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lunedì 4 luglio 2016

3 giugno - SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 01/07/16



INDICE

ASSOCIAZIONE ITALIANA ESPOSTI AMIANTO (AIEA) NEWSLETTER GIUGNO 2016

Muglia La Furia fmuglia@tin.it
UN FILM GIA’ VISTO...

Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
ALL’INFERNO PREPARANO LO CHAMPAGNE

Posta Resistenze posta@resistenze.org
A SAN FERDINANDO E’ STATO UCCISO UN BRACCIANTE

Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
MA CHE FINE HANNO FATTO 550 LAVORATORI MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO NEL 2015?


Vittorio Agnoletto vagnoletto@primapersone.org
I VESCOVI E IL TTIP

Muglia La Furia fmuglia@tin.it
SENTENZA STORICA DELLA CORTE D’APPELLO DI SASSARI: RICONOSCIUTA L’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO PER 2 LAVORATORI DELL’EX ENICHEM DI OTTANA (NU)

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
PRESIDIATA LA STANZA DEL SINDACO DI PISA: L’INTERVISTA A FEDERICO GIUSTI

Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
DALLA VALSUSA: LA MISURA E’ COLMA

Posta Resistenze posta@resistenze.org
CONTRO LA STRATEGIA DEL CAPITALE

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To:
Sent: Sunday, June 19, 2016 9:40 AM
Subject: ASSOCIAZIONE ITALIANA ESPOSTI AMIANTO (AIEA) NEWSLETTER GIUGNO 2016

AMIANTO: SPERANZA DALLA REGIONE SARDEGNA PER SORVEGLIANZA SANITARIA
L’ AIEA ha promosso un incontro Istituzionale, esteso alle Parti Sociali (CGIL, CISL, UIL) e alle associazioni Medicina democratica e ANMIL, per discutere ed operare in merito ad una Sorveglianza Sanitaria estesa a tutti i lavoratori ex esposti ed esposti all’amianto che abbia come obiettivi: la riduzione della mortalità, la promozione della diagnosi precoce anche attraverso un progetto pilota in collaborazione con i maggiori ospedali e centri universitari regionali.
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FONDO VITTIME AMIANTO: NOTE AIEA
La cifra totale messa a disposizione del fondo dal 2008 al 2015 è di 251.066.124,00 euro; in tutto sono stati elargiti agli aventi diritto 167.197.023,00 euro; la differenza tra le entrate e le uscite è di 83.869.101,00 euro; di questa cifra è stato deciso di accantonare 28.783.164,00 euro per le vittime non professionali; i rimanenti 55.085.937,00 euro saranno distribuiti, secondo le cifre spettanti, ai percettori di pensioni per le vittime professionali dell’amianto entro la fine dell’anno 2016.
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CONVEGNO MILAZZO RESOCONTO E CONVEGNO INAIL ROMA
Del Convegno effettuato il 18 e 19 Maggio a Milazzo troverete l’intera documentazione nel sito:
Importante è la disposizione per una Sorveglianza Sanitaria identica in tutta Italia.
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PROCESSO MORTI PER AMIANTO ALLA BREDA/ANSALDO
Il 16 giugno si è tenuta al Palazzo di Giustizia di Milano un’altra udienza del processo contro 10 dirigenti della BredaTermomeccanica/Ansaldo/Finmeccanica di Milano, imputati della morte per amianto di 12 lavoratori.
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UTILIZZO DEI DRONI PER MAPPARE AMIANTO NELLE SCUOLE
Un programma per la mappatura dell’amianto nelle scuole, per un’efficace progettazione e realizzazione di interventi di bonifica. E’ quanto prevede un protocollo d’intesa firmato oggi dalla Struttura di missione per la riqualificazione dell’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.
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PROIEZIONE I VAJONT A GENOVA PALAZZO DUCALE
Il film/inchiesta è una produzione indipendente, ideato e scritto dalla giornalista e regista Lucia Vastano, girato da Maura Crudeli e Federico Alotto con il sostegno di Medicina Democratica e AIEA e raccoglie le testimonianze delle persone coinvolte in alcuni fra i tanti “Vajont” italiani, i disastri causati dall’uomo che hanno colpito il nostro Paese, storie che si ripetono calpestando valori e dignità delle persone spesso, per non dire sempre, in funzione degli interessi economici.
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CONVEGNO AMIANTO MOVIMENTO FORENSE SEZIONE ROMA
Il 27 maggio 2016 dalle ore 13.00 alle ore 16.00 presso la Corte di Appello civile di Roma, Sala Unità d’Italia, la Commissione di diritto del lavoro del Movimento Forense sezione di Roma, ha presentato il convegno “Esposti all’amianto. Patologie, risarcimenti, storie ed azioni giudiziarie a tutela di lavoratori e cittadini”.
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CONVEGNO MILAZZO AMIANTO E INQUINAMENTO AMBIENTALE
Tutti i relatori hanno contribuito a mettere in evidenza le problematiche inerenti all’Amianto, alle sue patologie e agli Inquinamenti e patologie ambientali della Valle del Mela, dando grande risalto, con la loro professionalità ed enorme esperienza a ciò che è stato fatto e maggiormente a ciò che dovrebbe essere fatto nel prossimo e immediato futuro.
Continua a leggere al link:

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From: Muglia La Furia fmuglia@tin.it
To:
Sent: Monday, June 20, 2016 5:10 PM
Subject: UN FILM GIA’ VISTO...

Con l’incontro del 15 giugno 2016 “dovrebbe essersi conclusa”, a livello tecnico, la discussione per la revisione dell’ “Accordo per la formazione e l’aggiornamento” di RSPP e ASSP mentre la Conferenza Stato Regioni (a livello politico) è convocata per il prossimo 23 giugno (pare). 
L’Accordo oltre a rivedere i percorsi formativi per gli RSPP, deve rispettare il mandato di cui all’articolo 32, comma 5 bis e quello di cui all’articolo 37 comma 14 bis (crediti formativi) del D.Lgs. 81/08.
Mi piacerebbe poter dire che l’Accordo si è chiuso nei termini che avevo presentato e commentato io, ma non posso farlo non avendo (ancora) a disposizione il nuovo testo. La mia talpa in Conferenza per darmi il testo del nuovo accordo mi ha chiesto 50 euro in pezzi da 10. Cosa che rifiutato con sdegno.
Per ora quindi, senza avere sotto mano il testo definitivo uscito dal confronto tecnico in Conferenza Stato Regioni, non aggiungo altro.
Quel che è certo è il fatto che, rispetto ai commenti pubblicati sul mio blog lo scorso anno dove avevo cercato di riassumere le novità contenute nell’Accordo, non vi dovrebbero essere grandi novità. E, se trovate delle similitudini con quanto già scritto, non stupitevi, si tratta di un “film già visto”.
Ora, se non ci saranno colpi di mano, dovrebbe esserci il voto (che ricordo deve essere unanime) della Conferenza Stato Regioni.
Il tutto prima che la materia sicurezza sul lavoro venga riportata alla competenza esclusiva dello Stato, con buona pace per regioni e Conferenza Stato regioni, sempre che la riforma costituzionale venga approvata nel referendum d’autunno. 
Ma questa è un’altra storia.
Ed ecco i link per risalire al testo ed ai commenti sulla “bozza di accordo”, come elaborata lo scorso anno e che non dovrebbe presentare, almeno per le parti principali, grandi novità.
“FUSSE CHE FUSSE LA VORTA BBONA” del 18 febbraio 2015
FUSSE CHE FUSSE ... PARTE SECONDA! del 24 febbraio 2015
NUOVO ACCORDO PER LA FORMAZIONE E L’AGGIORNAMENTO DI RSPP/ASPP, MA E’ PRESTO PER DIRLO del 14 marzo 2015 


NUOVO ACCORDO FORMAZIONE RSPP (E NON SOLO) del 24 marzo 2015

Franco Mugliari alias Muglia La Furia

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From: Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
To:
Sent: Wednesday, June 22, 2016 7:26 PM
Subject: ALL’INFERNO PREPARANO LO CHAMPAGNE

Si avvicinano le nozze diaboliche Bayer-Monsanto.
Un po’ di notizie (quelle che i “grandi media” occultano) raccolte da Francesco Masala.
Come nelle migliori storie d’amore, Bayer offre 66 miliardi di dollari per comprare Monsanto, 62 miliardi di dollari era troppo poco:
Per avere un’idea del prezzo, più di 120 stati al mondo hanno un PIL inferiore a 60 milioni di dollari, dopo il matrimonio insieme avranno un fatturato almeno come quello dell’Ungheria o del Bangladesh.
Nel curriculum della Bayer si trovano lo Zyklon B (acido cianidrico), utilizzato come pesticida e antiparassitario (anche in USA) prima di essere impiegato nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti, e prodotto dalla I. G. Farben:
e due armi chimiche letali, come Iprite, usata a partire dalla prima guerra mondiale, e Tabun, usata in abbondanza nella guerra Iraq- Iran:
Bayer si scusa (che gentili) per aver usato schiavi ebrei nelle loro fabbriche:
Invece nel curriculum di Monsanto si trovano molti composti di morte. Fra il 1965 e il 1969 ha prodotto, insieme ad altre imprese, l’Agent Orange in esclusiva per il governo degli USA, ma erbicidi e defolianti non mancano anche oggi, come il glifosato, per esempio:
Il defoliante, contenente diossina, serviva a distruggere qualsiasi copertura per i guerriglieri vietnamiti, poi la guerra è andata come è andata, intanto sia i vietnamiti che i soldati USA, anche quelli che ancora sopravvivono, ringraziano la Monsanto:
Oltre che avere curricula con tanta morte, i due promessi sposi hanno comprato i brevetti su molte forme di vita:
Ecco perché all’inferno si festeggia.

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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, June 23, 2016 3:13 AM
Subject: A SAN FERDINANDO E’ STATO UCCISO UN BRACCIANTE

di Mattia Greco
da Senza Tregua
Alla ribalta della cronaca nazionale tornano gli immigrati della piana di Gioia Tauro. Qualche anno fa, in maniera molto confusa, i media nazionali si occuparono delle rivolte di quel proletariato africano che trascorreva le stagioni tra i campi per una manciata di euro al giorno.
La scorsa settimana, un bracciante malese di nome Sekine Traorè è stato ucciso. Raggiunto da un colpo di pistola sparato da un militare, Antonio Catalano. Si parla, come sempre, di legittima difesa.
Traorè “era un pazzo”, “era ubriaco”, “stava aggredendo altri immigrati” nella tendopoli dove vivono ai confini della dignità umana. Successivamente Traorè ha cercato di ferire gli uomini in divisa accorsi in aiuto di altri immigrati spaventati dal maliano. Queste sono le notizie che diffondono le agenzie d’informazione di tutta Italia derubricando il fatto nell’ennesimo caso di cronaca che coinvolge “l’immigrato”.
Muore un altro immigrato e si riaccendono le luci su una questione quanto mai spinosa e all’ordine del giorno, per chi quelle scene le vive quotidianamente. La vicenda, stavolta, si svolge poco distante dalla più nota Rosarno, a San Ferdinando, un comune con poco più di 4.000 abitanti. Sono tra i 400 e i 500 gli immigrati accampati all’interno di una tendopoli, i quali lavorano nella piana per la raccolta degli agrumi. Il comune è stato sciolto tempo fa per infiltrazioni mafiose. Il paese è tristemente noto a causa delle varie ndrine che gestiscono i vari settori dell’economia locale e influenzano tutta la società.
Un fenomeno che non si ferma solo a San Ferdinando ma è comune a gran parte del meridione, specie della Calabria. Le varie cosche controllano la zona e sono proprio loro quelli che nella maggior parte dei casi sfruttano la forza-lavoro degli immigrati nelle loro terre. Loro sono i padroni, 12 ore di lavoro circa per poco meno di 25 euro, oppure 1 euro per ogni cassetta di mandarini e 50 centesimi per una di arance. Inoltre, c’è anche una tassa di soggiorno (5 euro) e se ti rifiuti di pagarla succede come nel 2010, vieni sparato. La ndrangheta controlla l’economia locale, e in effetti è un settore egemone della borghesia. E’ riconosciuta dalla popolazione locale, utilizza a volte metodi illegali, e si fa spazio con intimidazioni, malaffare, e quando questo non basta uccide.
Non c’è da stupirsi sul fatto che queste cosche hanno interazioni con la politica, e spesso a candidarsi tra le file dei diversi schieramenti, e ad amministrare direttamente la cosa pubblica, vi sono i soliti volti noti delle varie ndrine. Vivere in questa terra non è facile, anzi è difficilissimo, qui regna il silenzio, l’omertà, la rassegnazione e la passività. La popolazione si è come dire abituata all’assenza dello stato, sempre più complice della degradazione sociale e della miseria in cui tutto il Mezzogiorno è immerso. Un popolo abbandonato a sé stesso, e una gioventù facile preda delle organizzazioni criminali locali. Quello che ha di fronte ai suoi occhi questa gente è la prova inconfutabile del collasso di una società intera basata su delle logiche improponibili in cui regnano corruzione e malaffare.
Soffermiamoci adesso sulle condizioni di questi braccianti immigrati che vendono la loro forza-lavoro nella piana di Gioia Tauro, come Traorè. Con molto coraggio, hanno intrapreso un lungo viaggio in cerca di una vita migliore per se stessi e per la propria famiglia. Spinti dalla guerra, dalla miseria e dalla privazione di risorse. Proprio quelle risorse che poi vanno a finire nelle tasche di un occidente sempre più avido, che per mettersi a posto la coscienza parla di solidarietà, istituisce giornate della memoria e convegni in ogni dove sul tema dell’accoglienza.
La maggior parte di questi immigrati rientra nella categoria dei lavoratori stagionali: nei campi prima in Calabria, poi nell’estate si sposta verso la Puglia e la Campania per la raccolta dei pomodori. Secondo un sondaggio l’85% di questi lavoratori non ha un contratto (ma la percentuale cresce notevolmente se si tiene conto del fatto che un buon numero di immigrati ha paura del proprio padrone e quindi tace sul fatto che lavora in condizioni pessime, evidenziando una completa assenza dei diritti fondamentali e delle tutele); il 38% degli intervistati, non solo guadagna meno di 25euro, ma deve anche pagare il trasporto di tasca propria; il 44%, invece, denuncia che lavora attraverso l’interazione di un caporale. Per non parlare poi delle pessime condizioni igienico sanitarie in cui vivono questi lavoratori sottopagati e ipersfruttati. Solo il 6%, infatti, può disporre di servizi igienici, acqua ed elettricità. Vivono in grandi tendopoli che riescono ad ospitare migliaia di immigrati provenienti da tutta l’Africa, oppure in ruderi ormai dismessi. Un bracciante su tre deve accontentarsi di dormire a terra a causa della mancanza dei letti. Queste condizioni di vita precarie fanno sì che molti di loro si ammalino anche gravemente, le più comuni sono: malattie delle vie respiratorie (27%); patologie muscolo-scheletriche (12%); traumatismi (9%) ecc.
Una condizione questa che molti preferiscono non vedere e ben lontana dalla visione distorta del “profugo accolto e privilegiato” che è funzionale agli affaristi di ogni risma. Si occulta così la cruda realtà dove facendo un parallelo con le condizioni di vita degli operai nell’800 non notiamo nessuna differenza, anzi, se possibile, un peggioramento. L’immigrazione è un fenomeno intrinseco ad un sistema di sfruttamento, quello capitalista, che costringe milioni di uomini e di donne a spostarsi, ogni anno, in massa dalla loro terra d’origine. Questo tema deve essere affrontato con cura, dall’ottica del punto di vista della classe operaia, perché se da una parte bisogna essere solidali con il proletariato immigrato che fugge dalla disperazione di determinate condizioni economiche e sociali, il nostro pensiero deve svincolarsi dalla retorica di una certa sinistra radical chic che non vede oltre il suo naso, e non tiene conto di un fattore importante: l’immenso esercito industriale di riserva mosso dal capitale, in particolare dal continente africano ma non solo. Un ingresso di questa nuova forza-lavoro nel mercato del lavoro che consente al padronato di abbattere ogni salario, ogni diritto conquistato dal movimento operaio.
Friedrich Engels nella sua opera “La situazione della classe operaia inglese” descriveva l’immigrazione irlandese con molta cura e minuzia di dettagli. Gli irlandesi arrivavano in Inghilterra e accettavano qualsiasi tipo di impiego. Dalla loro parte avevano una certa fisicità che li rendeva perfetti per qualsiasi tipo di lavoro anche se a primo impatto poteva sembrare duro e sfiancante. Man mano sostituivano gli inglesi nelle fabbriche accettando ritmi di lavoro più intensi e salari al ribasso. Non solo, dunque, peggioravano le condizioni lavorative ma anche lo stile di vita ne risentiva. L’irlandese viveva in abitazioni fatiscenti, in locali malsani, spesso putridi, ed indossava abiti vecchi e scuciti. L’intera classe operaia inglese risentì di questo peggioramento generale. La condotta morale del proletariato stesso ne era profondamente condizionata con il lavoratore che risultava completamente alienato dalla vita di fabbrica e non gli restava che sfogare i soli due piaceri. Infatti, solo nel bere e nel praticare attività sessuale egli si sentiva realmente libero. Tutto questo mentre i padroni, i fabbricanti, accumulavano sempre maggiori profitti dallo sfruttamento del proletariato.
Un breve excursus storico che ci fa capire quanto le cose non siano per nulla cambiate. Basta fare un semplice collegamento con la vicenda di qualche giorno fa. Traorè probabilmente era ubriaco, sfinito dopo giorni e giorni di duro lavoro nei campi. Tutto questo si ipotizza che l’abbia portato a scagliarsi contro gli altri compagni di lavoro con cui condivideva la tenda e successivamente con le forze dell’ordine intervenute. Fatto che non si può scindere dall’analisi del fenomeno nel suo insieme, come esso si riproduce all’interno di un sistema di sfruttamento e le sue contraddizioni sociali, e prendere atto della necessità di un cambiamento rivoluzionario per tutto il proletariato in un contesto storico in cui la lotta di classe è all’ordine del giorno, e la conducono in maniera vittoriosa i nostri nemici di classe, ovvero la borghesia.
Dobbiamo rigettare completamente il pensiero xenofobo e razzista fomentato dalle destre per creare una guerra tra poveri, tra sfruttati, tra vittime dello stesso sistema funzionale al grande capitale così come il pensiero finto progressista e cattolico che non si pone sul piano politico della lotta di classe. Il proletariato condivide gli stessi interessi, al di là di origini e confini, per questo è necessaria l’unità di tutti i lavoratori e la sua organizzazione come classe, che è l’unica arma che gli consente di migliorare le proprie condizioni, che le consentirà di rovesciare l’intero sistema di sfruttamento a cui è soggetta. Per questo dobbiamo rivendicare la parità di diritti e salario per tutti i lavoratori, autoctoni e immigrati, il miglioramento complessivo delle condizioni di vita e di lavoro schierandoci contro qualsiasi forma di sfruttamento, contro il lavoro in nero senza tutele, contro il caporalato e il sistema dei grandi proprietari agricoli che lo generano.
La nostra solidarietà è rivolta a chi ha deciso di non scendere nei campi, rinunciando ad una giornata di lavoro per chiedere giustizia per il bracciante immigrato ucciso e verità su come sono avvenuti realmente i fatti, le cui ricostruzioni ufficiali lasciano – come sempre – più di un dubbio. Dal canto nostro non abbiamo dubbi sul fatto che le forze dell’ordine siano sempre molto decise quando si tratta di intervenire contro un proletario e molto meno quando si tratta di toccare i fili del massimo profitto dei padroni sul quale si regge la legalità dell’ordine dello sfruttamento capitalistico.
La borghesia ci vuole divisi, spetta a noi comunisti tracciare il sentiero per l’unità del proletariato nei posti di lavoro e nei quartieri in un’unica forza liberatrice di tutti gli sfruttati contro tutti gli sfruttatori, per costruire un mondo nuovo senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e guerre imperialiste dove nessuno sia più costretto ad emigrare e il proletariato possa vivere pienamente dei frutti della ricchezza che produce, in prosperità, progresso sociale e pace con i popoli di tutto il mondo.

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Thursday, June 23, 2016 10:21 AM
Subject: MA CHE FINE HANNO FATTO 550 LAVORATORI MORTI PER INFORTUNI SUL LAVORO NEL 2015?

Il Parlamento riconvochi il Presidente dell’INAIL, che spieghi ai rappresentanti del popolo come mai spariscono 550 lavoratori tra le morti per infortuni da questo Istituto. perchè tante morti non vengono riconosciute come tali.
Governo e opposizione non hanno nulla da dire? Insomma facciamo chiarezza!
Delle 1.246 denunce per infortuni mortali pervenute all’INAIL ne sono state riconosciute solo 694. Si parla addirittura di un calo rispetto al 2014. Gli altri 552 morti che fino hanno fatto?
Sono resuscitati? O non sono morti per infortuni.
La stampa tutta era scandalizzata per l’aumento delle denunce: adesso non si chiede spiegazioni? Un can can mediatico incredibile. Adesso il silenzio? Dei 694 morti che l’INAIL ha riconosciti come morti per infortuni sul lavoro il 55% non sono morti sui luoghi di lavoro. Rimangono 364 lavoratori che l’INAIL riconosce morti sul posto di lavoro.
Noi come potete vedere nel Report dei morti del 2015 e nell’apertura dell’Osservatorio ne abbiamo registrati sui luoghi di lavoro 678. Quasi il doppio. lavoratori che non hanno neppure la dignità di essere riconosciuti come morti sul lavoro. Questo è spiegabile perché noi li monitoriamo tutti. Complessivamente se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere si superano i 1.400 morti.
Insomma si faccia chiarezza, Si stabilisca finalmente che l’INAIL riconosce come morti sul lavoro solo i propri assicurati e che tantissimi non lo sono. Che tantissime denunce che riceve questo Istituto dello Stato non sono riconosciute come “morti sul lavoro”. o per non essere assicurati all’INAIL o perchè con modalità non rispettate, soprattutto in itinere. O per altri motivi che non si conoscono.
Ma i media e le televisioni non hanno nulla da dire a proposito? Si avventano tutti quando c’è una notizia clamorosa quale un aumento del 15% che non esiste se si prendono in considerazioni tutte le morti, che però sono molte di più.
Povero questo nostro paese che non è neppure capace di stabilire quanti morti sul lavoro ha. Il Presidente dell’INAIl ha relazionato in parlamento. Un parlamento silenzioso, forse perchè se ne frega della vita di chi lavora. Perchè non lo riconvocano e chiedono spiegazioni? Consiglio a tutti d’andare a rileggere quello che tutti i media scrivevano solo pochi mesi fa sullo spaventoso aumento. che poi è diventato un calo.

Da ADNKronos
INAIL: 694 MORTI SUL LAVORO NEL 2015, AUMENTANO LE DENUNCE
Gli infortuni mortali accertati sono stati 694 nel 2015 con un calo del 2% rispetto al 2014, a fronte di 1.246 denunce di infortunio mortale (erano 1.152 nel 2014, 1.395 nel 2011). E’ quanto emerge dalla relazione annuale INAIL esposta dal presidente dell’Istituto Massimo De Felice. Degli incidenti mortali accertati 382, il 55%, è avvenuto al di fuori dell’azienda.
Nel 2015 sono state registrate poco meno di 637 mila denunce di infortuni, rispetto al 2014 si ha una diminuzione di circa il 4%; sono circa il 22% in meno rispetto al 2011. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità, con costo a carico dell’INAIL; in media 82 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione, circa 20 giorni in assenza di menomazione.
Le denunce di malattia, spiega l’INAIL, sono state circa 59 mila (circa 1.500 in più rispetto al 2014), con un aumento di circa il 24% rispetto al 2011. Ne è stata riconosciuta la causa professionale al 34%, il 3% è ancora “in istruttoria”. Il 63% delle denunce è per malattie del sistema osteomuscolare (cresciute del 46% rispetto al 2011). Le denunce riguardano le malattie e non i soggetti ammalati, che sono circa 44.000; di cui circa il 39% per causa professionale riconosciuta. Sono stati poco meno di 1.600 i lavoratori con malattia asbesto-correlata. I lavoratori deceduti nel 2015 con riconoscimento di malattia professionale sono stati 1.462 (il 27% in meno rispetto al 2011), di cui 470 per silicosi/abestosi (l’85% è con età al decesso maggiore di 74 anni).
In crescita le aziende irregolari: delle 20.835 aziende sottoposte a controlli (il 67% del terziario, il 29% del settore industria) l’87,4% sono risultate irregolari. Sono stati regolarizzati 61.333 lavoratori (più del 3% rispetto al 2014), di cui 54.771 irregolari e 6.562 in nero.

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From: Vittorio Agnoletto vagnoletto@primapersone.org
To:
Sent: Friday, June 24, 2016 11:41 PM
Subject: I VESCOVI E IL TTIP

Un interessante presa di posizione dei vescovi statunitensi ed europei sul TTIP. Gli accordi commerciali internazionali, materia ancora sconosciuta alla stragrande maggioranza dei cittadini, saranno sempre più decisivi nel condizionare la qualità di vita nostra e delle future generazioni.

Nonostante il cognome di uno dei due firmatari il documento è vero... e direi anche interessante. Il vento portato da Francesco per ora continua a soffiare con modalità inaspettate.
Buona lettura.
Vittorio

Prima che il TTIP venga completato, concordato e ratificato, è essenziale intraprendere un esaustivo esame costi/benefici sotto l’aspetto sociale ed ambientale. Tale riesame dovrebbe prendere in considerazione non solo la teoria economica, ma anche un’analisi obiettiva dei reali effetti del trattato sui cittadini, le società e il pianeta. Questa disamina deve tener conto del potenziale impatto del TTIP sui bisogni essenziali, sugli elementi fondamentali del benessere di tutti i cittadini e sui diritti che offrano accesso ed opportunità per tutti. Il TTIP deve contribuire al benessere di tutti i cittadini, specialmente di quelli poveri. Tutti dovrebbero partecipare alle decisioni che impattano sulle proprie vite. I presunti benefici devono essere equamente distribuiti, in modo da non esacerbare le diseguaglianze. In sintesi, il TTIP deve portare ad un mondo più sicuro e pacifico, piuttosto che accrescere le tensioni economiche e politiche.
E’ pur vero che il perseguimento di una politica per un futuro migliore per tutti, rispettoso dei diritti delle generazioni presenti e future, non può realizzarsi mediante un’eccessiva regolamentazione né attraverso una drastica deregolamentazione. Accordi e trattati debbono sostenere il dinamismo sociale sia incoraggiando le potenzialità creative della mente e del cuore, sia promuovendo una equa partecipazione di tutti i membri dell’unica grande famiglia umana.
Quello che Papa Francesco ha scritto ai paesi del G-8 nel 2013 si applica anche al TTIP: “Il fine dell’economia e della politica è di servire l’umanità, a partire dai più poveri ed indifesi” (Lettera al Right Honourable David Cameron, 17 giugno 2013). La storia fornisce evidenza di come una crescita dei commerci e degli investimenti possa realmente risultare benefica a condizione che venga strutturata in modo da contribuire a ridurre, non ad esacerbare, le disuguaglianze o le ingiustizie. Le politiche commerciali devono basarsi su criteri etici centrati sulle persone nel perseguimento del bene comune per le nostre nazioni e per tutte le genti sparse per il mondo. La negoziazione e l’applicazione di accordi commerciali deve conformarsi ai principi che promuovono e difendono la vita e la dignità umana, che tutelano l’ambiente e la salute pubblica e che promuovono la giustizia e la pace nel mondo.
Certi principi devono essere adottati per valutare qualsiasi proposta di trattato commerciale, incluso il TTIP
SOSTENIBILITA’ E PRECAUZIONE
I vescovi degli USA e dell’UE desiderano sottolineare i principi di sostenibilità e precauzione. Una delle implicazioni del principio di precauzione è che deve essere assegnata priorità alla prevenzione del danno. Si deve pazientare nell’adozione di prodotti o procedure fino a quando non ci sia evidenza scientifica che questi non causino danni significativi alle generazioni presenti e future e non mettano a rischio l’ecologia della natura.
TUTELA DEL LAVORO
La dignità umana richiede quale priorità la tutela dei lavoratori e dei loro giusti diritti. Sosteniamo i diritti dei lavoratori, incluso il diritto ad auto-organizzarsi, così come la conformità agli standard lavorativi concordati a livello internazionale. Qualsiasi accordo deve essere accompagnato dall’impegno per l’impresa di assistere i lavoratori in malattia, così come le loro famiglie e comunità, di far fronte alle tensioni sia sociali che finanziarie legate alle delocalizzazioni che possono essere causate dal libero commercio. Particolare attenzione deve essere posta nelle condizioni di sicurezza nel lavoro, in un ragionevole orario di lavoro, nelle ferie, nel salario familiare minimo, nonché in altri riconosciuti benefici sociali.
POPOLAZIONI INDIGENE
In ogni parte del mondo i vescovi cattolici esercitano estensivamente il loro ministero tra i gruppi indigeni. Nel rispetto del loro patrimonio culturale e in vista del loro sviluppo economico, il TTIP deve rispettare il patrimonio di queste comunità indigene e condividere con equità i benefici di qualsiasi commercio con gruppi nei quali si originano saperi tradizionali e risorse naturali.
MIGRAZIONI
La nostra Chiesa ha da lungo tempo difeso il diritto delle persone a migrare quando le condizioni nel paese di origine non sono sicure o non permettono di provvedere a loro stesse e alle proprie famiglie. Se si vogliono ridurre le migrazioni, siamo convinti che ciò deve essere attuato alleviando le condizioni che spingono le persone a lasciare le loro terre natali. Qualsiasi accordo commerciale o sugli investimenti dovrebbe essere definito in modo da assicurare una riduzione della necessità ad emigrare.
AGRICOLTURA
I nostri fratelli vescovi qui e all’estero, assieme ad altri partner coi quali lavoriamo, hanno espresso pesanti timori circa la vulnerabilità dei piccoli produttori agricoli quando sono posti di fronte alla concorrenza di prodotti agricoli che beneficiano di notevoli vantaggi grazie alle vigenti politiche e ai sussidi dei loro governi. Qualsiasi accordo dovrebbe promuovere il settore agricolo dei paesi in via di sviluppo e proteggere chi vive in aree rurali, specie nel caso di piccoli produttori agricoli.
SVILUPPO SOSTENIBILE E CURA DEL CREATO
La crescente integrazione economica a livello globale contiene potenziali benefici per tutti i partecipanti, ma dovrebbe fare qualcosa di più della semplice regolazione del commercio e degli investimenti. Il legame essenziale tra la preservazione dell’ambiente e uno sviluppo umano sostenibile richiede di porre attenzione prioritaria alla protezione dell’ambiente e della salute delle comunità, inclusa l’assistenza a paesi poveri che spesso mancano di conoscenze tecnologiche o di risorse sufficienti a mantenere un ambiente sicuro. Gli accordi dovrebbero prevedere l’alleggerimento dal peso dirompente del debito a carico di paesi poveri e il supporto ad uno sviluppo che accresca l’affidamento su se stessi ed un’ampia partecipazione nei processi decisionali. Il TTIP non dovrebbe consentire il commercio e l’investimento in merci che possano compromettere il bene comune (quali le armi illegali o le droghe).
DIRITTI DI PROPRIETA? INTELLETTUALE
Siamo anche preoccupati per le clausole sui diritti di proprietà intellettuale riguardo ai farmaci e all’agricoltura. Dobbiamo tenere in conto la necessità di assicurare l’accesso ai medicinali e i progressi nell’agricoltura per le popolazioni più esposte. La Chiesa colloca i diritti di proprietà intellettuale all’interno del più vasto contesto del bene comune ed è convinta che questi diritti debbano essere bilanciati con i bisogni dei poveri. Il principio del bene comune non richiede solo la legittima tutela dell’interesse privato ma anche che si tenga in conto il bene comune a livello locale e globale. Gli accordi non possono essere instaurati od accettati esclusivamente sulla base dei benefici per i contraenti nel quadro bilaterale. Vanno anche tenuti in conto i benefici e i costi per soggetti terzi, in particolare i poveri, gli indifesi, i giovani, gli anziani e gli infermi.
MECCANISMI DI RISOLUZIONE DELLE DISPUTE
Ci poniamo interrogativi sul merito di richiedere per le parti sovrane nei trattati internazionali di aderire ad un arbitrato internazionale vincolante quale il forum per la risoluzione delle dispute, o mediante il meccanismo di strutture per la risoluzione delle dispute investitore-stato (ISDS) o attraverso corti internazionali sugli investimenti, proposte di recente. Ambedue questi percorsi possono portare a vantaggi indebiti per interessi commerciali disposti a sfruttare le regole dell’arbitrato o dei sistemi giudiziari e ad un indebolimento di importanti standard sui diritti ambientali, lavorativi e umani. Gli interessi privati non dovrebbero far eclissare i beni pubblici. L’impatto sulla legislazione ambientale e sociale, o sulle politiche per la salute, l’istruzione e la cultura deve essere attentamente studiato. Una sproporzionata attenzione per l’armonizzazione o la semplificazione regolatoria non possono costituire la base per arrivare a compromettere adeguate normative sulla sicurezza, il lavoro, la salute e l’ambiente adottate localmente da organismi confederali, statali o regionali.
PARTECIPAZIONE
E’ cruciale che tutte le persone abbiano voce in capitolo in decisioni che riguardano le loro vite. La dignità umana richiede trasparenza e il diritto delle persone a partecipare a decisioni che impattano su di loro. La partecipazione va in particolare applicata per i negoziati del TTIP e per altri accordi commerciali. Questi dovrebbero svolgersi in sedi pubbliche e attraverso processi che assicurino che le voci provenienti dai settori più colpiti della società possano essere ascoltate e i loro interessi riflessi in qualsivoglia accordo dovesse venir fuori. Giustizia va applicata in ogni fase dell’attività economica; i canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, non appena il processo economico e politico viene alla luce, e no giusto in conclusione o per caso.
In questa esortazione apostolica, “Evangelii Gaudium”, Papa Francesco osserva: “La grande crisi mondiale che colpisce la finanza e l’economia mette allo scoperto i loro squilibri e, soprattutto, la loro mancanza di reale preoccupazione per i bisogni umani; l’uomo è ridotto ad un unico bisogno: il consumo”.
Il Papa Emerito Benedetto XVI, nell’enciclica “Caritas in Veritate”, ha dichiarato: “L’economia ha bisogno di un’etica per funzionare correttamente, non qualsivoglia etica, ma un’etica che sia centrata sulle persone”. Il nostro insegnamento pone le persone (specialmente i più poveri e indifesi) al primo posto. L’accordo TTIP attualmente proposto deve essere giudicato con questi standard di alto livello.
per i Vescovi della UE Reinhard Marx
per i Vescovi degli USA Joseph Edward Kurtz

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From: Muglia La Furia fmuglia@tin.it
To:
Sent: Saturday, June 25, 2016 5:37 PM
Come volevasi dimostrare: la bozza del testo di revisione [del percorso formativo per RSPP/ASSP] ha regolarmente affrontato il tavolo tecnico del 15 giugno, ma non è ancora approdata, con le modifiche di contenuto e formali successive al tavolo tecnico, nella sede della “Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano” per una possibile, ma non scontata, approvazione.
Nuovo percorso formativo per RSPP/ASSP con numero di ore ridotto al lumicino, esoneri confermati per i soggetti dell’articolo 32, comma 5 del D.Lgs. 81/08, ore di aggiornamento ridotte nel numero ma soprattutto valide per anche per coordinatori (se coerenti), crediti formativi ai sensi degli articoli 32 e 37 con una tabella che incrocia tutto e tutti con dei SI, dei NO o IN PARTE.
Tutto qui.
L’unica cosa degna di nota avrebbe dovuto essere il riconoscimento delle “sperimentazioni” messe in atto da alcune regioni e province autonome (percorsi di formazione integrata per RSPP, Moduli B zero ecc.), ma a questo ci ha già pensato il mercato.
Ennesimo tentativo di regolamentare la formazione in FAD, e learning, video conferenza, enti bilaterali/ organismi paritetici destinato a restare ancora una volta lettera morta.
Comunque se passa, prepariamoci alla solita valanga di seminari, convegni ecc., con crediti formativi, per capire cose che la semplice lettura del testo dovrebbe consentirci di comprendere e applicare.
Poi arriveranno gli interpelli (la Cassazione 2) e infine, quando i buoi saranno già scappati dalla stalla, anche la magistratura (Cassazione 1). Nel frattempo furbi e furbetti del quartierinio ci avranno fatto su un po’ di quattrini mettendo in piedi corsi “new style”.
Comunque, non preoccupatevi, vale sempre l’insegnamento gattopardesco del “che tutto cambi perché nulla cambi”.
Franco Mugliari alias Muglia La Furia

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To:
Sent: Monday, June 27, 2016 11:19 AM
Subject: SENTENZA STORICA DELLA CORTE D’APPELLO DI SASSARI: RICONOSCIUTA L’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO PER 2 LAVORATORI DELL’EX ENICHEM DI OTTANA (NU)

L’Associazione Italiana Esposti Amianto AIEA Onlus diventa sempre più sinonimo di giustizia per i lavoratori ex esposti all’amianto, le sentenze della Corte di Appello di Ottana (NU) aprono una breccia sul muro di omertà e di falsità che si costruita a discapito degli operai che hanno lavorato nei siti industriali della Sardegna.
La Corte di Appello di Sassari, dando incarico al Consulente Tecnica di Ufficio per verificare la richiesta dei ricorrenti, ha posto il seguente quesito:
“Esaminati gli atti e i documenti di causa, compiuto ogni accertamento utile, autorizzato l’accesso presso gli uffici competenti e presso la società proprietaria degli impianti onde visionare e/o acquisire documentazione utile e necessaria per l’espletare l’incarico, dica il CTU se nell’ambiente di lavoro dove si è svolta la prestazione lavorativa decennale così come dedotta dal ricorrente, tenuto conto anche della specifica ubicazione, fosse presente e rilevabile esposizione ad amianto e, in caso positivo, se fosse esposizione a rischio diretto o ambientale, se vi fosse concentrazione di fibre di amianto ed in quale misura con riferimento ai valori limite indicati nel D.Lgs. 277/91 e successive modifiche. Chiarisca, in particolare, il CTU il numero di ore al di sopra delle quali si può ipotizzare, nel caso in specie, il superamento della soglia massima”
Il CTU nella sua relazione evidenzia: “Nella costruzione di impianti chimici e/o petrolchimici, non solo in Italia ma nel mondo, come è possibile facilmente rinvenire dalla letteratura tecnica, sono stati usati, almeno fino agli anni ‘70 e ‘80, sistemi, metodologie e materiali similari. Da ciò deriva che gli impianti di Ottana sono la copia quasi gemella dei loro omologhi di Marghera, Pisticci, Ravenna, Porto Torres, Priolo, Brindisi, Augusta ecc.”.
Dall’analisi fatta sulle manualità operativa giornaliera nell’esecuzione dei lavori di manutenzione che i lavoratori ricorrenti effettuavano (elettricista e strumentista) nello stabilimento di Ottana, la CTU conclude dichiarando che per i casi esaminati “esposizione media annua ponderata sulle 8 ore lavorative superiore a 0,1 f/cm3”.
Si arriva, dopo oltre 10 anni, alle conclusione che le mansioni come ad esempio quelle svolte dagli addetti alla manutenzione elettrica e strumenti, sono in sintonia con quanto affermato dall’Atto di indirizzo del 06/03/01 del Ministero del Lavoro per il riconoscimento dei benefici previdenziali dovuti all’esposizione all’amianto emanato per gli stabilimenti del gruppo Enichem di Brindisi, Marghera, Ravenna, ed in seguito (anno 2005, vedi allegato) per lo stabilimento di Pisticci Scalo (MT) dove gli addetti alla manutenzione elettrica e strumenti, oltre a tante altre mansioni, hanno avuto in via amministrativa i benefici previdenziali ai sensi del comma 8 della L. 257/92.
Nel frattempo migliaia di domande inoltrate all’INAIL, che a negato il diritto ai richiedenti, sono prescritte. Nella provincia di Nuoro l’INAIL ha certificato l’esposizione solo a 12 richieste su 1441 domande, e riconosciuto 6 richieste di malattie professionali su 77 domande.
L’AIEA, anche alla luce di documentazione che dimostra l’acquisto di manufatti contenenti amianto ben oltre la data dell’emanazione della L. 257/92, tramite la sua delegata, Sabina Contu presidente di AIEA Sardegna, invita l’INAIL a ritirare, in autotutela, le relazioni emesse dalla CONTARP nel 2003 per gli stabilimenti di Ottana (NU) e Assemini (CA) perché esse potrebbero avere generato violazione dei diritti umani, in particolare del diritto alla salute e alla sicurezza personale.
Documentazione che è già a disposizione delle Procure della Repubblica interessate.
La vertenza Sardegna promossa dall’AIEA è condivisa da CGIL, ANMIL che insieme sottolineano:
“...non siamo contro le industrie ma non si possono barattare i posti di lavoro con la salute degli operai”
Al presente link potete prendere visione degli articoli riportati dai quotidiani locali:


Ulteriori articoli ai seguenti link:
SERVIZIO CONFERENZA STAMPA SU SENTENZA STORICA TRIBUNALE DI SASSARI
SENTENZA STORICA: RICONOSCIUTI I CONTRIBUTI PREVIDENZIALI A DUE EX LAVORATORI DI OTTANA ESPOSTI ALL’AMIANTO
OTTANA, SENTENZA STORICA PER I LAVORATORI ESPOSTI ALL’AMIANTO
AMIANTO: EX OPERAI ENICHEM DA RISARCIRE, “ORA TAVOLO INAIL”
SENTENZA STORICA DELLA CORTE D’APPELLO DI SASSARI: RICONOSCIUTA L’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO PER 2 LAVORATORI DELL’EX ENICHEM
RICONOSCIUTI I BENEFICI PER DUE EX LAVORATORI
AMIANTO: RISARCIMENTO EX OPERAI ENICHEM
AMIANTO: RISARCIMENTO EX OPERAI ENICHEM
AMIANTO ALL’EX ENICHEM, GIUDICI DICONO SÌ AL RISARCIMENTO PER DUE OPERAI
AMIANTO, SENTENZA CLAMOROSA: SÌ A RISARCIMENTO EX OPERAI ENICHEM
SENTENZA STORICA DELLA CORTE D’APPELLO DI SASSARI: RICONOSCIUTA L’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO PER 2 LAVORATORI DELL’EX ENICHEM
RICONOSCIUTA ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO LAVORATORI EX ENICHEM, CONFERENZA A NUORO
AMIANTO: RISARCIMENTO EX OPERAI ENICHEM
SENTENZA STORICA A CAGLIARI: PENSIONE ANTICIPATA PER MALATO D’AMIANTO - CASTEDDU ONLINE

Grazie per l’attenzione,
Mario Murgia

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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Monday, June 27, 2016 4:19 PM
Subject: PRESIDIATA LA STANZA DEL SINDACO DI PISA: L’INTERVISTA A FEDERICO GIUSTI

Al termine dell’assemblea, i lavoratori del Comune di Pisa hanno deciso di presidiare la stanza del Sindaco Filippeschi per ricevere risposte concrete sull’inarrestabile riduzione del personale, sull’aumento del carico di lavoro e sul continuo ricorso alle esternalizzazioni dei servizi.
Il Sindaco si nega... e i lavoratori occupano il primo piano, presidiando le stanze del “primo cittadino”!
I principali nodi su cui i dipendenti del Comune pretendono risposte sono:
-         riduzione del numero di dipendenti, passato da 1.000 a 700 dipendenti negli ultimi anni, in linea con quanto avviene in tutta Italia;
-         blocco del turn over al 25%, per cui si può procedere a una sola assunzione, a fronte di 4 pensionamenti;
-         contrattazione del secondo di secondo livello e riduzione del salario accessorio;
-         aumento delle esternalizzazioni: privatizzazione dei servizi sociali, educativi, cimiteriali, bibliotecari che comportano un peggioramento della qualità del servizio e delle condizioni di lavoro, a vantaggio delle cooperative/ditte in appalto.
Riportiamo l’intervista completa a Federico Giusti RSU del Comune di Pisa, protagonista della mobilitazione di mercoledì 22 giugno, che ci spiega nel dettaglio punto per punto, quali siano le condizioni per i lavoratori (dipendenti diretti e lavoratori in appalto) e quali le responsabilità dell’amministrazione Filippeschi, in linea con le scelte del PD nazionale.
Al seguente link, l’intervista a Federico Giusti:

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From: Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
To:
Sent: Wednesday, June 29, 2016 10:58 AM
Subject: DALLA VALSUSA: LA MISURA E’ COLMA

Nella volontà di metterci in mezzo alla costruzione del progetto dell’Alta Velocità ci siamo incontrati in tanti.
Iniziare a guardare in modo diverso la terra in cui si vive per capire se le trivelle stanno arrivando.
Alimentare il passaparola, prendere la macchina per riuscire ad accorrere in fretta.
Recuperare del materiale da buttare sulla carreggiata per bloccarla.
Preparare un tè per scaldare la notte tutti insieme.
Prendersi la Maddalena, organizzare collettivamente le giornate e vivere questo spazio rompendo la propria quotidianità.
Non avere paura di difenderlo insieme.
Riscoprire i sentieri e trovare nuove vie per arrivare al cantiere, sperimentare modi diversi per attaccarne le reti.
Stringersi attorno a chi per tutto questo viene punito e non lasciarlo solo.
La lotta qui ha cambiato la vita di molti di noi.
La lotta qui è riuscita a dare molto filo da torcere alla realizzazione dell’opera.
Proprio per questo ci hanno attaccato da più fronti: hanno fatto di un cantiere un fortino, hanno militarizzato la valle, hanno promesso compensazioni e deciso tavoli di trattativa per guadagnarsi gli indecisi; hanno provato a spaventarci con multe, misure cautelari e arresti.
In questo quadro s’inserisce quest’ultima operazione repressiva.
Il 21 giugno la polizia ha bussato alle porte di molti di noi per portare ancora misure cautelari e arresti. In questo momento in cui gli ostacoli fanno faticare la lotta, viene colpita l’ostinazione di 23 persone, qualcuno che in valle ci vive e qualcuno che ha deciso di esserci con costanza.
Se di prima impressione parrebbe che non si siano fatti scrupoli obbligando persino delle signore di settant’anni a presentarsi quotidianamente dai carabinieri e utilizzando misure straordinarie come l’arresto e l’isolamento dopo una perquisizione, in realtà, a ben vedere, c’è la volontà precisa di stroncare la lotta.
Se questa volontà ci è già chiara da tempo, se gli spazi per lottare sono sempre più risicati, se le nostre vite sempre con più facilità sono legate a delle carte di tribunale, è arrivato il momento in cui tutto ciò non si può più accettare.
La misura è colma.
Ecco perché ho deciso di non trasformare la mia casa in prigione, me stesso in carceriere e permettere di essere allontanato dai miei affetti e dalla lotta. Consapevole delle conseguenze di questo gesto e sulla spinta di chi a Torino già ha sperimentato una strada come questa e ha rifiutato le misure cautelari, questa è l’unica scelta che ho sentito di fare.
Una scommessa di chi è stato colpito e di chi in Val di Susa e altrove vorrà vederci un’occasione per rilanciare la nostra forza.
Giuliano
Cels 23 giugno 2016

Vedi anche

Mai scrivere “noi”: appello per la libertà di ricerca e di pensiero

Non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo

Bussoleno, 10/12 giugno: una montagna di libri contro il TAV


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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, June 30, 2016 2:51 AM
Subject: CONTRO LA STRATEGIA DEL CAPITALE

da Nuova Unità
15/06/16

Il compito della classe operaia non è salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo.
I salari e i diritti dei lavoratori sono sempre più sotto attacco, la disoccupazione cresce, nonostante i numeri della propaganda governativa, sono poche le industrie rimaste in seguito alla delocalizzazione. Renzi si gongola della sua politica antipopolare di tagli, decurtazione dei salari e precariato perché attrae investimenti esteri, ma i capitalisti stranieri si appropriano delle imprese italiane per chiuderle o ristrutturarle per renderle più competitive con conseguente riduzione del personale.
Privatizzazioni dei servizi pubblici, compresa la sanità (con tutte le conseguenze che ricadono sugli operatori e sui pazienti), Jobs Act e accordo sulla rappresentanza, firmato con la complicità dei sindacati confederali, eliminazione delle tutele sindacali, repressione sui luoghi di lavoro dove aumentano i ritmi e si tagliano le pause, lavoro precario, libertà di licenziamento e più sfruttamento sono misure che eliminano gli ostacoli ai capitalisti e ne aumentano i profitti.
Per portare a compimento il disegno capitalista il governo Renzi (del quale è degno rappresentante) deve ricorrere alle riforme istituzionali e costituzionali. Per cambiare l’Italia è vero, nel senso di renderla sempre più barbara come gli Stati Uniti. Ma mano libera ai capitalisti non è prerogativa italiana. Le riforme delle riforme fanno parte della politica europea. Dopo aver affamato i portoghesi, gli spagnoli, i greci (dove continuano massicce lotte e scioperi oscurati dai mass-media a sostegno di Tsipras) tocca alla Francia. Paesi retti da governi che si definiscono di sinistra ma agiscono come la destra, sono governi reazionari quindi basta col considerarli di sinistra e stupirsi delle loro scellerate scelte antipopolari, questa paternità gli va tolta.
Solo che la Loi travail vede, a differenza dell’Italia, scioperare tutte le categorie e scendere milioni di lavoratori, giovani e studenti nelle piazze in difesa dei propri diritti e per salvare lo stato sociale. Mobilitazioni che si scontrano con la repressione, aumentata considerevolmente dopo gli attacchi terroristi, ma rivolta solo contro le proteste. Evidentemente i sindacati francesi sono meno condizionati dai partiti di governo che invece sono molto presenti nel nostro paese dove l’offensiva del capitale è favorita dalla concertazione tra governi, Confindustria e sindacati che, invece di mettere in moto la classe per la difesa delle conquiste storiche, cercano di frenare le poche lotte isolate causando passività, sottomissione e rassegnazione.
La strategia del capitale e dell’imperialismo è chiara. Il capitalismo è in una fase sempre più profonda della sua crisi, deve crescere la sua aggressività militare e, con l’alibi della lotta al terrorismo, ogni tipo di violenza, la deriva fascista, il ricorso alla repressione e all’offensiva antipopolare. Viminale e Palazzo Chigi stanno lavorando ad un Decreto legge sulla “sicurezza urbana” per dare più poteri ai Sindaci di intervenire su un settore finora affidato a Prefetto e Questore. Ulteriore tassello, insieme alla legge sulla rappresentanza che dovrebbe sancire l’accordo vergognoso tra Confindustria e sindacati e la nuova legge sugli scioperi, per tentare di chiudere la bocca a chi si oppone.
In questo contesto si inseriscono la promozione e le campagne anticomuniste. Persecuzioni, condanne, divieti contro i partiti comunisti ricorrono in tutti i paesi. Solo qualche esempio: in Polonia, dove si sta realizzando una “Aegis Ashore”, l’installazione terrestre del sistema missilistico USA già costruito in Romania, militanti del Partito comunista sono stati condannati a 9 mesi di carcere, molti al lavoro sociale obbligatorio e a multe per la diffusione delle loro idee sul giornale Brzack. In Ukraina il Partito comunista è al bando e la giunta golpista e nazista con il pretesto del rafforzamento della sicurezza nel mar Nero si allea con il governo fascista turco, e privatizza le terre, una manna per le multinazionali dell’agricoltura.
La politica anticomunista è adottata ufficialmente dalla UE che equipara nazifascimo e comunismo nascondendo persino il ruolo dell’URSS nella vittoria sul nazismo (l’87% dei giovani tedeschi, inglesi e francesi lo ignorano) per mantenere questa società marcia e moribonda in una presunta libertà e democrazia occidentale, a tutto vantaggio degli Stati Uniti che accrescono la loro influenza sugli alleati europei. Influenza che spazia dal campo culturale a quello militare (si intensificano le esercitazioni NATO), a quello economico e che trova, pur con qualche contraddizione, terreno fertile. Membri della UE come Svezia, Finlandia, Danimarca (in prima fila contro gli immigrati), lodati da Washington per il loro mantenimento delle sanzioni contro la Russia, sono forti sostenitori del TTIP. La candidata Clinton, infatti, definisce la collaborazione USA-UE il “maggiore scopo strategico dell’alleanza transatlantica”. Ovvero non un’alleanza con la UE, ma un blocco politico, militare ed economico sotto comando statunitense che, con Israele e le petromonarchie si affermi sulla cooperazione Russia, Cina, Iran e qualsiasi paese si contrapponga ai diktat di Washington. 
La crisi del capitalismo è evidente dalla crescente aggressività militare (e relative spese sottratte dal sociale) delle forze imperialiste che non pongono limiti al controllo delle materie prime e dei mercati. Aumentano gli scenari di guerra, risorsa del capitale per superare la crisi e ciò comporterà maggiore sfruttamento e peggioramento delle condizioni di vita.
La classe operaia sempre più oppressa, ricattata, minacciata se organizza scioperi, da anni non è capace di organizzarsi per intensificare la sua guerra di classe e rispondere a quella che gli ha dichiarato la borghesia. Dimostrando la sua debolezza sarà condannata alla schiavitù. Il suo compito non è quello di salvare il capitalismo dalla sua crisi e dalle sue armi di distrazione di massa, ma salvare la classe lavoratrice e le masse popolari dal capitalismo con l’unità di classe (fuori dalla logica del proprio orticello) e con lotte decise e incisive.
Cambiare profondamente e radicalmente il sistema sociale che rende i poveri sempre più poveri mentre l’1% diventa sempre più disgustosamente ricco è la sola soluzione. Ma per portare a compimento questo progetto è necessario che la stessa classe diventi protagonista del suo futuro sia sul piano sindacale che su quello politico attraverso la ricostruzione del proprio partito. L’autentico Partito Comunista basato sulle teorie di Marx, Engels, Lenin, il solo in grado di organizzare la rivoluzione proletaria e di costruire una società socialista senza padroni né sfruttamento.

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