lunedì 5 ottobre 2026

5 ottobre - L'inferno del lavoro. A Caivano operaio 61enne muore lavorando in nero. “Abbandonato come un cane in fin di vita"

 

Salvatore Calignano stava lavorando in nero, caduto dall'alto e invece di chiamare subito i soccorsi l'hanno spostato fuori dal cantiere. Aveva 61 anni ed era costretto a lavorare in nero per mantenere la famiglia, è morto all'ospedale dopo un giorno. La moglie disperata si chiede perché non l'hanno soccorso. La dinamica dell'incidente e i momenti successivi evidenziano una spietata catena di omissioni:​La caduta e l'omissione di soccorso: Salvatore è precipitato da un'altezza considerevole durante le fasi di lavoro. Anziché allertare immediatamente il 118 per garantire un intervento medico tempestivo, i responsabili del cantiere e i colleghi lo hanno spostato all'esterno della struttura, lasciandolo sul marciapiede/strada per simulare un malore o un incidente avvenuto fuori dal luogo di lavoro.​Il motivo dell'abbandono: L'uomo lavorava in nero, privo di regolare contratto di assunzione e delle adeguate tutele di sicurezza. Lo spostamento del corpo è stato un tentativo spietato di occultare l'irregolarità del cantiere ed evitare ripercussioni penali e sanzioni amministrative.​Il decesso: I soccorsi, chiamati con un ritardo fatale, hanno trasportato Calignano in condizioni disperate all'ospedale, dove l'uomo è deceduto dopo un giorno di agonia.​Il dolore della famiglia: La moglie e i familiari, distrutti dal dolore, hanno espresso tutta la loro disperazione chiedendosi perché non gli siano stati prestati subito i soccorsi che avrebbero potuto salvargli la vita. Salvatore, a 61 anni, si vedeva costretto ad accettare mansioni gravose e non regolarizzate pur di portare un sostentamento economico a casa.​Il quadro generale: l'Osservatorio di Bologna e i dati sulla sicurezza​Il caso è stato documentato e denunciato da Carlo Soricelli, curatore dell'Osservatorio Indipendente Morti sul Lavoro di Bologna, realtà nata nel 2008 per monitorare quotidianamente i decessi nei luoghi di lavoro in Italia.​"Quando un lavoratore in nero si infortuna gravemente, la prima preoccupazione di certi datori di lavoro non è salvargli la vita, ma nascondere le prove del reato." — Carlo Soricelli​Dal lavoro di monitoraggio dell'Osservatorio emergono dinamiche ricorrenti su tutto il territorio nazionale:​La piaga della caduta dall'alto: Le cadute da ponteggi, tetti e impalcature rappresentano oltre il 30% dei decessi totali nel comparto dell'edilizia.​Il ricatto del lavoro nero: I lavoratori anziani o in stato di necessità economica accettano condizioni prive di protezioni (imbracature, parapetti, linee vita) pur di lavorare.​Mancanza di controlli preventivi: La carenza di ispettori del lavoro sul territorio favorisce la proliferazione di cantieri irregolari.

Carlo Soricelli  


domenica 4 ottobre 2026

4 ottobre - DA ORE12 CONTROINFORMAZIONE

 

Dall'appalto ex Ilva di Taranto alle fabbriche delle morti sul lavoro, dalle grandi fabbriche a tutti i proletari: lotta operaia autorganizzata e prolungata, sciopero generale contro padroni e governo!

All'appalto Ilva c’è stata una giornata di lotta guidata dallo Slai Cobas che ha portato a risultati concreti e ha incoraggiato i lavoratori dell'appalto in questa azienda a continuare questa lotta su tutte le questioni, a garanzia del lavoro, del salario, contro licenziamenti, le mandate a casa, sfruttamento, precarietà, utilizzando anche le contraddizioni in seno ai lavoratori e al collaborazionismo sindacale.

Alla Castiglia, una delle aziende dell'appalto operanti al porto, l'azienda ha comunicato tramite Whatsapp che i lavoratori, il giorno dopo, non avrebbero dovuto presentarsi al lavoro come previsto, ma restare a casa in ferie forzate dal 1 al 31 ottobre.

In questa azienda c’è lo Slai Cobas da tempo, e contro di esso è stata scatenata una pesante campagna per espellerlo, ricattando i lavoratori, dicendo che non avrebbe più incontrato lo Slai Cobas e ponendo tramite i responsabili aziendali e i loro galoppini sindacali un ricatto: o vi cancellate dallo Slai Cobas oppure l'azienda vi terrà nel mirino sia sulle questioni piccole che in occasione dei processi di licenziamento e cassa integrazione; un ricatto che inizialmente aveva pagato e portato la rappresentanza dello Slai Cobas ai minimi termini.

Ma lo Slai Cobas ha tenuto duro, il suo rappresentante ha continuato a sostenere l'importanza dell'autorganizzazione e di non accodarsi all'azienda e ai sindacati collaborazionisti, tra cui vi è anche l'USB.

Subito dopo la decisione dell'azienda di porre in ferie forzate i lavoratori per tutto il mese di ottobre, lo Slai Cobas ha dichiarato la sua assoluta contrarietà e la richiesta immediata di revoca di questo provvedimento e di incontro per trovare soluzioni che garantissero il reddito e il lavoro. Dopo questa dichiarazione, il rappresentante Slai cobas ha comunicato che la massa dei lavoratori di questa azienda, pur iscritta agli altri sindacati, voleva un immediato incontro con lo Slai Cobas.

L'incontro si è realizzato nello stesso pomeriggio con una partecipazione massiccia alla sede del sindacato, dove i lavoratori hanno espresso tutta la loro convinzione che lo Slai Cobas in questo momento era l'unico sindacato che si opponeva alla dichiarazione aziendale e che era coerente con la battaglia che aveva fatto sin da quando è presente in essa, che ci "metteva la faccia".

Nello stesso tempo i lavoratori in assemblea hanno ribadito che non intendevano accettare la soluzione aziendale di scarico sui lavoratori della crisi gravissima che attraversa l'Acciaieria e il suo appalto a rischio chiusura, e nello stesso tempo la necessità di passare subito alla lotta.

Il 2 ottobre lavoratori e lo Slai Cobas si sono presentati in massa alla sede della direzione aziendale, pretendendo di essere immediatamente ricevuti per incontrare l'amministratore delegato e gli uomini dell'azienda, allo scopo di revocare questa decisione.

Mentre si attendeva, di fronte all'azienda che ha fatto trovare i cancelli chiusi, i lavoratori passavano intanto in massa allo Slai Cobas in larga parte. Finalmente, dopo circa un'ora di pressione l'azienda ha aperto il cancello e ha incontrato nel piazzale della direzione tutti i lavoratori e lo Slai Cobas.

Lo Slai Cobas ha ribadito che la richiesta era il ritiro della decisione di messa in ferie forzate e la collocazione dei lavoratori comunque in altre attività possibili, e in ogni caso pagare le giornate di mancato lavoro, perché non c'era nessuna possibilità che i lavoratori accettassero l'uso delle ferie per un mese, che sicuramente già non avevano, ma che comunque non potevano essere consumate in questa maniera, perchè le ferie sono un diritto dei lavoratori.

L'azienda ha ribadito che la mandata a casa in massa era dipesa da un diktat di Acciaierie che aveva imposto all'azienda di sospendere il lavoro nel quadro di una analoga decisione che Acciaierie sta prendendo verso tante altre ditte, in attesa della sentenza della Cassazione  e della pre-sentenza di questi giorni della Corte di appello di Milano, in merito al blocco dell'area caldo che comporterebbe la caduta di attività della maggior parte delle ditte dell'appalto.

Ma i lavoratori hanno ribadito con forza la rivendicazione della loro assoluta decisione di difendere il lavoro e il reddito.

Dopo un'ora di contrasti, che in certi momenti ha visto anche la possibilità di uno scontro fisico, l'azienda ha annunciato che i primi giorni di questa "mandata a casa" li pagherà comunque senza utilizzo delle ferie e che nei prossimi giorni incontrerà lo Slai Cobas e gli altri sindacati tuttora presenti per trovare una soluzione per l'intero mese.

In questa assemblea sono emerse tutte le questioni relative alla crisi che attraversa l'Ilva e alla effettiva minaccia di massicci licenziamenti nelle ditte dell'appalto di oltre 4 mila lavoratori e, nello stesso tempo, della messa in cassa integrazione della quasi totalità degli operai diretti delle Acciaierie.

Torneremo chiaramente nei prossimi giorni su tutta la vicenda a Ilva. Quello che è certo però è che è stato dimostrato che la lotta auto organizzata, possibile solo in questa grande concentrazione industriale con lo Slai Cobas, è in grado di fermare i piani aziendali, di ottenere risultati concreti e di far tornare i lavoratori, con la loro lotta, protagonisti della battaglia generale che si muove intorno alla Piattaforma Operaia presentata dallo Slai Cobas che per l'Appalto prevede il blocco dei licenziamenti, la tutela rigida delle condizioni dei salari con il contratto unico metalmeccanico con clausola sociale che possa garantire a questi lavoratori parità di condizione, parità che va raggiunta anche in caso di cassa integrazione con la richiesta per tutti i lavoratori, sia diretti che dell'appalto, di integrazione della indennità di cassa integrazione per ridurre l'impatto sul salario di essa.

La lotta paga, ma non la lotta generica. Anche i sindacati confederali hanno promosso nei giorni scorsi uno sciopero generale che ha visto momenti di forte combattività dei lavoratori, dal blocco della strada intorno alla zona delle ditte dell'appalto e nei pressi della direzione, all'invasione della città col blocco del ponte che a Taranto è lo snodo stradale principale.
Come con quella giornata di lotta si sono fermati, assolutamente in forma temporanea, i licenziamenti di massa, ma è rimasta aperta la questione della soluzione che tuteli lavoro, reddito e condizioni di sicurezza, salute della fabbrica e del territorio; così la lotta promossa dallo Slai Cobas nelle ditte dell’appalto dimostra che con essa i lavoratori possono rovesciare i piani dei padroni, forti anche per il collaborazionismo sindacale, di scaricare sui lavoratori i costi della crisi dell'Acciaieria creando una gravissima crisi occupazionale che si aggiungerebbe alla crisi ambientale che tutti conosciamo, producendo un disastro sociale e politico ricadente sui lavoratori e le masse popolari.

Chiaramente l'Ilva è considerata la fabbrica dell'inquinamento e delle morti sul lavoro, a buona ragione - e di questo abbiamo parlato numerose volte - ma quella delle morti sul lavoro è ormai un'emergenza nazionale che tocca cantieri, fabbriche piccole come grandi realtà produttive e che ha visto proprio nei giorni scorsi nel cuore di uno dei complessi industriali più importanti, la Fincantieri, la morte di un operaio, il ferimento di altri e la vita a rischio per molti altri lavoratori.

Quest'ennesima morte sul lavoro, così come quella di un giovane lavoratore al Colosseo, che ha fatto molto scalpore, hanno riportato al centro dell'attenzione la gravità della condizione operaia e della strage sul lavoro e da lavoro e da inquinamento che tocca ormai l'intero mondo del lavoro con alcuni epicentri che conosciamo benissimo.

Ma qui, al momento in cui si reagisce con lo sciopero dei lavoratori, al momento in cui tutti, in maniera ipocrita, si schierano contro le morti sul lavoro, dobbiamo assistere alle prediche, alle litanie di Mattarella, all'ipocrisia del governo che invece in tutti questi mesi ha operato esattamente al contrario, con provvedimenti, sia generali che particolari in materia di sicurezza, che in nessuna maniera servono alla riduzione delle morti sul lavoro e alla condizione di insicurezza sui posti di lavoro legata alla precarietà, all'utilizzo dello schiavismo operaio, etc., bensì servono unicamente a cercare di ridurre il danno non per i lavoratori, ma per le aziende.

Anche su questo è necessario che i lavoratori abbiano coscienza che è solo la via dello scontro prolungato la nostra arma. Ripartiamo da una delle tante vicende che vedono operai morire barbaramente e in maniera spesso orribile sul posto di lavoro. In queste morti ci sono tanti giovani operai, tantissimi operai migranti, insieme a lavoratori anziani utilizzati ancora in lavori estremamente pericolosi. Sono morti che poi nei processi diventano una tragedia aggiuntiva per i processi lunghi e spesso inconcludenti che non rendono né giustizia né risarcimento né incidono per frenare la continuità della strage sul lavoro.

La strage sul lavoro dipende dal capitalismo, dalle sue leggi che nella crisi riduce ancora di più i costi per tutelare la vita dei lavoratori, perché tutto viene indirizzato al profitto, al massimo sfruttamento, in particolare nella giungla degli appalti e dei subappalti. 

Anche su questo la lotta è l'unica strada, ma non come viene fatta ora dai sindacati confederali, ma una lotta prolungata che tocchi per diversi giorni tutto il territorio nazionale e che assuma il carattere di un braccio di ferro tra la classe operaia, le masse lavoratrici, e padroni e governo, fino a risultati concreti; con manifestazioni che siano veramente grandi e coinvolgenti, che facciano sì che quando si dice “mai più”, questa frase abbia un minimo di credibilità, sia pure in un sistema capitalistico che solo il suo rovesciamento può garantire, può porre le condizioni per quel “mai più”.

Le morti sul lavoro avvengono in un quadro di crisi industriali pesantissime che riguardano i grandi gruppi industriali, dalla grande questione Ilva a tutto ciò che sta avvenendo nel gruppo Stellantis, a quello che avviene all'Electrolux e in tante altre fabbriche che giorno dopo giorno annunciano licenziamenti, chiusure, con tutti gli annessi e connessi. Fabbriche che rispondono, alcune, certo con la lotta, ma dentro canali già stabiliti che le trasformano in vertenze al MIMIT che spesso si prolungano negli anni, mentre i lavoratori restano con la prospettiva del licenziamento e con forme di cassa integrazione permanente che riducono al minimo il salario dei lavoratori già attaccato dal carovita.

Sulle lotte vere si fonda buona parte delle speranze di una controffensiva degli operai e dei lavoratori nei confronti dei padroni e del governo, e non solo sul terreno delle condizioni di vita e di lavoro, ma su tutto sull'insieme della situazione che vive questo paese e in generale tanti altri paesi: i piani di guerra, il genocidio in Palestina, il riarmo, il razzismo, le leggi razziste e discriminatorie, le leggi repressive, sono parte di tutta questa politica dei governi dei padroni e, nel nostro caso, di un governo tendente al moderno fascismo. Una politica che richiede una risposta generale fondata innanzitutto sull’ampia mobilitazione degli operai e dei lavoratori, come base concreta per lo sviluppo di un movimento che esca dai confini sindacali attuali e vada in direzione di scioperi generali, che possano realmente non solo ottenere risultati concreti, ma contribuire al rovesciamento dei governi dei padroni.



sabato 3 ottobre 2026

3 ottobre - OMICIDI A CASCATA: L'ARCHITETTURA LEGALE E CRIMINALE CHE UCCIDE GLI OPERAI E GONFIA DI SOLDI I RICCHI E POTENTI CHE AI VERTICE DELLA "CASCATA" NON PAGANO MAI

(l)'ingiustizia di questo sistema su cui occorre una lotta prolungata per affermare la giustizia proletaria


NON PAGANO MAI. Quasi tutte le morti sul lavoro sono coinvolte.​Il subappalto a cascata si è consolidato come una vera e propria struttura di schermatura e deregolamentazione nel panorama del lavoro pubblico e privato. Un meccanismo in cui la catena contrattuale si allunga per spezzettare i costi e, insieme ad essi, la catena della responsabilità penale.​La piramide del profitto e della deregolamentazione​La logica del subappalto indefinito o non contingentato produce un'asimmetria strutturale:​Ai vertici: La grande azienda o il raggruppamento che vince l'appalto gestisce la parte finanziaria, trattiene il margine di profitto ed esternalizza il rischio operativo ad altre sigle societarie.​Alla base: L'ultima ditta esecutrice dell'anello si trova a lavorare con margini risicati, tempistiche stringenti e budget compressi. In questa strettoia economica, i primi capitoli di spesa a soffrire sono inevitabilmente la sicurezza, i dispositivi di protezione, la formazione e i ritmi di lavoro.​Lo "scudo burocratico" nelle aule di giustizia​La criticità più profonda emerge al momento dell'accertamento delle responsabilità in sede giudiziaria. Come evidenziato dalle recenti vicende processuali per gli infortuni mortali sul lavoro:​La conformità sulla carta: I vertici della filiera riescono quasi sempre a dimostrare l'adempimento meramente formale degli obblighi (redazione dei piani di sicurezza, verbali di idoneità, notifiche amministrative).​L'isolamento dell'errore esecutivo: Durante i dibattimenti, le difese delle grandi imprese tendono a circoscrivere la causa della tragedia all'ultima fase operativa, attribuendo la colpa a una svista, a un'imprudenza o alla mancata vigilanza dell'ultimo delegato alla sicurezza in cantiere.​L'impunità apicale: L'applicazione rigorosa del nesso di causa immediato porta spesso all'assoluzione dei committenti e degli appaltatori principali, lasciando le uniche condanne in capo a preposti, capicantiere o piccoli imprenditori privi di effettivo potere decisionale e finanziario.​Il nodo politico e normativo​Finché il sistema normativo consentirà di separare la titolarità dell'appalto dalla responsabilità diretta e solidale per la vita di chi lavora nel cantiere, il subappalto continuerà a funzionare come una macchina di scaricabarile. La tutela dell'incolumità dei lavoratori richiede il superamento della logica del massimo ribasso mascherato e la reintroduzione di una responsabilità penale e civile piena, diretta e non delegabile lungo tutta la filiera d'impresa. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio di Bologna morti sul lavoro Sito Internet http://cadutisullavoro.blogspot.it


giovedì 1 ottobre 2026

1 ottobre - SCIOPERO GENERALE 4 DICEMBRE

 

Oggetto: INDIZIONE SCIOPERO GENERALE DI TUTTE LE CATEGORIE PUBBLICHE E PRIVATE PER IL 4.12.2026 – INTERA GIORNATA

Le scriventi OO.SS con la presente comunicano l’indizione di uno Sciopero Generale di tutte le categorie pubbliche e private per il giorno 4.12.2026, intera giornata (dalle ore 00,01 alle ore 23,59).

Le MOTIVAZIONI dello Sciopero Generale del 4.12.2026 sono:

  1. PER aumenti di almeno il 20% (300 Euro mensili) delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato, nonché dei pensionati; PER l’approvazione di una misura di salario minimo non inferiore a 12 Euro l’ora; PER la reintroduzione di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni all’andamento del costo della vita; CONTRO lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà.

  1. PER la Pace, a partire dal Medioriente e dall’Europa. PER gli investimenti su Sanità, Scuola, Trasporti, la messa in sicurezza dei territori, il Welfare, il cui peggioramento approfondisce le disuguaglianze e la povertà esistente; CONTRO la guerra, l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari – CONTRO le politiche della UE e la presenza della NATO in Italia.

  1. PER le sanzioni ad Israele e USA, nonché la rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele e USA; CONTRO il Genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele in Palestina e Libano, nonché da quelli perpetrati dagli USA in Venezuela, a Cuba e in Iran; CONTRO l’invio di militari, armi e mezzi italiani sul teatro della guerra in Iran ed in Ucraina.

  1. PER investimenti sostanziali a sostegno di politiche sociali a cominciare dal superamento dell’emergenza abitativa e la mancanza di piani di sviluppo dell’edilizia popolare; CONTRO i progetti speculativi dei fondi di investimento che sottraggono spazi e beni pubblici con il favore delle amministrazioni locali.

  1. PER l’abrogazione della L.146/90 e lo scioglimento della Commissione di Garanzia divenuta un organismo deliberante priva di alcun controllo da parte del legislatore; Per l’abrogazione dei diversi decreti "Sicurezza" (come il D.L. 23/2026 e i precedenti del 2025); PER il superamento delle politiche repressive che tentano di gestire le questioni sociali come emergenze per rafforzare la repressione del dissenso, le proteste e la sicurezza urbana.

  1. PER una legge democratica sulla rappresentanza sindacale; CONTRO l’ennesimo patto corporativo in via di definizione tra CgilCislUil e Associazioni Datoriali; CONTRO i licenziamenti dei rappresentanti sindacali combattivi e del sindacalismo di base.

  1. PER la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; CONTRO l’assenza di politiche industriali in grado di affrontare le transizioni in corso senza far ricadere sui livelli occupazionali e sulle condizioni di lavoro lo sviluppo tecnologico.

  1. PER la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori dentro e fuori i luoghi di lavoro CONTRO le morti sul lavoro;

  • Per i Vigili del fuoco lo Sciopero sarà di 4 ore (senza decurtazione). Inizierà, per il personale turnista, alle ore 09,00 e terminerà alle ore 13,00 del 4.12.2026 mentre sarà dell’intera giornata per il personale giornaliero e amministrativo.

  • Per i lavoratori delle Autostrade lo sciopero inizierà alle ore 22 del 3.12.2026 e terminerà alle ore 22 del 4.12.2026.

  • Per i lavoratori delle Ferrovie lo sciopero inizierà alle ore 21,00 del 3.05.2026 e terminerà alle 21 del 4.12.2026.

Durante lo sciopero generale saranno garantiti i servizi minimi essenziali. Eventuali articolazioni di categoria e/o territoriali saranno comunicate a cura delle stesse. Si rammenta, alle istituzioni in indirizzo, di garantire il rispetto dell’informazione all’utenza sullo sciopero come previsto dall’art. 2 comma 6 della legge 146/90 e successive modificazioni.





mercoledì 30 settembre 2026

30 settembre - Ci stiamo avvicinando velocemente a 1100 morti complessi ecco gli ultimi 3 di oggi

 

La strage continua con altri tre morti. Ecco chi sono​1. Robecco sul Naviglio (Milano): Antonio Sperandio​Vittima: Antonio Sperandio, 48 anni.​Dinamica: Precipitato nel vuoto dal sottotetto di un edificio durante l'esecuzione di alcuni lavori a Casterno, frazione di Robecco sul Naviglio.​2. Ancona (Cantiere Fincantieri): Sofiane Boutraa​Vittima: Sofiane Boutraa, 55 anni, operaio di origine tunisina residente ad Ancona, sposato e padre di famiglia. Lavorava nello stabilimento dal 2015 per una ditta in appalto.​Dinamica: Investito da un'improvvisa fiammata durante il turno di notte nel cantiere Fincantieri di Ancona. Nell'incidente è rimasto ferito gravemente anche un giovane collega.​3. Este (Padova - In Itinere): Diego Sanguin​Vittima: Diego Sanguin, 55 anni, storico autista di Busitalia. Lascia la compagna Milena e una figlia di 16 anni.​Dinamica: Incidente in itinere avvenuto alle 6:10 lungo la SR10 a Este. Sanguin stava percorrendo il tragitto in bicicletta diretto verso il deposito aziendale per prendere servizio ed è stato travolto da un'automobile.​Carlo Soricelli Curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna sui Morti sul Lavoro


lunedì 28 settembre 2026

29 settembre - CONTRO il DDL SCUOLA DEL GOVERNO MELONI/VALDITARA, NO ALLE SCUOLE GHETTO E AL RAZZISMO DI STATO.

 

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe sostiene la mobilitazione partita in questi giorni contro il DDL scuola del Governo Meloni/Valditara, il ddl del tetto del 30% per gli alunni stranieri, che prevede multe fino a mille euro per chi indossa il burqa e per i genitori che si rifiutano di studiare l’italiano, un ddl che rientra nelle politiche razziste e securitarie di questo governo.
La giusta protesta che è partita in questi giorni nelle scuole, a Genova come in diverse città italiane, di studenti, genitori, docenti, mette ancora una volta a nudo la vera faccia di un governo che risponde al dissenso con la repressione. La vergognosa rimozione dello striscione antirazzista dei bambini e dei genitori fuori dalla scuola primaria Daneo di Genova, a opera della Digos, è un vergognoso e grave atto intimidatorio. Ci dice chiaramente quale è la linea ideologica/politica del governo Meloni/Valditara: una scuola asservita alla propaganda fascio-razzista, dove la libertà d'espressione deve essere repressa e i bambini, gli studenti devono essere schedati in base al passaporto. Questo DDL che impone il tetto del 30% di alunni stranieri per classe non nasce affatto per "migliorare la didattica" o per tutelare l'integrazione scolastica. È l'ennesimo tassello di un razzismo di Stato che questo governo ipocrita e osceno scaglia a larghe mani ogni giorno a livello di massa in un paese la cui l'economia è fondata anche sul lavoro, spesso anche in nero, sottopagato e supersfruttato, di migliaia e migliaia di immigrati nei campi, nella logistica, nei cantieri e nei servizi di cura e domestici.

Ma questo governo sdogana quotidianamente razzismo in molteplici forme prendendo di mira i migranti, negando loro diritti basilari, la cittadinanza, la dignità, utilizzando i bambini, i figli degli immigrati per diffondere la logica della divisione, dell’odio sociale verso gli immigrati da escludere, isolare, se non cacciare se non si conosce bene la lingua italiana, perché gli serve deviare l’attenzione di massa sui migranti per distrarre anche da tutti i problemi economici e sociali che in questo paese lavoratori e proletari devono subire, l’aumento dei prezzi, il carovita, il lavoro che manca, lo smantellamento della scuola pubblica, della sanità pubblica…

Scrive e denuncia una Dirigente Scolastica di una scuola del nord “… nelle prime classi della scuola primaria, quasi il 50% degli iscritti possiede un cognome d'origine straniera; alcuni non parlano ancora l'italiano, molti altri sono nati o cresciuti qui, pur essendo privi di cittadinanza. In un quadro globale complesso e drammatico, le persone continueranno a fuggire da guerre e povertà per cercare dignità e offrire un futuro ai propri figli. È un impulso umano e legittimo: chiunque di noi farebbe lo stesso. Inoltre, i dati stessi del Ministero evidenziano una realtà innegabile: se la scuola italiana tiene ancora fermi i propri numeri di fronte al drastico calo demografico, è grazie alla presenza degli alunni di origine straniera. E la presenza di lavoratori stranieri è ormai di importanza fondamentale in molti settori strategici del paese. Come Dirigente Scolastica — e prima ancora come educatrice — per me nessun alunno è straniero. Sono tutte e tutti miei studenti. Qualunque sia la loro origine o la loro storia, sono a scuola per esercitare il diritto all'istruzione. Sono minori, rappresentano il futuro e la speranza in un mondo spesso ostile, costruito dalle generazioni adulte. Ciò di cui le nostre scuole hanno disperatamente bisogno non sono vincoli formali, ma risorse umane stabili: docenti specializzati nell'insegnamento dell'Italiano come Lingua Seconda (L2). Servono figure strutturate che affianchino i bambini e i ragazzi nell'acquisizione della lingua del Paese in cui vivono, consentendo loro di studiare con successo e di non sentirsi meri “equilibristi interculturali”, per citare la pedagogista Anna Granata. È l'unico modo per garantire loro una reale libertà di scelta nei percorsi della scuola secondaria di secondo grado, evitando che siano le condizioni materiali a destinarli precocemente alla formazione professionale (CFP) e agli istituti professionali, oggi frequentati in larghissima parte da studenti con background migratorio. Introdurre tali figure con interventi d'emergenza o contratti annuali non basta: laddove sperimentate, queste misure sono spesso svanite o sono state ridimensionate nei tagli d'organico regionali. Risulta ancora più allarmante l'ipotesi di sanzionare o penalizzare le famiglie che non padroneggiano la lingua italiana. Di fronte ai dati diffusi dal coordinatore nazionale dei Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti (CPIA) — che registrano oltre 31.000 persone in lista d'attesa, per il 90% di origine straniera —, appare del tutto sproporzionato pretendere che questi genitori frequentino corsi spesso saturi, ancorché indispensabili per il raggiungimento del livello B1 richiesto per la cittadinanza. Come istituzione come posso colpevolizzare famiglie spesso monoreddito o monoparentali, in cui i genitori svolgono lavori usuranti, sottopagati e con orari incompatibili con la frequenza scolastica?...”

A fronte di tutto questo il ministro Valditara arriva invece perfino ad agitare lo spettro della “fuga dei bianchi” parlando in modo mistificatorio e osceno di rischio in questo paese “dell’Alabama degli anni 50” perché questo nuovo ddl rientra e deve rientrare nella propaganda ideologica e anche spudoratamente elettorale e conseguente azione politica repressiva e securitaria di stampo fascista e razzista del governo Meloni.

Un provvedimento di legge, quello del DDL scuola, che affossa la Costituzione nata dalla Resistenza antifascista:

•L’Articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali." Schedare i bambini e imporre tetti razziali significa violare la Costituzione e imporre per legge la diseguaglianza sociale e la discriminazione di classe

•Articolo 33: "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento." La scuola pubblica non può diventare una caserma come piace tanto a Valditara o una centrale di controllo ideologico e poliziesco. La censura degli striscioni e la repressione del pensiero critico sono l’ennesimo grave attacco alla libertà d'insegnamento, di pensiero e di espressione.

•Articolo 34: "La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi." La scuola pubblica è per definizione lo spazio dell'inclusione universale, non un'azienda come la vuole sempre più imporre questo governo con la scuola del merito, ma per i figli dei ricchi e dei padroni.

Mentre tutti i reali problemi nelle scuole restano al palo sia per gli studenti che per i lavoratori con miliardi di euro sottratti da questo governo all'istruzione pubblica per essere dirottati sull'economia di guerra e sul riarmo!

Sosteniamo le giuste proteste contro il DDL scuola del governo Meloni/Valditara, respingiamo al mittente il DDL e ogni misura discriminatoria, di schedatura e tetto razziale nelle classi.
Denunciamo in ogni forma la censura e le intimidazioni poliziesche: la scuola pubblica è democratica, antifascista e plurale. Giù le mani dalle giuste proteste e dai cartelli/striscioni di studenti e genitori.

Lottiamo per reali risorse per la scuola e i servizi pubblici e non per la guerra.
Basta razzismo di Stato e sfruttamento: lottiamo per la regolarizzazione immediata di tutti i migranti, per la cittadinanza a chi vive, lavora e studia in Italia, per la cancellazione dei decreti sicurezza e delle leggi liberticide.

Costruiamo anche nel mondo della scuola un vero sciopero generale unendoci agli altri settori lavorativi contro il governo Meloni fascio/razzista che deve essere cacciato.

Slai Cobas per il sindacato di classe


29 settembre - da tarantocontro: Guerra vera e guerra dell'acciaio / crisi siderurgica, economia di guerra, sempre più intrecciate anche e soprattutto a Taranto

 

Questo lo ha già detto con i suoi mezzi e le sue iniziative d'avanguardia lo Slai Cobas e ha portato questi contenuti nella giornata del 25 sett. alla Base navale e in piazza immacolata, così come in fabbrica con striscioni "Lavoro non guerra" alle portinerie.
Su questo non possiamo contare su sindacati collaborazionisti con il governo o critici ma dentro il recinto degli interessi del capitale e delle sue leggi;
meno che mai sulla piccola borghesia ambientalista antioperaia, moderata e filo istituzionale o che si dipinge alternativa, ma che non sa di che parla e quello che fa è dannoso alla lotta di classe, unitaria e di massa degli operai e delle masse popolari.
Serve l'alternativa classista e combattiva, anticapitalista e antimperialista che in questa città è rappresentata essenzialmente dallo Slai cobas per il sindacato di classe

da taranto buonaserao e bombardamenti

Decisione di ArcelorMittal di fermare Kryvyi Rih. Il Corriere della Sera evidenzia il rapporto t

"L'Ilva ucraina" getta la spugna, «sicurezza impossibile». Il legame tra acciaio e bombardamenti

Oltre 12.000 dipendenti diretti e 3.500 addetti delle imprese appaltatrici. Stipendi, una produzione strategica, entrate fiscali. E una fine il cui impatto a livello internazionale è tutto da valutare. 

Leggere sul Corriere della Sera della decisione di ArcelorMittal di chiudere la grande acciaieria di Kryvyi Rih fa inevitabilmente pensare anche a Taranto. Marta Serafini scrive che "fermare un’acciaieria significa spegnere più di un altoforno. Con lo stop di ArcelorMittal a Kryvyi Rih, l’Ucraina perde un pilastro della resistenza: produzione, salari, esportazioni, entrate fiscali. Il gruppo non può riavviare in sicurezza il sito dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, l’ultimo il 21 settembre: cinque dipendenti uccisi e 17 feriti. La chiusura coinvolge anche le miniere e comporterà una svalutazione contabile di circa un miliardo di dollari".

Chiaramente il contesto ucraino è del tutto diverso da quello italiano. Ma è significativo un dato riportato da Serafini, e cioè che "la crisi precede i missili. Nel 2021 Kryvyi Rih produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio; nel 2025 si era fermata a 1,7 milioni. Per tenere aperto, il sito ha consumato 500 milioni di dollari di riserve e altri 700 milioni immessi dalla capogruppo". Più che Putin, ad azzoppare Kryvyj Rih è stata insomma una devastante involuzione economica - e anche questo, a Taranto, può essere un elemento di riflessione.

Soprattutto, fa impressione leggere del legame ombelicale tra acciaio e guerra. "Gli attacchi di settembre hanno messo fuori uso anche Zaporizhstal e Kamet Steel, del gruppo Metinvest. I raid recenti sono probabilmente costati ai produttori quasi 100 milioni di dollari, ha dichiarato al Kyiv Independent Oleksandr Kalenkov, presidente dell’associazione siderurgica Ukrmetallurgprom". "Questi impianti non sono fabbriche d’armi in senso stretto: producono materiali di base, semilavorati, acciai per costruzioni e tubi. Ma sarebbe riduttivo considerarli estranei all’economia di guerra. L’acciaio serve a riparare ferrovie, ponti, reti energetiche e infrastrutture logistiche; alimenta la meccanica e può entrare nelle filiere della difesa". Uno scenario che fa venire i brividi lungo la schiena, anche qui, in Occidente.



domenica 27 settembre 2026

Ancora un ferito grave ai Cantieri Navali di Palermo: operaio bengalese di 29 anni quasi si trancia un braccio con il flex.

 COMUNICATO STAMPA    Palermo, 27 settembre ’26

Ancora un ferito grave ai Cantieri Navali di Palermo: operaio bengalese di 29 anni quasi si trancia un braccio con il flex.

Quello che è successo un paio di giorni fa all'interno dello stabilimento Fincantieri (Cantieri Navali) di Palermo è l'ennesimo, intollerabile incidente sul lavoro che si aggiunge al bollettino di guerra quotidiano. Un operaio bengalese di 29 anni, dipendente di una delle aziende dell'indotto, è rimasto gravemente ferito all'avambraccio destro mentre stava lavorando con un flex, rischiando letteralmente di tranciarsi l'arto. Solo per un soffio non ci troviamo a piangere un altro operaio morto sul lavoro. Il giovane operaio, soccorso dai colleghi e trasportato d'urgenza all'ospedale Villa Sofia, ha subito un delicato intervento chirurgico. A lui va la nostra vicinanza totale e la solidarietà.

Questo infortunio si aggiunge purtroppo ai 600 mila denunciati dal rapporto INAIL che conferma purtroppo i numeri dei morti sul lavoro (1.189 nel 2025! Media di 3 al giorno) e l’aumento delle malattie professionali (98.312).

È sempre più chiaro che senza eliminare il sistema dei subappalti a cascata che perpetua precarietà e sfruttamento selvaggio degli operai più deboli perché più ricattabili come gli  immigrati;

senza abbassare i ritmi della produzione e la pressione sugli operai che usano strumenti di lavoro pericolosi (come in questo caso il flex) che mettono di fatto la vita degli operai in secondo piano rispetto ai tempi di consegna delle commesse e ai profitti di padroni e padroncini;

senza farla finita con l’ipocrisia di organizzazioni di padroni e sindacati collusi che ogni volta versano lacrime di coccodrillo; senza il protagonismo e il potere operaio in fabbrica degli operai non sarà possibile avere una vera sicurezza sul lavoro. Questo significa anche fare una lotta seria contro tutti i governi che se ne fregano della vita degli operai, e più di tutti questo governo Meloni, che ha continuato a dare soldi su soldi ai padroni per “incentivarli” a produrre di più, in sostanza per fare più profitti. Questa lotta deve servire a scoperchiare quali sono le cause profonde che portano a infortuni e morti sul lavoro, altrimenti stiamo diffondendo solo illusioni: la causa profonda è tutto il sistema capitalista, i padroni e i loro governi che li rappresentano che hanno interessi completamente contrapposti a quelli dei lavoratori.

Negli anni abbiamo comunque fatto, a partire dall’esperienza accumulata, come per esempio all’ex Ilva, alcune proposte che possano aiutare nell’immediato sulla sicurezza sul lavoro:

-          l’elezione dal basso degli rls non nominati dalle segreterie, ma eletti da tutti i lavoratori, non collusi con i capi delle ditte, ma con poteri effettivi e libertà di movimento,

-          una postazione permanente nei posti di lavoro degli organi di controllo, di Ispettorato del lavoro, Spresal, Inail… sarebbe una azione concreta che può funzionare sia da deterrenza, controllo permanente e preventivo, sia da immediato riferimento per lavoratori e delegati sindacali per denunce e richieste  di interventi immediati, che possono portare a fermi immediati di impianti e attività lavorative pericolose, fino ad arrivare ad un vero e necessario sciopero.

La salute e sicurezza sul lavoro non è un optional! Basta subappalti assassini, basta sfruttamento dei lavoratori immigrati!

SLAI Cobas per il sindacato di classe

Via Michele Cipolla, 93 cobas_slai_palermo@libero.it – 338.7708110