Torniamo
sui lavoratori uccisi nei posti di lavoro, nella guerra di classe a
senso unico che i padroni a difesa ed incremento del loro profitto,
giorno per giorno portano avanti, posto posto.
Cinque
lavoratori sono morti uccisi dal profitto nelle ultime 24 ore in
altrettanti posti di lavoro, diversi tra loro, lontani tra loro,
lavoratori con esperienza ed età differenti.
Ed
a questa criminale lista dobbiamo aggiungere 5 operai travolti in
Alto Adige dalla caduta di un solaio da 10 metri che stavano
preparando per colare, due sono in condizioni gravi.
Questo
per dire che il modo di produzione capitalista colpisce ovunque con
la stessa logica. Contro questo dobbiamo attrezzarci, come classe
operaia, come l’insieme dei lavoratori. Attrezzarci e organizzarci.
A
questo serve la Formazione Marxista che riprende proprio in questi
giorni di ottobre e di cui parliamo negli altri post del blog, perché
armare le menti e le mani degli operai, dei proletari, con la teoria
vuol dire trasformarli in forza pratica rivoluzionaria.
Ce
lo spiega scientificamente Marx, nel primo libro del Capitale dove
riporta che le morti sul lavoro e l’usura fisica degli operai non
sono incidenti casuali, ma una conseguenza strutturale e necessaria
del sistema capitalista.
Analizzando
a fondo questo fenomeno Marx, che aveva utilizzato i rapporti dei
medici, ispettori di fabbrica dell’epoca, documentando turni
massacranti di trenta ore consecutive, ritmi innaturali e condizioni
igienico- sanitarie pessime che portano all’invecchiamento precoce
ed alla morte prematura della classe operaia.
E
questo diceva per una ragione specifica, ben precisa, per il
capitalista - il capitalista tanto quello del 19° secolo tanto
quello di oggi nelle attuali condizioni - la forza lavoro degli
operai è una merce da sfruttare al massimo nel minor tempo possibile
e in tutte le condizioni, comprese quelle mortali.
Prolungare
la giornata lavorativa oltre il limite del recupero delle energie,
vuol dire di fatto consumare e distruggere la vita dell’operaio e
provocare condizioni peggiori di lavoro immediate.
E
l’estrazione del plusvalore, la parte di tempo non pagato che
genera il profitto per il capitalista, è proprio fondata sul consumo
intensivo del ‘lavoro vivente’, dove salute e la vita stessa del
lavoratore ne vengono sacrificate.
Anche
la cronaca ci fornisce tutti i giorni elementi per una comprensione
di questo fenomeno.
Da
un lato ci conferma come questo attacco colpisca a 360° i
lavoratori, dall’altro, leggendo tra le righe, dietro i fatti
riportati con fatalismo complice, tende a nascondere la verità
scientifica, di classe, dello sfruttamento, e così il caso, le
macchine, le travi, i ponteggi vengono fatti diventare il centro
delle cause che travolgono improvvisamente, inspiegabilmente, o che
colpiscono mortalmente il malcapitato di turno,
Un
titolo a grandi caratteri di un quotidiano pareva proprio raccogliere
impotente questa angoscia ‘Rocco morto a 50 anni. Basta’.
In
generale questa stampa sta nel campo opposto, ma questa cronaca qui
la vogliamo usare, anche se è di parte, se non esaustiva, dove
spesso l’identità dei lavoratori colpiti viene negata, se ne parla
come numeri di un inevitabile elenco in continuo aggiornamento. La
vogliamo usare e la dobbiamo contrastare.
Altre
volte i nomi non sono immediatamente disponibili, per il sistema
degli appalti e subappalti modello Calderone/Salvini che li hanno
fortemente sostenuti, estesi dal governo Meloni, come un caporalato
di sistema che rende difficile avere in tempo reale pure l’identità
dei lavoratori in produzione, anche per dare tempo a banditeschi
tentativi di retrodatare le assunzioni.
Tutto
ciò contribuisce a darne una visione fatale, dentro l’inevitabile
modo di produzione capitalista da accettare, un resoconto che ci
restituisce come nessun settore non sia a rischio sotto il Capitale.
Proprio
per quanto appena detto qui è doveroso ricordare l’attiva e
aggiornatissima fonte dell’ Osservatorio indipendente di Bologna
sui morti sul lavoro, di Carlo Soricelli e il suo continuo impegno di
denuncia
Con
gli ultimi infortuni mortali è stata superata la quota di 1.120
lavoratori morti complessivi dall’inizio dell’anno (compresi i
morti in itinere). I soli deceduti direttamente sui luoghi di lavoro
sono già 907.
Solo
negli ultimi giorni abbiamo
•
Flavio
Bertacchini 52 anni– Precipitato da un ponteggio nel Bresciano.
L’ennesima caduta dall’alto, tra le cause più frequenti e
drammatiche nei cantieri.
•
Rocco
De Carlo – Operaio della Lucania Resine di Potenza, schiacciato da
un pesante macchinario che stava movimentando con altri colleghi.
•
A
Firenze nel cantiere dell’alta velocità Abourabil Ayoub 31 anni,
gruista, operaio specializzato colpito a morte da un pilone sganciato
mentre veniva trasferito da un camion a un altro
•
Nel
porto industriale di Cagliari l’autotrasportatore Carlo Spiga, di
61 anni è morto schiacciato da un carico di grandi tubi che stava
scaricando in solitaria dal suo camion, a causa del cedimento delle
cinghie, è stato trovato alle 6 di mattina da un passante che
transitava sulla banchina. Condizioni di lavoro bestiali.
•
Un
autotrasportatore romeno di 52 anni è di cui ancora non si
conosce il nome, è morto invece in galleria dell’autostrada nei
pressi di Bologna per ribaltamento del suo tir
•
Cataldo
Modugno un operaio di 54 anni, è morto dopo 48 ore di agonia, dopo
essere stato ferito gravemente ferito alla testa lo scorso 26 agosto
nello stabilimento dei Molini Casillo a Corato (Bari), dove lavorava
da quasi 40 anni,
•
E
pesante è il bilancio dei morti in itinere, sulle strade di Padova
Iliena Callegaro è stata uccisa mentre andava al lavoro.
•
I
cantieri dell’Alto Adige allungano la lista: 5 operai sono rimasti
feriti dal crollo di un solaio e 2 sono feriti gravemente
•
Sabatino
Biondi, operaio di 57 anni, è morto precipitando in un lucernario
mentre lavorava sul tetto di un capannone a Roma.
•
In
una cantina sociale è morto a 23 anni anche Andrea di Risio, operaio
stagionale, che ci rappresenta un’altra condizione dello
sfruttamento: studente universitario chiamato a svolgere mansioni che
richiedevano personale formato e qualificato, caduto dentro un
macchinario che stava pulendo.
Ma
questo è uno di quei giovani nella scuola caserma di Valditara che
ha dato il suo contributo a contro-riformare l’insegnamento per
renderlo sempre più funzionale ai bisogni del Capitale nella sua
fase acuta imperialista.
Libro
e moschetto, nozioni essenziali e asservimento all’azienda.
Un
programma formativo per un modo di sfruttamento contro cui gli
studenti nelle piazze rivendicano, dalla Francia, al Belgio, un
esempio contagioso che in questi giorni sta coinvolgendo tante scuole
anche in Italia, un’altra formazione.
Come
ai tempi della riforma Gentile del 1923, la più fascista delle
riforme come la definì Mussolini, Valditara si muove sempre in
questo contesto, una riforma gerarchica e funzionale allo
sfruttamento, il riordino degli ordini scolastici su base di classe,
indirizzando i figli dei proletari sempre in termini relativi
rispetto alla scolarizzazione del tempo, negli istituti tecnici ed i
borghesi nei licei, secondo le necessità che lo sviluppo dei mezzi
di produzione poneva ai padroni nel ‘900.
Non
ci si scappa, sotto il potere della borghesia e del suo Stato, anche
la pedagogia è piegata agli interessi di classe ed ai proletari
viene riservata, alle condizioni specifiche di ogni epoca, quanto
serve per essere forza lavoro adatto alla produzione delle merci.
Come
fin dagli agli albori nell’Inghilterra della rivoluzione
industriale, quando agli operai, strappati dai campi e dalle botteghe
artigiane, veniva chiesto di saper far di conto e un’alfabetizzazione
di base, contare i pezzi, distinguere i diversi materiali, per tenere
il passo con la produzione che si modernizzava e via via cresceva in
volume ed in intensità, una infarinatura elementare che usava come
abecedari testi religiosi in classi da campo improvvisate e gestite
dai religiosi, l’istruzione era finalizzata alla produzione e allo
sfruttamento del capitalismo allora nascente.
In
questi ultimi anni ci sono stati incidenti che hanno profondamente
colpito l’opinione pubblica, dal rogo della Tyssen Krupp in cui
morirono 7 operai perché gli estintori - ed in generale la
manutenzione - non rientravano più nelle spese di una fabbrica
destinata alla chiusura, ma ancora attiva e produttiva, fino a Luana
ammazzata dentro un telaio per guadagnare una manciata di secondi
perché il padrone aveva disattivato le protezioni di sicurezza.
Questi
hanno provocato una profonda ondata di risentimento ed anche di
mobilitazione, ed in maniera differente hanno contribuito ad alzare
la coscienza e la denuncia contro il Capitale e l’impunità dei
padroni.
Nel
caso della Tyssen ci fu una vasta mobilitazione nazionale, una forte
indignazione di massa, con l’attività della Rete sicurezza sul
lavoro, di cui siamo stati parte promotrice ed attiva, nelle città e
davanti ai tribunali che aveva portato in piazza a Torino e a Taranto
migliaia di lavoratori, associazioni, organizzazioni sindacali e
politiche, studenti che ha fatto sì che per la prima volta il capo
di imputazione per i padroni assassini si è configurato come
omicidio volontario plurimo.
È
su questa strada bisogna continuare oggi per rendere permanente,
organizzata questa mobilitazione e parte della lotta contro questo
sistema di produzione capitalista.
Per
il Capitale la sicurezza è un costo, i padroni vogliono avere mano
libera su protezioni, cinture di sicurezza, manutenzione,
attrezzature adeguate, sostituzioni di quelle usurate,
formazione/precarietà, ritmi e condizioni di lavoro
I
padroni hanno un forte aiuto dal governo Meloni che si è insediato
con un ‘lasciamo lavorare liberamente i padroni’ e in questi
quattro anni ha agito di conseguenza anche a livello normativo per
rendere meno efficaci le norme a tutela dei lavoratori.
Un
altro aspetto rilevante con cui gli operai devono fare i conti, sono
gli accordi sindacali per la produttività, che sono un autoincentivo
a correre e a rinunciare alla sicurezza, che per i sindacati
collaborativi, venduti, burocratizzati di Cgil/Cisl/Uil sono
diventati strutturali, provocando una variazione della composizione
del salario e portandoli a rinunciare alla insostituibile battaglia
generale per aumentarlo.
Quindi
la lotta, la denuncia, il coinvolgimento anche dolorosa dei parenti,
fanno avanzare la comprensione.
Citiamo
un ultimo esempio, Avvenire, il quotidiano d ispirazione cattolica ha
riportato una intensa lettera della sorella di Daniel giovane operaio
colpito da un pezzo sparato da una macchina operatrice senza
protezioni in una fabbrica dove già erano avvenuti infortuni simili,
per cui si è aperto il processo. Riportiamo un passo di questa
lettera:
‘Daniel
era andato a lavorare, era uscito da casa per fare il suo dovere, per
costruirsi il suo futuro e in un secondo qualunque un macchinario
esplode ed una scheggia lo trafigge. Un attimo. È bastata una
frazione di secondo per spezzare una vita intera. Pochissimi secondi
che la fabbrica ha voluto risparmiare eliminando le protezioni e la
sicurezza sui macchinari per non rallentare la produzione. Pochi
secondi sui macchinari guadagnati sul ritmo dei pezzi da sfornare,
barattati spietatamente con il suo futuro, con la sua stessa vita’.
Ma
questa coscienza, non può restate un fatto isolato, estemporaneo, lo
dobbiamo raccogliere, ci vuole la ribellione operaia, una lotta
autonoma da padroni governo e sindacali confederali, per dare base e
forma ad una lotta continuata nei posti di lavoro contro le morti al
lavoro, per la salute e la sicurezza, che per noi è una Rete
nazionale che dentro e fuori i posti di lavoro, nei territori,
raccolga e organizzi su questo terreno le necessarie battaglie di
operaie e delegati, delle loro organizzazioni sindacali realmente
attive su questo terreno, di associazioni, tecnici e medici, giovani,
che si possono coinvolgere, che la lotta organizzata può attrarre
attorno a se.
Perché
contro abbiamo il Capitale che è nocivo, non la fabbrica. Ce lo
ricordano gli operai dell’Ilva in questi giorni impegnati in una
durissima battaglia per la difesa dei posti di lavoro. Un Capitale da
cui difenderci sicuramente, ma dentro una lotta irrinunciabile per il
suo rovesciamento perché il profitto non è riformabile.
Vogliamo
chiudere ancora con Marx. Abbiamo imparato che il capitalismo è un
modo di produzione storicamente determinato, non eterno come dicono i
borghesi e chi li serve, non è eterno e immodificabile e,
all’interno del suo sviluppo, ha le condizioni e le contraddizioni
che ne provocano le crisi e aprono alla sua fine, dentro un processo
rivoluzionario con la classe operaia in prima fila organizzata con il
suo partito.