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mercoledì 13 luglio 2016

13 luglio - Di M. Spezia: SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 13/07/16



INDICE

Assemblea 29 giugno assemblea29giugno@gmail.com
STRAGE DI VIAREGGIO: DOCUMENTO APPROVATO A FORTE DEI MARMI

Proletari Comunisti pcro.red@gmail.com
IL COMUNICATO SULLE MANIFESTAZIONI DI IERI DEI LAVORATORI IMMIGRATI DELLE CAMPAGNE

COMUNICATO STAMPA: LA LOTTA CONTRO L’AMIANTO IN SARDEGNA

Muglia La Furia fmuglia@tin.it

Federico Giusti giustifederico@libero.it
IL CALDO INSOPPORTABILE NEI LUOGHI DI LAVORO PROVOCA MALESSERI E DISAGI

VIAREGGIO 29 GIUGNO: SETTIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE


Controsservatorio Valsusa info@controsservatoriovalsusa.org
AGGIORNAMENTI D’ESTATE

Federico Giusti giustifederico@libero.it
COMUNICATO: IL CALDO NEI LUOGHI DI LAVORO PROVOCA MALESSERI E DISAGI

Scintilla Onlus scintillaonlus@yandex.com
UN LAVORO PER VIVERE NON PER MORIRE...

Comitato Familiari e Vittime Eureco comitatosostegnovittime.eureco@gmail.com
RICHIESTA DI INCONTRO URGENTE CON LA CITTA’ METROPOLITANA DI MILANO

Posta Resistenze posta@resistenze.org
QUANTO PUZZA IL TESSILE ITALIANO IN BANGLADESH

L’AIEA SEMINA RICORSI E RACCOGLIE SENTENZE A FAVORE DEGLI EX ESPOSTI


COMUNICATO STAMPA STRAGE FERROVIARIA IN PUGLIA

Sindacato un’altra cosa Toscana sindacatounaltracosa_toscana@googlegroups.com
SULLA STRAGE FERROVIARIA DI OGGI

Alessandra Cecchi alexik65@gmail.com
DISASTRO FERROVIARIO IN PUGLIA

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From: Assemblea 29 giugno assemblea29giugno@gmail.com
To:
Sent: Friday, July 01, 2016 2:26 PM
Subject: STRAGE DI VIAREGGIO: DOCUMENTO APPROVATO A FORTE DEI MARMI

Ieri, 30 giugno 2016, il Consiglio comunale di Forte dei Marmi ha approvato all’unanimità il documento che segue.
Dopo un breve intervento e la lettura del documento da parte di Marco Piagentini, presidente dell’Associazione dei familiari della strage ferroviaria del 29 giugno a Viareggio, il sindaco lo ha messo in votazione.
Il documento può essere sottoscritto da Consigli comunali, provinciali, associazioni, comitati e da parte di chiunque voglia sostenere la battaglia dei familiari.
NO alla prescrizione per Viareggio!
Sicurezza, Verità e Sicurezza per Viareggio!

DOCUMENTO APPROVATO DAL CONSIGLIO COMUNALE DI FORTE DEI MARMI
In condivisione con l’Associazione Il Mondo che Vorrei onlus, i familiari delle Vittime della strage ferroviaria di Viareggio del 29 Giugno 2009, i Sindaci e i rappresentanti dei Comuni presenti al Consiglio comunale straordinario di Viareggio, tenuto in data 9 giugno 2016, sottoscrivono il seguente documento.
Ormai da sette anni noi tutti aspettiamo la verità processuale.
Nel fare nostre le parole pronunciate dal presidente della Repubblica nell’incontro avuto il 24 settembre 2015 con i rappresentanti dell’Associazione Il Mondo che Vorrei “per Viareggio ci deve essere giustizia e verità e chi ha sbagliato dovrà essere condannato”, anche noi pretendiamo verità, giustizia e sicurezza.
Riteniamo:
-         disumano non ascoltare il perenne dolore dei familiari delle Vittime;
-         inammissibile non fare niente per il “NO alla prescrizione per Viareggio”;
-         inaccettabile non farsi carico, da parte di chi rappresenta le istituzioni, delle indicazioni del capo dello Stato.
Intendiamo e vogliamo adoperarci, con tutte le forze e le energie, affinché:
-         i reati per il procedimento in corso non cadano in prescrizione;
-         ai manager e agli amministratori delegati di aziende pubbliche sia imposta per Statuto la rinuncia alla prescrizione.
E’ per noi immorale, che chi, accusato di gravi responsabilità, in un processo come quello di Viareggio, già alla 92a udienza, dal giorno dell’immane tragedia, abbia continuato a ricoprire ruoli apicali di responsabilità e gestione della cosa pubblica (da Moretti a Elia, da Soprano a Margarita...).
Ne chiediamo pertanto le immediate dimissioni con sospensione dai loro incarichi pubblici e statali.
Come primi cittadini, in qualità di responsabili per la sicurezza e la salute dei nostri concittadini, nella giurisdizione di nostra competenza vogliamo essere messi a conoscenza della documentazione sulla valutazione del rischio del trasporto di merci pericolose su ferrovia come forma elementare di garanzia e prevenzione della sicurezza e della salute di ogni comunità.
A seguito del disastro ferroviario del 29 giugno 2009 e dalle testimonianze rese dai Vigili del Fuoco del comando di Viareggio e vista la causalità con la quale è stato rilevata la sostanza trasportata in quella notte pretendiamo che i presìdi atti al pronto intervento, come Vigili del Fuoco e Protezione civile, siano preventivamente informati e avvisati su orari, tempi, modalità e materiali trasportati nella tratta ferroviaria del Comune di nostra competenza a tutela e a garanzia della sicurezza e della salute della nostra comunità.
Facciamo nostre le proposte-raccomandazioni che la Commissione della Direzione generale per le investigazioni ferroviarie del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti ha elaborato il 12 maggio 2012 e il 31 maggio 2013 a seguito del disastro ferroviario di Viareggio, pretendendo che queste proposte siano, assieme alle altre, istituite dalle ferrovie come procedure obbligatorie per la necessaria prevenzione e protezione.
Riaffermiamo la reintegrazione immediata del ferroviere Riccardo Antonini, licenziato il 7 novembre 2011 per essere stato a fianco dei familiari delle 32 Vittime ed essersi messo a disposizione gratuitamente come loro consulente nella ricerca della verità e per garantire quella sicurezza che avrebbe evitato la strage ferroviaria del 29 giugno 2009. Essendo, tra l’altro, consapevoli e coscienti che il licenziamento di Riccardo Antonini è strettamente ed indissolubilmente legato alla tragica notte del 29 giugno 2009.

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From: Proletari Comunisti pcro.red@gmail.com
To:
Sent: Friday, July 01, 2016 4:55 PM
Subject: IL COMUNICATO SULLE MANIFESTAZIONI DI IERI DEI LAVORATORI IMMIGRATI DELLE CAMPAGNE

Ieri 30 giugno le strade di Bari e di San Ferdinando si sono riempite ancora una volta di lavoratori e lavoratrici delle campagne, sostenuti da altri lavoratori e solidali, per chiedere a gran voce documenti, contratti, case, trasporti.
E’ stata una lunga è importante giornata di mobilitazione, che ha visto i due cortei contemporanei sfilare nelle rispettive città fino ai palazzi del potere, per pretendere risposte concrete a questioni che non possono più essere rimandate.
A Bari la manifestazione è partita nonostante gravi difficoltà che hanno minato la presenza dei lavoratori in piazza: pochi giorni prima del corteo, tutte le agenzie di pullman a noleggio della provincia di Foggia si sono rifiutate di trasportare i lavoratori dai ghetti dove vivono fino a Bari, molti di loro dichiarando apertamente che non volevano trasportare “neri immigrati” a una manifestazione.
Non ci siamo dati per vinti, nonostante il fiato sul collo e l’attenzionamento continuo della Digos e della polizia (come se i lavoratori fossero pericolosi criminali da controllare) siamo arrivati in treno a Bari raggiungendo il concentramento.
E’ stata una piazza che ha unito lavoratori precari, disoccupati e occupanti di case italiani e stranieri, ospiti del Cara di Bari, solidali da tutta la Puglia, il sindacato SI COBAS, in supporto alle rivendicazioni dei lavoratori delle campagne, perché queste lotte devono procedere insieme.
Il corteo è arrivato in tarda mattinata davanti agli uffici della Regione Puglia, dove i lavoratori in presidio hanno preteso una risposta alle reiterate richieste di incontro con il dirigente regionale con delega all’immigrazione e gli Assessori preposti, a seguito delle promesse ricevute al tavolo del 3 marzo e la forte mobilitazione del 9 maggio.
Ancora una volta la Regione Puglia ha dimostrato totale chiusura e non volontà di incontrare e confrontarsi con i diretti interessati, con chi tiene in piedi quotidianamente il settore agro industriale in questa regione.
Un enorme e sproporzionato dispiegamento delle forze dell’ordine ha dimostrato che questi lavoratori, la loro forza e la loro determinazione fanno paura, fanno vacillare gli equilibri di una giunta che crede di poter decidere sulla loro pelle. Evidentemente per la Regione Puglia è più facile e meno rischioso sedersi al tavolo con la CGIL, sindacato padronale che in questi anni ha fatto disastri nelle campagne, che continua a escludere i lavoratori dalle decisioni e a screditare i percorsi di autorganizzazione.
Con determinazione e coraggio, dopo ore di presidio permanente davanti agli uffici, i lavoratori hanno ottenuto l’impegno scritto per un incontro con il funzionario Fumarulo per il 15 luglio, quando ancora una volta torneranno in piazza e pretenderanno risposte.
Sul fronte calabrese i lavoratori delle campagne insieme all’associazione di piccoli produttori “Sole di Calabria” si sono mobilitati sulle stesse parole d’ordine usate a Bari, per ottenere risposte dalle istituzioni locali.
Il corteo ha sfilato dalla tendopoli di San Ferdinando fino al Comune, vedendo una larga partecipazione di lavoratori provenienti dai vari ghetti della Piana di Gioia Tauro, sostenuti anche dai produttori.
Anche qui sono stati stanziati dalla regione ingenti fondi (750.000 euro) per la costruzione dell’ennesima tendopoli, che aumenterebbe sfruttamento e marginalità anziché andare verso una soluzione definitiva: i lavoratori ne sono ben consapevoli e hanno manifestato per ribadire con forza il loro no a tendopoli e campi container. Oltre a questo è stata chiesta una soluzione per la delicata questione delle residenze, che qui come in molte parti d’Italia costituisce un vincolo alla regolarizzazione.
E’ stata ricevuta una delegazione che ha ottenuto l’impegno da parte dell’istituzione locale per l’apertura di un tavolo congiunto con Prefettura e Regione Calabria: lavoratori e produttori vogliono ribadire alle istituzioni che il lavoro e le condizioni alloggiati e dei lavoratori non sono un’emergenza e necessitano di soluzioni strutturali, case, trasporto pubblico, regolarità di contratti.
E’ stata chiesta infine chiarezza e giustizia per la morte di Sekinè Traorè, ennesima vittima del razzismo di Stato e di un sistema di sfruttamento che vogliamo abbattere.
In Calabria come in Puglia, dalle istituzioni non arriva nessuna promessa relativa all’utilizzo di risorse regionali per predisporre trasporti pubblici sui luoghi di lavoro e alloggi; la proposta del campo container/tendopoli come soluzione a una situazione di estremo disagio strutturale continua ad essere l’unica alternativa ad oggi presente.
Ma i lavoratori non si accontentano e non si fanno prendere in giro; ieri hanno urlato chiaramente che nessuno può decidere della loro vita e del loro lavoro senza coinvolgerli, e che il campo di lavoro non può essere una soluzione.
A partire dalla lotta dei braccianti si stanno sviluppando iniziative in molte altre città italiane sul problema dei permessi di soggiorno, connesso a doppio filo con quello della casa e del lavoro: a livello nazionale cresce sempre più la consapevolezza che la conquista dei diritti passa necessariamente per la messa in discussione complessiva delle leggi e delle normative nazionali, in primis della Bossi-Fini.
E’ per questo lavoreremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi allo sviluppo di una mobilitazione nazionale che chiami in causa e metta di fronte alle sue responsabilità il governo centrale.

ANCORA UNA VOLTA WE NEED YES!
Comitato Lavoratori delle Campagne
Rete Campagne in Lotta Solidaria (Bari)
Si Cobas
Diritti a Sud (Nardò)
MFPR
Slai Cobas per il sindacato di classe(Taranto)
Meticcia (Lecce)
CSOA Sparrow (Cosenza)
Sole di Calabria

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To:
Sent: Friday, July 01, 2016 5:28 PM
Subject: COMUNICATO STAMPA: LA LOTTA CONTRO L’AMIANTO IN SARDEGNA

Da diversi mesi a questa parte l’Associazione Italiana Esposti Amianto (AIEA) in Sardegna è intervenuta in maniera sostanziale per rivendicare il diritto dei benefici previdenziali a favore degli ex esposti all’amianto; il diritto al riconoscimento delle malattie professionali tabellate correlate alla esposizione all’amianto e alle altre sostanze pericolose e cancerogene presenti negli ambienti di lavoro.
L’AIEA ha insistito fortemente presso le istituzioni territoriali affinché venga istituito un protocollo unico finalizzato alla sorveglianza sanitaria idonea alla diagnosi precoce del carcinoma del polmone, che risulta essere la patologia prevalente nei lavoratori dell’industria. Queste iniziative sono state condivise dai sindacati confederali, dall’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi per Lavoro e dalle altre associazioni impegnate con particolare attenzione alle richieste di bonifiche e di smaltimento dell’amianto.
E’ emersa la stridente contraddizione tra l’accertata e documenta presenza di amianto nei siti industriali e gli Enti e le Istituzioni che hanno negato questa realtà, o pur sapendo, l’hanno sottaciuta. Non solo, l’INAIL è stato messo sotto accusa perché ha rigettato il riconoscimento dei benefici previdenziali e delle malattie professionali pur essendo tabellate.
I mezzi di informazione sardi e non solo, coinvolti con puntualità, constatando il grande movimento, la partecipazione degli ex esposti e soprattutto, raccogliendo le testimonianze dirette delle tantissime vedove, hanno diffuso ampiamente gli accadimenti.
Questo movimento di giustizia ha visto partecipi alcuni parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, esperti medici il cui impegno sociale ha contribuito a delineare un percorso aggregante e propositivo finalizzato all’ottenimento dei diritti reclamati dai lavoratori e dai loro familiari.
Non si può tacere che questa grande azione non è piaciuta a tutti: alcuni con azioni individuali e inopportune, hanno ostacolato questo movimento per trarne indebiti vantaggi.
L’AIEA, conseguentemente informa che qualsiasi decisione deve essere presa in completa autonomia dalla presidente di AIEA Sardegna nella persona di Sabina Contu a diretto contatto con i responsabili nazionali.
NESSUN’ALTRO E’ LEGITTIMATO A FARLO.
Per AIEA
Maura Crudeli, presidente - Roma
Fulvio Aurora, segretario sede nazionale - Milano
Murgia Mario, vice presidente Sud Italia e isole - Matera

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From: Muglia La Furia fmuglia@tin.it
To:
Sent: Friday, July 01, 2016 5:34 PM

Qualche tempo fa, Paolo Varesi (persona che stimo) e che fa parte della Commissione consultiva permanente ex articolo 6 del D.Lgs. 81/08, a proposito di un mio post sugli “Organismi paritetici/Enti bilaterali” ebbe modo di scrivere la seguente lettera.
* * * * *
Credo che la frenesia con la quale affronti il tema ti porti spesso a generalizzare, facendo tu stesso di tutta l’erba un fascio. Sono d’accordo sul fatto che ci sia un eccesso incontrollato di organismi paritetici privi dei requisiti minimi prevista dalla legge. Io stesso qualche hanno fa ho presentato un esposto al Ministro del Lavoro e delle politiche sociali per chiedere, purtroppo senza successo, un intervento di pulizia. Tu però con questo articolo ti spingi oltre perché elenchi una serie di organismi paritetici e di confederazioni senza conoscerne la reale dimensione. Mi riferisco in particolare ad Enbic ed Enbims in quanti organismi paritetici costitutivi da CISAL e da una serie di organizzazioni datoriali di tutto rispetto. Vi è di più, questi organismi offrono la propria collaborazione solo ai datori di lavoro che applicano i CCNL sottoscritti dalle medesime organizzazioni, così come dovrebbe essere. Mi permetto di fare questa precisazione non per partito preso ma perché conosco direttamente le strutture da te imprudentemente citate. Recentemente ho partecipato alla settima giornata nazionale per la sicurezza nei cantieri, organizzata da FederArchitetti. Si è parlato anche di efficacia della formazione e responsabilità dei soggetti formatori. Ti sorprenderà ma approfittando della presenza di alcuni parlamentari ho richiesto per conto della CISAL e di Enbic ed Enbims, una integrazione della normativa in grado di attribuire anche ai soggetti formatori la responsabilità in caso di infortunio o malattia derivante da formazione inadeguata. Concludo dicendo che mi piacciono le tue “scorribande” ma se mi posso permettere eviterei di scadere nel populismo. 
Con stima.
Paolo Varesi
Membro Commissione consultiva permanente c/o Ministero del Lavoro
* * * * *
Replicai sia pubblicamente che in privato e ci lasciammo con la promessa di riprendere l’argomento qualora ce ne fosse stata l’occasione.
L’occasione mi è data dalla notizia che anche nella provincia di Bolzano è stato siglato un accordo per la costituzione dell’ente bilaterale artigiano al fine di garantire “consulenza gratuita alle piccole imprese” ed una “Rappresentanza dei Lavoratori Territoriale (RLST)” alle migliaia di lavoratori del settore artigiano. 
Sto parlando dell’accordo sottoscritto tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori ASGB, CGIL/AGB, CISL/SGB, UIL/SGK (dell’Alto Adige-Suedtirol) e quelle degli imprenditori artigiani APA/LVH e CNA/SHV. Non meravigli il fatto che di sindacati ce ne siano 4 (l’ASGB è un sindacato etnico, costituito con legge provinciale... unico caso al mondo, quello civile intendo) e che gli acronimi siano riferiti alle denominazioni bilingui delle organizzazioni.
Nella sostanza, dopo 20 anni di discussioni, l’ente bilaterale ha assunto (con i quattrini degli associati) due giovani tecnici della prevenzione che hanno trovato “un posto di lavoro” (cosa della quale mi rallegro) presso una delle associazioni imprenditoriali firmatarie dell’accordo, per rappresentare i lavoratori del settore (RLST), nonché fornire consulenza alle migliaia di imprese artigiane.
Due giovani, sulla cui esperienza nell’uno e nell’altro campo mi permetto di dubitare e che si dovranno limitare a mettere la firma sui DVR a crocette, partecipare a qualche riunione periodica o compilare qualche POS via telefono.
Tutti sappiamo quali siano i compiti degli RLST, basta leggersi il D.Lgs. 81/08, ma per i vertici dell’ente bilaterale altoatesino sono prioritariamente quelli di: “consigliare le aziende su come sia opportuno, sulla base della normativa vigente (bontà loro - ndr) tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. I titolari delle imprese riceveranno anche consigli per adeguare i documenti sulla valutazione dei rischi e sui corsi formativi di sicurezza”.
E poteva mancare un cenno alla cultura della sicurezza? Figurarsi. “L’obiettivo di questo servizio senza costi aggiuntivi (peraltro senza darti nulla - ndr) è quello di creare una cultura della sicurezza al fine di ridurre il rischio di incidenti”.
E’ già, altrimenti per quale motivo avrebbero messo in piedi questa baracca?
Piacerebbe peraltro sapere se “lorsignori della bilateralità” si sono presi la briga di leggere le attribuzioni previste per i rappresentanti dei lavoratori (articoli 47, 48, 50 del D.Lgs. 81/08) e quelle per gli organismi paritetici (articolo 51). Parrebbe proprio di no visto che non se ne parla.
Per gli artigiani imprenditori un servizio (forse solo un favore), per i lavoratori semplicemente una presa in giro.
In fondo un RLST del genere più che “rappresentare” i lavoratori alla fine permetterà di dare soluzione ad alcuni adempimenti (formali) a carico delle imprese. E se lo farà impedendo ai lavoratori di avere una loro “vera” rappresentanza, poco importa, soprattutto alle 4 Organizzazioni Sindacali dei lavoratori che si potranno lavare la coscienza in pubblico e parlare di risultato storico. Poi magari ci salterà fuori anche qualche contributo o quota di adesione da spartire.
Paolo, tu che ne dici?

Franco Mugliari alias Muglia La Furia

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From: Federico Giusti giustifederico@libero.it
To:
Sent: Saturday, July 02, 2016 12:25 AM
Subject: IL CALDO INSOPPORTABILE NEI LUOGHI DI LAVORO PROVOCA MALESSERI E DISAGI

Comunicato
Con richiesta di pubblicazione
Federico Giusti

Da anni, all’arrivo della stagione estiva, si ripresentano i medesimi problemi acuiti dalla cronica mancanza di interventi e di investimenti.
Eppure per il caldo nei luoghi di lavoro, esistono innumerevoli linee guida, studi, normative che permetterebbero una ottimale gestione del microclima viste anche le note conseguenze negative del caldo eccessivo sulla nostra salute.
I parametri microclimatici sono numerosi e non riguardano solo le temperature, ma i tassi di umidità, gli stessi materiali dei vestiti con cui si lavora. Eppure basterebbe acquistare dei semplici ventilatori e condizionatori, non lavorare nelle ore più calde, rivedere gli orari dei turni e i carichi di lavoro, provvedere, per chi lavora fuori, vestiti adeguati e acqua in abbondanza.
Non solo nei lavori agricoli, spesso al nero, ma anche nei cantieri edili, nell’igiene ambientale, nella manutenzione del verde e delle strade i problemi legati all’eccessivo caldo sono sempre più numerosi. ma anche nei capannoni industriali i problemi non mancano, anche per l’assenza di condizionatori e il mancato utilizzo di materiali isolanti.
il microclima da anni dovrebbe essere contemplato nel documento di valutazione del rischio ma continua ad essere sottovalutato.
Basti ricordare che perfino numerosi edifici pubblici sono privi di semplici ventilatori. Di sicuro negli ultimi anni si è investito sempre meno nel benessere termico e per rendere i luoghi e le condizioni di lavoro più umane e attente alla salute e sicurezza
Per questo infortuni e morti sul lavoro sono in aumento e perfino i dati dell’INAIL sono parziali perché sul lavoro ci si infortuna e si muore con sempre maggiore frequenza.
In questi giorni vogliamo lanciare un allarme all’INAIL sul microclima perché pensiamo utile e necessario un monitoraggio atto a verificare e combattere le situazioni di maggiore disagio.

Delegati RSU, lavoratori indipendenti di Pisa e provincia

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From: Maria Nanni mariananni1@gmail.com
To:
Sent: Sunday, July 03, 2016 9:13 AM
Subject: VIAREGGIO 29 GIUGNO: SETTIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE

A Viareggio il 29 giugno, settimo anniversario della strage alla stazione, migliaia di persone al corteo, presenti i familiari e i comitati del Moby Prince, de L’Aquila, di San Giugliano di Puglia, della Thyssen, dell’Eternit, della torre crollata al porto di Genova.
Dal palco Marco Piagentini ha ribadito il NO! alla prescrizione e Daniela Rombi ha ricordato i nostri cari colleghi macchinisti Alessandro Bertolucci e Peppe Lombardo, il licenziamento di Riccardo Antonini, confermato che i familiari non si fermeranno e che l’unica lotta persa è quella che si abbandona.
Poi dal grande schermo il corto “Ovunque Proteggi”. Sempre abbracciati dai fischi dei treni. 
Il servizio del TG3 al minuto 13.45 al link:

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From: Controsservatorio Valsusa info@controsservatoriovalsusa.org
To:
Sent: Sunday, July 03, 2016 10:44 PM
Subject: AGGIORNAMENTI D’ESTATE

A tre mesi dalla precedente newsletter ecco qualche nuovo spunto per l’estate: ancora sulla sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) e sui problemi dal fronte giudiziario.
Vi segnaliamo intanto quattro autorevoli interventi ancora a commento della sentenza del TTP emessa lo scorso autunno. Risalgono a un paio di mesi fa, li abbiamo pubblicati nelle scorse settimane sul nostro sito e risultano di grande attualità: sono di Sergio Foa professore di diritto amministrativo nell’Università di Torino, Ugo Mattei professore di diritto civile nell’Università di Torino, Livio Pepino presidente del Controsservatorio Valsusa e Gianni Tognoni, segretario del Tribunale Permanente dei Popoli. Gli interventi sono ai link:
E ancora a proposito della sentenza: è in programma per il prossimo autunno una presentazione al Parlamento Europeo. E non sarà certo un appuntamento rituale: le istituzioni europee e in particolare il commissario Laurens Jan Brinkhorst e la Commissione Petizioni sono ritenuti dal TPP tra i responsabili delle violazioni di diritti fondamentali e il Parlamento Europeo non può non esserne direttamente coinvolto.
Il movimento notav, che ha colto pienamente il valore e la portata della sentenza conta di farsi vedere con le sue bandiere a Strasburgo ricordando quando, nel 2007, aveva consegnato al Parlamento Europeo una petizione sottoscritta da ben 32.000 valsusini. Vi terremo informati.
Intanto segnaliamo il 6° Forum europeo contro le grandi opere inutili e imposte che si terrà dal 15 al 17 luglio prossimi a Bayonne, nel versante francese dei paesi baschi: sarà, per certi versi, anche una tappa intermedia verso Strasburgo.
Ulteriori informazioni al link:
Anche in questa occasione la creatività del movimento No TAV darà un’impronta all’appuntamento: proprio domani partirà da Venaus una carovana che, in bicicletta (!), percorrerà in undici tappe gli oltre 1.000 km che separano la Val di Susa da Bayonne. A pedalare non sarà una squadra di corridori professionisti, ma attivisti No TAV tra cui alcuni settantenni non nuovi a simili esperienze. Ad accoglierli e a sostenerli, ad ogni tappa, esponenti dei movimenti e amministratori di piccole e grandi città francesi.
Ma c’è un tema, oggi più che mai al centro delle vicende che accompagnano l’opposizione al TAV e più volte da noi affrontato: la repressione della protesta sul piano giudiziario, vedi ad esempio il primo Quaderno del Controservatorio al link:
Si è fatta via via sempre più strada una forma di intervento giudiziario solo all’apparenza meno pesante ma molto ampio e diffuso: è particolarmente preoccupante perché punta a tener lontani molti attivisti dai luoghi delle proteste e intimidirne molti altri.
E’ quella che vede un uso abnorme e sempre più massiccio di misure cautelari che colpiscono molti militanti No TAV della valle, non di rado ultrasessantenni e anche ultrasettantenni.
E’ evidente la sproporzione tra le pesanti misure cautelari inflitte (arresti domiciliari, obbligo di firma, divieti di residenza in un determinato comune) e l’entità di reati contestati in relazione a manifestazioni di resistenza popolare: ad esempio la violazione del divieto di circolazione previsto da ordinanze prefettizie reiterate per anni senza alcuna giustificazione in un’ampia zona “rossa” che circonda la zona di Chiomonte; ma anche la disobbidienza, da parte di militanti controllati mille volte, di esibire i propri documenti di fronte all’ennesima richiesta e in situazioni di assoluta mancanza di tensione; e ancora l’appellativo di “fascista” rivolto a un carabiniere che ostenta provocatoriamente l’effigie di Mussolini. E via elencando.
E oltre alle misure cautelari anche condanne assurde, come il caso clamoroso di questi ultimi giorni: due mesi di carcere per concorso morale in invasione di terreni e violenza privata a una ex studentessa laureata in antropologia alla Ca’ Foscari di Venezia. A nulla sono valse le prove video che la scagionano: ciò che ha convinto i giudici è un “noi partecipativo” usato come espediente narrativo nella sua tesi di laurea che riassumeva un’esperienza di tre mesi sul campo.
Questo è il clima oggi sul fronte No TAV, mentre un Ministro annuncia l’ennesima riduzione di costi derivanti semplicemente da tagli di pezzi di linea che rendono l’insieme del progetto (se possibile) ancora più assurdo e, sul piano della logica, sempre più incomprensibile anche a quella parte di opinione pubblica tendenzialmente favorevole, se pure poco e male informata.
Ma in questo panorama in cui le misure repressive puntano con sempre maggiore evidenza a fiaccare la determinazione di un intero movimento c’è un fatto nuovo. Alcuni militanti che sono sottoposti a misure cautelari hanno detto no e hanno lanciato una sfida alla luce del sole: veniteci a prendere e portateci in galera.
Scrive una ex insegnante, oggi in pensione: “[...] Per questi motivi rifiuto le misure restrittive che mi sono state o mi saranno comminate: non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa”.
Leggete il suo messaggio al link:
Intanto, ancora sul fronte giudiziario, sempre più evidente appare l’utilizzo di “due pesi e due misure”: il riferimento è al delicato tema della tutela giudiziaria delle persone offese dai reati commessi dagli agenti e dai funzionari. Tema che sarà sviluppato da avvocati e magistrati nel corso della presentazione, martedì prossimo alla GAM di Torino, del documentario “ARCHIVIATO. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa” realizzato anche con il patrocinio del Controsservatorio Valsusa:

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From: Federico Giusti giustifederico@libero.it
To:
Sent: Monday, July 04, 2016 6:01 PM
Subject: COMUNICATO: IL CALDO NEI LUOGHI DI LAVORO PROVOCA MALESSERI E DISAGI

Con richiesta di pubblicazione
Federico Giusti

IL CALDO NEI LUOGHI DI LAVORO PROVOCA MALESSERI E DISAGI
PARTICOLARMENTE A RISCHIO PAZIENTI OSPEDALIERI, OSPITI NELLE RESIDENZE PER ANZIANI, CHI LAVORA NEI CAPANNONI INDUSTRIALI E ALL’ARIA APERTA
Da anni, all’arrivo della stagione estiva, si ripresentano i medesimi problemi acuiti dalla cronica mancanza di interventi e di investimenti per il microclima.
Sarebbe opportuno appurare il microclima nei luoghi di lavoro, non pensiamo solo ai capannoni industriali e a chi lavora, ma anche all’utenza che subisce uguali disagi.
Pensiamo ai pazienti di numerosi ospedali, alle residenze per anziani che nella maggior parte dei casi sono prive anche di aria condizionata con pale elettriche assenti o mal funzionanti.
Ci sono giunte numerose lamentele e proteste dalle residenze per anziani.
Eppure per il caldo nei luoghi di lavoro, esistono innumerevoli linee guida, studi, normative che permetterebbero una ottimale gestione del microclima viste anche le note conseguenze negative del caldo eccessivo sulla nostra salute.
I parametri microclimatici sono numerosi e non riguardano solo le temperature, ma i tassi di umidità, gli stessi materiali dei vestiti con cui si lavora.
Eppure basterebbe acquistare dei semplici ventilatori e condizionatori, non lavorare nelle ore più calde, rivedere gli orari dei turni e i carichi di lavoro, provvedere per chi lavora fuori vestiti adeguati e acqua in abbondanza.
Non solo nei lavori agricoli, spesso al nero, ma anche nei cantieri edili, nell’igiene ambientale, nella manutenzione del verde e delle strade i problemi legati all’eccessivo caldo sono sempre più numerosi, ma anche nei capannoni industriali i problemi non mancano anche per l’assenza di condizionatori, il mancato utilizzo di materiali isolanti.
Il microclima da anni dovrebbe essere contemplato nel documento di valutazione del rischio, ma continua ad essere sottovalutato.
Basti ricordare che perfino numerosi edifici pubblici sono privi di semplici ventilatori: di sicuro negli ultimi anni si è investito sempre meno nel benessere termico e per rendere i luoghi e le condizioni di lavoro più umane e attente alla salute e sicurezza.
Per questo infortuni e morti sul lavoro sono in aumento e perfino i dati dell’INAIL sono parziali perché sul lavoro ci si infortuna e si muore con sempre maggiore frequenza.
In questi giorni vogliamo lanciare un allarme all’INAIL sul microclima perché pensiamo utile e necessario un monitoraggio atto a verificare e combattere le situazioni di maggiore disagio.
Delegati RSU, lavoratori indipendenti di Pisa e provincia.

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From: Scintilla Onlus scintillaonlus@yandex.com
To:
Sent: Monday, July 04, 2016 11:40 PM
Subject: UN LAVORO PER VIVERE NON PER MORIRE...

L’INAIL, come tutti gli anni, ha reso pubblica la sua annuale relazione riguardo all’andamento infortunistico e delle patologie professionali.
L’andamento generale rimane quello degli ultimi anni: le denunce di infortuni sono in calo, aumentano le malattie professionali. C’è però una triste novità che era già stata avvisata dai dati parziali usciti all’inizio di questo anno: si registrano quasi 100 morti in più in seguito a infortuni a causa di lavoro.
Va evidenziata la forte differenza tra le denunce e il numero degli infortuni accertati come causati da eventi legati al lavoro svolto è molto alta (221.000), in gran parte dovuta alla ricerca da parte dell’INAIL di risparmiare sui pagamenti delle relative indennità.
E’ in continua ascesa il trend delle malattie professionali: 59.000, 1.500 in più rispetto all’anno scorso. Le denunce sono aumentate del 24% a partire dal 2011.
Questi dati, solo apparentemente confortanti, ma sicuramente sottostimati, non tengono neanche conto dell’andamento dell’occupazione, segnata ancora da una fortissima precarietà e da una disoccupazione dilagante, soprattutto giovanile. Emblematico è lo straordinario aumento nell’utilizzo dei voucher.
Non c’è da meravigliarsi. La produzione nel sistema del lavoro salariato rimane pericolosa come e più di prima e il calo di infortuni non dipende certo dal miglioramento delle condizioni di lavoro, ma unicamente dalla stagnazione economica. L’unica arma in mano ai lavoratori per difendere la loro salute e la loro vita è la ripresa delle lotte.
Non diamo tregua ai nostri assassini! Scioperiamo immediatamente a ogni infortunio, a ogni violazione delle norme sulla sicurezza. Dobbiamo organizzarci per difendere la nostra classe, lottare per una nuova civiltà del lavoro, per una nuova società in cui sia abolita la maledetta proprietà privata dei mezzi di produzione, condizione basilare per sopprimere nocività e morti sul lavoro
Scintilla Onlus ha messo a disposizione gratuitamente sul proprio sito web, all’indirizzo: 
una sezione sulla salute e sicurezza dei lavoratori, dove potrete trovare e scaricare materiali indispensabili per approfondire le conoscenze sui vari argomenti inerenti questa materia e portare avanti le vertenze sui posti di lavoro contro la nocività, gli infortuni e le malattie professionali. 

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From: Comitato Familiari e Vittime Eureco comitatosostegnovittime.eureco@gmail.com
To:
Sent: Wednesday, July 06, 2016 12:05 PM
Subject: RICHIESTA DI INCONTRO URGENTE CON LA CITTA’ METROPOLITANA DI MILANO

Buongiorno,
riportiamo a seguire la richiesta di un incontro urgente con il Sindaco e i Consiglieri di città Metropolitana in merito alla questione del nuovo impianto di trattamento rifiuti nell’area della ex Eureco a Paderno Dugnano.
Non essendo in possesso di tutti gli indirizzi e-mail preghiamo cortesemente di diffondere il comunicato.
Cordiali saluti
Per il Comitato a sostegno dei Familiari delle Vittime e dei lavoratori Eureco
Loris Brioschi
Lorena Tacco

Al presidente della città metropolitana di Milano Giuseppe Sala
ai consiglieri dell’assemblea della città metropolitana di Milano
e per conoscenza
al sindaco della città di Paderno Dugnano Marco Alparone
ai consiglieri del consiglio comunale di Paderno Dugnano
Giuliano Pisapia
Oggetto: Rilascio permessi all’azienda Tecnologia & Ambiente srl per la gestione di rifiuti pericolosi in Paderno Dugnano
Egregio Presidente, egregi Consiglieri,
il 4 Novembre 2010, a Paderno Dugnano, presso l’azienda Eureco, a causa di gravissime inadempienze, successivamente punite dalla legge, in tempi diversi, perdevano la vita in modo orribile quattro lavoratori: Harun Zeqiri, 44 anni, Sergio Scapolan, 63, Salvatore Catalano, 55 e Leonard Shehu, 37. Altri tre dipendenti rimanevano feriti in modo grave.
Questa vicenda ha segnato in modo indelebile la cittadinanza e l’istituzione di Paderno Dugnano, per le morti assurde e per il possibile danno ambientale sul territorio.
Ora siamo venuti a conoscenza che esattamente nella stessa localizzazione, a ridosso della Milano Meda e del canale Villoresi gli appositi Uffici della Città Metropolitana stanno procedendo al rilascio di permessi per la ripresa di attività analoghe e pericolose.
Con la presente a nome del Comitato a sostegno dei Familiari e delle vittime Eureco richiediamo un Incontro urgente con codesta Istituzione.
Riteniamo che oltre gli adempimenti burocratici che pur sussistono, debbano esistere delle ragioni etiche e morali di un livello superiore che non possono schiacciare la memoria esistente.
Anche per questo abbiamo diffuso ai mezzi di informazione questa richiesta.
Rimanendo in attesa di un cortese riscontro porgiamo Cordiali Saluti.

Paderno Dugnano, 06/07/16
Comitato a sostegno dei familiari e delle vittime Eureco
riferimenti: Loris Brioschi e Lorena Tacco
cellulari: 347 31 27 634 e 392 21 28 038

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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, July 07, 2016 3:04 AM
Subject: QUANTO PUZZA IL TESSILE ITALIANO IN BANGLADESH

da Senza Tregua
L’attentato terroristico in Bangladesh, con la morte di nove italiani merita una condanna senza appello. Quella del terrorismo islamico finanziato e sostenuto per anni dai settori imperialisti per la destabilizzazione di interi paesi, che uccide persone innocenti, che vuole far piombare l’umanità in un medioevo senza precedenti. Un terrorismo che colpisce alla rinfusa, che non ha nulla a che fare con rivendicazioni progressiste e neanche lontanamente sostenibili o giustificabili, che è riflesso dell’imperialismo e non certo lotta per l’emancipazione, la liberazione dei popoli.
Ma che ci facevano tanti italiani imprenditori, o lavoratori del settore tessile in Bangladesh? L’orribile attentato di pochi giorni fa (orribile al pari di tutti gli altri attentati dell’ISIS di questi mesi, in qualsiasi parte del mondo, e quale sia la nazionalità delle vittime) ha colpito diversi cittadini italiani, imprenditori o lavoratori del settore tessile. Non un caso isolato, ma una frequentazione sempre maggiore quella del sud est asiatico per le imprese tessili della penisola, che getta ormai un’ombra sul “made in Italy”, divenuto a tutti gli effetti marchio di sfruttamento planetario.
Nell’imbarazzo dei media e della stampa, che si sono tenuti ben lontani dall’approfondire questa questione, viene fuori ancora una volta quel legame tra le peggiori condizioni di lavoro, bassi salari, lavoro minorile, orari massacranti e un settore che è insieme all’agroalimentare il fiore all’occhiello della produzione nazionale, che vanta una forte tradizione imprenditoriale, di qualità e riconoscimento mondiale. Non è un mistero che da tempo la delocalizzazione al di fuori dei confini nazionali abbia comportato una crisi del settore e delle piccole aziende italiane delle filiere dei grandi marchi, che oggi preferiscono appaltare i propri lavori a veri e propri centri di sfruttamento, in cambio di maggiore profitto. Il Bangladesh è uno dei centri privilegiati di questo meccanismo.
“Nel periodo gennaio-febbraio 2016” - ha scritto un dispaccio dell’AdnKronos – “ammontava a 274 milioni di euro il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia. Oltre 271 milioni di questi, quasi il 99%, è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Per altro, secondo gli ultimi dati disponibili dell’agenzia ICE, in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015. Non è un caso, infatti, che più della metà degli italiani morti nell’assalto terroristico di ieri sera a Dacca, in Bangladesh, lavorasse nel tessile. La Lombardia è una delle regioni dove pesa di più, in termini di ricchezza prodotta, l’interscambio commerciale con il Bangladesh, rappresentando circa il 15% del totale nazionale. Secondo gli ultimi dati disponibili della Camera di commercio di Milano, nella prima parte del 2015 gli scambi valevano 132 milioni di euro, di cui 80 di import e 52 di export, un valore in crescita del 94% rispetto a 5 anni fa, 64 milioni di euro in più. Le importazioni, che riguardano per il 97,3% prodotti tessili, hanno vissuto un boom lo scorso anno e sono salite del 30% con punte del 496% a Cremona e del +264% a Pavia”.
Qualcuno ricorderà la tragedia a Dacca nel 2013 dove oltre 1.100 operai, tra cui donne e bambini morirono nel crollo di una fabbrica. Allora un’importante catena di abbigliamento italiana risultò coinvolta, in quanto appaltatrice di decine di migliaia di capi, inchiodata dalle foto del crollo e dalle etichette ben evidenti, nonostante un tentativo iniziale di negare ogni coinvolgimento.
Non vi è alcun legame e nessuna giustificazione rispetto all’attentato dell’ISIS sia chiaro, ma non si parli di filantropia, o passione per i viaggi. Alcune stime economiche hanno verificato che sui capi di abbigliamento prodotti tramite subappalti nel sud est asiatico le grandi marche riescano a ricavare un profitto di oltre venti volte il costo pagato alla fabbrica che esegue il lavoro. Una polo ad esempio, venduta in Italia a 80 euro ne costa appena 4, 5. Di questi una parte misera finisce ai lavoratori, pagati meno di 2 euro al giorno, nonostante le grandi rivendicazioni delle organizzazioni sindacali e operaie di quei paesi, sempre più coscienti della condizione di sfruttamento.
Per capire cosa sta accadendo in Italia basta farsi un giro nei distretti tessili di un tempo oggi ridotti a un cumulo di macerie o rilevati da aziende che usano manodopera straniera costituendo una sorta di zone economiche speciali (Prato), tollerate dallo stato, in cui le condizioni di lavoro del sud est asiatico sono di fatto importate in Italia.
La particolarità del tessile si evince da un dato che lo differenzia da altri settori industriali.
Mentre le aziende italiane di meccanica, automobili, farmaceutica, ecc., producono principalmente per il mercato locale, “in molti comparti del Made in Italy, invece” - scrive l’Istat nel suo rapporto annuale nel 2014 – “quote rilevanti della produzione realizzata all’estero sono riesportate in Italia, in particolare nei settori tessile e abbigliamento (58,2%)”.
Tradotto si delocalizza all’estero una parte di semilavorati per poi apporre il marchio in Italia: il prodotto resta “made in Italy” ma la maggior parte del lavoro è svolta fuori dall’Italia, per consentire maggiori guadagni alle grandi imprese. Le piccole falliscono, o si convertono in una sorta di agenti intermedi che fanno anche loro questo tipo di lavoro, per conto di grandi gruppi, che così mascherano le loro responsabilità adducendo rapporti di terzi intermediari e la loro non diretta responsabilità.
Sappiamo cosa accade, sappiamo quanto gravi siano le responsabilità delle aziende italiane, dell’elite della moda, e del “made in Italy” in tutto questo. Quando apriremo una riflessione collettiva?
In Bangladesh oggi ci sono migliaia di operai sottopagati che lavorano in condizioni misere. Migliaia di Iqbal Masih, il bambino pakistano che denunciò la condizione di sfruttamento del lavoro minorile. E le imprese italiane lo sanno. E non sono lì a fare filantropia.

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To:
Sent: Saturday, July 09, 2016 8:13 AM
Subject: L’AIEA SEMINA RICORSI E RACCOGLIE SENTENZE A FAVORE DEGLI EX ESPOSTI

COMUNICATO STAMPA
CORTE D’APPELLO DI POTENZA, DI ANCONA, DI SASSARI, DI VENEZIA E DI CATANZARO
L’AIEA SEMINA RICORSI E RACCOGLIE SENTENZE A FAVORE DEGLI EX ESPOSTI.
L’Associazione Italiana Esposti Amianto Onlus Val Basento (AIEA VBA), giorno dopo giorno continua a ottenere sentenze favorevoli nel Tribunale di Matera sia per il riconoscimento dei benefici previdenziali sia per le malattie professionali che i propri iscritti hanno contratto durante il periodo lavorativo.
A consuntivo, al 30 giugno 2016, 470 ricorsi istruiti con il supporto tecnico legale dell’AIEA VBA (in attività dal febbraio 2009), hanno ottenuto sentenza favorevole dal Tribunale di Matera; 80 di queste sentenze sono state oggetto di ricorso in appello da parte dell’avvocatura INPS; ricorsi rigettati dalla Corte di Appello di Potenza.
L’Associazione ha istruito con i propri medici convenzionati, esperti di epidemiologia e medicina del lavoro, centinaia di pratiche per malattie professionali o rendite al superstite, di queste circa 90 sono andate a buon fine.
Giorno dopo giorno continuano ad avvicinarsi all’Associazione ex esposti o familiari di lavoratori che purtroppo sono deceduti prematuramente, lavoratori di siti industriali dismessi: EniChem di Pisticci Scalo, Liquichimica e Materit di Ferrandina Scalo, e di siti industriali in attività: Ferrosud, Italcementi e anche ultimamente della Valdadige di Matera. Lavoratori che hanno contratto gravi patologie, familiari di lavoratori che purtroppo sono deceduti per l’esposizione lavorativa a sostanze pericolose e cancerogene come l’amianto. Chiedono ristoro per il danno ricevuto e giustizia per i loro cari.
Il gruppo tecnico/legale dell’AIEA ha prodotto, nei primi anni di attività, relazioni tecniche a supporto dei ricorsi legali permettendo il riconoscimento delle mansioni operative degli impianti produttivi, dei magazzini gestione scorte e magazzini materie prime, dei servizi energetici ausiliari, dei laboratori, dei servizi tecnici di staff agli impianti produttivi ed ausiliari del ex sito industriale ANIC/EniChem di Pisticci Scalo (MT); successivamente, è entrata nelle procedure di riconoscimento a favore dei lavoratori dell’ex Liquichimica di Ferrandina (MT), casi abbandonati e dormienti, aprendo anche per questi lavoratori la strada al riconoscimento, mansione dopo mansione, reparto dopo reparto, impianto dopo impianto.
Oltre alle 470 sentenze passate in giudicato, sono diverse decine i ricorsi in attesa di giudizio, altrettanti in fase di elaborazione amministrativa.
L’impostazione operativa dell’AIEA VBA è stata estesa in Sardegna promuovendo la vertenza amianto per gli ex esposti dei siti industriali di Ottana (NU) e di Assemini (CA); complessi industriali simili a quelli di Pisticci e Ferrandina. Recentemente si sono avute le sentenze in Corte di Appello di Sassari, a favore dei lavoratori di Ottana (NU) aprendo una breccia sul muro di omertà e di falsità che si costruita a discapito degli operai che hanno lavorato nei siti industriali della Sardegna, mentre a Cagliari si sono avute le prime sentenze di riconoscimento di malattia professionale per lavoratori della Syndial di Assemini ex Rumianca.
Sono altrettanto meritevoli di attenzione le recenti sentenze ottenute nelle Corti di Appello di altre regioni italiane:
-         a Venezia, il 16 giugno 2016, dove la Corte, rigetta il ricorso INPS promosso nei confronti di un collega dell’ex ANIC/EniChem di Pisticci Scalo, attualmente residente nel Veneto;
-         a Catanzaro, il 05 luglio 2016, dove la Cortet accoglie l’appello di un collega responsabile della manutenzione di Pisticci Scalo e condanna l’INPS al riconoscimento dei benefici pensionistici per l’intero periodo lavorativo ed al ricalcolo della situazione contributiva.
L’Associazione, prendendo atto dei referti rivenienti dalla sorveglianza sanitaria, denuncia l’aggravamento delle lesioni riscontrate tra i lavoratori dell’ex Materit di Ferrandina (MT), alle patologie asbesto correlate placche pleuriche, asbestosi subentrano patologie oncologiche come: cancro alla laringe, cancro polmonare e cancro al colon retto; patologie oncologiche che hanno causato il decesso di diversi lavoratori. Le vedove, finora abbandonate, chiedono giustizia, stiamo ricevendo richieste per presentare gli esposti denuncia alla procura di Matera.
Ci auguriamo che questi esposti possano promuovere adeguate indagini su tutte le patologie asbesto correlate (non solo il mesotelioma) così come avviene nelle altre Procure d’Italia, non ultimo a Taranto per il processo ILVA 1, attualmente sottoposta all’attenzione della Corte di Appello.
Matera, 08 luglio 2016
Mario Murgia
Associazione Italiana Esposti Amianto Val Basento

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From: Maria Nanni mariananni1@gmail.com
To:
Sent: Tuesday, July 12, 2016 10:18 PM
Subject: COMUNICATO STAMPA STRAGE FERROVIARIA IN PUGLIA

COMUNICATO STAMPA 12 LUGLIO 2016
Arrivano in queste ore notizie terribili sui due treni carichi di pendolari, lavoratori e studenti, che si sono scontrati frontalmente sulla linea a binario unico fra Andria e Corato. Si parla di 23 morti accertati e di circa 50 feriti, diversi gravissimi. Le prime due vetture si sono sgretolate nell’impatto. Enormi difficoltà per le operazioni di soccorso. Il nostro pensiero va alle famiglie delle vittime e dei feriti, e ai colleghi in servizio sui due treni (sicuramente un macchinista è morto e un altro è gravissimo). Mentre il quadro del disastro si mostra in tutta la sua spaventosa portata, il Presidente del Consiglio Renzi ripete: “non ci fermeremo finché non sarà fatta chiarezza su ciò che è accaduto”.
Ma per noi che da anni ci battiamo per la sicurezza del trasporto ferroviario è purtroppo già chiara la verità: è un’altra strage annunciata, come nel 2005 a Crevalcore, come nel 2009 a Viareggio, come...
Invece del cordoglio di rito il Premier Renzi dovrebbe dare risposte ai cittadini sulla sicurezza dell’esercizio ferroviario che in questa realtà del trasporto regionale sono infinitamente arretrate rispetto all’Alta Velocità, si viaggia ancora su linea a binario unico e senza alcun sistema in grado di impedire una strage.
Non ci accontenteremo della verità giudiziaria, con le immancabili responsabilità che ci aspettiamo saranno attribuite all’ “errore umano”; le reali risposte sulla sicurezza non possono che essere sistemiche e qui le responsabilità sono in capo a chi presiede e decide gli indirizzi. Al contrario sono anni che le risorse vanno in un’unica direzione. Anni in cui le parole d’ordine del risparmio, della compressione dei costi, della liberalizzazione hanno condizionato ogni assetto consegnandolo alla deregolamentazione del privato. Per impedire che disastri e incidenti avvengano, occorre intervenire prima, non fare annunci, che annunci rimangono, dopo! Occorre invertire completamente la rotta della privatizzazione, delle esternalizzazioni e degli scorpori.
In primis il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto disporre gli investimenti per la sicurezza di pendolari e cittadini, per il futuro del trasporto regionale e del trasporto merci al pari di quello dell’Alta Velocità, non proporre le solite frasi di circostanza. La rete nazionale deve essere tutta a gestione unica e pubblica. Non ci possono essere cittadini di serie A e cittadini di serie B o addirittura di serie C!
NO A LIVELLI DI INVESTIMENTI OPPOSTI PER TRENI AD ALTA VELOCITA’ E TRENI E LINEE PENDOLARI E SECONDARIE.
Il GOVERNO DEVE GARANTIRE A TUTTI I CITTADINI ITALIANI LE STESSE OPPORTUNITA’ PER VIAGGIARE IN SICUREZZA.

CAT Coordinamento Autorganizzato Trasporti
CUB Trasporti
SGB Sindacato Generale di Base
USB Unione Sindacale di Base

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From: Sindacato un’altra cosa Toscana sindacatounaltracosa_toscana@googlegroups.com
To:
Sent: Tuesday, July 12, 2016 10:19 PM
Subject: SULLA STRAGE FERROVIARIA DI OGGI

PUGLIA: SCONTRO TRA DUE TRENI: MORTI E FERITI
Il numero delle vittime continua a salire: sono già 25, i feriti 50.
Quando anticipi simili tragedie, sulla base della realtà e dei fatti, fai allarmismo.
Quando denunci simili tragedie, sulla base della realtà e dei fatti, strumentalizzi.
Il potere ti vorrebbe sempre zitto e genuflesso ai suoi piedi.
Simili “poteri” hanno fatto male i loro conti...
Politicanti, amministratori e manager VERGOGNATEVI e TACETE!
Le vostre parole appesantiscono il dolore dei familiari.
Il Presidente del Consiglio e Segretario generale del PD, dottor Renzi, ha dichiarato che “questa volta non faranno sconti...”.
Perché, dopo tragedie simili, sono stati fatti sconti?! Per tutti, ricordiamo la promozione del cavalier Moretti a Finmeccanica.
Postscriptum: ad oggi sono trascorsi 38 giorni dalla consegna e dalla pubblicazione del documento dei familiari delle 32 vittime della strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009 ed il sindaco della città, dottor Del Ghingaro, è ancora alle prese con l’approfondimento del documento.
I sindaci dei Comuni di Forte dei Marmi e di Camaiore lo hanno approvato, senza alcun approfondimento.

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From: Alessandra Cecchi alexik65@gmail.com
To:
Sent: Wednesday, July 12, 2016 08:17 PM
Subject: DISASTRO FERROVIARIO IN PUGLIA

Da Ancora IN MARCIA!

DISASTRO FERROVIARO IN PUGLIA
SCONTRO FRONTALE TRA DUE TRENI PENDOLARI
La causa da ricercare negli “ERRORI DISUMANI” commessi da chi non ha effettuato gli investimenti in sicurezza.
LA DISASTROSA SCELTA DEL PEDALE A “UOMO MORTO”.
In serata il numero delle vittime accertate è salito a 27 e sono circa 50 i feriti.
Ruvo di Puglia, 12 luglio 2016
Gravissimo disastro ferroviario circa tre ora fa, in Puglia, sulla linea ferroviaria a binario unico che collega Bari a Barletta, nel tratto tra Corato e Ruvo di Puglia nel territorio di Andria, in località Boccareto. La linea ferroviaria, indipendente dalla rete nazionale delle FS, è gestita dalla società Ferrotramviaria SpA.
Al momento si registrano venti morti e molti feriti, alcuni in modo grave. Si è trattato di uno scontro frontale tra due treni che viaggiavano in direzione opposta. Dalle prime immagini rilevate dall’elicottero dei Vigili del Fuoco, che mostrano i rottami, si può ipotizzare che l’impatto, avvenuto in una zona isolata in aperta campagna, sia stato molto violento. Numerose le squadre dei soccorritori intervenuti sul posto che hanno già estratto dalle lamiere contorte molte persone tra cui un bambino trasportato d’urgenza in ospedale.
Su questa linea la circolazione e il distanziamento dei treni sono regolati con un sistema primitivo, il cosiddetto “blocco telefonico”, ovvero mediante lo scambio di fonogrammi registrati, tra i capistazioni di due stazioni limitrofe al fine di inoltrare un convoglio “alla volta” su ciascuna tratta di binario. Nel normale funzionamento, solo dopo l’arrivo di un treno, controllato di persona dal capostazione, egli può autorizzare telefonicamente il collega della stazione limitrofa a inviare un altro treno. Il controllo e la vigilanza sulla sicurezza per queste linee, come per altre “secondarie” definite correntemente “ex concesse”, è svolto direttamente dal Ministero dei Trasporti, a differenza della rete FS gestita da Rfi, dove è competente l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria, ANSF.
Come nel disastro di Crevalcore ed altri episodi analoghi, protagonista della tragedia è il micidiale sistema a UOMO MORTO, che secondo i tecnocrati ministeriali (e dell’ANSF per le linee FS) è considerato un dispositivo di sicurezza. La sua funzione si riduce a questo: se non si “pedala” almeno ogni 55’, interviene un allarme sonoro e dopo due secondi e mezzo il treno entra in frenatura di emergenza. E’ evidente a tutti, anche per semplice buon senso, che costringere i macchinisti a pigiare ripetutamente per tutto il tempo di lavoro un pulsante o un pedale ad intervalli regolari di soli 55 secondi non aggiunge nulla in termini di sicurezza perché dopo un breve periodo il gesto diviene, fisiologicamente, un riflesso condizionato, del tutto avulso dalle esigenze di marcia e inefficace per il controllo della guida. La ripetizione ossessiva di questa azione (che è completamente svincolata dal controllo della via libera dai treni) accompagna la vita del macchinista peggiorandone le condizioni di lavoro e, conseguentemente, la sicurezza della circolazione. Il costo irrisorio del pedale a UOMO MORTO rispetto alle apparecchiature di sicurezza integrate che controllano il traffico e la marcia del treno in tempo reale (come ad esempio la Ripetizione Segnali e le varie versioni di Controllo Marcia Treni) ha orientato le scelte delle imprese e condizionato anche le Istituzioni preposte a dettare le norme e a effettuare la vigilanza.
L’esercizio ferroviario su linea a binario unico necessita di particolari accorgimenti tecnici e organizzativi per evitare proprio il rischio di incidenti come questo. Risulta inaccettabile che nel 2016 su questa linea non vi siano sistemi, dispositivi e procedure organizzative per impedire che accadano disastri di questo tipo.
Sarà facile dire che si tratta di “errore umano”... commesso da qualche operatore sul campo, in treno o a terra, che spesso muore per primo. Per noi invece si tratta di “errori disumani” commessi da chi (lontano dalla ribalta) effettua le scelte sugli investimenti, scrive le regole sulle condizioni di sicurezza e svolge i controlli e la vigilanza. In sostanza decide a tavolino quali percentuali di rischio siano tollerabili per i treni di seria A, di serie B e questi delle linee in concessione, a tutti gli effetti di serie C.
Appare evidente che il trasporto pendolari e le linee locali, considerate secondarie, anche sotto il profilo della sicurezza sembrano soffrire di una condizione meno avanzata. Dopo questo disastro che per la sua gravità risulta essere tra i più gravi del paese, sarà necessario riscrivere “le regole” del trasporto locale, riconoscere la sua funzione strategica e destinargli le attenzioni e gli investimenti necessari e sottop

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