Giacomo
Rizzo corriere di Taranto
Prima
ancora che si spenga la fabbrica, rischia di spegnersi una parte del
lavoro che le ruota intorno. Sono 2.500 i lavoratori
dell’indotto
ex Ilva per i quali Aigi ha annunciato l’avvio delle procedure di
licenziamento collettivo. È il nuovo fronte della vertenza che oggi
ha portato Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb a presentarsi insieme,
nella sede dei metalmeccanici di Taranto, per chiedere di fermare le
procedure e soprattutto per sollecitare al governo una
risposta sul futuro dell’acciaieria.
La
conferenza stampa congiunta si è svolta alla vigilia di due giornate
decisive: l’8 settembre il confronto a Palazzo Chigi e il 9
settembre l’udienza sulla richiesta di sospensiva della chiusura
dell’area a caldo. Due appuntamenti dai quali il sindacato si
attende una svolta, perché l’incertezza sul destino produttivo
dello stabilimento si sta già trasformando in una minaccia concreta
per l’occupazione delle aziende dell’appalto.
Il
primo bersaglio delle organizzazioni sindacali è stato proprio Aigi.
«Chiediamo ad Aigi di ritirare immediatamente i licenziamenti e di
attendere l’incontro di martedì a Palazzo Chigi», ha detto Luigi
Bennardi, segretario della Uilm Taranto. La richiesta, ha spiegato, è
arrivata dopo che le organizzazioni sindacali avevano chiesto alle
associazioni datoriali di «soprassedere con l’invio delle
procedure e delle informative per il licenziamento collettivo».
Lavoro
Aigi,
invece, ha deciso di andare avanti. Una scelta che per i sindacati
rappresenta «una fuga in avanti», perché arriva mentre il
confronto istituzionale sul futuro dell’ex Ilva deve ancora entrare
nella fase decisiva.
Bennardi
ha spiegato che la conferenza è servita a «lanciare un grido
d’allarme per quanto riguarda la situazione di Taranto, che ormai è
sull’orlo di una bomba sociale». Il segretario Uilm ha richiamato
anche il piano straordinario discusso al ministero delle Imprese e
del Made in Italy e ha sottolineato la necessità che la tutela
riguardi l’intera filiera. «Le organizzazioni sindacali hanno
chiesto la tutela di tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva
in amministrazione straordinaria e appalto, che è la parte sempre
maggiormente esposta», ha osservato.
Il
problema, dunque, non è soltanto quello dei 2.500 posti messi a
rischio. Per il sindacato il numero potrebbe essere destinato a
crescere se non verrà definito rapidamente un quadro industriale. E
proprio su questo punto Biagio Prisciano, segretario generale della
Fim Cisl Taranto-Brindisi, ha indicato l’indotto come «l’anello
più debole della catena».
Prisciano
ha però chiarito che chiedere continuità occupazionale non
significa difendere il vecchio modello produttivo. «Non siamo per
mantenere il ciclo a carbone, ma per passare dal ciclo a carbone al
ciclo elettrico, attraverso forni elettrici e la produzione di
acciaio green, senza far ammalare né chi sta all’interno della
fabbrica né chi sta all’esterno», ha sottolineato.
La
transizione, però, secondo la Fim deve essere accompagnata da
certezze e investimenti. «Ci devono spiegare quello che il governo
intende fare di questo stabilimento», ha detto Prisciano,
evidenziando che il futuro della fabbrica non può essere separato da
quello delle imprese che lavorano al suo interno.
E
sui 2.500 licenziamenti annunciati da Aigi ha lanciato un
avvertimento: «Questo è solo l’inizio». Prisciano ha denunciato
l’assenza, a suo giudizio, di «una cabina di regia» e di
«un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le
istituzioni, di tutta la politica».
Per
il segretario della Fim servono «la messa in sicurezza dei
lavoratori», strumenti straordinari e soprattutto «una clausola
sociale di salvaguardia per i lavoratori dell’appalto e
dell’indotto». Senza questi interventi, ha aggiunto, «continueremo
ad accumulare problemi». E il rischio è che «a pagare le
conseguenze siano poi i lavoratori».
Il
tempo, intanto, corre anche sul fronte produttivo. Francesco Brigati,
segretario generale della Fiom Taranto e Puglia, ha sottolineato che
la questione giudiziaria non può essere considerata separatamente
dalle condizioni concrete dello stabilimento. «Anche in caso di
sospensiva lo stabilimento rischia di chiudere», ha detto.
Brigati
ha osservato che «non ci sono risorse finanziarie affinché, se
dovesse determinarsi la sospensiva rispetto a quanto è stato deciso
dalla Corte d’Appello di Milano, comunque lo stabilimento possa
continuare». E ha posto l’accento sulla disponibilità di materie
prime: «Non sono in arrivo navi di minerali nelle prossime
settimane, nei prossimi mesi».
Secondo
il segretario Fiom, la situazione potrebbe consentire di andare
avanti soltanto «entro la fine del mese e i primi di ottobre». Un
orizzonte temporale che rende ancora più urgente, secondo il
sindacato, una decisione politica.
«Il
governo più longevo della storia repubblicana aveva la possibilità
di intervenire e aveva cinque anni per poter programmare il futuro
dell’ex Ilva e non lo ha fatto», ha accusato Brigati. E ha
respinto l’idea di attribuire alla magistratura la responsabilità
dell’attuale situazione: «Credo che ci sia una responsabilità
molto grande da parte del governo perché, in presenza di una
condizione di quel tipo, comunque stanno decidendo».
Il
segretario Fiom ha ricordato inoltre che il tema dell’indotto era
già emerso con forza nello sciopero del 3 agosto. «La procedura di
licenziamento collettivo che riguarderebbe 2.500 lavoratori
dell’indotto, paventata da Aigi, è qualcosa che avevamo già
annunciato», ha spiegato. Per la Fiom, quindi, quello che sta
accadendo non è un episodio isolato, ma l’effetto di una crisi
industriale che rischia di propagarsi ben oltre i cancelli
dell’acciaieria.
Anche
l’Usb ha chiesto che il vertice di Roma produca risposte concrete.
Rizzo ha indicato come priorità «le garanzie per i lavoratori, che
devono essere garanzie concrete». Il dato dei 2.500 licenziamenti,
ha sottolineato, «è un elemento che rischia di innescare
un’escalation sociale molto complicata da gestire».
Rizzo
ha inoltre contestato l’ipotesi di una continuità limitata alla
sola area a freddo. «Mantenere la sola area a freddo in uno
stabilimento a ciclo integrale è un controsenso», ha osservato,
ricordando la necessità di grandi quantitativi di bramme. Per
questo, ha aggiunto, quella prospettiva appare «più uno specchietto
per dare una speranza che in realtà in questo momento non abbiamo».
Alla
fine, le quattro organizzazioni hanno consegnato un messaggio
unitario: fermare i licenziamenti dell’indotto e arrivare al tavolo
del governo con una prospettiva industriale precisa. «Servono
decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di lavoratori di
Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dell’Ilva
in amministrazione straordinaria e dell’indotto», hanno ribadito
Una
richiesta che, dopo le settimane dei Giochi del Mediterraneo, assume
anche un valore simbolico per la città. «Taranto ha dimostrato di
saper fare squadra, ora Governo, istituzioni e imprese devono
dimostrare di saper fare squadra per difendere i lavoratori e il
lavoro», hanno affermato i sindacati. Poi la chiosa: «I Giochi del
Mediterraneo sono finiti. Adesso basta giochi sulla pelle dei
lavoratori
la
posizione dello Slai Cobas