martedì 31 marzo 2015

30 marzo: Dal blog tarantocontro - Sulla vicenda OM/Carrelli di Bari



OM carrelli Bari - E' necessario organizzare lo Slai cobas per il sindacato di classe subito - prendi contatto con slaicobasta@gmail.com 3471102638 


In tal senso esemplare è la storia degli operai dell’Om Carrelli Elevatori di Modugno (Ba), in mobilità dal 1° luglio 2014 e fino al 30 giugno 2015 dopo la chiusura senza appello dello stabilimento barese da parte della multinazionale tedesca Kion. Fiom, Fim, Uilm e Ugl da un lato hanno, volta a volta, o ignorato o boicottato la lotta degli operai, dall’altro hanno spento la loro combattività spingendoli a chiudere i presidi e sperare nell’elemosina di lavoro che sarebbe potuta venire da un altro padrone. Dal 2011 gli operai Om hanno vissuto sulla propria pelle il peso di una lunga catena di illusorie proposte: prima la QBell che voleva produrre televisori; dopo la Calvi Holding; poi il progetto di Marco Saltalamacchia, ex amministratore delegato di Bmw Italia, di produrre taxi ecologici ibridi; in seguito l’inglese Frazer-Nash Industry che voleva produrre i taxi londinesi ibridi, facendoli lavorare su tre turni e senza fargli conservare né gli scatti né i livelli maturati fino allora (la “magnifica promessa” che aveva portato i sindacati a stappare lo spumante in fabbrica a gennaio 2013 e abortita dopo pochi mesi!); poi ancora si era fatto il nome di Vincenzo La Salvia, ex manager Iveco, che doveva rilevare lo stabilimento per costruire mini autobus elettrici; infine il gruppo Metec che doveva insediare presso l’Om una propria unità produttiva del settore della componentistica auto (addirittura chiedendo e ricevendo, su pressione della Regione Puglia e dei sindacati, da ciascun operaio 10.000 euro della liquidazione legata al licenziamento, come condizione per investire, oltre allo stabilimento in uso gratuito e agli incentivi finanziari della Regione) e poi ha scelto di non investire più nell’ex Om. Ora, attraverso una legge statale applicata dalla Puglia per la seconda volta, l’Om Carrelli Elevatori ha ceduto gratuitamente il proprio capannone al Comune di Modugno, che, a sua volta, lo ha messo a disposizione di una cabina di regia, coordinata dalla prefettura del capoluogo pugliese, alla quale partecipano diversi soggetti istituzionali (Regione Puglia, Comune di Bari, Comune di Modugno, Consorzio Asi, società Om) che si impegnano a individuare investitori che potranno entrare in possesso del capannone gratuitamente, in cambio della reindustrializzazione del sito e della rioccupazione dei 194 ex dipendenti.
Per dare valore all’intesa l’assessore al Lavoro della Regione Puglia, Leo Caroli, ha ricordato che la stessa procedura è stata utilizzata “per la prima volta l’anno scorso per la Miroglio a Ginosa”. Caroli però non ha detto che per gli operai della Miroglio quella procedura si è rivelata un’autentica presa in giro: a rivelare lo stabilimento si era presentata la QBell (la stessa che voleva produrre televisori a Modugno), sindacati e politici avevano invitato a brindare, ma poi l’azienda udinese produttrice di elettronica di consumo aveva accampato più di una motivazione per defilarsi lasciando tutti con un palmo di naso!


30 marzo: Porto di Taranto - lo Slai Cobas sc dice: Serve Altra Lotta



Al porto e alla TCT lotte per il potere, affari e con i lavoratori sempre ricattati, appesi ad un filo, strumentalizzati.
La telenovela del Porto, della Tct e dei lavori continua da mesi e mesi senza che avanzi una vera prospettiva e senza che il futuro dei lavoratori venga mai realmente tutelato. Ora siamo in pieno marasma e lotta per il potere. La nomina del nuovo presidente dell'Autorità portuale sta diventando una guerra tra bande politica e affaristica. L'attuale presidente Prete, specialista in parole e viaggi, sembra al capolinea, e gli altri nomi che si affacciano o sono vecchi potentati del porto o nuovi aspiranti ad una poltrona che evidentemente dà molto lustro e molti soldi. Senza trascurare inoltre che siamo già in piena campagna elettorale. Noi condividiamo ciò che dicono recentemente anche alcuni sindacalisti, che questa guerra di poltrone non può appassionare e interessare i lavoratori, che tutto questo batage sul nome della "cosa" non risolve i problemi della "cosa".
Ma i sindacalisti trascurano di dire che loro sono parte del problema e non la soluzione.
Non si può stare continuamente alla greppia dei padroni del porto, a tirare per la giacchetta la Tct e ad elemosinare sempre e solo la continuazione della cassintegrazione. Al Porto, la realtà è che il sindacato non c'è come strumento di lotta democratico e organizzato dei lavoratori.
E questo lo sanno benissimo tutti i lavoratori, anche se poi per opportunismo, passività e anche stupidità fanno finta di non capire e di non agire di conseguenza. Lo Slai cobas aveva proposto ai lavoratori, non oggi ma due anni fa, di mettere fine a questo andazzo e a questa farsa con la lotta, ma i lavoratori si sono fermati al primo ostacolo e ai ricatti dell'Autorità portuale, della Tct e della mafia politica e sindacale.
MA NON E' MAI TROPPO TARDI, e soprattutto nessuno pensi o si illuda di poter vivere in eterno di cassintegrazione che si rinnova, mentre il porto va a fondo e i soldi stanziati dal governo non stanno servendo per cambiare la situazione. Anche su questi soldi, però, si fa spesso tanto rumore per nulla, sono sempre gli stessi soldi che vengono annunciati più volte come nuovi; sono spesso "soldi parlati" e non realmente disponibili e utilizzabili, e si deve assistere alla farsa dell'uomo di Renzi, Delrio, che arriva quasi di nascosto, non si confronta con nessuno e riannuncia "l'aria fritta".

"Salvare il porto" - dicono anche alcuni lavoratori di un non ben definito "Comitato". 'Salviamo i lavoratori del porto con la lotta' è la nostra proposta.
Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto
slaicobasta@gmail.com
347-1102638

30 marzo: Comunicato dello Slai Cobas sc/Puglia sulla vicenda Arif



Ai lavoratori ex-SMA in Arif, a tutti i lavoratori Arif, alla stampa

Abbiamo richiesto un incontro urgente a assessore Caroli e Arif sulla proroga e stabilizzazine.
In data 03 marzo u.s. Regione e Arif hanno avuto di un incontro-confronto con il Coordinamento Regionale Arif dello SLAI COBAS per il sindacato di classe in relazione alla vicenda lavorativa del personale ex SMA in ARIF. Nel corso della riunione furono stabiliti i termini per un’ulteriore approfondimento della vertenza , in attesa della formulazione di un piano delle attività ARIF propedeutico alla allocazione di fondi utili alla continuità lavorativa, e ci comunicarono di fissaredopo 15 giorni una ulteriore riunione con l’impegno delle parti di ricercare le soluzioni utili a valutare un futuro piano di stabilizzazione di tutto il personale ex SMA.
Nostro malgrado apprendiamo che gli impegni intesi a riconoscere e rispettare le posizioni dei lavoratori slai cobas e anche il loro dissenso non si sono concretizzati, impedendo di fatto volontariamente che i dipendenti che si riconoscono nella azione sindacale dello Slai Cobas possano esprimere la loro voce critica.
L’esclusione delllo slai COBAS non è produttivo di una giusta e soluzione e impedisce di fatto un percorso che ha visto da sempre i lavoratori ex SMA ora in ARIF protagonisti sin dagli anni ‘90 di una vicenda di lavoro e di lotta che ancora oggi trova la forza nella grande capacità di tanti lavoratori nella scelta responsabile della autodeterminazione, che discriminarli non rappresenta altro che un maldestro progetto di svuotamento culturale e normativo.
Ci piace credere che si voglia fare ogni sforzo per ricomporre un utile e franco dialogo e che questa ulteriore deprecabile iniziativa di incontrare così come si è fatto nei giorni 24 e 26 marzo u.s. i soli sindacati confederali, affrontando temi che non possono che trovare utilità in una discussione ampia e aperta al contributo generale, possa essere risolta e come nel caso del primo incontro anche l’Assessore Caroli possa ancora trovare utile scusarsi con i lavoratori aderenti Slai COBAS stabilendo un urgente incontrodurante il quale si possa comprendere quali modi siano stati individuati per garantire continuità di lavoro e pari dignità di trattamento per i lavoratori OTD ex SMA in ARIF.
Coordinamento regionale lavoratori Arif ex-SMA
Slai COBAS sc PUGLIA
29-3-2015


30 marzo: INTERVISTA ALL'AVV. SERGIO BONETTO SUI PROCESSI ETERNIT, THYSSEN, ILVA



Le recenti sentenze della Cassazione su ThyssenKrup ed Eternit hanno rovesciato i verdetti di primo grado. Questo perchè? Per debolezza dei processi stessi o per altro?
Bisogna contestualizzare. Le due sentenze sono state sentenze profondamente innovative. Il caso ThyssenKrup è partito come omicidio volontario, con dolo eventuale, riconosciuto in primo grado, già in appello era stato derubricato in omicidio colposo con colpa cosciente. Ed era comunque una sentenza che in materia di infortunio sul lavoro aveva stabilito il massimo della pena. Non c'è mai stata una sentenza di questo tipo in Italia e una pena simile. In Cassazione per la Thyssen vi erano 2 questioni, una quella sollevata dalla Procura, l'altra dal difensore della Thyssen che affermava che la pena “colpa cosciente” era esagerata. La Cassazione a sessioni unite ha detto che l'omicidio volontario non ci stava. C'è da dire che non è frequente che la Cassazione faccia sentenze a “sessioni unite”, lo fa quando la questione è stata decisa in modo diverso da altre sezioni, ma in questo caso non vi era stato contrasto in Cassazione, lo hanno fatto per la rilevanza della questione.
Si tratta di una sentenza che diventa vademecum di questo tipo di processi, in questa materia di infortuni, nei reati di lavoro non ci sarà mai l'omicidio volontario. Questo risultato era scontato prima della sentenza Thyssen, la sentenza di primi grado lo aveva messo in discussione, la Cassazione, invece, lo ha riaffermato. Mentre non ha toccato la pena, rimandandola alla Corte d'appello. E' una sentenza che pone un muro molto forte al fatto che sia riconosciuto l'omicidio volontario. Fino alla Thyssen nel nostro paese non ci sono mai condanne alte per morti per infortunio. Questo muro è stato sfondato, ma l'altro no. Fino a 4 anni non si va in galera; è un sistema che dà le pene a scopo solo di ammonizione.
L'Eternit è stata un tentativo di fare un'operazione innovativa. Di considerare come unico fenomeno quello dei danni prodotti all'ambiente e alle persone da produzioni industriali.
Ci sono stati processi per disastri ambientali, ma quello di tenere assieme tutto, lavoratori, abitanti e ambiente, con l'art. 434 del codice penale, è stata un'operazione innovativa che è andata a sollevare un problema storicamente sotto la polvere, cioè gli effetti a lungo termine delle produzioni industriali. L'Eternit ha cessato la produzione nel 1986 e la gente continua a morire per quelle produzioni. Il primo grado di giudizio ha riconosciuto che questa operazione si poteva fare, e anche la Corte d'appello. La Cassazione in modo ancora più violento della sentenza Thyssen, ha detto NO: dovevate fare i processi caso per caso per i singoli morti, perchè tenere assieme quanto accadde nel 1986 con oggi non è previsto dal codice penale, visto come articolo che esauriva le possibilità di punire nel momento in cui cessavano i comportamenti fattivi dei responsabili. Quindi è dal 1986 che comincia a determinarsi la prescrizione. Il fatto che la gente continui a morire non si tratta di “disastro” ma di singoli omicidi che bisogna perseguire uno per uno. Questa interpretazione è secondo me forzata. La lettera della norma è degli anni '30, in quegli anni non vi erano disastri per l'utilizzo dei cancerogeni, in mente, allora, avevano l'idea di un disastro semi istantaneo, il cancerogeno invece non è mai istantaneo, ci impiega almeno 10 anni per far emergere i primi effetti, per l'amianto, almeno 30 anni dall'esposizione. Quindi, secondo la Cassazione per i cancerogeni non ci possono essere disastri. La Cassazione ha ideato il “disastro perfetto”, che c'è ma non è punibile. Questa è una visione reazionaria: c'è un problema si cerca di affrontarlo per quello che è in maniera unitaria, loro invece dicono no: la lettera della norma dice che si devono vedere i singoli casi. In Corte d'appello abbiamo detto che la produzione industriale produce merci e morti in serie, le patologie sono un effetto della produzione industriale, le patologia di amianto non esisteva prima della sua produzione industriale, Il capitalismo produce merci e morti con la stessa intensità. Non accorgersi di questo è grave, quando se ne erano accorte le vedove dei lavoratori che appendevano i manifesti funebri sui muri della fabbrica. Se ne sono accorte loro negli anni '80..., ma la Cassazione ha detto: se ne dovevano accorgere prima...

In risposta a queste due sentenze sono state purtroppo deboli. La stampa ha dedicato solo alcuni articoli, e non c'è stata un'adeguata reazione di forze sindacali, ambientaliste, politiche.
Il presidente della Repubblica che più volte si è pronunciato per la tutela dei lavoratori, questa volta ha taciuto su Eternit e questo ha un significato. C'è da dire che Eternit non era solo un riconoscimento della questione unitaria, la sentenza di secondo grado aveva aggravato la pena (18 anni di carcere ad un multimiliardario svizzero, che è tra il più importante “benefattore” della Svizzera, organizza corsi di formazione in Vaticano sullo sviluppo sostenibile). La Cassazione si è trovata di fronte ad un soggetto grosso. Non ho le prove delle telefonate del padrone Eternit ai suoi “amici”, ma...
Rispetto alla politica, Renzi in primis ha deviato l'interesse sul problema, Renzi ha detto che bisognava allungare la prescrizione, ma il problema è invece da quando decorre la prescrizione non quanta è lunga.
Per l'Eternit la seconda sentenza aveva detto che non c'era prescrizione perchè il disastro è in atto e rientrerà solo quando i morti rientreranno nella media.
Altri hanno detto: approvare norme nuove, ma queste si applicheranno ai disastri nuovi. Quindi dovremo aspettare altri 30 anni per i disastri nuovi. Vi sono stati articoli stampa che hanno scritto: la fregatura che hanno preso le vittime almeno sta portando al cambiamento delle norme. Ma che facciamo? Chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto...
In questo senso una certa timidezza c'è stata per chi dovrebbe occuparsi di certe cose. Per le organizzazioni sindacali la loro timidezza è data dal fatto che ci sono altri processi simili, vedi Ilva, dove c'è una famiglia di un certo peso e una attività in corso. Quindi prendere una posizione drastica, “che i reati vanno sempre puniti”, rischiava di sbilanciarsi.

29 marzo: Taranto - Esposto dello Slai Cobas sc per il Reparto Carpenteria in Ilva



Slai Cobas per il sindacato di classe
Sede legale v. Rintone, 22 Taranto – T/F 0994792086 – 3475301704 – slaicobasta@gmail.com - C.F. 90177580736

TA. 27.3.15

ALLA DIREZIONE ILVA – TARANTO
Ai Commissari straordinari
Al direttore generale
Al Rappresentante della Sicurezza Aziendale

Agli RLS ILVA

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA
AL DIRETTORE DELLO SPESAL
epc al Sig. PREFETTO DI TARANTO

Oggetto: TU 81/2008 art. 44 – Rep. Carpenteria Ilva. GLI OPERAI DEVONO ESSERE SPOSTATI SUBITO IN ALTRE AREE!

La scrivente organizzazione sindacale:
Atteso che, come è stato accertato dallo screening tiroideo dell'Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari), nel reparto Carpenteria dello stabilimento Ilva di Taranto 110 lavoratori su 269 (media del 43%) hanno uno o più noduli alla tiroide; che a maggio 2014 è deceduto l'operaio D'Arcante per tumore alla tiroide e a circa una decina di operai è stato diagnosticata la stessa patologia;
atteso che quanto sopra pone in maniera chiara e indiscussa il nesso tra la patologia di cui soffrono gli operai e il luogo dove operano gli operai - l'attività lavorativa;
atteso che mesi fa è stata denunciata la presenza nel sottosuolo del suddetto reparto di trasformatori di apirolio;

CHIEDE a codesta Azienda, in attesa di ulteriori ed approfonditi accertamenti sulle cause, di CHIUDERE SUBITO IL REPARTO SPOSTANDO GLI OPERAI IN ALTRE AREE,
QUINDI DI FAR EFFETTUARE TUTTE LE INDAGINI NECESSARIE E PROCEDERE ALLA BONIFICA

Si ricorda all'Azienda, al Responsabile per la Sicurezza aziendale che ai sensi dell'Articolo 44 del TU 81/08 “Diritti dei lavoratori in caso di pericolo grave e immediato” il lavoratore può allontanarsi dal luogo in cui lavora.
Dall'art. 44: “Il lavoratore che, in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa”.
Si chiede agli organi competenti effettuare tutte le indagini necessarie e di accertare che l'Ilva provveda a spostare gli operai dal rep. Carpenteria.
Si chiede all'azienda di avere assicurazione di quanto richiesto e alla Procura e allo Spesal di conoscere gli esiti degli accertamenti.

SLAI COBAS per il sindacato di classe
Calderazzi Margherita
per com. slaicobasta@gmail.com - T/F 0994792086 - 3475301704