sabato 5 settembre 2026

6 settembre - Dall'Osservatorio di Bologna: Precariato uguale a caporalato.. La morte di Pasquale è questo

 

Pasquale Andriotta: morto di sfruttamento, fatica e precarietà. Il lavoro precario è un omicidio sociale​Pasquale Andriotta aveva 42 anni e tre figli. È morto stroncato da un malore mentre stava effettuando l'ennesima consegna in un giorno rovente, piegato da carichi di lavoro estenuanti e da un ritmo disumano.​Ma la tragedia nella tragedia è che Pasquale è morto nell'ultimo giorno del suo contratto a termine. Mentre la fatica gli spezzava il cuore, l'angoscia gli divorava i pensieri: la paura devastante di non vedere rinnovato quel contratto, l'assillo permanente di non poter garantire il pane e un futuro ai suoi tre bambini.​Morire nell'ansia della riconferma​Non ci sono parole rassicuranti per descrivere quanto accaduto. Pasquale non è soltanto la vittima di un malore sul posto di lavoro: è la dimostrazione spietata di come la precarietà uccida prima ancora degli incidenti.​La sua morte è figlia diretta di un sistema basato sullo sfruttamento e sulla fatica spinta oltre ogni limite umano. Quando un lavoratore vive con una scadenza fissa stampata sopra la testa, perde perfino la libertà di fermarsi, di protestare o di dire "non ce la faccio", nel terrore di essere tagliato fuori il giorno dopo.​Il caporalato moderno​Il precariato non è una semplice scelta organizzativa: è una condizione di ricattabilità permanente. È il caporalato del nostro tempo, nascosto dietro la facciata di contratti temporanei, appalti e sigle burocratiche.​Togliere la stabilità a un padre di famiglia significa togliergli l'aria. Significa esporlo a ritmi insostenibili pur di dimostrare di "meritarsi" un rinnovo. Per questo motivo dobbiamo dirlo ad alta voce e senza mezzi termini: il lavoro precario è un omicidio sociale.​Una battaglia civile senza se e senza ma​Mentre la narrazione ufficiale ci parla di dati in miglioramento e di tutele all'avanguardia, nelle nostre strade si consuma la tragedia invisibile di chi cade nell'indifferenza generale.​L'Osservatorio continuerà a denunciare questa strage e a dare un nome e un volto a chi perde la vita in questo modo. Non ci sarà mai reale sicurezza sul lavoro finché non si cancellerà il ricatto del precariato e dello sfruttamento.​Per Pasquale, per i suoi tre figli e per tutti i lavoratori trasformati in invisibili.

Carlo Soricelli 

"Papà torna a casa?": la domanda che spezza il cuore ai tre figli di Pasquale.

Pasquale Andriotta aveva il contratto in scadenza. Quello doveva essere il suo ultimo giorno di lavoro. Ad aspettarlo a casa c’erano tre bambini piccoli e una famiglia intera. Non è più tornato.​Quando un lavoratore perde la vita, il contatore delle statistiche sale di un'unità e poi la notizia scompare. Ma dentro le case delle famiglie colpite, il tempo si ferma per sempre.​Solo quest'anno sono già oltre 100 i bambini e i ragazzi rimasti orfani a causa del lavoro. Figli piccolissimi, adolescenti a cui viene strappato un padre o una madre da un momento all'altro. Immaginate lo strazio di un bambino che aspetta il papà a cena e deve sentirsi dire che non tornerà mai più. Immaginate la vita di questi figli, spezzata in un secondo, costretti a crescere con un'assenza gigante.​E poi ci sono le mogli, i mariti, i genitori, i fratelli, i nonni. L'anno scorso sono state oltre 1.500 le tragedie come questa. 1.500 famiglie devastate da uno strazio che non si può raccontare a parole, ma che si legge chiaramente negli occhi di chi resta. Chi vive da vicino questo dolore sa che non si supera mai: diventa un vissuto quotidiano fatto di silenzio, rabbia e una solitudine immensa.​Non si muore mai da soli sul lavoro. Insieme a ogni lavoratore muore un pezzo di chi gli voleva bene.​A Pasquale, alla sua famiglia e a tutti gli orfani e le famiglie vittime di questa strage silenziosa: la nostra memoria e il nostro impegno per non abituarci mai a questo orrore.



Nessun commento:

Posta un commento