sabato 12 settembre 2026

12 settembre - info da tarantocontro - Ex Ilva Taranto: la situazione dal punto di vista di padroni e governo e dal punto di vista proletario

 NB - Questo testo è stato registrato in ORE 12 Contronformazione rossoperaia giovedì scorso. Da allora la situazione è ulteriormente mutata. La Corte d'appello ha confermato la chiusura dell'area a caldo e le Ditte dell'indotto e dell'appalto hanno confermato i 2500 licenziamenti.

Lunedì dalle 7 alle 9 vi sarà una prima grossa assemblea davanti alla portineria delle imprese.

Nell'affrontare la questione ex Ilva come principale questione che riguarda i grandi gruppi industriali e le grandi fabbriche in questo Paese, mai va dimenticato che lo stabilimento ex Ilva di Taranto è attualmente la più grande fabbrica del Paese per organici diretti, appalto e indotto e che la vicenda dell'Ilva ha implicazioni di ogni genere, sia relative al problema del lavoro e condizioni di lavoro, sia chiaramente all'enorme questione della sicurezza e dei danni ambientali causati dalla gestione capitalistica della fabbrica che si è succeduta, prima come fabbrica delle partecipazioni statali, poi con la lunga permanenza di padron Riva, infine ArcelorMittal, e oggi i commissari per conto del Governo.

Tutte queste questioni fanno sì che l'Ilva sia una questione centrale a cui dovrebbero guardare operai e tutte le forze che agli operai e lavoratori si rifanno in questo Paese, in particolare quelle fuori dal perimetro della cosiddetta “sinistra di opposizione parlamentare”.

Proprio perché la situazione è articolata e complessa, è fondamentale il punto di vista da cui ci si mette e i criteri di lettura di questa vicenda secondo gli strumenti che si vogliono mettere in campo.

Noi come Slai cobas, proletari comunisti e questo organo, ORE 12, ci rifacciamo al marxismo e vorremmo che tutte le forze di estrema sinistra e di parte proletaria e anticapitalista si rifacessero al marxismo, cosa che non è.

Nello stesso tempo ci poniamo chiaramente dal punto di vista operaio come punto di vista principale a

cui va unito il punto di vista delle masse popolari di Taranto e in più in generale il punto di vista dell'intero arco del movimento operaio, sia quello implicato nella crisi siderurgica sia quello più generale, dato che la siderurgia è un fattore importante dentro il sistema produttivo di tante altre realtà di fabbrica e del mondo del lavoro.

Ponendoci dal punto di vista degli operai la situazione è piuttosto semplice:

padroni e governo, in particolare quest'ultimo che ha fatto e fa anche da padrone, tramite i commissari all'interno del gruppo industriale e nella fabbrica a Taranto, non sono riusciti a trovare una soluzione. Hanno provato a svendere l'Ilva al primo offerente, ma nei fatti la campagna di vendita non ha prodotto risultati sostanziali, siamo ancora al palo su questo terreno. Nello stesso tempo l'unica cosa che è stata garantita ai lavoratori è una sorta di continuità lavorativa falcidiata da una cassa integrazione permanente che ha toccato ampie fasce dei lavoratori e che chiaramente ne ha aumentato il disagio sul piano salariale e di prospettiva.

12 settembre - ELECTROLUX CONFERMA CHIUSURA DI CERRETO E LICENZIAMENTINEGLI ALTRI SITI: MARTEDI' 15 SCIOPERO E MANIFESTAZIONE NAZIONALE

 

Electrolux Susegana, 300 operai in strada e sciopero nazionale il 15 settembre

Il piano della multinazionale prevede 1.450 esuberi in Italia e la chiusura di Cerreto d'Esi. Oggi manifestazione lungo la Pontebbana. Una delegazione trevigiana parteciperà alla manifestazione nelle Marche


Circa 300 operai dello stabilimento Electrolux di Susegana sono scesi in strada stamattina, giovedì 9 settembre, raggiungendo la statale Pontebbana per un'azione di volantinaggio contro il piano industriale della multinazionale svedese. È la prima protesta di questo tipo dopo molto tempo, e arriva in risposta a un piano che prevede esuberi massicci: 240 operai (ridotti rispetto ai 310 inizialmente annunciati) e 180 impiegati, per un totale di 420 posti di lavoro a rischio su 1.250 dipendenti.


Electrolux chiude Cerreto D’Esi: 1.450 esuberi in Italia

Denis Dosi

Electrolux ha confermato quello che nelle Marche si temeva da settimane: lo stabilimento di Cerreto D’Esi chiude, e il piano di riorganizzazione italiano resta pesante nonostante il numero degli esuberi sia stato limato solo in parte. Sul tavolo restano 1.450 posti in eccesso distribuiti sui cinque stabilimenti italiani del gruppo, una cifra che pesa come un macigno su un settore, quello degli elettrodomestici, che in Italia ha una storia lunga e un presente parecchio complicato. La riduzione annunciata dall’azienda non cambia la sostanza del quadro. Meno esuberi rispetto alle ipotesi iniziali, sì, ma la mappa produttiva italiana resta quella disegnata dal piano, con un sito che sparisce e gli altri chiamati a reggere l’urto di una ristrutturazione che tocca migliaia di famiglie. La chiusura di Cerreto D’Esi è il punto più duro, perché non si tratta di un ridimensionamento ma della cancellazione di un presidio industriale.am


Electrolux, Solaro boccia il nuovo piano. “Tagli confermati e ritmi di lavoro disumani”

Partono le azioni di lotta, martedì 15 sciopero in tutti gli stabilimenti e manifestazione a Cerreto d’Esi. I sindacati: “A Solaro 116 licenziamenti e lo stop all’intesa che prevedeva un’ulteriore linea produttiva”

Solaro (Monza Brianza), 11 settembre 2026 – L’assemblea dei lavoratori Electrolux a Solaro respinge il piano rivisto dell’azienda che conferma i licenziamenti: partono le azioni di lotta e già martedì 15 ci sarà uno sciopero in tutti i siti produttivi e manifestazione nazionale a Cerreto d’Esi (Ancona).

L’azienda conferma il piano di licenziamenti e, contemporaneamente, pretende ritmi di lavoro disumani. Per questo iniziamo la lotta con uno sciopero nazionale”, dicono i sindacati. Dopo i due giorni di confronto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, Electrolux ha confermato il proprio piano industriale: chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi 1.450 esuberi a cui si aggiungono 135 contratti a termine che non saranno rinnovati (oltre ai 91 già cessati).

Per quanto riguarda Solaro (617 dipendenti), ai 116 licenziamenti (senza contare i 111 giovani con contratto a termine cessato) si aggiunge la sconfessione di un accordo che prevedeva l’installazione entro il 2026 di una ulteriore linea produttiva e, nella stesso tempo, la richiesta di aumentare le cadenze delle linee di montaggio dagli attuali 90 pezzi fino a 140 pezzi all’ora. In sintesi meno lavoratori e ritmi di lavoro insostenibili”, spiega una nota sindacale congiunta.


domenica 6 settembre 2026

7 settembre - da tarantocontro: Ex Ilva, “licenziamenti indotto, è solo l’inizio” - conf stampa sindacati - info - la posizione dello Slai Cobas

 Giacomo Rizzo corriere di Taranto

Prima ancora che si spenga la fabbrica, rischia di spegnersi una parte del lavoro che le ruota intorno. Sono 2.500 i lavoratori dell’indotto ex Ilva per i quali Aigi ha annunciato l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo. È il nuovo fronte della vertenza che oggi ha portato Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb a presentarsi insieme, nella sede dei metalmeccanici di Taranto, per chiedere di fermare le procedure e soprattutto per sollecitare al governo una risposta sul futuro dell’acciaieria.

La conferenza stampa congiunta si è svolta alla vigilia di due giornate decisive: l’8 settembre il confronto a Palazzo Chigi e il 9 settembre l’udienza sulla richiesta di sospensiva della chiusura dell’area a caldo. Due appuntamenti dai quali il  sindacato si attende una svolta, perché l’incertezza sul destino produttivo dello stabilimento si sta già trasformando in una minaccia concreta per l’occupazione delle aziende dell’appalto.

Il primo bersaglio delle organizzazioni sindacali è stato proprio Aigi. «Chiediamo ad Aigi di ritirare immediatamente i licenziamenti e di attendere l’incontro di martedì a Palazzo Chigi», ha detto Luigi Bennardi, segretario della Uilm Taranto. La richiesta, ha spiegato, è arrivata dopo che le organizzazioni sindacali avevano chiesto alle associazioni datoriali di «soprassedere con l’invio delle procedure e delle informative per il licenziamento collettivo».

Lavoro

Aigi, invece, ha deciso di andare avanti. Una scelta che per i sindacati rappresenta «una fuga in avanti», perché arriva mentre il confronto istituzionale sul futuro dell’ex Ilva deve ancora entrare nella fase decisiva.

Bennardi ha spiegato che la conferenza è servita a «lanciare un grido d’allarme per quanto riguarda la situazione di Taranto, che ormai è sull’orlo di una bomba sociale». Il segretario Uilm ha richiamato anche il piano straordinario discusso al ministero delle Imprese e del Made in Italy e ha sottolineato la necessità che la tutela riguardi l’intera filiera. «Le organizzazioni sindacali hanno chiesto la tutela di tutti i lavoratori: Acciaierie d’Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e appalto, che è la parte sempre maggiormente esposta», ha osservato.

Il problema, dunque, non è soltanto quello dei 2.500 posti messi a rischio. Per il sindacato il numero potrebbe essere destinato a crescere se non verrà definito rapidamente un quadro industriale. E proprio su questo punto Biagio Prisciano, segretario generale della Fim Cisl Taranto-Brindisi, ha indicato l’indotto come «l’anello più debole della catena».

Prisciano ha però chiarito che chiedere continuità occupazionale non significa difendere il vecchio modello produttivo. «Non siamo per mantenere il ciclo a carbone, ma per passare dal ciclo a carbone al ciclo elettrico, attraverso forni elettrici e la produzione di acciaio green, senza far ammalare né chi sta all’interno della fabbrica né chi sta all’esterno», ha sottolineato.

La transizione, però, secondo la Fim deve essere accompagnata da certezze e investimenti. «Ci devono spiegare quello che il governo intende fare di questo stabilimento», ha detto Prisciano, evidenziando che il futuro della fabbrica non può essere separato da quello delle imprese che lavorano al suo interno.

E sui 2.500 licenziamenti annunciati da Aigi ha lanciato un avvertimento: «Questo è solo l’inizio». Prisciano ha denunciato l’assenza, a suo giudizio, di «una cabina di regia» e di «un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni, di tutta la politica».

Per il segretario della Fim servono «la messa in sicurezza dei lavoratori», strumenti straordinari e soprattutto «una clausola sociale di salvaguardia per i lavoratori dell’appalto e dell’indotto». Senza questi interventi, ha aggiunto, «continueremo ad accumulare problemi». E il rischio è che «a pagare le conseguenze siano poi i lavoratori».

Il tempo, intanto, corre anche sul fronte produttivo. Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Taranto e Puglia, ha sottolineato che la questione giudiziaria non può essere considerata separatamente dalle condizioni concrete dello stabilimento. «Anche in caso di sospensiva lo stabilimento rischia di chiudere», ha detto.

Brigati ha osservato che «non ci sono risorse finanziarie affinché, se dovesse determinarsi la sospensiva rispetto a quanto è stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano, comunque lo stabilimento possa continuare». E ha posto l’accento sulla disponibilità di materie prime: «Non sono in arrivo navi di minerali nelle prossime settimane, nei prossimi mesi».

Secondo il segretario Fiom, la situazione potrebbe consentire di andare avanti soltanto «entro la fine del mese e i primi di ottobre». Un orizzonte temporale che rende ancora più urgente, secondo il sindacato, una decisione politica.

«Il governo più longevo della storia repubblicana aveva la possibilità di intervenire e aveva cinque anni per poter programmare il futuro dell’ex Ilva e non lo ha fatto», ha accusato Brigati. E ha respinto l’idea di attribuire alla magistratura la responsabilità dell’attuale situazione: «Credo che ci sia una responsabilità molto grande da parte del governo perché, in presenza di una condizione di quel tipo, comunque stanno decidendo».

Il segretario Fiom ha ricordato inoltre che il tema dell’indotto era già emerso con forza nello sciopero del 3 agosto. «La procedura di licenziamento collettivo che riguarderebbe 2.500 lavoratori dell’indotto, paventata da Aigi, è qualcosa che avevamo già annunciato», ha spiegato. Per la Fiom, quindi, quello che sta accadendo non è un episodio isolato, ma l’effetto di una crisi industriale che rischia di propagarsi ben oltre i cancelli dell’acciaieria.

Anche l’Usb ha chiesto che il vertice di Roma produca risposte concrete. Rizzo ha indicato come priorità «le garanzie per i lavoratori, che devono essere garanzie concrete». Il dato dei 2.500 licenziamenti, ha sottolineato, «è un elemento che rischia di innescare un’escalation sociale molto complicata da gestire».

Rizzo ha inoltre contestato l’ipotesi di una continuità limitata alla sola area a freddo. «Mantenere la sola area a freddo in uno stabilimento a ciclo integrale è un controsenso», ha osservato, ricordando la necessità di grandi quantitativi di bramme. Per questo, ha aggiunto, quella prospettiva appare «più uno specchietto per dare una speranza che in realtà in questo momento non abbiamo».

Alla fine, le quattro organizzazioni hanno consegnato un messaggio unitario: fermare i licenziamenti dell’indotto e arrivare al tavolo del governo con una prospettiva industriale precisa. «Servono decisioni chiare e definitive sul futuro di migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dell’Ilva in amministrazione straordinaria e dell’indotto», hanno ribadito

Una richiesta che, dopo le settimane dei Giochi del Mediterraneo, assume anche un valore simbolico per la città. «Taranto ha dimostrato di saper fare squadra, ora Governo, istituzioni e imprese devono dimostrare di saper fare squadra per difendere i lavoratori e il lavoro», hanno affermato i sindacati. Poi la chiosa: «I Giochi del Mediterraneo sono finiti. Adesso basta giochi sulla pelle dei lavoratori

la posizione dello Slai Cobas




7 settembre - Sulla lunga lotta delle precarie coop sociali di Palermo Slai Cobas sc - Un bilancio che va oltre Palermo

 

La lotta delle lavoratrici e lavoratori Assistenti igienico-personale nelle scuole, precari delle cooperative sociali a Palermo, guidata dallo Slai Cobas per il sindacato di classe, rientra nel mondo del lavoro/precariato del sud di questo paese, una lotta inserita all'interno delle dinamiche complessive dello scontro capitale-lavoro, in cui lo Stato borghese con i suoi corollari (Città Metropolitana, Regione Siciliana) utilizza le esternalizzazioni per smantellare i servizi pubblici, abbattere il costo del lavoro e frammentare la classe lavoratrice.

Questi lavoratori e lavoratrici, per anni esternalizzati a cooperative sociali pagate dall'ex Provincia (oggi Città Metropolitana), si sono trovati davanti da un lato ai pesanti tagli ai fondi da parte della Regione Siciliana, dall'altro alle riforme statali (come il D.Lgs 66/201 7) che hanno tentato di scaricare le mansioni di cura e igiene degli alunni disabili direttamente sui collaboratori scolastici statali (il personale ATA), nel tentativo di eliminare le figure specialistiche esterne.

Il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni nel "terzo settore" a Palermo (servizi sociali, assistenza scolastica, pulizie, manutenzione) ha creato negli anni un grande bacino di precariato ricattabile, spesso incastrato in un gioco allo scaricabarile tra Regione, Città Metropolitana, Comuni e i diversi governi e giunte borghesi che si sono succeduti negli anni e le cooperative stesse.

La vertenza degli assistenti specializzati nelle scuole superiori palermitane rientra nella privatizzazione che avanza della scuola pubblica. Lo Stato, attraverso riforme bipartisan succedutesi negli anni ha tagliato i costi dell'assistenza ai disabili scaricandoli sugli enti locali, i quali a loro volta li hanno appaltati a cooperative sociali al massimo ribasso. Il sistema delle cooperative nel terzo settore funziona come una sorta di ammortizzatore per lo Stato borghese al servizio del Capitale: garantisce l'erogazione di servizi costituzionali (il diritto allo studio per gli alunni disabili) scaricandone il costo sulla pelle di lavoratori precari, ricattabili e sottopagati.

In questo contesto, la gestione della vertenza da parte dello Slai Cobas per il sindacato di classe ha mostrato luci di tenace resistenza e limiti legati ai rapporti di forza generali.

Questa lotta sindacale è durata tanti anni, quasi 15 fino ad oggicosa per nulla scontata.

La lotta guidata dallo Slai Cobas ha rotto la narrazione istituzionale secondo cui le cooperative sociali sarebbero per natura "enti etici", la lotta ha strappato il velo dell'ipocrisia "sociale" delle cooperative e ha portato alla luce la realtà dello sfruttamento dei precari: ritardi cronici nei pagamenti degli stipendi (spesso di mesi, la lotta infatti è iniziata per contrastare il mancato pagamento degli stipendi), contratti a singhiozzo, demansionamento, livelli inferiori all’effettivo lavoro, assenza di diritti basilari; in particolare verso le lavoratrici donne, la maggioranza per diversi anni, che subivano oggettive discriminazioni di genere.

Non di volontariato malpagato si tratta ma di lavoro a tutti gli effetti con arricchimento dei padroncini delle Coop sullo sfruttamento dei precari.

In un settore storicamente dominato dagli accordi al ribasso dei sindacati confederali vedi i CCNL Coop Sociali firmati negli anni, e con delegati sindacali confederali spesso ammanigliati con i padroncini Coop in un sistema clientelare di favori reciproci, lo Slai Cobas sc a Palermo ha introdotto la pratica della lotta e dell'azione diretta, diventando di fatto il sindacato rappresentativo di questa lotta; altri sindacati di base come il Cobas Scuola si sono di fatto accodati allo Slai cobas. I confederali a Palermo in questa vertenza spariscono di fatto se non per comparse istituzionali nei palazzi in audizioni come all’Ars e solo perché convocati a copertura e contro lo Slai, o raramente nei presidi, a volte cacciati fisicamente dalle precarie sempre tra le più combattive.

Questa battaglia si è fatta conoscere a livello regionale e anche per certi aspetti nazionale,

Vi è stata una denuncia costante contro “la guerra tra poveri” che i governi borghesi scatenano tra lavoratori precari e personale interno, quello statale, si è denunciato con forza che l'assistenza a studenti con disabilità gravi richiede competenze acquisite tramite corsi specialistici (es. le 900 ore regionali), rifiutando sia il licenziamento degli assistenti sia lo scaricamento della mansione a gratis sui bidelli (ATA. Si è provato a creare una unità tra precari e personale di ruolo scuole con lettere aperte ai CS, inviti nelle iniziative dei precari; ma qui i risultati sono stati insufficienti, l’azione di contrasto e frenante dei sindacati confederali nelle scuole verso i CS ha inciso, per esempio impedendo alle precarie in lotta il raggiungimento delle diverse scuole per far arrivare materiali.

La saldatura tra diritto al lavoro e diritto allo studio ha portato in alcune fasi ad un’alleanza tra le precarie e le famiglie degli studenti disabili con momenti di visibilità anche nazionale, come il caso dell’alunno disabile Ivan che arriva pure su Rai2 e coinvolge anche la Presidenza della Repubblica, dove i precari rompono il protocollo del Quirinale e a Palermo fanno un incontro con il cerimoniere del Presidente Mattarella.

Scioperi e assemblee sindacali, mai fatti prima dai precari che hanno imparato a farli, presidi sotto diversi Palazzi Istituzionali anche per mesi contro licenziamenti, tagli al servizio nelle scuole, contro leggi regionali che cancellavano il servizio, blocchi delle strade, occupazioni di locali dei Palazzi e delle sedi delle Coop, hanno costretto le istituzioni a sedersi ai tavoli non per concessione, ma per forza di cose, i lavoratori con il cuore delle lavoratrici combattive hanno conquistato dignità e protagonismo con la lotta.

Tutta questa lotta è stata fatta con una logica di “guerra”, le riunioni in sede erano per fare “i piani di guerra”.

Le lavoratrici con la lotta diretta dallo Slai non si sono più mosse come "vittime" ma come un soggetto attivo capace di occupare le sedi della Città Metropolitana, di bloccare la viabilità, e per questo sono state più volte denunciate.

Questa lotta delle lavoratrici diventa importante anche nell’ambito della lotta più ampia e generale contro la doppia oppressione della maggioranza delle donne in questa società.

Lo sciopero dello donne dell’8 marzo promosso da Mfpr e che lo Slai sostiene attivamente, a Palermo vede queste precarie animarlo per diversi anni; compreso alcune manifestazioni nazionali, come quella sotto il Parlamento, Giornali, Ministero degli Interni a Roma

Il sistema delle cooperative divide i lavoratori, decine di micro-aziende, lavoratori isolati spesso non si conoscono tra loro pur facendo lo stesso lavoro. Con questa lotta si è riusciti, in diverse fasi, ad unificare i lavoratori organizzati nella vertenza/lotta, facendo capire agli stessi che il "nemico" non era solo il singolo padroncino della cooperativa, ma tutto il sistema degli appalti al massimo ribasso voluto dalle istituzioni pubbliche.

Si sono ottenuti risultati concreti e tangibili, difendendo fino ad oggi il lavoro che le Istituzioni hanno più volte cercato di eliminare, facendo cancellare più di 70 tagli in una fase, facendo abrogare una legge regionale che con il governo Crocetta aboliva il servizio e il lavoro dei precari, con una lotta durata mesi e un presidio permanente sotto l’Ars, riacciuffando di fatto il servizio sotto pandemia, quando la Regione con il governo di destra di Musumeci lo ha attaccato per cancellarlo.

sabato 5 settembre 2026

6 settembre - Dall'Osservatorio di Bologna: Precariato uguale a caporalato.. La morte di Pasquale è questo

 

Pasquale Andriotta: morto di sfruttamento, fatica e precarietà. Il lavoro precario è un omicidio sociale​Pasquale Andriotta aveva 42 anni e tre figli. È morto stroncato da un malore mentre stava effettuando l'ennesima consegna in un giorno rovente, piegato da carichi di lavoro estenuanti e da un ritmo disumano.​Ma la tragedia nella tragedia è che Pasquale è morto nell'ultimo giorno del suo contratto a termine. Mentre la fatica gli spezzava il cuore, l'angoscia gli divorava i pensieri: la paura devastante di non vedere rinnovato quel contratto, l'assillo permanente di non poter garantire il pane e un futuro ai suoi tre bambini.​Morire nell'ansia della riconferma​Non ci sono parole rassicuranti per descrivere quanto accaduto. Pasquale non è soltanto la vittima di un malore sul posto di lavoro: è la dimostrazione spietata di come la precarietà uccida prima ancora degli incidenti.​La sua morte è figlia diretta di un sistema basato sullo sfruttamento e sulla fatica spinta oltre ogni limite umano. Quando un lavoratore vive con una scadenza fissa stampata sopra la testa, perde perfino la libertà di fermarsi, di protestare o di dire "non ce la faccio", nel terrore di essere tagliato fuori il giorno dopo.​Il caporalato moderno​Il precariato non è una semplice scelta organizzativa: è una condizione di ricattabilità permanente. È il caporalato del nostro tempo, nascosto dietro la facciata di contratti temporanei, appalti e sigle burocratiche.​Togliere la stabilità a un padre di famiglia significa togliergli l'aria. Significa esporlo a ritmi insostenibili pur di dimostrare di "meritarsi" un rinnovo. Per questo motivo dobbiamo dirlo ad alta voce e senza mezzi termini: il lavoro precario è un omicidio sociale.​Una battaglia civile senza se e senza ma​Mentre la narrazione ufficiale ci parla di dati in miglioramento e di tutele all'avanguardia, nelle nostre strade si consuma la tragedia invisibile di chi cade nell'indifferenza generale.​L'Osservatorio continuerà a denunciare questa strage e a dare un nome e un volto a chi perde la vita in questo modo. Non ci sarà mai reale sicurezza sul lavoro finché non si cancellerà il ricatto del precariato e dello sfruttamento.​Per Pasquale, per i suoi tre figli e per tutti i lavoratori trasformati in invisibili.

Carlo Soricelli 

"Papà torna a casa?": la domanda che spezza il cuore ai tre figli di Pasquale.

Pasquale Andriotta aveva il contratto in scadenza. Quello doveva essere il suo ultimo giorno di lavoro. Ad aspettarlo a casa c’erano tre bambini piccoli e una famiglia intera. Non è più tornato.​Quando un lavoratore perde la vita, il contatore delle statistiche sale di un'unità e poi la notizia scompare. Ma dentro le case delle famiglie colpite, il tempo si ferma per sempre.​Solo quest'anno sono già oltre 100 i bambini e i ragazzi rimasti orfani a causa del lavoro. Figli piccolissimi, adolescenti a cui viene strappato un padre o una madre da un momento all'altro. Immaginate lo strazio di un bambino che aspetta il papà a cena e deve sentirsi dire che non tornerà mai più. Immaginate la vita di questi figli, spezzata in un secondo, costretti a crescere con un'assenza gigante.​E poi ci sono le mogli, i mariti, i genitori, i fratelli, i nonni. L'anno scorso sono state oltre 1.500 le tragedie come questa. 1.500 famiglie devastate da uno strazio che non si può raccontare a parole, ma che si legge chiaramente negli occhi di chi resta. Chi vive da vicino questo dolore sa che non si supera mai: diventa un vissuto quotidiano fatto di silenzio, rabbia e una solitudine immensa.​Non si muore mai da soli sul lavoro. Insieme a ogni lavoratore muore un pezzo di chi gli voleva bene.​A Pasquale, alla sua famiglia e a tutti gli orfani e le famiglie vittime di questa strage silenziosa: la nostra memoria e il nostro impegno per non abituarci mai a questo orrore.



venerdì 4 settembre 2026

5 settembre - Vertenza Electrolux, l'allarme del leader della Cgil Landini: "Tavoli ministeriali negativi, il Governo sostenga i lavoratori"...

 ...."caro" Landini il governo ha già lasciato soli i lavoratori e non solo quelli dell'Electrolux, e ora siete voi a lasciarli soli in balia dell'azienda

Dalla festa della Cgil di Forlì-Cesena in corso a Vecchiazzano, il segretario generale Maurizio Landini traccia una radiografia della situazione economica e sociale del Paese. Al centro del suo discorso non solo le vertenze industriali più calde, prima fra tutte quella che coinvolge il gruppo Electrolux, ma anche un duro atto d'accusa contro la precarietà, l'erosione del potere d'acquisto dei lavoratori e un sistema fiscale ritenuto profondamente iniquo.

Sul tavolo delle trattative istituzionali per Electrolux, il clima resta teso. Landini esprime forte insoddisfazione per gli ultimi sviluppi registrati con l'esecutivo: “Purtroppo le notizie che arrivano in questi incontri che ci sono stati in questi giorni al Ministero non sono notizie positive e non si sta andando verso la direzione di un nuovo progetto”. Di fronte al rischio di ridimensionamenti o disimpegni sul territorio italiano, la posizione delle sigle sindacali e delle tute blu rimane intransigente: “Credo che le organizzazioni sindacali e i lavoratori abbiano detto in modo molto chiaro che si è chiesto al gruppo di cambiare il piano industriale, perché non siamo disponibili a gestire dei licenziamenti né tantomeno delle chiusure di stabilimenti”.

Per il leader della Cgil serve un salto di qualità nel ruolo delle istituzioni centrali: “Credo che sia importante che i lavoratori non siano lasciati soli e c'è bisogno che l'intervento del Governo e delle istituzioni serva a sostenere la lotta dei lavoratori per far cambiare idea al gruppo e per riaffermare la volontà di continuare a produrre e di investire nel nostro Paese”.

Allargando lo sguardo allo scenario nazionale, Landini individua la priorità assoluta per le famiglie italiane nel crollo del potere d'acquisto dei redditi fissi, provati dall'impatto congiunto dell'inflazione e del carovita: “L'emergenza centrale è quella dei salari, quella di aumentare il potere d'acquisto dei salari. Oggi la gente non ce la fa con l'inflazione che c'è, il carovita che c'è. Quindi questa è sicuramente un'emergenza nazionale: c'è bisogno di aumentare i salari”.par il calcio di NOW

Per invertire la rotta, indica due pilastri irrinunciabili: “Per farlo bisogna sia rinnovare i contratti, sia bisogna cancellare quella precarietà assurda che oggi sta colpendo in particolare i giovani e le donne”. A preoccupare il sindacato è anche la graduale perdita di competitività e consistenza dell'apparato produttivo italiano. Landini chiede uno stop ai finanziamenti incontrollati al settore privato: “C'è una seconda emergenza che si chiama crescita di questo Paese, politiche industriali. Stiamo correndo il rischio di perdere pezzi interi del nostro sistema industriale e c'è bisogno che qui vi sia un intervento anche pubblico, perché non va messo al centro il mercato e il profitto, al centro devono tornare le persone, deve tornare l'interesse dei territori e deve tornare anche una capacità della politica e dei governi di dare degli indirizzi e smetterla di dare dei soldi a pioggia alle imprese a prescindere da quello che fanno e da come funzionano”.

L'ultimo passaggio nodale riguarda il prelievo fiscale e la necessità di ricavare risorse da destinare alla spesa sociale, alle scuole e al diritto alla casa: “L'ultima emergenza si chiama riforma fiscale, perché bisogna andare a prendere i soldi dove sono. Non è più accettabile che la tassazione più alta in questo Paese sia sui salari e sulle pensioni, mentre le rendite finanziarie, i profitti, le rendite immobiliari hanno una tassazione ridicola”. Una redistribuzione della ricchezza fondata sull'equità fiscale rappresenta per la Cgil la chiave di volta per garantire i servizi pubblici essenziali: “La redistribuzione della ricchezza è quello che serve per reinvestire sulla sanità pubblica, sulla scuola,sulle politiche industriali e per rilanciare con forza anche una politica per la casa, che oggi è un'altra delle emergenze che le persone stanno vivendo”.

Maria Giorgini, segretaria generale della Cgil Forlì Cesena, traccia un bilancio della manifestazione: “È una festa viva e partecipata; in questi giorni abbiamo parlato di pace, sicurezza sul lavoro, industria, salari, sviluppo e futuro del nostro territorio. Temi diversi tenuti insieme da un punto per noi fondamentale: rimettere il lavoro e la qualità del lavoro al centro delle scelte politiche ed economiche”.

s://www.forlitoday.it/video/festa-cgil-landini-caso-electrolux.html
© ForlìToday

4 settembre - TARANTO: EX ILVA LA POSIZIONE DELLO Slai Cobas sc

 


4 settembre - COSA FESTEGGIA OGGI LA FASCISTA MELONI A BARI

 


4 settembre - Electrolux Solaro, allarme Fiom dopo l’incontro: “Meno lavoratori e ritmi più alti, così il piano non va”....

 ....l'azienda conferma i piani di chiusura e licenziamenti. Ora tocca ai lavoratori respingere con la lotta ad oltranza respingerli

4 Settembre 2026

SOLARO – Meno investimenti, ritmi produttivi più alti e un organico che, secondo la Fiom-Cgil, continua a ridursi. Sono i principali elementi emersi per lo stabilimento Electrolux di Solaro dall’incontro di giovedì 3 settembre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove l’azienda ha presentato il piano industriale. La Rsu Fiom-Cgil di Solaro esprime forti preoccupazioni e annuncia assemblee con i lavoratori per valutare le prossime iniziative.

Uno dei punti contestati dal sindacato riguarda gli investimenti. Secondo quanto riportato, Electrolux avrebbe confermato che non sarà installata una seconda linea vasche per la nuova piattaforma Iris nel reparto tecnologico. Rimarrà quindi in funzione la linea vasche 2025, già esistente.

Sul fronte dei volumi, dal primo trimestre 2027 la produzione destinata agli Stati Uniti dovrebbe essere trasferita oltreoceano a causa dei dazi, quantificati nel documento sindacale tra 75 e 80 euro a pezzo. L’obiettivo indicato dall’azienda sarebbe comunque quello di raggiungere 710 mila pezzi, compensando la perdita del mercato statunitense con maggiori vendite in Europa, nuove commesse Ikea e la gamma destinata alla Svizzera. Per la Fiom, però, si tratta al momento di “proiezioni di mercato ottimistiche” e non di ordini già acquisiti.

Altro nodo è quello dei ritmi di lavoro. C’è la volontà aziendale di aumentare progressivamente le cadenze, partendo dagli attuali 90 pezzi all’ora e arrivando prima a 103, poi fino a 108, con un punto di caduta indicato a 140 pezzi all’ora. Il sindacato sottolinea che questo avverrebbe senza nuovi inserimenti sulle linee e con una riduzione del tempo ciclo da 40 a 35 secondi.

I lavoratori complessivi sarebbero passati da 534 a 498. I somministrati, che erano oltre cento, sarebbero scesi a 36 a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine. Il sindacato ricorda anche che nell’accordo del 2023 il raggiungimento dei 108 pezzi all’ora era legato all’ingresso di personale aggiuntivo.

Il piano illustrato prevede anche il passaggio per il montaggio dal lavoro a turni al lavoro a giornata, dalle 8 alle 17. La prestazione effettiva passerebbe da 7 ore a 7 ore e 20 minuti, con una diversa distribuzione delle pause e l’introduzione della pausa pranzo non retribuita.

La posizione della Fiom è netta: “Non si recupera competitività sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori”. Il sindacato contesta un piano che, a suo giudizio, combina la rinuncia alla seconda linea vasche, la riduzione dell’occupazione e l’aumento dei ritmi produttivi. Nei prossimi giorni saranno convocate le assemblee dei lavoratori di Solaro per esaminare il piano e decidere le iniziative da intraprendere.


giovedì 3 settembre 2026

3 settembre - Lavoro-2026: un tragico record di morti

 REPORT: MORTI SUL LAVORO IN ITALIA (dati al 31 agosto 2026)

Nei primi otto mesi del 2026 sono morti complessivamente 959 lavoratori (compresi gli infortuni in itinere). Di questi, 765 sono deceduti direttamente sui luoghi di lavoro.

Oggi, 31 agosto, si conclude un mese orribile segnato da una montagna di morti: quattro soltanto nella giornata odierna. Il nuovo schiavismo, che oggi si chiama precariato, ha ucciso Pasquale Andriotta – nella foto qui sotto – morto per fatica, stress, caldo e precarietà. Oggi gli scadeva il contratto e, con ogni probabilità, il timore di un mancato rinnovo ha contribuito alla sua fine. Non possiamo più assistere inermi a questo precariato imperante che sta facendo aumentare esponenzialmente i morti sul lavoro.


Confronto con il 2025: un aumento spaventoso

  • Dati complessivi (1° gennaio – 31 agosto 2026): 959 morti totali (di cui 765 sui luoghi di lavoro). Al 31 agosto 2025 i morti totali erano 687: si registra quindi un incremento di oltre il 10%.

  • Focus sul mese di agosto: Considerando i soli decessi avvenuti sui luoghi di lavoro nel mese di agosto, quest’anno ne sono stati registrati 101 (contro i 62 del mese di agosto 2025). Includendo i decessi in itinere, nel solo mese di agosto si superano i 120 morti, registrando uno spaventoso aumento del 36%. Occorre analizzare a fondo questo dato che lascia letteralmente senza fiato.

Giovani, donne e lavoratori stranieri

Questo mese verrà ricordato per la tragica scomparsa di Gabriele Tullio, di soli 15 anni – nella foto qui sopra – che lavorava in nero e di notte come ambulante.

  • Under 30: Dall’inizio dell’anno sui luoghi di lavoro sono morti 55 giovani sotto i 30 anni. A questi ne vanno aggiunti moltissimi altri deceduti in incidente stradale mentre andavano o tornavano dal lavoro: una vera e propria strage. Mettersi alla guida di una moto nel tragitto casa-lavoro richiede massima prudenza, spesso compromessa dalla stanchezza o dalla fretta.

  • Donne e stranieri: Le donne muoiono soprattutto in itinere. Gli stranieri deceduti sui luoghi di lavoro nei primi 8 mesi sono stati 145: rapportati alla popolazione italiana lavoratrice, presentano un tasso di mortalità triplo, poiché destinati alle mansioni più umili e pericolose.

I settori più colpiti: Autotrasporto e Agricoltura

Impressionante la sequenza di morti nell’autotrasporto, che conta ben 133 vittime da quando, a fine 2022, sono stati introdotti gli “appalti a cascata”. Terribile è anche il bilancio nel settore agricolo per lo schiacciamento da trattore, dove si registrano già 110 morti sui luoghi di lavoro. Non vedere alcun intervento strutturale da parte dei due Ministeri competenti lascia sconcertati. Da soli, autotrasporto e agricoltura rappresentano il 32% dei morti totali sui luoghi di lavoro.

Le vittime anziane e il fenomeno sociale

  • Ultra-sessantenni: I lavoratori sopra i 60 anni deceduti sui luoghi di lavoro sono già 238, rappresentando da soli il 31,5% del totale.

  • Ultra-settantenni: Se passiamo agli ultra-settantenni, il dato raggiunge la cifra incredibile di 140 morti (18,37% del totale sui luoghi di lavoro).

Ovviamente non continuano a lavorare per “divertimento” o per mancanza di passatempi: lo fanno per integrare magre pensioni e per aiutare figli e nipoti che, con i propri stipendi, non riescono ad arrivare a fine mese. Con il precariato gli stipendi sono diventati da fame, spingendo al contempo i giovani italiani qualificati a fuggire all’estero. Speriamo che qualche sociologo decida di approfondire e analizzare questo devastante fenomeno sociale.

(*) Carlo Soricelli è il curatore dell’«Osservatorio di Bologna Morti sul Lavoro».