venerdì 13 febbraio 2026

13 febbraio - La lotta per il salario ora nelle fabbriche e i posti di lavoro è urgente e necessaria. Perché e come farla

 da ORE 12 Controinformazione rossoperaia  del 11.02.26

A fronte della situazione effettiva che c'è oggi nelle fabbriche, nelle file dei lavoratori, è importante per le organizzazioni sindacali di base e di classe, così come per le organizzazioni politiche di orientamento comunista - e noi siamo sia l’uno che l'altro nelle file dei lavoratori - fare chiarezza sulla lotta necessaria, sulla lotta possibile e limiti di essa. Il processo di sviluppo del capitalismo, nella direzione che esso ha preso nel sistema imperialista, significa peggioramento la classe operaia perché i capitalisti devono difendere i loro profitti e i loro investimenti vanno in direzione dove sono più profittevoli. Il punto necessario è vedere cosa fanno gli operai a fronte di tutto questo. Qui dobbiamo fare riferimento a Marx perché senza fare chiaro riferimento a Marx in realtà gli operai si muovono come gattini ciechi e le organizzazioni dei lavoratori sia sindacali che politiche dicono sciocchezze ai lavoratori e quindi non sono la soluzione ma diventano parte del problema della lotta, per cui non si lotta e non si lotta in maniera corretta nelle file dei lavoratori.

Dice Marx: “Quando la bilancia pende sempre più a favore del capitalista contro l'operaio è chiaro che la tendenza generale della produzione capitalista non è l'aumento del livello medio dei salari ma la diminuzione di esso, cioè spinge il valore del lavoro su per giù a suo limite più basso. Se tale in questo sistema è la tendenza delle cose significa forse che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del Capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Certamente no - dice Marx - se esse se essa si riuserebbe a livello di una massa amorfa di affamati e di disperati a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto”.

Quindi è questo il punto: se gli operai non lottano e se non lottano decisamente per il salario, se si accontentano di una situazione in cui il salario arriva solo per via indiretta e a titolo individuale e i contratti non portano a casa i risultati concreti sul fronte del salario, la situazione è che gli operai non lotteranno neanche per cose più importanti di loro.

Credo di aver dimostrato - dice Marx - che le lotte della classe operaia per il livello dei salari sono fenomeni inseparabili da tutto il sistemi del salario, che in 99 casi su 100 i suoi sforzi per l'aumento dei salari non sono che tentativi per mantenere integro il valore dato del lavoro e che la necessità di contrattare con il capitalista per il prezzo del lavoro dipende dalla sua condizione, dal fatto che esso è costretta a vendersi come merce”.

Se la classe operaia cedesse per viltà, se non facesse la lotta per il salario in condizioni in cui esso viene abbassato dall'azione del capitalismo, dalla crisi, ecc, ecc, se la classe operaia cedesse per viltà, cioè per mancanza di combattività, per passività, per indisponibilità a fare questa lotta, nel suo conflitto quotidiano con il Capitale si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande, è questa l’insistenza che da tempo facciamo sia verso gli operai sia verso perfino le nostre realtà organizzate affinché questa lotta per il salario sia realmente fatta e la lotta per il salario significa unire i lavoratori sulla base dell'abbassamento dei salari e chiamarli a lottare, indipendentemente dalla dimensione dei contratti nazionali che non stanno soddisfacendo questo elemento, a lottare per forti aumenti salariali a partire dalle fabbriche in cui si riesce a convincerli che questa è la strada da percolare. Se noi non riusciamo a innescare la lotta per il salario sui posti di lavoro, sia tra quelli che la crisi ha portato all'abbassamento effettivo del loro salario e alla messa in discussione del loro lavoro sia tra quei settori “che tirano”, in cui gli operai non stanno ricavando niente se non dal fatto che stanno lavorando dai profitti che i partiti stanno continuando a fare, è evidente che noi ci troviamo in una possibilità in cui viene a mancare ai lavoratori il brodo di cultura necessario - e quindi a noi stessi - perché si possa innescare, sulla base di questa lotta, uno scontro radicale con il Capitale in cui tutti gli elementi generali di politica nazionale e internazionale possono essere messi in discussione perché a questa questione sono comunque legati.

"Nello stesso tempo la classe operaia -dice Marx - indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana.

Quindi è chiaro che questa lotta la quotidiana la dobbiamo fare a maniera anche se siamo d'accordo su quei sindacati perché concentrano tutto su questa lotta o sulla lotta sindacale sul posto di lavoro pensando di stare facendo chissacchè, che questa sia una condizione necessaria per lo sviluppo del movimento reale dei lavoratori non vuol dire che vanno esagerati i risultati. Sindacati come il Si Cobas tentano a esagerare ogni giorno le piccole conquiste che pure vengono fatte, certo esse non vanno disprezzate ma esagerarle e considerare quindi che questo sia il termometro dei lavoratori per di più in un solo settore che può essere quello della logistica, mentre è fondamentalmente guardare alla classe operaia nel suo insieme e al peso che hanno le grandi fabbriche, gli operai metalmeccanici, gli operai industriali nella più generale composizione della classe operaia oggi. Solo a partire da questo dato di fatto che noi possiamo tradurre in fatti l'indicazione di Marx che è ancora oggi la più netta, chiara e semplice che possiamo avere e dare ai lavoratori. La classe operaia non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti ma non contro le cause di questi effetti si può soltanto frenare il movimento discendente ma non mutarne la direzione, cioè che la stessa lotta sindacale che comunque bisogna fare, che comunque è necessaria, che comunque è un brodo di cultura, di lotte più importanti presenti e future, ma essa applica in questa lotta soltanto dei palliativi ma non cura la malattia. Quindi la classe operaia, quindi le lotte, quindi le organizzazioni sindacali che fanno questa lotta, non devono lasciarsi assorbire, dice Max, esclusivamente da queste inevitabili guerriglie che scaturiscono incessantemente dagli attacchi continui del Capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, sui proletari, sul movimento dei lavoratori generano nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società, perché a partire dal mutamento radicale delle condizioni dei lavoratori che si può costruire sia in termini economici, sia socialmente, sia politicamente sia alla fine in termini di Stato, la società a misura dei lavoratori, dei proletari e del loro reparto centrale che resta comunque la classe operaia industriale. Essa deve comprendere che il sistema attuale con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società e chiaramente qui allora il problema della parola d'ordine che guida la stessa lotta per il salario, che in forme sindacali significa richieste di aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro che ha la stessa valenza di miglioramento delle condizioni di lavoro, il mantenimento del posto di lavoro che sono tutte dentro questa stessa lotta, la cui leva centrale è la lotta per il salario, sono sempre lotte intorno a una parola d'ordine che è lotta che è “un equo salario per un equa giornata di lavoro” e il salario dignitoso, il salario minimo, tutte queste rivendicazioni, rispondono esclusivamente al criterio di una parola d'ordine di conservazione dell'esistente, ma in una situazione di crisi, di approfondimento di essa del sistema capitalistica e perfino di precipitazioni di esso, di una dinamica di guerra imperialista, gli operai non possono che scrivere sulla loro bandiera il motto di rivoluzionario: “soppressione del sistema del lavoro salariato” perché solo l'abbattimento del capitalismo, la soppressione del sistema di lavoro salariato, è quello che può radicalmente cambiare la situazione degli operai, delle masse popolari e dell'intera società. Ora, tra i lavoratori, è di questo che bisogna parlare, bisogna imporre nell'agenda dei lavoratori non inseguendo né discorsi populisti, né discorsi di bassa lega che vengono fatte dai lavoratori stessi e in primo luogo in forme assolutamente inadeguate dalle stesse organizzazioni sindacali, serve l'organizzazione sindacale di classe che dica chiaro ai lavoratori queste parole, ne organizzi la lotta e la spieghi in questo senso come lotta rivendicativa necessaria a costruire le condizioni per il rovesciamento generale del sistema capitalistico, per rimuovere le cause in cui effetti sono la perdita del lavoro, l'abbassamento del salario e tutto il resto. Oggi questo è centrale. La concentrazione delle forze nelle file della classe operaia, dei proletari su questo terreno è una condizione perché questo produca quel radicamento, quel rafforzamento delle file operaie, necessario oggi a far sì che la classe operaia poi possa prendere posizione, giocando un luogo nella lotta più generale, contro il sistema imperialista, il sistema capitalista, lo Stato del Capitale, i governi nel nostro paese, il governo fascio-padronale della Meloni e, perché gli operai offrano una sponda ai movimenti, agli studenti, alle masse che si stanno mobilitando sul terreno della solidarietà alla Palestina, della lotta contro la guerra, dell'antifascismo, dell'antirazzismo, della difesa degli spazi sociali, delle libertà contro i decreti sicurezza e i piani del governo.





13 febbraio - info ex Ilva da tarantocontro 2: Ex Ilva, no al dissequestro dell’Afo 1 - lo Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto al contrario degli altri sindacati confederali e non - condivide pienamente la decisione

 

il gip Robertiello: servono altri accertamenti sull'incendio del 7 maggio 2025

Il gip del Tribunale di Taranto, Mariano Robertiello, ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 1 presentata da Acciaierie d’Italia in As, ex Ilva.

La richiesta era stata discussa nell’udienza di lunedì. Nell’ordinanza il giudice ha evidenziato la necessità di mantenere l’impianto sotto sequestro per consentire ulteriori accertamenti sulle cause dell’incidente avvenuto il 7 maggio 2025. Quel giorno un incendio interessò una delle tubiere dell’impianto nelle quali transita aria calda ad alta temperatura utilizzata per la combustione del coke e l’avvio del processo di produzione della ghisa.

Dalle immagini delle telecamere interne risulta che alle 11.31 dalla tubiera 11 fuoriuscì un ingente quantitativo di gas incendiato, seguito dalla proiezione di materiale solido incandescente, con lo sviluppo di un rogo di vaste proporzioni. Secondo gli investigatori erano in corso operazioni di messa in sicurezza e spegnimento di materiale incandescente. L’evento avrebbe esposto a rischi i lavoratori presenti, sia dipendenti sia di ditte terze.

Alcuni addetti si recarono all’unità sanitaria dello stabilimento per ustioni lievi, contusioni ed escoriazioni. Gli organi tecnici hanno ipotizzato un “incidente rilevante” ai sensi del d.lgs. 105/2015, prospettando i reati di incendio colposo, getto pericoloso di cose e omessa comunicazione di incidente rilevante.

Il gip sottolinea nel provvedimento che l’altoforno 1 “costituisce, al tempo stesso, il luogo dell’evento del 7 maggio 2025, lo strumento materiale attraverso il quale l’evento si è prodotto e la principale fonte di prova per la ricostruzione delle relative cause”. La misura adottata, aggiunge, rappresenta “l’unico mezzo idoneo a preservare l’integrità della fonte di prova. Non è, pertanto, praticabile l’ipotesi di svolgere gli accertamenti residui in assenza del sequestro”.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il sequestro probatorio – osserva ancora il gip – deve essere mantenuto ogniqualvolta il bene sottoposto a vincolo conservi una concreta, attuale e non meramente potenziale attitudine a fungere da fonte di prova”. Per questo è “sufficiente che residuino accertamenti non marginali la cui esecuzione richieda la conservazione materiale del bene nello stato in cui esso si trova. La verifica della persistenza delle esigenze probatorie non può essere condotta in termini astratti o meramente formali, ma deve essere ancorata alla concreta evoluzione dell’indagine, alla natura degli accertamenti ancora da svolgere e al grado di complessità tecnica del contesto oggetto di accertamento”.

*Sull’argomento: Si è cercato afo 1 – Corriere di Taranto


13 febbraio - info ex Ilva da tarantocontro 1: Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi .. che paura del governo Meloni/URSO di fronte a questo ultimatum

 

 sono mesi che chiedono un tavolo che non può che essere come gli altri in cui i sindacalisti confederali e usb non toccano palla per così dire - Slai Cobas per il sindacato di classe 

info stampa

Ex Ilva, ultimatum dei sindacati a Chigi

Fim, Fiom e Uilm chiedono un tavolo entro febbraio: «Lo Stato sia protagonista del rilancio». Tensioni su investimenti, cassa integrazione e gestione degli impianti a Taranto

Ultimatum dei metalmeccanici al Governo sulla vertenza ex Ilva. Fim, Fiom e Uilm chiedono una convocazione a Palazzo Chigi entro la fine di febbraio, con il coinvolgimento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, annunciano una mobilitazione sotto la sede del Governo.

«Ribadiamo la necessità di una convocazione a palazzo Chigi: se non ci sarà entro la fine di febbraio, siamo pronti ad autoconvocarci davanti a palazzo Chigi», hanno affermato i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella in una conferenza stampa a Roma. Per i sindacati è indispensabile «avere chiarezza» su investimenti, piano industriale e prospettive occupazionali, ritenendo «centrale» l’intervento dello Stato nel processo di rilancio.

giovedì 12 febbraio 2026

12 febbraio - L'appello di Nudm per lo sciopero del 9 marzo - Info e una nostra nota

 Lo Slai Cobas per il sindacato di classe, e in particolare le lavoratrici dello Slai Cobas sc, come ogni anno dal 2013, chiaramente ha proclamato lo sciopero del 9 marzo. 

Dal 2013 siamo state tra i primi sindacati di base, e spesso da sole, a indire lo "SCIOPERO DELLE DONNE" - che noi riteniamo giusto definire così e non "sciopero transfemminista" che appare riferito solo ad un settore delle donne. Per tale proclamazione abbiamo ricevuto ben due sanzioni dalla Commissione Garanzia Scioperi di 2500 euro l'una che stiamo ancora pagando (insieme ad altri soldi per aver fatto opposizione alla sanzione del 2020 e aver ricevuto condanna). Queste sanzioni sono state possibili anche perchè la CGS ha usato a piene mani pure il fatto che tutti gli altri sindacati di base avevano accettato di revocare quegli scioperi, accettandone i divieti. 

Noi NO! Abbiamo giustamente resistito, perché si trattava di un illegittimo attacco al diritto di sciopero e in particolare un attacco alle donne nella giornata dell'8 marzo che subiscono non uno sfruttamento ma un doppio sfruttamento, non un'oppressione ma una oppressione totale, fino ai femminicidi, stupri, violenze sessuali.

Abbiamo detto: ribellarci è giusto e necessario! contro padroni, governi, istituzioni borghesi, maschi fascisti che ogni giorno rovinano le nostre vite.

L'abbiamo detto e l'abbiamo fatto, perché la repressione non ci deve fermare! 

Anche quest'anno il governo fascista Meloni - che, ultima schifezza, vuole attaccare nuovamente la libera volontà delle donne con la legge "Bongiorno" sulla violenza sessuale - cercherà di impedire lo sciopero. Confidiamo che quest'anno in maniera unitaria nessun sindacato si tiri indietro, e ci sia una risposta unitaria, compatta. Chiaramente non abbiamo nessuna fiducia nei sindacati confederali, che sui posti di lavoro spesso sono concausa delle condizioni di discriminazione che subiscono le lavoratrici.  


LAVORATRICI SLAI COBAS per il sindacato di classe


L'appello di Nudm

LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!

APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI, ALL3 SINDACALIST3, ALL3 DELEGAT3 

PER LO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA DEL 9 MARZO 2026 

Viviamo un tempo in cui patriarcato e capitalismo ricorrono alla guerra per risolvere la crisi in cui versano. 

Le guerre, la corsa al riarmo e la deriva autoritaria attraversano il pianeta massacrando vite, impedendone la stessa riproduzione, rendendo i processi di liberazione e autodeterminazione delle esistenze minati da feroce repressione, chiudendo spazi di dissenso e pensiero critico. La guerra è sempre più impattante anche dove non ci sono conflitti armati in corso: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica, nella scuola delle prescrizioni a docentə, studentə e contenuti. 

Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero transfemminista, politico, sociale e vertenziale, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dai e dei consumi, dai e dei generi, nel momento in cui la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabilizzate e povere.  Deriva autoritaria, controllo dei corpi e economia di guerra non sono aspetti disgiunti ma costruiscono quotidianamente l’arruolamento morale e materiale della società nello Stato e l’irrigidimento dei ruoli di genere e di classe. 

Ultima violenza istituzionale il disegno di legge sulla violenza sessuale che sostituisce il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, riavvolgendo il nastro della storia indietro di alcuni decenni. Il dissenso presuppone una disponibilità fino a manifestazione contraria e scredita la parola di chi ha subito per tutelare chi ha abusato. Le conseguenze dell’approvazione sarebbero aberranti non solo nei contesti familiari ma anche nei contesti lavorativi e in particolare quelli di maggiore ricattabilità e sfruttamento. Le denunce stanno facendo registrare un aumento vertiginoso dei casi mentre il governo continua a negare l’educazione psicosessuo-affettiva e al consenso nelle scuole. 

La legge va bloccata con ogni mezzo: anche con lo sciopero.

Il riarmo sta imponendo una pesante austerity in un momento di durissima crisi economica e di guerra commerciale mentre si programma la spesa a debito per finanziare la riconversione bellica della produzione industriale. Le donne, le persone trans e non binarie, le persone razzializzate, disabili e neurodivergenti, giovani e meno giovani vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la crisi con l'aumento del lavoro povero e precario, l'aumento dei prezzi e la distruzione del servizio pubblico e del welfare. Si fa sempre più significativo il gender gap salariale mentre il governo continua a incentivare il part-time imposto e a enfatizzare il ruolo delle donne in quanto madri e lavoratrici, con misure una tantum e bonus. È lo stesso sistema che produce l'espulsione e l’invisibilizzazione sistematica dal mondo della formazione e del lavoro delle persone trans. Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tutt.

Per questo chiediamo a tutti i sindacati di proclamare e sostenere lo sciopero generale per l’intera giornata nei posti di lavoro per consentire la più ampia partecipazione. Auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nel sostegno attivo degli snodi organizzativi quanto nelle ipotesi politiche che da ormai 10 anni pratichiamo, fra tentativi ed errori sperimentando pratiche e strumenti, sempre in dialogo attraverso assemblee pubbliche. Lo Sciopero del 9 marzo si svolgerà durante le Paralimpiadi Milano Cortina che, come ogni Grande Evento, è una macchina moltiplicatrice del lavoro precario e volontario, di turistificazione e devastazione ambientale, ma non solo. Sappiamo del tentativo di sfruttare l'evento per imporre alle organizzazioni sindacali una sospensione degli scioperi al fine di "garantire il regolare svolgimento delle manifestazioni". Respingiamo l'ennesimo attacco al diritto di sciopero da parte del Governo: rispondiamo che se bisogna bloccare qualcosa, allora sono Olimpiadi o guerre, non uno dei pochi strumenti di conflitto sociale ancora praticabili, ovvero lo sciopero. Al di là di ogni rischio di ritualità, la sperimentazione aperta dallo sciopero dell’8 marzo in questi 10 anni ha risuonato negli scioperi contro il genocidio dell’autunno passato al grido di Blocchiamo tutto! e nello sciopero generale contro l’ICE a Minneapolis. Intendiamo continuare a fare dello sciopero una pratica collettiva di lotta e di organizzazione capace di superare frammentazioni e di incidere su una realtà inaccettabile.

 Il 9 marzo 2026 sarà sciopero transfemminista!

Non una di meno


12 febbraio - NAPOLI IN LOTTA: info

 

Movimento di Lotta - Disoccupati "7 Novembre" Cantiere 167 Scampia.

OCCUPATO IL COMUNE DI NAPOLI: ALL'ALBA ABBIAMO OCCUPATO IL COMUNE DI NAPOLI.

UNA FOLTO GRUPPO DI DISOCCUPATI ORGANIZZATI, DEI MOVIMENTI DI LOTTA 7 NOVEMBRE E CANTIERE 167 SCAMPIA, TUTTI IDONEI ALLE PROCEDURE DEL CLICK DAY CHIEDONO L'ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE PER L'AVVIO DELLA SICUREZZA SUL LAVORO E SORVEGLIANZA SANITARIA PER INIZIARE TUTTI I 1200 NELLE CONVENZIONATE DEL COMUNE DI NAPOLI COME STABILITO IN PREFETTURA (IL 29 LUGLIO, IL 7 DICEMBRE E NEI PRIMI DI GENNAIO) E DAGLI ULTIMI ATTI AMMINISTRATIVI.

IL TEMPO È SCADUTO!!!

FACCIAMO APPELLO A TUTTI/E A SCENDERE IN PIAZZA CON NOI!


12 febbraio - Il processo infinito Eternit ai padroni assassini in Cassazione: ulteriore ingiustizia

 

Eternit bis, la Cassazione accetta il ricorso della difesa di Schmidheiny. Ora si torna in Appello

La decisione oggi, 11 febbraio, a Roma. I tempi del processo si allungheranno ancora con l’incubo di ulteriori prescrizioni di casi

Adelia Pantano

La decisione è arrivata oggi, mercoledì 11 febbraio, dai giudici della quarta sezione Suprema Corte (presidente Emanuele Di Salvo, relatrice Eugenia Serrao) chiamati a esprimersi sulla condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino a 9 anni e 6 mesi nei confronti di Stephan Schmidheiny per 91 omicidi colposi (a fronte dei 392 di inizio processo, numero sfrondato nel corso dei due gradi di giudizio a seguito di prescrizioni e assoluzioni).

La Corte ha accettato il ricorso della difesa dell’ex magnate dello stabilimento di Casale Monferrato, il più grande d’Europa, presentato per la mancata traduzione in lingua tedesca della sentenza di secondo grado che secondo i legali avrebbe leso il diritto di difesa di Schmidheiny. Con la decisione della Cassazione ora l’atto verrà rinviato alla Corte d’Assise d’Appello di Torino per la traduzione con un inevitabile slittamento dei tempi e la fissazione di una nuova udienza a Roma nei prossimi mesi. E l’ulteriore prescrizione di altri casi dei 91 già considerati. I sostituti procuratori generali Paolo Andrea Maria Fiore e Antonietta Picardi avevano concluso la loro requisitoria chiedendo l’inammissibilità di tutti i motivi di ricorso. La sentenza è arrivata al termine di una lunga giornata. A Roma era presente una delegazione casalese di Afeva (Associazione Familiari e Vittime Amianto). Tra loro alcuni storici protagonisti della lotta contro l’amianto come Bruno Pesce e Nicola Pondrano, insieme agli avvocati che seguono le parti civili. Presente anche il sindaco di Casale Monferrato, Emanuele Capra.


mercoledì 11 febbraio 2026

11 febbraio - Dall'Italia alla Turchia la solidarietà internazionale e internazionalista dello Slai Cobas per il sindacato di classe

 

Lo Slai Cobas per il sindacato di classe esprime la massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori, alle compagne e ai compagni colpiti dalla gravissima repressione dello stato turco che con una operazione di polizia ha arrestato nei giorni scorsi 96 persone con l’oramai consueto pretesto, usato da tanti governi reazionari, di attività di “terrorismo”.

Il governo turco con questa operazione, come denunciano i compagni nella loro dichiarazione, attacca tutti coloro che mettono in campo quotidiane lotte per i diritti per “mettere a tacere ogni forma di opposizione”, tanto che gli arresti potrebbero continuare nei prossimi giorni.

Ogni ambito che riguarda la lotta è stato colpito, senza riguardo né alle strutture fisiche né tantomeno alle persone: è per questo che con fare da squadroni armati del governo, più che normali “forze di polizia” hanno attaccato gli uffici, distruggendo tutto e sequestrando i computer, così come hanno arrestato membri di ogni tipo di associazione, dal presidente e dal segretario generale del sindacato dei lavoratori portuali LİMTER İş, parte della Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari (DISK), agli ambientalisti di Polen Ekoloji, dai membri e rappresentanti di spicco del Partito Socialista degli Oppressi (ESP), dei Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e della Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), al co-presidente dell'ESP, Murat Çepni, la portavoce generale del SKM Tanya Kara e il co-presidente della SGDF Berfin Polat.”

In mancanza di “prove” inesistenti il regime fascista turco sequestra perfino il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, e secondo la stampa turca, il vero obbiettivo sarebbero i membri del Partito Comunista Marxista-Leninista (MLKP).

Questa ulteriore stretta repressiva sembra essere legata a tutte le attività di sostegno in solidarietà con il Rojava e altre città della resistenza curda, che il governo attacca, in particolare in questo momento, nella speranza di una sua definitiva sconfitta.

E infatti, pochi giorni prima, come riporta il comunicato dei compagni, “di questa ondata di arresti, un tribunale di Istanbul ha condannato dieci avvocati curdi e altre 18 persone a pene fino a 11 anni e 3 mesi per aver difeso i diritti e l'assistenza medica dei prigionieri, in maggioranza curdi…”

Ma come sempre la reazione, i fascisti al governo, si illudono che la repressione possa fermare la lotta e la ribellione, "Non un solo passo indietro” gridano al contrario i compagni.

Le lavoratrici e i lavoratori italiani che si riconoscono classe operaia internazionale nella solidarietà alle compagne e ai compagni della Turchia, subiscono una continua azione del governo moderno fascista guidato dalla Meloni, azione tesa a peggiorare sempre più le loro condizioni di vita e di lavoro e a sopprimere ogni tipo di diritti.

L’unità nella lotta, quindi, nazionale e internazionale, è necessaria e fondamentale, per questo nella prossima assemblea generale dei lavoratori della nostra organizzazione saranno prese decisioni in merito alle iniziative di solidarietà, e insieme alle compagne e ai compagni gridiamo Libertà per tutti i prigionieri politici! Abbasso la repressione fascista!

Slai Cobas per il sindacato di classe

Coordinamento nazionale - Italia

Dai compagni turchi 

Scriviamo per informare urgentemente di una grave ondata di repressione contro attivisti socialisti,

giornalisti, sindacali, avvocati e ambientalisti in Turchia, e per chiamare alla solidarietà.

Nei giorni scorsi, in tutta la Turchia sono state arrestate 96 persone col pretesto di "operazioni antiterrorismo". Il governo Erdoğan utilizza ancora una volta la legislazione antiterrorismo per distruggere le strutture della resistenza e mettere a tacere ogni forma di opposizione. Le unità antiterrorismo hanno fatto irruzione in case e uffici, li hanno saccheggiati, hanno distrutto beni e confiscato tutti i dispositivi elettronici. Persino letteratura politica, tra cui il Manifesto del Partito Comunista, è stato sequestrata come "prova". Tra i locali presi di mira gli uffici dell'agenzia di stampa Etha e dell'associazione culturale Beksav. Questa ondata di repressione è chiaramente rivolta contro le organizzazioni di sinistra e socialiste. Tra i compagni arrestati figurano membri e rappresentanti di spicco del Partito Socialista degli Oppressi (ESP), dei Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e della Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), tra gli altri il co-presidente dell'ESP, Murat Çepni, la portavoce generale del SKM Tanya Kara e il co-presidente della SGDF Berfin Polat.

Il governo fascista turco, ha Inoltre arrestato il presidente e il segretario generale del sindacato dei lavoratori portuali LİMTER İş, parte della Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari (DISK). Sono stati arrestati anche membri dell'organizzazione ambientalista Polen Ekoloji.

Secondo l'agenzia di stampa di Stato turca, gli arresti avrebbero come bersaglio il Partito Comunista Marxista-Leninista (MLKP). In, Le procure di 22 province hanno ordinato arresti di persone accusate di aver partecipato a celebrazioni del 30° anniversario dell'MLKP. Le note riportano che questi erano sotto stretta sorveglianza già dal 24 febbraio 2025. Non è la prima ondata di repressione contro queste organizzazioni, ma la sua portata segna una nuova escalation. Le autorità parlano ora di 110 sospettati, il che significa che sono probabili ulteriori arresti.

Nelle ultime settimane, molte delle organizzazioni colpite sono state attivamente coinvolte in azioni di resistenza e solidarietà per il Rojava, tra cui proteste a Suruç (Pirsûs). Questa città è segnata dalla memoria dell'attacco dell'ISIS del 2015, con la complicità delle autorità turche, in cui 33 giovani dell'SGDF furono assassinati mentre si preparavano a contribuire alla ricostruzione di Kobanê.

Pochi giorni prima di questa ondata di arresti, un tribunale di Istanbul ha condannato dieci avvocati curdi e altre 18 persone a pene fino a 11 anni e 3 mesi per aver difeso i diritti e l'assistenza medica dei prigionieri, in maggioranza curdi. Allo stesso tempo, i socialisti giocano un ruolo chiave nell'organizzazione delle grandi proteste anti-NATO previste per il 7 e l'8 luglio ad Ankara, il che fornisce un’ulteriore motivazione politica di questa ondata repressiva.

Nonostante gli attacchi, i giovani socialisti dichiarano:

"Non un solo passo indietro. Continueremo a rafforzare la lotta dei giovani per l'uguaglianza e la libertà. Nonostante tutti gli attacchi, riaffermiamo: SGDF è speranza, e la speranza rimane salda".

Cari compagni, chiediamo qualsiasi forma di solidarietà:

  • Dichiarazioni pubbliche e messaggi di sostegno

  • Azioni di protesta, raduni o striscioni

  • Lettere alle ambasciate e ai consolati turchi

  • Iniziative all'interno di sindacati, partiti, organizzazioni giovanili e femminili

  • Diffusione massiccia di queste informazioni

La solidarietà internazionale è fondamentale. Ogni messaggio, ogni azione e ogni manifestazione di sostegno rafforza la lotta antifascista in Turchia e contribuisce a proteggere chi è bersaglio della repressione.

Libertà per tutti i prigionieri politici!

Abbasso la repressione fascista!

Solidarietà alla lotta antifascista in Turchia!


11 febbraio - CAPORALATO ALLA GLOVO2: LO SFRUTTAMENTO RAZZISTA-BESTIALE-INUMANO DEI MIGRANTI

 La fatica di essere rider, sulle strade della Brianza con i 400 ciclofattorini: "Se ti fermi resti a digiuno"

Pachistani e bengalesi per il 75%, portano cibo ovunque a ogni ora anche nei giorni di festa. "Per uno stipendio dignitoso sono costretti a non staccare mai, rischiando la salute"

Monza – Sui sellini delle loro bici o dei loro motorini girano per le vie della città consegnando pasti a chi ordina in take-away, avendo la tenacia come parola d’ordine: sono i rider - in italiano ciclofattorini -, che prestano il loro lavoro per piattaforme e app web di consegna, divincolandosi tra gratificazioni e difficoltà. In Italia sono tre quelle principali attive attualmente (a cui se ne aggiungono altre più piccole e settoriali): Just Eat, Glovo e Deliveroo. Monza nel mercato del take-away è tra le città medie col più alto tasso di prenotazioni in Italia, tant’è che Deliveroo ha visto, tra il 2022 e il 2023, ben il 64% dei ristoranti monzesi in più aderire alla piattaforma. Just Eat nel 2021 ha deciso di partire proprio da Monza, in Italia, per sperimentare i nuovi contratti di lavoro su modello Scoober, una particolare forma contrattuale di secondo livello - sotto a un primo livello di contratto collettivo nazionale di lavoro della logistica - che ha reso i rider per la prima volta in Italia lavoratori subordinati.

Le altre piattaforme, Glovo e Deliveroo - iscritte ad Assodelivery, da cui Just Eat è invece uscita -, pagano a cottimo, vale a dire per ogni consegna effettuata, in un rapporto di lavoro che vede i rider come lavoratori autonomi a partita Iva o in ritenuta d’acconto. La differenza è presto detta: da un lato Just Eat dà la sicurezza di un contratto ad ore, con tutele e indennità riconosciute; dall’altro Glovo e Deliveroo destinano il lavoro al libero professionismo, non dando garanzie ma offrendo la possibilità di lavorare quanto si vuole e di poter guadagnare di più. La paga oraria di Just Eat parte da 7,50 euro netti, che possono aumentare a seconda di scelte contrattuali e indennità riconosciute, mentre Glovo e Deliveroo hanno paghe tra loro simili, partendo da 3,70 euro dal momento in cui si accede all’ordine, a cui si aggiunge un centesimo per ogni chilometro percorso.

I lavoratori fanno sapere che mediamente si riesce a ricavare qualcosa in più da Glovo, ma che Deliveroo ha un accesso oggi mediamente più facile agli ordini. A Monza e dintorni sono circa 100 i rider attivi per Just Eat e 300 quelli di Glovo e Deliveroo. Molto spesso un singolo rider lavora in contemporanea per più piattaforme, delle volte anche tutt’e tre insieme. Fortissima a Monza è la presenza di lavoratori di origine pachistana e bengalese, circa il 75% del totale, mentre i restanti sono italiani o di altre nazionalità. "Just Eat ha dato sicurezza lavorativa ai rider – commenta Ferdinando Sannino, segretario Fit Cisl Monza Brianza Lecco –. Sono lavoratori dipendenti con compenso orario, ferie, malattia, maternità o paternità, indennità per lavoro notturno e festivi, coperture assicurative, dispositivi di sicurezza gratuiti, formazione obbligatoria e tutele previdenziali. È la strada giusta, ciò che manca è che non vengono forniti mezzi e un welfare aziendale. A Monza poi non c’è una postazione fisica come base di appoggio".

«Molti rider per guadagnare sono costretti a lavorare tantocon orari assurdi e pericolosi per la loro salute – denuncia Elena Lott del coordinamento nazionale di Slang-Usb –, tanto che sono numerosi gli incidenti in strada. Andrebbero assunti tutti come lavoratori subordinati. Il sistema a cottimo si presta a sfruttamento perché non hai garanzie e finisci per lavorare senza limiti, e anche il contratto Scoober di Just Eat è peggiorativo rispetto al Ccnl di logistica: qui spesso poi sono poche le ore di lavoro, magari 15, 20, quando molti rider vorrebbero farne 40".


11 febbraio - CAPORALATO ALLA GLOVO, MA NON SOLO, 1: IL DOPPIO SFRUTTAMENTO DELLE LAVORATRICI, UNA TESTIMONIANZA

 Sara, la vita impossibile della mamma rider di Glovo: “Lavoravo tutti i giorni, portavo i figli con me”

Una 47enne racconta la sua esperienza da fattorina: sistema insostenibile. Prosegue l’indagine della Procura di Milano, verifiche sul criterio di calcolo dei compensi

Sara V., 47 anni, iniziò a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio

La paga “non è sufficiente”, neanche per pagare “l’affitto di 200 euro al mese” per vivere in un appartamento in condivisione con altri rider. “Non ho mai pause, lavoro sette giorni su sette”, ha spiegato un altro ciclofattorino ai carabinieri, che hanno raccolto le decine di testimonianze alla base del provvedimento con cui il pm di Milano, Paolo Storari, ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, la società del colosso del delivery Glovo. Provvedimento che dovrà essere convalidato da un gip. L’analisi tecnica si è concentrata sulla “gestione algoritmica della prestazione” lavorativa, il “monitoraggio” costante su “tempi” di consegna e "performance” con tanto di “punizioni”, ma anche su un elemento che resta, al momento, oscuro, ovvero il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e soprattutto calcolare il “compenso”. La piattaforma determina il compenso basandosi su “parametri registrati digitalmente e non negoziati dal rider”, e senza “analisi dei sistemi backend”, scrive il pm, non si sa come si arriva al “calcolo del compenso”. Più, in generale è la piattaforma, secondo la Procura, a “governare” il lavoro dei rider, formalmente lavoratori autonomi, pagato con cifre sotto la soglia di povertà.

Milano, 11 febbraio 2026 – “Questo sistema non può più andare avanti, chi lavora deve avere condizioni dignitose e per fortuna è intervenuta la Procura di Milano”.

Sara V., 47 anni, ha iniziato a lavorare per Glovo spinta dalla necessità di arrotondare lo stipendio perché i soldi, per una donna single con due figli da crescere, non bastano mai. Un impiego che a un certo punto è diventato sempre più assorbente portando via giorni e notti.

Fino a poco tempo fa, perché è riuscita a cambiare lavoro, Sara era uno dei 40mila rider che secondo le indagini coordinate dal pm di Milano Paolo Storari lavorano in condizioni di sfruttamento per Glovo, colosso spagnolo del delivery sottoposto al controllo giudiziario in Italia.

Sara, quando è entrata nella flotta di Glovo?

"Era il 2019, lavoravo part time in una cioccolateria e, avendo due figli piccoli, dovevo cercare per forza un secondo lavoro. Lo stipendio non era sufficiente. Per me all’inizio era un impiego che mi consentiva una certa flessibilità oraria. Con la pandemia ho lasciato la cioccolateria e ho iniziato a lavorare in una struttura sanitaria dalle 6 alle 10. Poi lavoravo per Glovo da mezzogiorno fino alle 8 di sera. Mi capitava di fare consegne anche sette giorni su sette, prendendo magari una mezza giornata per riposare”.

Come conciliava questo lavoro con la cura dei figli?

"Semplicemente, non avendo nessuno a cui affidarli, li portavo con me, perché facevo le consegne con la mia macchina. Non so neanche quante cene abbiamo fatto sul tavolino della mia Fiat Multipla. Per i miei figli, che ora hanno 13 anni, all’inizio era come un gioco. Scendevano con me e a volte mi aiutavano a fare le consegne. Poi la situazione, anche per loro, è diventata sempre più pesante. Si addormentavano in macchina, senza contare il rischio di incidenti. Guidavo costantemente in tensione”.


Quanto guadagnava con questo lavoro?

"In passato, lavorando sette giorni su sette, circa 1.500 euro lordi al mese. Ero costretta a lavorare anche il sabato e la domenica, perché altrimenti sarebbe sceso il mio punteggio, e vivevo costantemente attaccata al cellulare. A un certo punto sono diventata anche ’veterana’. Le condizioni sono peggiorate radicalmente quando è stato introdotto il sistema del free login (un sistema che ha eliminato calendari e slot consentendo ai rider di rimanere sempre connessi, pagati in base alle consegne effettuate, ndr), e lavorare è diventato insostenibile. Bisogna stare in giro ore con il rischio di non guadagnare nulla se non arrivano consegne, perché i tempi morti non vengono pagati. Per questo ho deciso di cercare un altro lavoro”.


lunedì 9 febbraio 2026

9 febbraio - da tarantocontro: Operaio morto all’ex Ilva, la verità di Maria Teresa

 Questo racconto, che più che racconto è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire. Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassa integrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare. Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

Il racconto della moglie di Claudio Salamida tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo
“Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura”. È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...
Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.
I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.

domenica 8 febbraio 2026

8 febbraio - Lo sciopero nei Porti, la riuscita manifestazione a Ravenna e la dissociazione della Cgil. Report dello Slai Cobas psc di Ravenna

 

In occasione dello sciopero internazionale di alcuni porti del Mediterraneo indetto dall'Usb che ha coinvolto i porti del Pireo, Elefsina (Grecia), Bilbao (Spagna), Pasaia nei Paesi baschi, Mersin in Turchia, Marsiglia, Brema e Amburgo, oltre ai Porti di Genova, Trieste, Ravenna, Salerno, Palermo, le reti solidali con la Palestina di Ravenna, Bologna, Modena, Ferrara, siamo scesi in piazza a fianco del popolo palestinese raccogliendo l'appello del Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna, con un corteo partito dall'Autorità portuale, passato davanti all’agenzia di spedizioni Sagem che commercia con Israele e l'Astim, l’azienda che sviluppa sistemi di sicurezza per la Zim, la compagnia marittima che assieme a MSC e Maersk fornisce a Israele le risorse necessarie per genocidio, apartheid e occupazione illegale. 

Lo sciopero ha impedito alla Zim di attraccare a Livorno, a Genova e a Venezia.

Dal sito della Rai/Liguria: "il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, d’intesa con la Farnesina, ha comunicato di seguire "con la massima attenzione l’evoluzione della vertenza in corso, in particolare presso il porto di Marsiglia e le possibili ripercussioni sui collegamenti marittimi strategici tra Italia, Francia, Corsica e Nord Africa. Nel corso degli ultimi giorni sono stati continui i contatti con le autorità francesi, anche tramite la nostra Ambasciata a Parigi e il Consolato generale a Marsiglia. 

Il MIT ha rappresentato con chiarezza le preoccupazioni del Governo italiano per le conseguenze dello sciopero sulle compagnie di navigazione e sulla continuità dei collegamenti marittimi, ritenuti essenziali non solo in chiave nazionale ma anche europea. 

È stata ribadita l’attenzione dell’Italia affinché si giunga rapidamente a una soluzione che consenta il pieno ripristino delle attività portuali e che eviti qualsiasi azione discriminatoria nei confronti di singoli operatori del settore".

Ma torniamo a Ravenna. Trecento persone in corteo, moltissimi i giovani che hanno aperto il corteo,

studenti, lavoratori


(coordinamento Usb lavoratori di Marcegaglia, Sgb, Slai Cobas-Ravenna, Cobas confederazione), giovani palestinesi, Bds, sanitari per Gaza-Ravenna, donne in nero, la partecipazione attiva dell'avvocato Maestri che ha fatto un intervento molto applaudito contro la repressione, dai decreti sicurezza alle denunce a Ravenna. Una manifestazione per dire "Fuori Israele dal Porto di Ravenna", per denunciare le complicità del governo nazionale Meloni e quella delle istituzioni locali e regionali a guida Pd.