lunedì 14 novembre 2022

14 novembre - STELLANTIS MELFI, LA PROPOSTA SHOCK: TURNI OLTRE LE 8 ORE

 

Operai e operaie o a casa perchè non c'è lavoro o in fabbrica in turni lunghi e al freddo


Da Basilicata24.it - Sarebbe questa l’offerta che l’azienda avrebbe fatto ai sindacati in camera caritatis ricevendo il no delle sigle convocate. “Ma intanto lavoriamo sempre peggio, questa settimana faceva freddo la notte e niente riscaldamenti, dicono che ci daranno maglie pesanti in pile”, racconta un operaio

Si procede per continui stop and go alla Stellantis di Melfi. Giornate a “410 auto a turno”, poi fermi improvvisi per mancanza di “un componente”, come è accaduto negli ultimi giorni. La prossima settimana, per la cronaca, le ultime news arrivano dall’Unità Montaggio. Si lavorerà per tre giorni, stando a ciò che è stato sin qui formalizzato, e intanto i sindacati hanno già annunciato, con un messaggino ai lavoratori, che ci sarà un cambio di “saturazione”. Tradotto, per i non addetti, “vuol dire che cambierà qualcosa nelle postazioni e che sicuramente toglieranno qualcuno e ci troveremo a produrre le stesse auto con qualche unità in meno. Di solito i cambi prevedono questo”, chiarisce un lavoratore, che aggiunge: “Ma sempre 410 a turno ne sforneremo, con meno braccia”.

Ma c’è una voce che si rincorre nell’ultima settimana. Ed è una voce che sarebbe fuoriuscita da uno degli ultimi incontri tra azienda e sindacati. Mentre nei giorni scorsi vi avevamo parlato di un paventato ‘taglio’ del turno di notte e una produzione su due turni “per risparmiare”, questa volta la richiesta che sarebbe stata mossa dai vertici aziendali ai sindacati per “sondare il terreno” riguarderebbe la possibilità che almeno una parte di lavoratori siano disposti a “prolungare il turno”. Oltre le 8 ore, altre “2 ore aggiuntive, massimo fino a 12”, ci dice il lavoratore con cui siamo entrati in contatto. “Immaginate in quali condizioni potremmo andare oltre le 8 ore. Sarebbe da impazzire”, assicura. Ovviamente, la richiesta sarebbe stata inoltrata “su base volontaria” a chi fosse stato disponibile. Un tentativo che però racconterebbe tanto sulle modalità con cui la proprietà che parla ‘francese’ tratta lavoratori e sottoposti. Un gioco al ribasso dei diritti che spaventa tanto in questa fase di incertezza dell’automotive e di licenziamenti con incentivo.

Sempre stando alle news apprese dalla fonte, i sindacati negli incontri con Stellantis avrebbero detto ‘no’ all’eventualità che col nuovo contratto possano essere previsti “prolungamenti” di turno su base volontaria dei lavoratori. E quindi si sarebbe trattato solo di un modo per “sondare il terreno” da parte della multinazionale. Che si trova pur sempre col coltello dalla parte del manico, potendo usare l’arma delle delocalizzazioni verso realtà e Stati dove il controllo sindacale è praticamente assente. Si pensi solo agli investimenti e agli annunci degli ultimi giorni che riguardano il raddoppio della capacità produttiva dello stabilimento di Kenitra, in Marocco, ma non solo.

Turni di notte al gelo. In ultimo, per restare alle condizioni di lavoro ‘peggiorate’ dopo la fusione in Stellantis, il lavoratore ci racconta un aneddoto dell’ultima settimana che lascia riflettere. “Questa settimana ho fatto la notte – spiega – e soprattutto mercoledì faceva un freddo cane. Nonostante stavamo in movimento sulla linea battevamo i denti e di sicuro non erano accesi i riscaldamenti”. Sempre all’insegna del “risparmio”, inoltre, si vocifera che “quest’inverno saremo dotati di maglie di pile per resistere al freddo”. E poi conclude: “Mi auguro che non sia così e che non dovremo lavorare un inverno al gelo dentro la fabbrica per far risparmiare l’azienda”.

14 novembre - DENUNCIARE I DISSERVIZI AZIENDALI NON È SANZIONABILE. SOLIDARIETÀ A LUCA

 


14 novembre - ALLA FCA/STELLANTIS DI POMIGLIANO D'ARCO.......

 

da operai contro


.......esiste un regime giuridico speciale. Si agisce in deroga alle norme previste dallo stesso contratto aziendale (che in FCA-Stellantis si chiama CCSL) e pure contro un sistema normativo fissato dai codici e dalla giurisprudenza. L’azienda comanda e dei sindacati accondiscendenti e servili eseguono, vanno dagli operai e comunicano la decisione aziendale. Poco importa se quella decisione sarebbe da rigettare, non solo per la difesa minima del ruolo di rappresentanza sindacale, se i sindacati tenessero almeno a salvare la faccia davanti agli operai, ma soprattutto perché essa contravviene alle disposizioni del contratto aziendale che gli stessi sindacati hanno firmato. Se questo modo imperiale di agire in barba a contratti e leggi permette all’azienda di manifestare il suo potere, ci consente, una volta di più, anche d’inquadrare i sindacati come bidelli aziendali.
Il caso specifico riguarda le giornate di lavoro sospese dall’azienda per esigenze tecnico-organizzative o per problematiche legate all’approvvigionamento della componentistica e la decisione di recuperarle oltre i limiti temporali imposti dal contratto aziendale. Il 18 e 28 Marzo 2022 l’azienda decide di sospendere i turni A e B di produzione dell’area Panda per le ragioni suddette. Il CCSL prevede (Art. 9, Titolo secondo, Orario di Lavoro) che:
“le perdite della produzione non effettuata per causa di forza maggiore o a seguito di interruzione delle forniture potranno essere recuperate collettivamente, a regime ordinario, previo esame con il Consiglio delle RSA anche al fine di individuare soluzioni alternative di pari efficacia, entro i sei mesi successivi. Il recupero avverrà con le seguenti modalità: nella mezz’ora di intervallo fra i turni, laddove previsto; per un’ora al giorno; nelle giornate di sabato, nei giorni di riposo individuale o in altri turni. In quest’ultimo caso, il recupero produttivo sarà comunicato con preavviso di almeno quattro giorni e sarà riconosciuta ai lavoratori un’indennità onnicomprensiva di € 25,00 lordi rapportata a otto ore di lavoro”.
L’azienda cioè è tenuta a far recuperare la giornata di lavoro non oltre i sei mesi dalla sua sospensione. La Fca-Stellantis di Pomigliano ha invece previsto che le giornate di recupero del 22 e 28 Marzo venissero calendarizzate oltre la soglia temporale prevista dal CCSL, disponendo a proprio piacimento della forza-lavoro operaia, anche rinviando di continuo le decisioni inizialmente assunte. Il 16 settembre infatti comunica il recupero della giornata del 18 marzo per sabato 1 ottobre, quello del 22 marzo per sabato 8 ottobre. Su pressione degli operai i sindacati sono costretti ad intervenire e l’azienda ad annullare la giornata di recupero del primo ottobre, mentre il recupero previsto in data 8 ottobre viene rinviato per “carenza di componenti elettronici”. Da quel momento e fino al 27 ottobre si susseguono dei comunicati sindacali in cui si annunciano le comandate e poi le disdette, con le due giornate di recupero che vengono continuamente calendarizzate e poi immancabilmente rinviate. I sindacati rincorrono l’azienda nelle sue decisioni prese secondo la convenienza del momento e gli operai restano in balìa di padrone e sindacati.
Ma come è stato possibile prevedere il recupero dei turni produttivi sospesi ben oltre il limite imposto dal contratto aziendale? L’azienda ha potuto agire in deroga grazie ad un accordo sottoscritto con i sindacati firmatari del contratto separato (Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcf) che le hanno dato facoltà di recuperare, sembra fino a dicembre, le giornate di lavoro sospese nel mese di marzo (con ben tre mesi quindi di proroga!). Alla luce di ciò, sono veramente risibili le loro dichiarazioni di sdegno sulla necessità di un programmazione certa delle giornate di recupero al fine di “non creare disagio alle lavoratrici e ai lavoratori nella gestione della loro vita familiare”. Se non avessero voluto permettere all’azienda di “creare disagio ai lavoratori”, si sarebbero dovuti rifiutare di andare in deroga alle disposizioni contrattuali, facendo valere il diritto degli operai di vedersi retribuite le giornate di lavoro sospese che l’azienda non ha saputo recuperare nei tempi prescritti dal contratto (6 mesi). Non solo hanno permesso che l’azienda agisse come meglio voleva ma hanno cercato di giustificare il loro servilismo sostenendo di aver agito nell’interesse esclusivo degli operai. In poche parole, vista l’impossibilità di recuperare le giornate di lavoro entro i 6 mesi, un loro eventuale rifiuto avrebbe visto compromesso il diritto degli operai alla retribuzione delle ore di lavoro sospese, permettendo all’azienda di recuperare i soldi a suo tempo anticipati.
Ma è davvero così? Se l’azienda ha per contratto l’obbligo di recuperare le giornate sospese entro 6 mesi, gli operai perderebbero il loro salario in caso di mancato recupero?
E’ importante analizzare questo aspetto alla luce degli unici strumenti disponibili che ci permettono di fare chiarezza, ossia gli orientamenti giurisprudenziali. Cercheremo di rendere più comprensibili alcuni passaggi scritti in ‘giuridichese’, poiché riteniamo che la questione del recupero delle giornate di lavoro sia un tema particolarmente attuale per tutti gli operai alle prese con le decisioni unilaterali delle aziende che, prima a causa dell’epidemia da Covid, poi per le presunte contingenze di mercato e difficoltà di approvvigionamento di materiali, stanno continuamente modificando il calendario organizzativo della produzione (il caso FCA-Stellantis con la continua sospensione dei turni comunicata spesso solo poche ore prima dell’inizio del turno è emblematica) lasciando gli operai nella totale incertezza sulla tempistica della loro prestazione e perfino sul diritto alla retribuzione.
Il contratto di lavoro rientra nel regime giuridico delle “obbligazioni corrispettive”. Ciò significa che una prestazione può essere rifiutata solo se il contraente rifiuta a sua volta di eseguire la prestazione dovuta. Esempio: mancata retribuzione per mancata prestazione lavorativa. La deroga a tale principio si determina in presenza di un fatto non imputabile né al datore di lavoro, né al lavoratore, come per eventi straordinari ed imprevedibili, per cui si richiama l’interruzione dei vincoli del rapporto obbligazionario per cause di forza maggiore. Nelle circostanze derivanti da evento naturale, provvedimenti dell’autorità, cosiddetto factum principis, o fatti determinati da terzi, sempreché tali fatti non siano riconducibili a condotte illecite ed omissive del datore di lavoro, sussiste il potere del datore di lavoro di interrompere la prestazione senza che vi sia obbligo di corrispondere la retribuzione. Secondo gli orientamenti della Corte di Cassazione, il mancato pagamento della retribuzione è giustificato solo quando il fatto non è imputabile al datore di lavoro – non è prevedibile ed evitabile – non è riferibile a carenze di programmazione o di organizzazione aziendale e neppure a contingenti difficoltà del mercato.

domenica 13 novembre 2022

13 novembre - VERSO LA MANIFESTAZIONE DEL 26 NOVEMBRE: PROSSIMA ASSEMBLEA DONNE/LAVORATRICI

 CON INVITO A

farlo girare dovunque,e direttamente sui posti di lavoro e a realtà donne/femministe e singole compagne

QUESTO E ' IL LINK PER COLLEGARSI E INTERVENIRE NELL'ASSEMBLEA

https://meet.jit.si/moderated/5be43d6eeae3a3d4e27561a69b32204acf93657b85a55cf088c741ceb3ee38fe

In preparazione della manifestazione del 26 novembre, per portare in essa il coraggio, la marcia in più delle donne più sfruttate e oppresse, delle ragazze ribelli, per esprimere la nostra rabbia e determinazione contro questo "nuovo/vecchio" governo della Meloni che ha come prossimo attacco generale il diritto d'aborto, in nome della riproposizione moderno fascista di "Dio, patria, famiglia, figli";

e dopo la bella assemblea operaie della Beretta, per estendere questa prassi dovunque è possibile


GIOVEDI' 17 NOVEMBRE ALLE ORE 17,30

ASSEMBLEA DONNE/LAVORATRICI ON LINE


ASSEMBLEA DONNE/LAVORATRICI

per info:

lavoratriciprecariedisoccupate@gmail.com

tel e WA 3408429376




13 novembre - SULLA MANIFESTAZIONE DEL 5 NOVEMBRE A NAPOLI

 

La manifestazione del 5 novembre a Napoli con oltre 10mila persone - è sbagliato parlare di 20mila, non serve gonfiare i numeri, autoincensarsi, è un malcostume del sindacalismo di base che oggi è illusorio e controproducente – ha avuto la capacità di chiamare a raccolta i settori proletari e i pezzi di movimento in lotta, con una grossa partecipazione del movimento dei disoccupati e precari di Napoli, i lavoratori del Si.Cobas della logistica e parte delle realtà attive in altre città del sud; 

le delegazioni rappresentative della Gkn, del movimento di lotta per la salute, del movimento per la casa, spezzone del movimento degli studenti e di Friday for future, infine rappresentanze ristrette del sindacalismo di base e di classe. Una manifestazione combattiva, sentita e che si è fatta sentire, un passo avanti verso un movimento generale di lotta contro padroni e governo.

All’interno di essa centrali la questione del carovita e della guerra, la questione del lavoro, del salario, la denuncia generale della politica dei governi e oggi di questo governo, sono stati una forte base di unità. In questo senso è giusto parlare di una tappa del percorso per un’opposizione politica e sociale che vuole allargarsi e crescere, in una dinamica della costruzione di un fronte proletario e di massa. 

E’ sbagliato scrivere, però, come fa la Fgc, in maniera superficiale: “la classe operaia ha alzato la testa”. Le cose non stanno così, e in particolare non sono state così nella manifestazione. 

A parte l’importante delegazione della Gkn e l’azione svolta dalla Gkn per la realizzazione di questa manifestazione, vista in continuità con l’altra, e anche più partecipata, manifestazione di Bologna, ciò che è mancato in questa manifestazione e nel movimento attualmente in lotta è proprio la classe operaia. Senza che questo problema venga affrontato seriamente e portato avanti come piano di lavoro e di organizzazione non si può parlare di fronte di classe, né tantomeno di ‘autunno caldo’.

Certo, ci auguriamo che lo sciopero generale indetto dalla maggior parte dei sindacati di base per il 2 dicembre veda la partecipazione di alcune realtà delle fabbriche del nostro paese. Ma, sicuramente, anche in questo caso non si può ancora parlare che la classe operaia ha alzato la testa. 

Il lavoro che stiamo facendo alle fabbriche in queste settimane, da Taranto a Torino, da Bergamo a Palermo, alla Stellantis di Melfi, ecc. ci indica che la ripresa della lotta operaia cova nelle fila dei lavoratori, perchè si aggravano tutti i problemi, prima di tutto quelli del salario e del lavoro, dell’intensificazione dello sfruttamento, della salute e sicurezza; così come è generale la critica ai sindacati confederali. Ma prevale comunque un clima di attesa e sfiducia, ed è assolutamente necessario fare un lavoro e iniziative alle fabbriche, accendere lì iprimi fuochi della guerra di classe, da estendere e generalizzare poi. 

Il bilancio che si fa della manifestazione di Napoli incoraggia la continuità della lotta, ma prevale in alcune parti del movimento l’esaltazione della lotta così com’è, e non la sua trasformazione in obiettivi e forme di organizzazione e livelli di unità per adeguarla alla guerra di classe necessaria. 

E’ necessaria una piattaforma di fase che si concentri innanzitutto su due/tre rivendicazioni e che si sviluppi come lotta prolungata sui posti di lavoro, nei quartieri, nei territori, non riconducibile alle “manifestazioni del sabato”. Certamente all’interno della logistica, così come a Napoli nel movimento dei disoccupati questa guerra quotidiana è in corso e ad essa va data il massimo di sostegno e la massima generalizzazione.

La manifestazione di Napoli ha espresso chiarezza nel rapporto tra guerra e la sua attuale parziale ricaduta sulle masse, concentrata fondamentalmente sul carovita e centrata sulla denuncia di un governo che spende e stanzia miliardi per le spese militari mentre nulla stanzia, anzi taglia sulle spese sociali. Ma questo è solo un lato del problema della guerra, importante per una prima mobilitazione dei proletari, utile a minare il consenso al nazionalismo e alla guerra stessa che questo nuovo governo incarna ancor più di quelli di prima.

La guerra imperialista e la partecipazione dell’Italia è molto ma molto più che la ricaduta dei suoi costi economici. E’ la manifestazione dell’imperialismo come fase suprema del modo di produzione capitalista, è la manifestazione del rapporto tra imperialismo e reazione che nel nostro paese non può che avere una caratteristica moderno fascista; benchè anche gli organizzatori della manifestazione di Napoli si ostinano a chiamare la cosa in altra maniera, col risultato di confondere e oscurare la natura del governo e del processo e non cogliere la portata del tipo di lotta necessaria oggi e ancora più nel medio e lungo periodo.

Il tipo di lotta necessaria richiede l’approfondimento della crisi, come crisi della borghesia, del governo, dello Stato; e nello stesso tempo l’armamento ideologico, politico e organizzativo del proletariato e delle masse in lotta.

Questo è il senso della denuncia e dell’indicazione netta e chiara espressa dagli striscioni e dal foglio diffuso dai nostri compagni alla manifestazione di Napoli, che è carne e sangue dell’attività nei luoghi in cui lavoriamo.

L’unità necessaria non può esprimersi solo con le manifestazioni; noi dobbiamo costruire un fronte unico di classe lungo la linea dell’assemblea proletaria anticapitalista, che abbiamo cominciato a fare.

Slai Cobas per il sindacato di classe

proletari comunisti

12.11.2022


sabato 12 novembre 2022

12 novembre - CLA Pisa: oggi per il licenziamento di Simone

 

Se colpiscono uno, 

colpiscono tutti!

 

 

Chi lotta non va 

 

MAI abbandonato!



Fare sindacato in “Worsp Security Group srl” ha irritato profondamente la direzione dell’azienda che ha provveduto e proceduto al licenziamento del Rappresentante sindacale aziendale (Rsa), della Filcams-Cgil, Simone Casella, con un pretesto bieco e fasullo.

Un atto grave, intimidatorio e ricattatorio, nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il messaggio è sin troppo chiaro: fare sindacato, organizzarsi e rivendicare diritti e tutele, è un affronto da attaccare e ostacolare. La reazione aziendale: colpirne uno per educarne cento!

Dopo mesi di denunce, azioni di agitazione e di propaganda, di presìdi e 'incursioni' nel Consiglio comunale di Pisa, contro questo licenziamento, si arriva all'udienza in Tribunale.

Esprimiamo la solidarietà al delegato licenziato invitando le realtà sindacali, sociali e associative a essere presenti al presidio di fronte al Tribunale del lavoro di Pisa, in piazza della Repubblica.

- Coordinamento Lavoratori/Lavoratrici Autoconvocati (CLA) per l'unità della classe


09 novembre 2022 per contatti: coordautoconvocat2019@gmail.com

12 novembre - ASSEMBLEA DELLA GKN DEL 9/11/22

 

Dal report di un compagno dello Slai Cobas sc di 

Taranto che ha partecipato

RIPORTIAMO ALCUNI INTERVENTI

L’assemblea è stata partecipata da oltre 200 persone, si è tenuta in un clima piuttosto cupo, sotto la cappa della minaccia di sgombero della fabbrica di due giorni prima e, soprattutto dall’annuncio dell’azienda che non avrebbe più corrisposto gli stipendi fino a quando non avrebbe recuperato l’agibilità nello stabilimento. Gli interventi sono stati pochi, intervallati da lunghi silenzi e appelli della presidenza a prendere la parola.

Stralci dell’introduzione di Dario Salvetti.

Ha parlato di assemblea di “restituzione e ricapitalizzazione”: “Restituire” a chi ha “investito” nei 16 mesi del presidio solidarietà, tempo e intelligenze l’analisi della situazione e il valore delle convergenze che si sono sviluppate nel frattempo, “ricapitalizzare” le energie per continuare la battaglia dedicando ancora tempo e sostegno anche materiale, in particolare ai progetti del mutualismo conflittuale, la costituenda Società Operaia di Mutuo Soccorso (SOMS) e alla prospettiva di fabbrica pubblica socialmente integrata.

Facendo il bilancio di questi 16 mesi, più volte si è dovuto cambiare pelle per giocare una partita a scacchi con un avversario lontano e invisibile.

Un aspetto è rimasto costante durante tutti i 16 mesi, la rivendicazione dell’intervento pubblico. All’inizio, nella lotta contro i licenziamenti in tronco, con la grande manifestazione di settembre a Firenze, abbiamo rivendicato che questi venissero rigettati per decreto governativo, ma il governo si è defilato e ha lasciato che la decisione di illegittimità fosse presa da un Tribunale locale.

Poi abbiamo ancora rivendicato l’intervento pubblico con il disegno di legge contro le delocalizzazioni, che prevedeva di rendere nulli i licenziamenti di fabbriche non in crisi, come la nostra, e che permettesse un’opzione di acquisto quando una multinazionale delocalizza. Infine abbiamo rivendicato la soluzione di un polo pubblico per la mobilità sostenibile che riavviasse la produzione.

Poi è arrivato Borgomeo, che ha acquisito lo stabilimento e da quel momento in poi ci ha fatto soltanto perdere tempo. Il suo era un tentativo evidente di depotenziare e disgregare la lotta prendendola per stanchezza. Borgomeo ha acquisito lo stabilimento con una società scatola cinese che nel 2021 ha messo a bilancio utili per 650 euro!

Borgomeo non ha portato nulla: né investitori, né brevetti, né il consorzio per lo sviluppo degli e-drives, e a settembre avanza la richiesta di un “accordo di sviluppo” finanziato dal settore pubblico per 35 milioni su 50 di investimenti complessivi per riavviare la fabbrica. Borgomeo non ha neanche mai presentato i documenti per accedere alla CIG, che in questo paese ottengono tutti, per qualsiasi cosa, ma non Borgomeo, che non poteva presentarsi al ministero dicendo che la CiG mi serve perché sono una testa di legno di Melrose e devo logorare i lavoratori, svuotare il mgazzino vendendo i pezzi a rottame. Potrebbe esserci la “CIG di transizione” ma per questa occorre un piano industriale, che Borromeo non ha. Alla fine al ministero si inventano “CIG di guerra” una CIG in deroga giustificata dalla situazione prodotta dalla guerra in Ucraina! Ma su questo pretendevano l’accordo dell’organizzazione sindacale che noi abbiamo rifiutato di firmare.

Arriviamo così prima alla richiesta di svuotare il magazzino, che di fatti è stato svenduto a rottame, poi alla richiesta di accedere ai capannoni per asportare i macchinari. Che noi insieme con i nostri corpi abbiamo bloccato, infine al non pagamento degli stipendi.

Una lotta come questa non può essere vinta da una singola fabbrica, senza cambiare i rapporti di forza nel paese. Perciò occorre che ci chiediamo: abbiamo cambiato i rapporti di forza?

SI e NO è la risposta.

No perché la controparte ha ancora tutte le sue armi a disposizione e le sta usando tutte, da ultimo quella per prenderci per fame.

La richiesta di ripristinare la loro agibilità nello stabilimento per procedere alla rimozione dei macchinari, respinta dalla risposta che ancora una volta è andata ben oltre le forze del collettivo, e la successiva sospensione dei pagamenti degli stipendi, il tentativo di prenderci per fame.

Si, perché abbiamo sviluppato la convergenza, siamo andati oltre Firenze, abbiamo costruito le manifestazione di Bologna e Napoli ed è così che è stata la Digos, noi direttamente noi a fermare i camion di Borgomeo avantieri, e non perché ci fosse un accordo tra noi e la Digos ma perché è stato evidente che dalla parte del collettivo operaio ci sono ancora parecchie migliaia di persone pronte ad opporre i loro corpi.

Un aspetto dei rapporti di forza che non siamo riusciti a cambiare è l’idea, tremendamente passiva ma molto diffusa anche tra noi, che noi lottiamo per andare a imporre i rapporti di forza al tavolo ministeriale e che lì in qualche modo ci ascolteranno. Chi lo pensa non sa che quello dei tavoli al ministero è un gioco vuoto, che quei funzionari, questo governo, non hanno le competenze per rimettere in moto la fabbrica, non sono stati creati per fare questo.

Perciò noi, mentre continuiamo ad invocare l’intervento pubblico, e continueremo a farlo, in realtà siamo costretti a reinventarci noi il lavoro, la produzione, perché non possiamo continuare a fare quello che facevamo, i semiassi, che non sono un prodotto finito ma si producono su commesse che non possiamo trovarci.

Oggi, mentre iniziano a prenderci per fame, dobbiamo reinventarci il lavoro a qualsiasi costo: perciò abbiamo depositato ieri lo statuto della SOMS “Insorgiamo”, che permette di metterci in contatto con la rete “fuori mercato” fare lavoro mutualistico, vedere se riusciamo a fare una cassa mutualistica per iniziare a spostare la ricchezza tra di noi, perché chi tra noi ha qualcosa in più presti senza interessi a chi ha meno. Purtroppo siamo in ritardo, avremmo potuto e dovuto iniziare a farlo un anno e mezzo fa ma siamo costretti a farlo oggi in fretta e furia.

Il tempo è fondamentale, ancora non sappiamo dive riusciremo ad arrivare, e giornate come questa ci fanno forse pensare che siamo alla fine, che non ce n’è più. Ma se riusciamo a sopravvivere a questo ennesimo attacco, se riusciamo a stare in piedi con la mobilitazione, riaprire uno spiraglio di progettualità, allora possiamo farcela. Abbiamo bisogno che sottoscriviate la SOMS, che contribuiate con prestiti alla cassa mutualistica per permetterci di tirare avanti, non perché siamo messi peggio di tanti altri che lavorano ma perché occorre sostenere una comunità in lotta, che attraverso la lotta restituirà questa ricchezza se riusciamo a realizzare la fabbrica pubblica socialmente integrata, tutto quello che è stato fatto in questi mesi per salvare la fabbrica ha aperto una finestra tra fabbrica e territorio e fonda la fabbrica al territorio.

Questo progetto ha bisogno di un largo spazio di tempo per consolidarsi, e noi ne abbiamo pochissimo e siamo anche costretti a rispondere a ogni attacco di Borgomeo, come faremo domani.

Se non ci riusciremo, speriamo di essere stato un seme che, una volta sotterrato, produrrà nuovi germogli.

Comitato No Inceneritore No aeroporti

In continuità con la nostra lotta contro progetti costosi, nocivi e inutili per il nostro territorio, vogliamo contribuire al progetto della fabbrica socialmente integrata con l’idea di fare della fabbrica un centro per il riuso e recupero di materiali, come alternativa all’incenerimento. Per questo siamo pronti a mettere a disposizione energie e competenze che abbiano raccolto nella nostra lotta.

Slai Cobas SC

Un saluto solidale all’assemblea.

Nell’assemblea operaia in fabbrica di qualche settimana fa Dario diceva: “al momento siamo ancora troppo forti per perdere subito ma non tanto forti da essere certi di riuscire abbastanza per vincere”. Oggi ha aggiunto le considerazioni sullo stato dei rapporti di forza, su quanto e in che modo sono o non sono cambiati.

Credo che questi siano due aspetti decisivi: riuscire a resistere abbastanza a lungo agli attacchi sempre più insidiosi, contrastare il logoramento, cambiare i rapporti di forza non solo nel territorio ma nel paese a partire dalle unità delle lotte, con al centro l’unità e solidarietà delle fabbriche, dei lavoratori e dei settori sociali in lotta.

A questa prospettiva stiamo lavorando dentro il percorso dell’Assemblea Proletaria Anti-capitalista, che i compagni del collettivo conoscono bene e a cui sono anche intervenuti e, per quanto riguarda il sostegno in questa fase difficile, in tutte le realtà operaie in cui siamo presenti, alla Tenaris di Dalmine, Fincantieri Palermo, Acciaierie d’Italia di Taranto e Tessitura Albini di Mottola, il prossimo 11 novembre si terranno iniziative in diverse forme per diffondere solidarietà e sostegno alla lotta della GKN.

Chiudo riprendendo l’ultima frase dell’introduzione: più che un seme che, sotterrato, poi germogli, l’augurio che dobbiamo farci e il seme della lotta operaia dalla GKN si diffonda che sia masticato e dia linfa e nuova forza perché altri fuochi si accendano.

CPA

Il percorso fatto, la convergenza che abbiamo sviluppato insieme è stato importante e di strada ne abbiano fatta tanta insieme. La repressione e gli attacchi del padrone non ci devono sorprendere, li conosciamo e affrontiamo da sempre. Dobbiamo essere pronti a resistere ancora.

Conclusioni

Venerdì ci siamo detti che avevano approntato tutto per vincere loro qualsiasi cosa facessimo noi. Ovviamente avrebbero vinto subito se avessimo ceduto allo sgombero del presidio e dei macchinari, avrebbero cercato di vincere invocando il “ripristino della legalità” e dell’agibilità della fabbrica e non sappiamo ancora se troveranno qualche magistrato che dia corso a queste richieste e si unisca ai loro attacchi.

Quel che sappiamo è che ad ogni passaggio della vertenza e della lotta, i licenziamenti, il ricorso legale, i vari al ministero, noi continuavamo ed estendevamo la lotta e il fronte ma perdevamo compagni e colleghi, prima 420, poi 380, 340, 320…

Ad ogni passaggio in qualche misura vincono, anche se noi avevamo previsto e denunciato tutto in anticipo, c’erano colleghi e compagni che non ci dicevano “avete visto giusto” ma si andavano a cercare un altro lavoro.

E adesso la sospensione degli stipendi è un’arma ancora più insidiosa, l’attacco finale per trasformare la stanchezza in fame.

Serve perciò una svolta creativa, rimettersi al lavoro e darci reddito prima possibile.

Alle loro accuse rispondiamo che la fabbrica è più che agibile, è aperta. È agibile e aperta a chiunque voglia darle continuità e futuro pubblico e socialmente integrato.

Continueremo la convergenza, il percorso importante delle manifestazioni di Bologna e Napoli.

Continueremo la vertenza.

Ci concentriamo sul mutualismo conflittuale, che è qualcosa che non serve solo alle fabbriche in crisi o sotto chiusura, quando c’è crisi la sua necessità è più evidente ma è qualcosa che avremmo dovuto fare prima.

Infine voglio sottolineare che il collettivo aderisce e sostiene la campagna “Non paghiamo”. In questi anni abbiamo visto uno spaventoso aumento della povertà assoluta, per non parlare della povertà relativa. È la nostra gente che abbiamo visto impoverirsi, la nostra gente che abbiamo visto affrontare la povertà da soli. Questo non deve più essere così: la fabbrica deve adottare la comunità e la comunità deve adottare la fabbrica.

In proposito, colgo l’occasione per salutare compagni del SiCobas, che sono presenti, anche se non sono intervenuti, le lotte che conducono nel nostro stesso territorio sono parte della comunità in lotta che vogliamo continuare a difendere e con cui convergere.


venerdì 11 novembre 2022

11 novembre - LAVORO: PREVENZIONE ANCHE "DI GENERE" - Contributo alle operaie della Beretta e non solo

 

Dopo l'assemblea di Trezzo, un utile contributo alle operaie - Nell'Assemblea Donne/Lavoratrici del 17 nov ne parleremo per farlo diventare piattaforma di lotta delle lavoratrici

PUBBLICATO NE "LA BOTTEGA DEL BARBIERI"

di Vito Totire (*)

Dopo l’assemblea di Trezzo del 28 ottobre (**) 

delle operaie dell’appalto Beretta e di tante altre 

realtà a livello nazionale: dobbiamo sviluppare 

(anche) la «prevenzione di genere in campo 

lavorativo».

Che quella del 28 ottobre sarebbe stata un’assemblea molto importante era nell’aria. A questo punto pare evidente che il clima solidale e combattivo con la chiarezza sui percorsi da seguire abbia superato le più ottimistiche aspettative. La composizione dell’assemblea rende inevitabile che la gestione delle lotte sia in mano direttamente alle donne e alle forme di organizzazione che esse si sono date. A questo movimento vorremmo dare un nostro modesto contributo per così dire tecnico e collaterale anche in vista delle prossime iniziative anche in altre sedi (siamo a conoscenza per esempio della situazione di Italpizza dove provocatoriamente il padrone chiede “risarcimenti” al sindacato di base: è grottesco contestare ai sindacato il fatto stesso di esistere).

Dunque alcune riflessioni:

  • Può essere utile all’affermazione del benessere di lavoratrici e lavoratori cercare di far “capire” ai padroni , e a quei sindacati che svendono i diritti, che ogni contratto o accordo non può prescindere da una realistica valutazione del distress lavorativo e che tutto deve essere valutato anzitutto rispettando la volontà della base ma quanto previsto dall’articolo 28 del decreto 81/2008 che obbliga nella valutazione dello stress a tenere conto delle differenze di genere, di età e di Paese di provenienza (inteso non solo in senso geografico e linguistico ma soprattutto in senso culturale e antropologico)

  • Occorre far “capire” a padroni e sindacati filo padronali che nell’attribuzione e pesatura dei carichi di lavoro occorre tenere conto dei carichi sociali e familiari che gravano su ogni singola persona e particolarmente sulle donne. I dati evidenziano che i cosiddetti “infortuni in itinere” incidono soprattutto sulle donne: questo riscontro può essere attribuito al fatto che nel tragitto casa/lavoro si concentrano fattori di rischio inerenti al carico complessivo di attività e alle costrittività di tipo tempistico (domestiche + lavoro esterno)

  • Mobbing, molestie, “blocco di carriera” e salariale sono fattori di rischio psicosociali ulteriori, gravi e specifici che vanno rintuzzati e anzi estinti alla fonte

  • Permane discriminazione persino nei risarcimenti di patologie somatiche come quelle da amianto cosiddette “paralavorative” (che in verità sono lavorative a tutti gli effetti). Verosimilmente molte di queste sono persino del tutto disconosciute: sicuramente i mesoteliomi peritoneali e i tumori da amianto meno specifici del mesotelioma

  • Le lotte delle donne rivelano contraddizioni e costrittività il cui superamento va a vantaggio di tutti i lavoratori e quindi non sono solo un’occasione in cui tutti i lavoratori hanno motivo di solidarizzare (il che rimane doveroso sul piano etico e sociale) ma sono lotte destinate ad avere un riverbero positivo generale sul complesso delle organizzazioni lavorative

  • Le lotte delle operaie sono occasione per rilanciare un lavoro di osservazione e di ricerca sul tema della «medicina occupazionale di genere» in un quadro in cui la medicina ufficiale e accademica – e soprattutto l’industria capitalistica della salute – tendono a trascurare e negare le differenze (non solo di genere ma anche etniche); come nella migliore tradizione storica operaia ovviamente il lavoro di osservazione e ricerca va impostato sempre con i canoni della non delega ai tecnici e della validazione consensuale

  • Importante la critica rivolta al padrone sulle ipocrite campagne pubblicitarie di Beretta (viva la mamma e benessere animale) che depongono per attenzione ed interesse solo al mercato, alla immagine esterna e alla cosiddetta fidelizzazione del consumatore, trascurando nei fatti le persone reali; BERETTA farebbe meglio a evitare per principio discriminazioni e divisioni fra le lavoratrici.

Seguiremo con attenzione le prossime iniziative sulle quali le protagoniste di questo nuovo movimento ci vorranno informare e l’impatto che esse potranno avere nell’indurre azioni di miglioramento per conquistare il più possibile condizioni di benessere lavorativo.

(*) Vito Totire, medico del lavoro, portavoce «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO»

(**) cfr Sostegno alle operaie di Trezzo (Beretta) ovvero…



giovedì 10 novembre 2022

10 novembre - Nuovo assassinio in fabbrica a Torino, un operaio marocchino interinale schiacciato da tubi d'acciaio

 

Torino, infortunio sul lavoro: operaio di 41 anni muore schiacciato da due tonnellate d’acciaio

Era un interinale al lavoro nella fabbrica «Alessio Tubi» di La Loggia

Mustapha El Miski era arrivato in Italia dal Marocco con pochi soldi e un grande carico di sogni e speranze. Aveva 41 anni, faceva l’operaio, si era stabilito a Torino con la moglie e i due figli e abitava a Barriera di Milano. Palazzina in corso Giulio Cesare e finestre con «vista» sul trincerone di via Gottardo. Ogni giorno Mustapha si sobbarcava 25 chilometri di traffico per andare al lavoro a La Loggia e prendere servizio nello stabilimento della Alessio Tubi. Era un «interinale», il contratto a tempo indeterminato per lui era ancora un miraggio, ma lavorava per conto della Maw Spa di Moncalieri con contratti di somministrazione. Lunedì mattina, assieme a un collega, stava

movimentando i carichi di tubi arrivati nel grande deposito al fondo dello stabilimento di via Nizza. Nel piazzale non c’erano camion ad aspettare, ma bisognava comunque sistemare le cataste per liberare spazio. Lavoro di routine, nulla di particolare, ma verso le 10 un «pacco» di 6 profilati in alluminio si è improvvisamente sganciato dal carro ponte.

Due tonnellate di acciaio sono crollate addosso a El Miski che è rimasto schiacciato sotto i giganteschi tubi lunghi 12 metri. Il suo collega ha dato l’allarme, ma per liberare l’operaio 41enne è stato necessario aspettare l’arrivo di una squadra dei vigili del fuoco.

mercoledì 9 novembre 2022

9 novembre - MORIRE DI LAVORO, OGNI GIORNO: ITALIANI E MIGRANTI

 

articoli di Carlo Soricelli e di Vito Totire

RISPETTATELI: IL LORO SANGUE è ROSSO COME IL NOSTRO; SONO MAROCCHINI, ROMENI, FILIPPINI, TUNISINI, ALBANESI, SUDAMERICANI, INDIANI, EGIZIANI, PAKISTANI e di tante altre nazioni che muoiono sul lavoro in Italia. Un morto su sette per “infortuni” è straniero

di Carlo Soricelli (*)

Sono andato a controllare, un morto su sette sui luoghi di lavoro che muore per infortuni è straniero, un tributo elevatissimo di sangue che viene pagato per il nostro benessere. Fanno i lavori più umili e pericolosi che gli italiani non fanno più. Sono oltre 5 milioni gli stranieri che vivono in Italia. Vengono da tutti i continenti. I nostri giovani e non solo, per sfuggire a queste tragedie, fuggono di loro volta in altrettanti, più di 5 milioni gli italiani che vanno all’estero, tantissimi dal sud ma non solo: acculturati non ci stanno a fare questa vita di stenti, di essere sfruttati nei campi, nei cantieri, nelle piccole e piccolissime fabbriche. Mi tornano in mente anche i 5 pakistani che all’alba da Torino stavano andando a lavorare in Lombardia. Un’immigrazione e un’emigrazione che sta cambiando il volto del nostro Paese. Non guardateli male, abbiate rispetto, non fate crescere i loro figli nell’odio per il nostro Paese, Del resto cosa sarebbe Bologna oggi senza l’apporto di noi meridionali? Avrebbe meno di 50000 mila abitanti, e di sicuro non è peggio degli anni sessanta, prima dell’arrivo in massa dal sud. Sarà lo stesso con i nuovi arrivati se non faremo l’errore dei francesi che ha relegato nelle banlieue. Non dico come Papa Giovanni “date loro una carezza” ma almeno non dategli pugni e abbiate rispetto per loro.

(*) Carlo Soricelli è il curatore dell’«Osservatorio Nazionale di Bologna morti sul lavoro» – http://cadutisullavoro.blogspot.it

Nicoletta Palladini, Mostapha El Miski, Francesco P: la strage sul lavoro continua!

di Vito Totire (**)

Con rabbia, amarezza, rammarico ma anche con senso di impotenza dobbiamo constatare che la strage sul lavoro continua; in poche ore tre morti ma anche tanti gravi eventi non immediatamente mortali in prognosi riservata.

Non è possibile fare una classifica di gravità…

Ancora una volta arriviamo il “giorno dopo” e siamo costretto a fare osservazioni “a distanza” non senza aver constatato che le misure adottate dal governo Draghi non paiono aver posto alcun freno alla grave sequenza di morti. Si muore ancora per rischi persino facili da prevedere e monitorare e che ciononostante non paiono essere stati scalfiti né dal labile incremento di sanzioni né dal rafforzamento degli organi ispettivi (limitato peraltro, per ragioni non condivisibili, all’Ispettorato del lavoro quando sarebbe stato congruo e necessario un potenziamento anche della USL). Cosa è successo si intravede dalle pur scarne cronache giornalistiche :

  • A Borgonovo (PC) la vittima è Nicoletta Palladini di 50 anni; operaia, da decenni, della locale VETRERIA, addetta al turno di notte; alcune fonti hanno ritenuto di precisare che Nicoletta aveva fatto i necessari corsi di formazione; si vedrà; ora è evidente che la sicurezza debba essere garantita notte e giorno e che le macchine debbano avere una “sicurezza intrinseca” fatta anche di regolari manutenzioni, che metta al riparo anche da eventuali defaillances nella capacità individuale di vigilanza in turni di lavoro non fisiologici come quello notturno; il lavoro notturno non è solo “antibiologico” e fonte di distress psicosociale ma è anche classificato dalla IARC come fattore di rischio “probabilmente cancerogeno”. Dunque è necessaria in Italia e nel mondo una radicale bonifica tesa a limitare il lavoro notturno alle situazioni nelle quali è effettivamente indispensabile, evitando di abusarne in chiave prettamente economicistica e produttivistica anche e soprattutto in questa fase di “crisi energetica” in cui alcune menti ch si credono geniali stanno pensando di imporre ai lavoratori ulteriori forme di costrittività a riguardo dell’orario di lavoro. E’ evidente che seguiremo le indagini ; ALTRETTANTO OVVIO E’ CHE ABBIAMO SOSTENUTO MORALMENTE LO SCIOPERO INDETTO DAI SINDACATI PER L’8 NOVEMBRE. MA COGLIAMO L’OCCASIONE , COME ABBIAMO FATTO NEL CORSO DI UN RECENTE SCIOPERO ALLA PIAGGIO DI PONTEDERA, DI PROPORRE CHE :

  • LO SCIOPERO INDETTO PER RAGIONI DI SICUREZZA IN PARTICOLARE DOPO EVENTI GRAVI COME QUELLO CHE SI E’ VERIFICATO A BORGONOVO E NEL CASO IN CUI ALLA BASE DELLA DINAMICA SI RAVVISI UNA VIOLAZIONE DELLE NORME DI PREVENZIONE , NON COMPORTI UNA PENALIZZAZIONE SALARIALE PER I LAVORATORI !

  • Proposta che potrà essere difficile da comprendere per il ceto politico e per le istituzioni ma che ci pare socialmente ed eticamente fondata ! Una proposta che non è correlata tanto alla difficoltà di arrivare a fine mese ma a una questione di principio: i lavoratori non devono mai pagare per la bonifica dei rischi di morte! Fra le altre contraddizioni dobbiamo sottolineare, con un interrogativo, una questione: stante le carenze di organico e il rallentamento delle attività ispettive causa covid che livelli di vigilanza sono stati garantiti e si intendono garantire in futuro sul lavoro di notte ? La domanda ci pare oscillare fra il retorico e il “dito nella piaga”

  • Evento mortale in provincia di Torino nella azienda «Alessio Tubi» di La Loggia: Mostapha El Miski un lavoratore nato in Marocco che le cronache definiscono “interinale” è rimasto schiacciato sotto una catasta di tubi caduta da un carro ponte; il rapporto lavoro interinale-formazione-esposizione a rischio ha nessi eziologici evidenti in materia di danni alla salute operaia

  • Ancora: a Casal di Principe un operaio di 49 anni (le cronache parlano di Francesco P.) è caduto per il cedimento di un tetto; fattore di rischio persino ovvio correlato a una erronea valutazione della capacità portante del piano di calpestio.

Come si può osservare si è trattato di eventi correlati a rischi ben conosciuti e non difficili da prevenire. Ogni evento è connotato da particolari varianti ma la sostanza è quella di sempre: l’ipotesi auto assolutoria del cosiddetto “errore umano” pare ancora una volta non significativa (si vedranno le indagini, un processo condotto con criteri aprioristici sarebbe sbagliato) mentre l’elemento determinante verosimilmente può essere stato l’omissione di misure di prevenzione spesso semplici e, a volte, neppure particolarmente onerose ancorché comunque obbligatorie.

Il nostro stato d’animo non si limita ad “accusare gli altri”.

Ognuno ha la sua parte di responsabilità. La nostra è di essere partiti da buone intenzioni e intuizioni (“arrivare il giorno prima”) ma di non aver fatto ancora i passi necessari per diffondere in tutto il Paese la «Rete lavoro sicuro» che abbiamo fondato a Modena il 26 maggio 2022.

Dobbiamo andare avanti, creando il massimo di sinergie possibili, sul percorso che abbiamo delineato.

IL LAVORO DELLE DONNE E DEGLI UOMINI DEVE ESSERE OCCASIONE DI REDDITO, DI DIGNITA’ E DI BENESSERE NEL RISPETTO DELL’AMBIENTE E NON CAUSA DI MORTE E MALATTIA.

(**) Vito Totire è portavoce della «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO»


martedì 8 novembre 2022

TENARS AUMENTA ENORMEMENTE I PROFITTI, MENTRE I CONFEDERALI REGALANO DUE ANNI DI CONTRATTO ALL’AZIENDA

 Questo sarà il risultato che l’accordo ponte (per il contratto aziendale scaduto e non rinnovato) porterà ai lavoratori, tra buoni detassati e welfare gestito dai confederali, se troverà i numeri sufficienti con il referendum ai voti in questi giorni in fabbrica.

L’accordo ponte è una tregua economica, regalata a Tenaris sulla pelle dei lavoratori, per il biennio 21/22 segnato da profitti record dichiarati dalla stessa azienda, in parte provenienti anche dai ‘tubi di guerra’.

È un referendum che rispecchia la ristrutturazione della fabbrica di questi anni, tutto produttività, flessibilità e precarietà; in una parola dalla parte del padrone.

Ma il referendum ha una doppia faccia. Dietro un quesito elementare ‘volete dei soldi subito? Votate si al resto penseremo’, cerca con la risposta affermativa un consenso, in realtà non verificato in questi termini, da spendere come appoggio alla trattativa per il rinnovo del contratto aziendale.

Trattativa che è già pianificata per essere gestita nel chiuso delle sale riunioni, nelle ristrette, per restituire agli operai un ‘prendere o lasciare’ finale, per un accordo perdente e filo padronale.

Senza la rottura, la partecipazione, la mobilitazione organizzata degli operai, i piani dei padroni trovano un punto di forza e di realizzazione nelle strutture confederali.

Di seguito il testo dell'accordo ponte.

domenica 6 novembre 2022

7 novembre - SOLIDARIETÀ E RESISTENZA CON GLI OPERAI GKN DAGLI OPERAI DELLA TESSITURA MOTTOLA DI TARANTO

 

Questo non può succedere! La fabbrica è prima di tutto degli operai che per anni hanno lavorato e che lottano da quasi un anno e mezzo per riaprirla, per difendere il lavoro. Ora i padroni che hanno fatto profitti sul lavoro/sfruttamento degli operai possono andarsene tranquillamente (ma sicuramente con l'aiuto delle forze dell'ordine) e portarsi via tutti i macchinari, i beni che sono stati sudore e sangue per gli operai, senza che neanche hanno una mezza sanzione dal governo.

Questa operazione è la stessa che si preparano a fare nei prossimi giorni alla Tessitura di Mottola Taranto, in questo caso anche con tanto di accordo dei sindacati confederali tutti, che hanno garantito che durante questo svuotamento di impianti (acquistati anche con soldi pubblici dello Stato) non faranno alcuna azione che lo possa impedire.

Noi diamo tutta la nostra solidarietà agli operai della Gkn, e auspichiamo che qualcosa di diverso domani avvenga...

Invitiamo gli operai e lavoratori  a far sentire in ogni modo la loro vicinanza alla Gkn.


SLAI COBAS per il sindacato di classe Taranto




6 novembre - NAPOLI: OLTRE DIECIMILA CONTRO GUERRA - CAROVITA - REPRESSIONE. alcune foto

 








venerdì 4 novembre 2022

5 novembre - Stato e padroni vogliono sgomberare da lunedì il presidio della GKN - Resistenza e solidarietà di classe locale e nazionale. SIAMO TUTTI GKN

 

Lunedì i padroni vogliono sgomberare il presidio degli operai Gkn per svuotare la fabbrica dei macchinari.


 La fabbrica è prima di tutto degli operai che per anni hanno lavorato e che lottano da quasi un anno e mezzo per riaprirla, per difendere il lavoro. Ora i padroni che hanno fatto profitti sul lavoro/sfruttamento degli operai possono andarsene tranquillamente (ma sicuramente con l'aiuto delle forze dell'ordine) e portarsi via tutti i macchinari, i beni che sono stati sudore e sangue per gli operai, senza che neanche hanno una mezza sanzione dal governo.

FACCIAMO SENTIRE IN TUTTE LE FORME LA SOLIDARIETÀ DI CLASSE AGLI OPERAI GKN

SLAI COBAS per il sindacato di classe 

Coordinamento nazionale

giovedì 3 novembre 2022

4 novembre - GENOVA: PORTUALI CONTRO LE NAVI DELLA GUERRA IMPERIALISTA ITALIANA

 

Blitz dei portuali di Genova sulla nave saudita delle armi: "La scritta 'che Dio vi benedica' su strumenti di morte". 

Oramai da diversi anni, e anche con il plauso ufficiale di Papa Francesco, prosegue la campagna di boicottaggio e informazione contro le cosiddette navi delle armi da parte dei Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova.

L’attenzione del collettivo fin dal maggio 2019 si è concentrata sulla Yanbu la nave della compagnia di bandiera dell’Arabia Saudita, la Bahri. All’inizio, attraverso uno sciopero del porto, con il sostegno di Cgil e di varie associazioni pacifiste o del mondo cattolico. Man mano la partecipazione si è assottigliata ma ogni volta che le navi Bahri entrano in porto il Calp compie un lavoro di informazione attraverso fotografie che testimoniano il passaggio a Genova di armi - destinata alal Guardia nazionale saudita -che si ritengono perlopiù impiegate nella sanguinosa guerra in Yemen che le organizzazioni internazionali definiscono una delle guerre in cui è più alto il numero di vittime fra la popolazione. Questa volta il reportage fotografico testimonia la presenza di elicotteri da guerra. Macchine che seminano morte ma che recano sulla carlinga un’agghiacciante scritta: “Dio vi benedica”.



mercoledì 2 novembre 2022

2 novembre - MA VERGOGNATEVI TUTTI centinaia di lavoratori morti per infortuni ogni anno che sono desaparecidos. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio Indipendente morti sul lavoro di Bologna

 

Ma vergognatevi tutti. Da 15 anni un Osservatorio indipendente scrive e informa tutti che i morti sul lavoro sono molti di più ma non fate niente, mai un giornalista è andato a vedere se quello che scrivo è vero, non l’hanno fatto neppure i politici di ogni colore, come i Sindacati che preferiscono dialogare da Istituzione a Istituzione. Ma vi rendete conto? Stiamo parlando della vita di centinaia di lavoratori che ogni anno spariscono dal numero di morti senza che nessuno alzi un dito? C’è chi brinda col sangue versato dei lavoratori, la maggioranza i più poveri e immigrati: accumulano denaro che i lavoratori pagano nelle buste paghe ogni mese con improbabili corsi burocratici che non servono a niente, se non a riempire le tasche di consulenti aziendali e aziende stesse che ci ricavano anche un guadagno, sappiamo benissimo come sono i progetti aziendali, li facevano già quando lavoravo, solo burocrazia che aiuta chi non ha bisogno,  “tanto paga Pantalone” che sono i lavoratori ai quali vengono sottratti soldi ogni mese. In questo incredibile numero di morti che ogni anno spariscono nel nulla c’è dentro tutto: menefreghismo “tanto a morire” sono quelli che non si possono difendere culturalmente, c’è corruzione, si è tanta, ci sono interessi economici e politici da parte di tutti i partiti che sono in Parlamento, controllato dalle lobby. C’è il bisogno di far vedere che i morti sul lavoro calano, così si giustificano i miliardi di euro, sempre dei lavoratori che vengono spesi senza risultati,  mentre in realtà crescono in continuazione, più 9% rispetto all’anno scorso se si contano tutti e non solo gli assicurati INAIL. Oltre il 20% da quando il 1° gennaio 2008 ho aperto l'Osservatorio, che ripeto è INDIPENDENTE da tutto e tutti. Già oltre 150 gli agricoltori schiacciati dal trattore anche quest’anno, pensionati, ma anche in giovane età, io stesso sono venuto a conoscenza di un nipote di mia moglie che è morto guidando questo mezzo mortale, ed aveva solo 50 anni, lo ricordo nitidamente quando era bambino e passava le vacanze con i genitori al paese di mia moglie, è morto travolto da questo mezzo i primi giorni di settembre nel pistoiese; se sapeva della pericolosità del mezzo non sarebbe morto, se avessero messo a disposizione soldi veri, ne avrebbe comprato uno più sicuro. Anche un altro parente l’anno scorso ha perso la vita tagliando alberi 2 anni fa, anche lui sparito nel nulla sociale. Sono omicidi sociali che coinvolgono tutti, ma non toccano nessuno, perché questi morti non esistono, perché INAIL non li monitora, oltre 2300 sono morti in questo modo orribile dall’apertura dell’Osservatorio, poi i morti in nero e le categorie non assicurati a INAIL; tra gli ultimi 10 morti ben sette morti sui luoghi di lavoro  non sono assicurati a Inail. Allora non muoiono? E’ un desaparecidos anche uno dei due morti di ieri 1° novembre, essendo un anziano che coltivava il suo pezzo di terra, schiacciato da un motocoltivatore, finirà nell'oblio. Noi lavoratori, io “sempre metalmeccanico nel cuore” vi ripeto VERGOGNATEVI TUTTI per la vostra indifferenza che uccide chi lavora, i più umili, i più socialmente deboli, state delegando alla Chiesa la difesa dei lavoratori. Basta andare a chiedere all'ex senatore e ex sindacalista paolo nerozzi che era nella Commissione lavoro del senato per rendersi conto della realtà, nessuno la va a intervistare?

Carlo Soricelli curatore dell’Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro http://cadutisullavoro.blogspot.it