sottolineare che quello è un atto stragiudiziale che non ha avuto continuità a giuridica, che non è stato seguito da alcuna azione giudiziaria e nel diritto anche il non fare ha rilevanza giuridica, per cui il non aver dato conseguenza a una volontà espressa in modo stragiudiziale significa indirettamente rinunciare a quell’azione. 
Per queste ragioni chiedo che resti fermo quanto già accertato: il collegio di Taranto è il giudice naturale del processo, legittimamente investito e legittimamente costituito e non sussiste alcuna incompatibilità funzionale, né alcun presupposto per mettere in dubbio la sua terzietà e imparzialità.



15 giugno - Electrolux: oggi il vertice al Mimit, giovedì il corteo a Pordenone

 è auspicabile che la mobilitazione x giovedì si estenda in tutto il gruppo

Settimana cruciale per la vertenza Electrolux. Lunedì 15 giugno, alle 15, si svolgerà il secondo confronto al Mimit tra i vertici della multinazionale svedese, i sindacati e i rappresentanti delle istituzioni. Una giornata in cui saranno rese note le intenzioni dell’azienda, dopo la definizione di un piano di riduzione del personale che interesserà tutti gli stabilimenti italiani. 

La società ha previsto 1.719 esuberi: 1.900 se si tengono conto dei contratti a termine. Una soluzione che ha di fatto compattato tutte le forze coinvolte (sigle sindacali, comuni, associazioni), fino ad arrivare alla mozione comune approvata a livello regionale a Trieste. Tutti condividono la preoccupazione che questo programma possa portare a un graduale processo di dismissione degli stabilimenti italiani di Electrolux. A Porcia in ballo ci sono 262 posti di lavoro dopo la decisione di ridurre le linee di produzione delle lavatrici e di eliminare quella delle lavasciuga. Per non parlare dell'indotto e dell'impatto di queste scelte sulle aziende direttamente collegate a Electrolux. 

Per Confindustria Alto Adriatico occorre una difesa della competitività produttiva, del lavoro e della filiera dell'indotto con una risposta coordinata a livello nazionale che coinvolga anche i principali attori del continente in modo da contrastare la crisi del bianco in Europa.

domenica 14 giugno 2026

14 giugno - Processo "Ambiente svenduto" - Non gli basta il trasferimento, vogliono la cancellazione dell'intero processo - Non permettiamoglielo..

 ..UNA BATTAGLIA CHE CI RIGUARDA TUTTI, SOSTENERE E PARTECIPARE

Venerdì, 19 giugno, ci sarà un'udienza che potrebbe essere decisiva per il processo Ilva “Ambiente Svenduto” che da settembre si tiene a Potenza. Potrà essere un'udienza decisiva perché potrebbe nuovamente mettere in discussione addirittura l'intero processo.

Noi avevamo sempre detto dall'inizio, dal 2012, anno in cui è stato avviato questo processo che il processo Ilva in un certo senso rappresentava la “madre di tutti i processi” di questo tipo sulla sicurezza, sulla salute dei lavoratori e degli abitanti della città, dei quartieri inquinati. Perché, per la grande fabbrica che rappresenta l'insieme degli attacchi alla salute e alla sicurezza sia degli operai che degli abitanti dei quartieri, per la quantità e la varietà di soggetti imputati che erano in primis i padroni Riva ma poi tutto il contorno, i legami politici, istituzionali, addirittura la Chiesa, la Digos, eccetera, che avevano contribuito a questo sistema di attacco alla salute e alla sicurezza, questo processo rappresentava un pò un quadro, una visione concreta di che cosa è il sistema capitalista in cui tutti gli aspetti di questa società sono determinati e sono funzionali al capitale. Questo lo dicevamo, in un certo modo in senso positivo, perchè alla sbarra non c'erano solo delle persone ma c'era appunto un intero sistema che aveva fatto morti, malati e continuava a farli. Oggi invece lo dobbiamo dire in termini sicuramente negativi, Cioè il processo “Ambiente svenduto” da essere la “madre di tutti i processi di questo genere” sta diventando la “madre di tutte le ingiustizie di classe”.

14 giugno - Il dramma delle donne: "A 60 anni sognavo un futuro in pensione"......

 ....in vista dell'incontro di lunedì al MIMIT parlano le operaie di Electrolux Solaro

Molte hanno già passato una vita in fabbrica

Tra le prime a prendere la parola e a scaldare la platea con il suo intervento infervorato è stata Rosy Cuomo, 60 anni, 36 di lavoro alla Electrolux Solaro, Rsu Fiom, che ricorda come è stato presentato il piano dai vertici dell’azienda. "È stato un vero e proprio pugno nello stomaco, una presentazione indegna", racconta. "Io non sono un esubero, nessuno di noi è un esubero. Siamo persone che hanno dato vita e dignità a questo Paese con il lavoro che sta a fondamento della nostra Costituzione". Poi il pensiero rivolto ai lavoratori con contratto a termine: "Non sono neanche stati presi in considerazione, questo è profondamente ingiusto", dice prima di ricordare anche che all’incontro al ministero l’amministratore delegato avrebbe detto di fronte a questo piano che i lavoratori avrebbero dovuto ringraziare.

"Io sono una signora elegante, ma un bel vaffa ci stava proprio bene", ha rivendicato Rosy, scatenando l’applauso caloroso della platea, prima di aggiungere: "Noi non ci fermeremo, dureremo un minuto in più di Electrolux, non sanno di che pasta siamo fatti". Dopo di lei è intervenuta Angela Laprocina, altra figura storica dello stabilimento di Solaro, 60 anni di età, 38 di permanenza in fabbrica, delegata Rsu Fim-Cisl. "Avrei dovuto essere vicina alla pensione, ma continuano a spostare i termini e ancora adesso mi trovo qui per questa ennesima battaglia sindacale – lo sfogo –. Speravo di poter lasciare una fabbrica sana ai colleghi più giovani, ma temo che non sarà così. Il futuro è ancora un buco nero nonostante gli enormi sacrifici che abbiamo fatto in tutti questi anni per portare avanti il lavoro insieme a casa e famiglia: qui ci sono in maggioranza donne, con figli, con il mutuo, con la casa da seguire, non pensavamo di trovarci ancora in questa situazione piena di incognite".

Dopo di lei è intervenuta Rosanna Nappo (Uil), da 30 anni in azienda, che ha ribadito il valore del sacrificio di tutte le lavoratrici, che rischia di essere ora vanificato da queste decisioni aziendali che pesano come un macigno sui progetti di vita delle loro famiglie, alcune delle quali, tra l’altro, formate da entrambi lavoratori Electrolux, ad aggravare ulteriormente il quadro che rischia di impattare in maniera drammatica anche sul fronte sociale, come ricordato dai sindaci presenti all’incontro pubblico.

sabato 13 giugno 2026

13 giugno - PMC MELFI, SIAMO A OTTO MESI DI PRESIDIO

 l'unica prospettiva e la lotta unitaria contro Stellantis e il governo Meloni che lo sostiene

Comunicato stampa dei lavoratori Pmc Automotive di Melfi

Il presidio permanente alla Pmc Automotive ha raggiunto gli otto mesi. Ieri, 8 giugno, si è svolto a Roma l’ennesimo tavolo al Mimit con i sindacati, e il prossimo incontro è già fissato per il 21 luglio. L’evoluzione della vertenza ha visto diversi mutamenti. Inizialmente, è stato dichiarata la disponibilità ad assorbire l’intero personale (sia impiegati che operai), escludendo solo i lavoratori vicini alla pensione. Eventuali contenziosi individuali dei lavoratori contro PMC avrebbero dovuto essere risolti da quest’ultima, senza ricadere sulla nuova proprietà. Con il tempo, però, lo scenario è cambiato.
Il nodo impiegati: è venuto fuori di non voler riassorbire gli impiegati, richiedendo che il personale interno al perimetro fosse composto esclusivamente da operai. Di fronte a questo, gli impiegati si erano detti disponibili al demansionamento, purché venisse salvaguardata la retribuzione precedente. Successivamente, è emerso che avrebbero invece dovuto accettare livelli e stipendi inferiori, condizione che la maggioranza di loro sembra orientata ad accogliere.
L’incognita pensionandi: durante i giorni di presidio è emerso che probabilmente anche i lavoratori di 64 anni resteranno fuori dalla fabbrica, nonostante l’età pensionabile scatti a 67 anni per chi non ha i requisiti della pensione anticipata.
I tagli al personale: nell’ultimo periodo è stato comunicato che la platea complessiva dei lavoratori PMC dovrà essere ridotta, motivo per cui è stata avviata una procedura per le uscite volontarie incentivate.
Nonostante gli incontri al Mimit abbiano registrato varie dichiarazioni d’intento, ad oggi gli operai segnalano la totale assenza di verbali formali e firmati che vincolino le parti alle proprie responsabilità.
Il presidio è nato proprio per garantire tutele a tutti i lavoratori: finché le parole non si tradurranno in fatti concreti, l’assemblea permanente andrà avanti senza sosta. Siamo ad una fase delicata, dove ogni formalizzazione è vincolante per la successiva procedura, dove nulla deve trovare intoppi o rallentamenti, dove bisogna dar corpo a tutti i buoni propositi e le buone intenzioni esposte fino ad ora.
Quello che ancora non è ben chiarito è se, a prescindere dal numero dei lavoratori che aderiranno alle fuoriuscite incentivate volontarie, il passaggio degli operai alla C. Costruzioni avverrà in maniera diretta, conservando i diritti acquisiti e mantenendo i livelli, scatti anzianità e super minimi maturati.


13 giugno - LOTTA CONTRO IL CAPORALATO E IL RAZZISMO ASSASSINO: NUMERO DI ORE12

 


mercoledì 10 giugno 2026

10 giugno - da tarantocontro: Lo Slai Cobas per la piattaforma operaia e la mobilitazione autonoma di operai ex Ilva/appalto/cigs as

 


10 giugno - No alla militarizzazione di Palermo, contro la parata d’armi e della guerra imperialista del 10 giugno

 Comunicato stampa

Per ore nella mattina di lunedì 8 giugno i cieli di Palermo sono stati attraversati da caccia ed elicotteri militari, mentre la cittadinanza è stata scossa da boati e rombi continui. Diverse decine le segnalazioni di cittadini anche alla stampa che, vedendo il passaggio dei caccia anche a bassa quota, hanno manifestato timori, alla luce degli scenari di guerra che in questi mesi si sono estesi a livello internazionale.
Si è venuti a conoscenza che si trattava di "prove generali" e di esercitazioni presso il porto e il molo trapezoidale in vista della Festa della Marina Militare del prossimo 10 giugno, che quest'anno vedrà Palermo, il porto e il molo trasformati in una piazza d’armi, in una vetrina dei mercanti di morte e per la propaganda bellica e nazionalista.
Esprimiamo la nostra ferma denuncia contro la militarizzazione della città, dei luoghi e cieli trasformati in una fiera della guerra imperialista e dei suoi strumenti di morte, il cosiddetto "Villaggio Marina”.
I boati avvertiti oggi nei quartieri della città hanno generato allarme e preoccupazione ingiustificati tra i cittadini, lavoratori, studenti anche più piccoli, costretti a subire anche l'inquinamento acustico e ambientale di mezzi bellici.
La Sicilia non è una piattaforma di guerra: trasformare il porto di Palermo nel "Villaggio Marina" significa sottrarre spazi pubblici alla città per farne nuovi laboratori di propaganda bellica, tentando di normalizzare la cultura della guerra e arruolare in primis ideologicamente anche le scuole e i giovani a una cultura di morte, utile solo a raccogliere carne da cannone per i prossimi conflitti, con il pieno beneplacito del governo Meloni guerrafondaio, dei piani di riarmo e dell’economia di guerra, mentre nel mondo muoiono migliaia di bambini donne sotto le bombe, popoli subiscono genocidi come in Palestina, distruzioni, guerre devastanti per i profitti e interessi dell'imperialiasmo. Tanti saranno gli eventi da oggi al 10 giugno a cui sono invitati i giovani, gli studenti, i cittadini, previste visite di navi, di sommergibili, esercitazioni ecc., il tutto si inserisce in un processo incalzante di utilizzare la Sicilia come hub geopolitico e militare al centro del Mediterraneo.
E mentre si spendono milioni di euro di denaro pubblico per far sfrecciare caccia e finanziare parate militari, la sanità pubblica in Sicilia è al collasso, i salari sono tra i più bassi d'Europa, la sicurezza sui posti di lavoro è inesistente causando stragi di lavoratori, infrastrutture, scuole, strade cadono a pezzi, sempre più risorse pubbliche vengono tolte alle necessità sociali di lavoratori e proletari per essere destinati sempre di più anche alle fabbriche/padroni degli armamenti e della morte.
Come Slai Cobas sc invitiamo i lavoratori, gli studenti e i cittadini ad unirsi nella denuncia di quanto accaduto oggi a Palermo, a disertare le iniziative di propaganda bellica previste fino al 10 giugno e ad assumere la necessità dell'organizzazione nella lotta contro la guerra imperialista in ogni ambito.

Slai Cobas per il sc Palermo
cobas_slai_palermo@libero.it


10 giugno - Le testimonianze degli operai del cantiere del Consolato Usa: «Dodici ore di lavoro a 1,55 euro l'ora e minialloggi condivisi con affitto coatto. E se parliamo ci torturano»

 di Giovanni Cortesi

Nel cantiere da 200 milioni di dollari dell'ex Tiro a Segno, in piazzale Accursio, la Procura contesta il caporalato

«Ci hanno ordinato di non parlare con voi italiani. Chi lo fa, verrà torturato». Nascosto dietro a un telo, al riparo dagli sguardi dei suoi superiori, S. (iniziale usata per tutela) racconta con apprensione le condizioni di lavoro sul cantiere del futuro consolato statunitense in zona Cagnola, a nord-ovest di Milano.
Indiano — come la maggioranza degli operai impiegati dall’impresa edile americana Caddell Construction — S. è in compagnia di due colleghi: hanno appena staccato, attendono l’arrivo dell’autobus che li riporterà al Ripamonti Residence, un palazzone rosso e brutalista di Pieve Emanuele dove abita gran parte dei manovali. I lavori, nonostante l’inchiesta giudiziaria in corso e l’attenzione mediatica, sono proseguiti senza sosta: «Oggi eravamo circa 300 indiani, 30 kenioti e una ventina di turchi».

S. parla anche per gli altri due, che a differenza sua faticano a esprimersi in inglese. La sua testimonianza conferma quanto emerso negli ultimi giorni: «Dai circa 1400 euro mensili ne vengono detratti 510 per l’alloggio, 370 per il cibo. Alla fine ce ne restano 520, ma lavoriamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 ore, sei giorni su sette. Vale a dire 1,55 euro l’ora». A differenza della maggioranza di voci di denuncia recentemente raccolte — ossia quelle di ex-dipendenti ormai licenziati mesi fa — S. è ancora assunto: il suo racconto è uno squarcio nell’attuale situazione di caporalato che subiscono centinaia di operai. Quotidianamente.

Il tutto gestito dalla società Caddell, anche gli alloggi: in ciascun piccolo appartamento vivono tre operai, che pagano 510 euro a testa. «Uno dorme in cucina — aggiunge S. — e l’anno scorso ci hanno decurtato altri 150 euro ciascuno per la disinfestazione dagli insetti». E più passa il tempo, più le condizioni dell’affitto coatto peggiorano: «L’anno scorso ci sottraevano 467 euro ogni mese, ora 510».
Tanti manovali avevano già lavorato con Caddell, in precedenza: 
gli operai kenioti a una sede diplomatica statunitense nella capitale del loro Paese, Nairobi; S. e diversi connazionali indiani a un’ambasciata americana a Colombo, Sri Lanka. «La paga era quasi la stessa: 1,50 dollari l’ora. La differenza è che qui il costo della vita, in proporzione, è di molto maggiore. Con queste paghe non possiamo fare nulla».

Si è fatto tardi, sta per passare l’autobus che li riporta a «casa»: S. e gli altri due si congedano, con la supplica di non fare i loro nomi. Dal cantiere esce un americano: «I don’t work here», non lavoro qui, e se ne va. Poco più in là, un ragazzo bengalese, autista di uno di quei pullman. Parla italiano, e racconta di ciò che sente tutte le mattine, quando alle 5 passa a prendere gli operai. È del Bangladesh, ma capisce la loro lingua: «Uno, poco prima di arrivare al lavoro, ha detto: “Entrare qui è come un suicidio. Ma non c’è alternativa, devo sopportarlo per mandare soldi alla mia famiglia”».
Un cantiere da 200 milioni di dollari di fronte al quale ieri mattina si è tenuto un presidio sindacale in solidarietà ai lavoratori: 
«Questa è solo la punta dell’iceberg», ha detto Riccardo Piacentini, segretario generale di Fillea Cgil Milano. Anche Assimpredil condanna «il caso estremamente grave di caporalato e sfruttamento». Sul sito di Caddell, invece, si trovano le dimensioni del colosso americano: «Progetti completati per un valore complessivo superiore ai 24 miliardi di dollari negli Stati Uniti e in 38 Paesi».