martedì 26 febbraio 2019

26 febbraio - info dal blo tarantocontro: Processo Ilva, la testimonianza di Marescotti

Processo Ilva - Riportiamo la lunga testimonianza fatta il 9 gennaio da Marescotti Pres. di PeaceLink, richiestagli dallo Slai Cobas sc - essa è importante perchè ripercorre vari passaggi che hanno contribuito all'inchiesta giudiziaria. Marescotti nelle sue dichiarazioni riconosce, pur nelle differenze, il ruolo dello Slai Cobas: "SLAI Cobas è stata una delle organizzazioni più attive in questo settore perché ha cercato fin da subito di coinvolgere i lavoratori..." 
 DEPOSIZIONE DEL TESTIMONE MARESCOTTI ALESSANDRO
TESTE A. MARESCOTTI - Sono Presidente dell’associazione PeaceLink che è un’associazione di volontariato che si occupa di pace, diritti umani, tutela della legalità, difesa ambientale e cittadinanza attiva.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Nell’ambito di queste sue varie finalità, vorrei che descrivesse brevemente i vari settori in cui la sua associazione si è occupata della situazione ambientale di Taranto. Poi, se è il caso, mi riservo degli approfondimenti specifici in ordine a ciascun settore.
TESTE A. MARESCOTTI - PeaceLink ha una caratteristica particolare, cioè è un’associazione di volontariato che è nata su rete telematica nel 1991. La rete ha svolto un ruolo chiave perché nel 2005, in maniera assolutamente casuale, scopriamo - attraverso la rete - che a Taranto c’è la diossina. E lo scopriamo andando a consultare dei registri, dei database europei e nazionali nei quali venivano indicate le emissioni o le stime delle emissioni dei grandi impianti industriali.
Nel 2005, con sommo stupore, scopriamo che c’è la sigla “PCDD/PCDF” (policlorodibenzodiossina, policlorodibenzofurani) espresso in grammi a Taranto. In un primo tempo pensavo che, siccome fosse espresso in grammi, la cosa era irrilevante. Parlando con un chimico, questo mi disse: «Attenzione, forse hai sbagliato a leggere. Non c’è scritto “grammi”: c’è scritto “nanogrammi”». «No, c’è scritto “grammi”». Erano un po’ più di settanta grammi… un’informazione nuova che non era mai stata data a Taranto... E questo lo posso dire con la massima certezza e consapevolezza perché andammo a cercare all’interno del sito della Regione, del sito della Provincia, del sito del Comune se ci fosse la parola “diossina”, “diossine”, “PCDD”, “poriclodibenzo...”. Niente!
E incominciammo a informarci sul perché tutto questo non fosse avvenuto. La cosa che incominciammo a scoprire, sempre attraverso la rete, fu un documento della Commissione delle Comunità Europee datato 24 ottobre 2001, intitolato “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorulati”. Questo documento non parla mai di Taranto ma parla di una cosa che riguarda
Taranto. Perché questo documento dice in sostanza “Attenzione che la diossina è una grave emergenza a livello europeo. E’ una grave emergenza perché l’esposizione a diossine e policloro bifenili supera la dose tollerabile settimanale e la dose tollerabile giornaliera. Pertanto, indicava quali potevano essere le fonti di diossina. Sintetizzando, dice: “Un tempo si poneva grande attenzione agli inceneritori. Però attenzione che una delle più importanti fonti di diossina sono gli impianti di sinterizzazione”. Il più grande impianto di sinterizzazione in Europa era quello di Taranto, dentro l’Ilva. E noi, molto probabilmente, avevamo a Taranto la fonte emissiva più importante a livello europeo per quanto riguardava la diossina. Quindi già dal 2001 si sarebbe potuto sapere che a Taranto c’era la diossina. E diceva la Commissione Europea: “Occorre altresì informare l’opinione pubblica...”. È importante anche consentire un’autoidentificazione dei gruppi a rischio”. La Commissione Europea indica i criteri per la gestione del rischio; le misure preventive; il controllo delle emissioni; parla di riduzione delle emissioni e che occorreva avere un’adeguata strategia di comunicazione del rischio e che non bastava l’informazione della popolazione ma occorreva l’educazione dell’opinione pubblica. Quello che è avvenuto a Taranto è che invece nessuno ha fatto questo.
La comunicazione che demmo nel 2005 fu che a Taranto c’era l’8,8% di tutta la diossina industriale europea inventariata nei registri e nel registro EPER. Grossomodo, a livello europeo venivano conteggiati nei grandi impianti di emissione circa 800 grammi di diossina; a Taranto ne venivano stimati 72/73, quindi l’8,8%. Il giorno dopo della mia comunicazione non ci fu nessuna reazione da parte di nessuna istituzione, di nessun partito politico e di nessun sindacato. Tanto è vero che questo silenzio - che percepimmo come un silenzio ambiguo allora - ci spinse a continuare e a fare due domande. La prima domanda che ponemmo è: “Ma se a Taranto c’è tanta diossina, abbiamo uno strumento per misurare la diossina?”. E scoprimmo che a Taranto non c’era nessuno strumento per misurare la diossina. Tanto è vero che le prime misurazioni vennero fatte nel 2007, dopo un nostro dossier estremamente corposo che irritò qualcuno ma che comunque spinse l’ARPA ad ingaggiare una società specializzata ad arrampicarsi sul camino a fare queste misurazioni. Ma la seconda domanda che ponemmo era questa: “Ma se la diossina può entrare nella catena alimentare, come mai fino ad ora non è stato mai fatto nessun controllo?”. In realtà dei controlli sugli alimenti a Taranto per verificare la presenza di diossina erano stati fatti, settantadue controlli, dal 2002 al 2007 e tutti i controlli dettero esito conforme, ossia la diossina non aveva superato il limite di Legge.
Nel 2008 decidemmo di far fare un’analisi grazie a Piero Mottolese che conosceva il territorio, conosceva i pastori, conosceva le masserie. Chiediamo a Piero di acquisire un pezzo di pecorino perché il pecorino poteva essere un indicatore. Lo facciamo analizzare in un laboratorio specializzato e viene fuori che PCB e diossine arrivavano a 19,5 picogrammi per grammo di grasso, superando di circa tre volte il limite di Legge. Quindi mentre erano state fatte settantadue analisi tranquillizzanti dagli organi competenti tra il 2002 e il 2007 che non avevano dato nessun risultato di superamento, bastò un’analisi commissionata da noi per indicare il superamento della diossina e di PCB nel pecorino. A quel punto inizia per noi una strada obbligata: quella di comunicare alla Procura l’esito di queste analisi…
Anche su mitili il risultato (dei controlli 2002/2007) fu quello di avere un panorama di mancanza di pericolo.
La questione che poi abbiamo incominciato ad affrontare dopo la diossina è stata quella del benzoapirene. Scoprimmo una cosa incredibile, cioè che il benzoapirene - il benzoapirene è cancerogeno, è mutageno, è una delle sostanze più pericolose che possa esserci e che è emesso in buona parte anche dalla cokeria - aveva un limite e che era scattato a partire dal primo gennaio 1999, quindi noi avevamo un limite a Taranto che doveva essere rispettato. Ma l’ARPA aveva erroneamente comunicato agli organi competente - tra cui anche al Comune - che questo limite sarebbe scattato a partire dal 31 di dicembre del 2012. A maggio ricevemmo un fax ufficiale da parte dell’ARPA in cui sostanzialmente si diceva: “Avete ragione voi. Esiste un limite a partire dal primo gennaio 1999”. A questo punto, la prima cosa che facciamo è darne comunicazione alla stampa e darne comunicazione al Sindaco Ippazio Stefàno il quale sostanzialmente ci dice: “Guardate, questa cosa vi è stata comunicata ma, finché io non ricevo una comunicazione da parte dell’ARPA, io mi attengo alla precedente comunicazione”. Quindi per tutto il 2010, per diverse settimane, siamo stati in presenza di questo grave equivoco. Tuttavia noi avevamo il fax di conferma da parte dell’ARPA che questo limite era in vigore. Noi percepimmo che questo aveva notevolmente innervosito l’Ilva, aveva notevolmente innervosito la politica. La seconda cosa che fece esplodere - diciamo - il nervosismo fu il fatto che dopo la comunicazione - nel 2010 - che nel 2009 erano stati superati i limiti per il benzoapirene, nei primi cinque mesi del 2010 questo limite era stato superato di tre volte. Anche se l’Ilva avesse emesso zero benzoapirene, quello bastava per superare la media annua. A questo punto, noi chiedevamo questi dati e questi dati non uscivano fuori. Divenne un motivo di attrito fra noi e le istituzioni avere i dati dei primi cinque mesi. I dati vengono fuori dopo maggio. E c’è l’irritazione - raccontata da Archinà nelle intercettazioni telefoniche - di Vendola. Per cui la politica percepisce che è a un momento di svolta. E’ a un momento di svolta perché occorre applicare quello che prevede la Legge, non bastano più i tavoli tecnici ma bisogna applicare la Legge. Un’altra cosa che posso affermare è che la nostra azione nei confronti delle istituzioni è stata un’azione collaborativa. Ricordo a tutti che l’Autorizzazione Integrata Ambientale ha un aspetto importante partecipativo in quanto possono partecipare anche i cittadini., per poter fare in modo che nell’Autorizzazione Integrata Ambientale - che fu rilasciata poi nel 2011 - venissero inserite delle prescrizioni. La cosa che determinò la rottura fra il movimento ambientalista a Taranto e il Sindaco derivò dal fatto che il Ministro Prestigiacomo scrive nell’Autorizzazione Integrata Ambientale che viene rilasciata nel 2011: “Non è arrivata nessuna prescrizione da parte del Sindaco, ai sensi del Regio Decreto 1265 del 1934. Il Sindaco non si avvale delle prerogative”… ci fu anche un rapporto, da parte dell’ARPA, di stima che attribuiva alla cokeria il 98% del benzoapirene. Questo avrebbe dovuto spingere il Sindaco di Taranto ad inserire all’interno dell’Autorizzazione Integrata Ambientale delle prescrizioni proprio perché c’era questo problema. Invece il Sindaco di Taranto non inserì nessuna prescrizione, non una! Ma la cosa che ci irritò fu che noi avevamo messo a disposizione del Sindaco le nostre competenze, le competenze dei nostri tecnici. Io qui ho una e-mail (che posso anche fornire) che scrivo all’allora Assessore Sebastiano Romeo, Assessore all’Ambiente. In questa e-mail chiedo sostanzialmente che venga inserito il Dottor Giua nel gruppo istruttore dell’AIA. Sebastiano Romeo mi disse: “Sai, Archinà non vuole che venga messo Giua”… Non venne inserita nessuna prescrizioni.
Il Sindaco era una di quelle persone che non diceva mai di no ma non diceva mai di no a nessuno. In particolare, una delle cose che determinò anche la nostra rottura nei confronti del Sindaco fu quando il Sindaco dichiarò alla rivista dell’Ilva (“Il Ponte”) che la situazione epidemiologica a Taranto stava migliorando e dichiara: “Mi complimento per gli sforzi e i risultati ottenuti dall’Ilva. Attraverso i recenti dati clinici che ci giungono dalle A.S.L. territoriali emergono dati confortanti in relazione alle malattie più gravi, patologie che non risultano in aumento anche grazie al miglioramento dell’ambiente e della qualità dell’aria”. Eppure il Sindaco stesso era stato colui il quale l’anno precedente aveva fatto un esposto alla Procura della Repubblica dicendo che c’erano dati allarmanti. La percezione che noi avevamo era che il Sindaco non volesse allarmare la popolazione. Però questa dichiarazione “Mi complimento” era una dichiarazione che poi sarebbe entrata in contraddizione con la perizia del Dottor Forastiere presentata l’anno successivo, nel 2016 alla Regione, che indica una situazione abbastanza preoccupante, con dati che arrivano fino al 2014. Noi vorremmo che venisse acquisita anche una indagine epidemiologica presentata nel 2018 sui sei quartieri di Taranto, in cui risulta che nei tre quartieri più vicini - ossia Tamburi, Paolo VI e Borgo - vi è un eccesso di mortalità medio di settantotto unità l’anno. Questa indagine è un’indagine che arriva fino al 31 dicembre 2017 e parte dal 2010.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Vi siete occupati di esposizione dei lavoratori e di documenti che riguardano l’esposizione dei lavoratori?
TESTE A. MARESCOTTI - Sì, ci siamo occupati della esposizione dei lavoratori anche per fugare il dubbio che noi fossimo contro i lavoratori. In particolare, durante l’incidente probatorio sono state acquisite le schede di esposizione alle sostanze cancerogene per i lavoratori considerati esposti al rischio di sostanze cancerogene dentro l’Ilva. Questo è il modello di Legge in base al quale il lavoratore esposto ad agenti cancerogeni viene catalogato. Noi, in teoria, potremmo avere una possibilità di seguire tutte queste persone per vedere se muoiono prima, se si ammalano, se rimangono in buona salute, se devono essere monitorate. Secondo motivo per cui è importante questo registro degli esposti alle sostanze cancerogene è il dato individuale, ossia che ogni lavoratore può sapere se è esposto o no a sostanze cancerogene. Nella mia esperienza personale, quando ho chiesto a un lavoratore dell’Ilva “Ma tu sai se sei esposto a sostanze cancerogene e a quali sostanze e a quali valori e per quanto tempo?”, mi hanno sempre risposto “Non lo so”. Io ho potuto consultare qualche scheda. Mi risulta che siano essenzialmente i lavoratori della cokeria e che le due sostanze a cui risultano essere esposti sarebbero IPA e benzene. Tutte queste schede non riportano il valore di esposizione e la durata dell’esposizione. Quindi è chiaro che abbiamo una situazione di informazione incompleta da parte dell’azienda e non fornita al lavoratore. Per cui questo aspetto della tutela del lavoratore è un aspetto che ci ha particolarmente - allora - preoccupati. Anche perché poi ogni lavoratore della cokeria, ad esempio, doveva fare la cosiddetta “analisi dell’idrossipirene urinario”. L’idrossipirene urinario è un’analisi che viene fatta sul lavoratore per cui si controlla prima dell’inizio del turno di lavoro e alla fine e si vede nelle urine se vengono espulse delle sostanze che costituiscono diciamo la metabolizzazione degli agenti cancerogeni, degli IPA. La cosa che ho scoperto, parlando con diversi lavoratori della cokeria, è che questi lavoratori non sapevano quali erano i valori che non dovevano essere superati. Abbiamo visto in sostanza che loro facevano la domanda “Vanno bene?”, “Sì, vanno bene”. Mentre abbiamo potuto consultare che alcune di queste schede non riportavano valori tranquillizzanti. Poi c’è da dire un’altra cosa: che i medici di famiglia, in generale, non sono in grado di leggere questi dati perché non hanno fatto studi di Medicina del Lavoro. Quindi ci troviamo davanti a una situazione in cui i lavoratori non riescono ad avere una chiara percezione del pericolo. Racconto una cosa molto molto veloce. Ho avuto un diverbio molto forte su Facebook con un lavoratore della cokeria dell’Ilva che mi diceva: “Tu non capisci niente, tu non sei in grado di capire”, eccetera. E io dicevo: “Ma tu ti sei fatto mai le analisi dell’idrossipirene urinario? Ci vuoi dire quali sono questi valori?”. E lui rispondeva sempre: “Io sono sano come un pesce. L’Ilva mi fa le analisi ogni anno, me le fa tutte. Sono a posto. Non mi fare più queste domande”. Finché un giorno si è fatto un selfie che era in trasfusione e diceva: “Pregate per me. Ho preso il cancro”.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Con riferimento alla situazione dei lavoratori del cimitero di San Brunone, lei è in grado di dire se la sua associazione ha fatto delle attività o se è in grado di dire di aver acquisito informazioni su quella situazione ambientale di lavoro?
TESTE A. MARESCOTTI - Per quanto riguarda il cimitero di San Brunone, ricordo benissimo che cercammo di dare massima informazione proprio alla vigilia di una delle manifestazioni che avevamo organizzato. Perché veniva riscontrata la presenza di diossina e di altre sostanze pericolose sul terreno, per cui furono bloccate le attività cimiteriali. Dovevano indossare delle tute protettive. Noi ci occupammo di questo problema perché ci chiedemmo: ma se queste cose delle tute protettive riguardano i lavoratori del cimitero, non dovrebbero riguardare anche i contadini? Ci occupammo in particolare dei guanti in nitrile. Poi vennero date delle indicazioni ai lavoratori - di prendere delle protezioni - ma dietro una campagna di sensibilizzazione molto forte in cui i lavoratori furono parte diligente in questa storia di denunce del rischio.
Noi cominciammo, partendo proprio dall’esperienza del cimitero, a fare pressione sugli organi competenti: perché le stesse persone a casa che avevano contatto con quelle polveri, facessero la pulizia della casa non toccandole più. Perché - questa fu un’esperienza mia personale - toccando quelle polveri, tornando a casa, non riuscivo più a lavarmi le mani, il normale sapone non è in grado più di detergere le mani e rimane uno strato oleoso per cui occorre un detergente di carattere industriale proprio perché sono polveri particolari. Per questo motivo facemmo pressione. Facemmo anche una conferenza stampa al quartiere Tamburi perché le autorità competenti distribuissero alla popolazione del quartiere Tamburi guanti in nitrile, guanti che preservassero le persone dal rischio chimico. Quindi la lotta dei lavoratori ci consentì, in un certo senso, di aprire un fronte di informazioni e di pressione perché ci fossero delle misure a protezione dei lavoratori e della popolazione.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Con riferimento alla situazione invece dei lavoratori dei magazzini del terzo sporgente del porto, avete avuto attività in questo campo, in questo settore?
TESTE A. MARESCOTTI - Sì, nel senso che quella era un’attività che noi chiedevamo che venisse realizzata con dei sistemi sigillati, non con delle benne. Perché attraverso le benne, facendo cadere o trasportando o per perdita o perché, quando si apre la benna si fa cadere giù il materiale, si creano delle polveri molto evidenti. Tutto questo noi ritenevamo che dovesse essere eliminato attraverso un sistema - e ci sono nel mondo - di trasporto attraverso dei tapis roulant (dalla nave verso il porto) che evitassero la dispersone delle polveri. Poi l’Ilva ha adottato dei sistemi che abbiamo contestato - che comunque sono le cosiddette “benne ecologiche” - che dovrebbero essere un po’ più sigillate. Noi chiedevamo che ci fossero dei sistemi più protettivi. Noi avevamo contatto con il rappresentante della Marina Militare Ciavarelli che era fortemente preoccupato, come rappresentante dei militari, per la salute.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Avete proceduto per caso - come associazione - a dei rilevamenti diretti di sostanze inquinanti?
TESTE A. MARESCOTTI - Sì. Abbiamo, attraverso una donazione, ricevuto uno strumento - che era uguale a quello dell’ARPA - che permetteva di misurare l’inquinamento da idrocarburi policiclici aromatici. Lo strumento si chiama “EcoChem PAS 2000 CE”. Noi però cercavamo di essere molto accorti. Perché quando - attraverso queste misurazioni - venivano fuori dei picchi molto elevati e li comunicavamo su Facebook, potevamo ingenerare allarme nell’opinione pubblica. Infatti le persone erano allarmate quando si vedeva che nelle misurazioni gli IPA addirittura superavano quelli del tubo di scappamento di un’automobile. Quando dicevamo “Guardate, ci sono 100 nanogrammi a metro cubo in questo momento. Un’automobile arriva a 80 nanogrammi a metro cubo”, questo voleva dire che la popolazione in quei momenti, che potevano durare anche lassi di tempo piuttosto prolungati, era esposta a IPA cancerogeni, a IPA che erano genotossici. Siccome l’ARPA aveva il nostro stesso strumento, noi periodicamente chiedevamo - ad esempio - all’ARPA di confermare se i dati rilevati da noi risultavano anche nei loro strumenti - perché loro li davano sempre il giorno dopo - in quelle ore, in quei momenti. L’ARPA ci confermava, anzi i valori dell’ARPA erano leggermente superiori in genere.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Questi rilevamenti diretti li avete fatti anche nei quartieri di Tamburi e Paolo VI? E, più o meno, che risultati hanno dato?
TESTE A. MARESCOTTI - Nei quartieri più vicini, i valori erano superiori. La nostra intenzione era quella di prendere spunto da queste misurazioni, soprattutto nei quartieri più vicini, per spingere l’ARPA a fare delle misurazioni puntuali. Da questo punto di vista, questo valse anche un’accusa da parte di Archinà nei confronti di Assennato. Archinà disse “Assennato sta chattando con gli ambientalisti”. In particolare, chiedevamo delle analisi vento-selettive. Le analisi vento-selettive consentivano di vedere non solamente l’inquinamento ma da dove provenisse.
Da questo punto di vista, tutta la nostra attività... prima nel 2005, fornendo i dati sulla diossina; poi nel 2008, fornendo i dati del pecorino; poi nel 2011, in collaborazione con il Fondo Antidiossina di Matacchiera, fornendo i dati delle cozze. Tutte queste tappe che abbiamo fatto sono state tappe di forte confronto con le istituzioni e le istituzioni sistematicamente ci hanno dato ragione, anche se sotto stimolo costante, sì.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Senta, avete svolto attività anche insieme all’associazione sindacale SLAI Cobas? Che tipo di attività avete svolto?
TESTE A. MARESCOTTI - Lo SLAI Cobas è stata una delle organizzazioni più attive in questo settore perché ha cercato fin da subito di coinvolgere i lavoratori. Faceva un’azione interessante perché, oltre a coinvolgere i lavoratori, cercava di coinvolgere anche PeaceLink. Avevamo posizioni - diciamo - non convergenti su diversi aspetti. Però erano fortemente interessanti le iniziative che svolgeva lo SLAI Cobas perché era un punto, un polo di riferimento, di dibattito, di confronto e soprattutto un tentativo - da parte dello SLAI Cobas - di coinvolgere i lavoratori sulle grandi tematiche dell’ambiente, della salute e ci convocava per dare il nostro contributo in termini di competenza, insomma per quello che potevamo fare.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Senta, nell’ambito della rete nazionale della sicurezza avete svolto attività?
TESTE A. MARESCOTTI - La rete nazionale svolse un’attività interessante. In particolare ci fu un corteo che attraversò tutta la città vecchia. Questa rete ha svolto un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella manifestazione di uno stato di forte critica a come venivano gestite le fabbriche. Del resto, le cose che ho detto prima evidenziano molto bene che il problema fondamentale era che l’esposizione dei lavoratori a rischio era una esposizione elevata a cui, purtroppo, non corrispondeva - dai dati in nostro possesso - una adeguata informazione.
AVVOCATO E. PELLEGRIN - Avete svolto dell’attività o comunque è a conoscenza della vicenda di Alessandro Rebuzzi.
TESTE A. MARESCOTTI - Ho avuto modo di conoscere il papà di Alessandro Rebuzzi. Alessandro Rebuzzi era un ragazzo che non ho mai conosciuto. È morto a sedici anni. Aveva una malattia polmonare che poteva essere esacerbata dall’inquinamento e dalle polveri sottili e che poteva essere invece curata in un ambiente più salubre. Alessandro Rebuzzi è stato un ragazzo che ha coniugato la sua esperienza personale esistenziale a un impegno attivo nella scuola. È stato tra i ragazzi che hanno partecipato al sit-in davanti al Tribunale, quando furono presentate le prime perizie. Io, a questo punto, conoscendo il padre ho potuto vedere come c’erano situazioni molto critiche che riguardavano proprio l’esperienza personale. Il papà mi raccontò la sua storia. Il ragazzo aspettava un trapianto di polmoni. Il ragazzo sperava nel fermo degli impianti dell’Ilva. Il trapianto di polmoni non è arrivato in tempo, sono arrivati invece in tempo i decreti del Governo “salva Ilva”. La storia di Alessandro Rebuzzi è anche la storia di tanti ragazzi, bambini che a Taranto non sono certamente stati favoriti da una situazione di inquinamento. Vorrei anche ricordare che Alessandro Rebuzzi non era affetto da neoplasia ma comunque è stata una persona malata. Altri bambini malati a Taranto si sono ammalati di cancro e le indagini epidemiologiche danno un più 54% di bambini col cancro a Taranto rispetto al dato regionale. Per cui questa storia di Alessandro Rebuzzi ha costituito per me personalmente - ma anche per altre persone a Taranto - un motivo di impegno che va ben oltre l’impegno di ecologista: è diventato un impegno morale.

DOMANDE DEL PRESIDENTE
PRESIDENTE S. D’ERRICO - Ho visto i capitoli di prova: si parla della popolazione delle aree del quartiere Tamburi e Paolo VI del Comune di Taranto. In relazione agli abitanti di queste zone, avete assunto delle particolari iniziative? Mi riferisco in particolare agli ambienti scolastici.
TESTE A. MARESCOTTI - Sì, è nato un progetto nelle scuole che si chiama “Ecodidattica”. Io sono il coordinatore di questo progetto. Adesso parlo in veste di insegnante. C’è stata un’attività formativa di circa cento docenti i quali hanno frequentato dei corsi di ecologia della vita quotidiana, di comprensione... ad esempio che cosa sono le polveri sottili, che cosa è la diossina, qual è il tipo di alimentazione che consente di minimizzare l’ingestione della diossina, quali sono le precauzioni da prendere quando si fa la pulizia in casa. Abbiamo avuto un contatto, oltre che con le scuole, anche con le mamme dei bambini in maniera tale che fossero aiutate a comprendere la problematica e a valutare e a percepire in maniera scientifica - in maniera oggettiva - i rischi, come intervenire e soprattutto - sotto il profilo della cittadinanza attiva - come attivarsi per segnalare situazioni anche alla Magistratura, come fare un esposto, come acquisire informazioni, come realizzare un dossier. La nostra azione è stata un’azione pedagogica educativa che ha cercato di fare in modo che Taranto fosse un laboratorio nel quale, accanto al problema, venisse anche studiata la soluzione.
PRESIDENTE S. D’ERRICO - Per quanto riguarda i rapporti suoi e della associazione con i mezzi di informazione, avete trovato un riscontro nei mezzi di informazione o delle resistenze?
TESTE A. MARESCOTTI - Allora, per quanto riguarda i mezzi di informazione, noi abbiamo avuto una discreta accoglienza dopo una prima fase di freddezza. Nel senso che noi ci rendevamo conto che stavamo tirando fuori dei dati che le istituzioni non avevano tirato fuori. Quindi abbiamo dovuto superare una certa resistenza perché le cose che dicevamo sembravano incredibili. La percezione che i giornalisti hanno avuto dopo questa prima fase quasi incredula, è stata quella di darci invece credito: perché ogni cosa che dicevamo la documentavamo, ci confrontavamo con i dati dell’ARPA, ci documentavamo con dati scientifici. La risposta da parte dei mezzi di comunicazione - quelli locali ma soprattutto quelli nazionali - è stata una risposta che è servita ad amplificare notevolmente la risonanza del problema Taranto. Non solo, ma noi attraverso i mezzi di informazione abbiamo fatto in modo che l’Ilva stessa fosse costretta a rispondere: o rispondere attraverso un comunicato o rispondere attraverso un’azione. Devo dire la verità: in un primo tempo, mi sono anche confrontato con il responsabile dell’Ilva che si occupava della comunicazione esterna, Cattaneo. Cattaneo incominciò ad avere un atteggiamento molto amichevole nei nostri confronti e cercava di fare in modo che noi non avessimo posizioni - tra virgolette - estreme . Io rimasi stupito di questo cambio di posizione dell’Ilva che sembrava un cambio sostanziale.
...lui diceva: “Non fate sempre i comunicati stampa”. Io dicevo: “Ma se noi vediamo una cosa, sappiamo una cosa... Facciamo così: voi ci dite quello che dobbiamo fare e noi lo facciamo sostanzialmente”. Quindi incominciò un rapporto - il nuovo corso dell’Ilva - di confronto. Io, siccome sono un ingenuo e sono una persona in buonafede telefonavo a Cattaneo dicendo “Guarda, c’è stato uno slopping oggi”, “Oggi ce ne sono stati due”, e gli segnalavo tutte le criticità che oggettivamente erano state riprese. Io credevo in effetti che, siccome lui aveva dato la sua disponibilità a risolvere il problema, il problema si sarebbe risolto. Questo rapporto positivo con Cattaneo si è poi interrotto nel momento in cui i problemi noi li segnalavamo e gli slopping continuavano. Poi la definitiva rottura è avvenuta quando il giornalista andò a chiedere del benzoapirene a Riva e gli fu tolto il microfono. L’Ilva temeva i nostri comunicati perché avevano risonanza. A questo punto, abbiamo continuato a fare i comunicati come prima. Riuscimmo a convincere la Rai e le altre televisioni a venire a Taranto. Tutto questo serviva al Professor Assennato a rafforzare la sua posizione. Perché lui credeva in una governance in cui c’era l’Ilva, c’erano gli ambientalisti. Un movimento ambientalista che avesse avuto forte risonanza sui giornali e sui mezzi di comunicazione avrebbe, nella visione del Professor Assennato, costretto l’Ilva - una sorta di moral suasion - ad adottare comportamenti che non facessero perdere la faccia. Quindi questa situazione di bilanciamento ci portava - a noi - a chiedere sempre più dati al Professor Assennato che ce li forniva puntualmente. Quindi, da questo punto di vista, il rapporto con la stampa è stato - dopo un certo periodo di diffidenza - molto positivo, perché noi avevamo i dati e quindi i giornalisti ci telefonavano ancora prima del comunicato stampa per avere i dati in anticipo. Questa cosa, siccome non è corretta, non la facevamo.
PRESIDENTE S. D’ERRICO - Avete assunto iniziative giudiziarie davanti alla Giustizia Europea?
TESTE A. MARESCOTTI - Fra poco dovrebbe uscire un pronunciamento da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Questa iniziativa non è stata svolta da noi ma vi abbiamo collaborato. Questa è una iniziativa che è stata svolta dalla Dottoressa Daniela Spera e dalla Professoressa Lina Ambrogi Melle. In ambito internazionale abbiamo collaborato con la Federazione Internazionale dei Diritti Umani che ha realizzato proprio recentemente un report e, probabilmente, questa cosa verrà portata all’attenzione degli organismi internazionali e anche dell’ONU. In questo report della Federazione Internazionale dei Diritti Umani c’è il nostro contributo. Ma la cosa che abbiamo fatto in maniera diretta per cui siamo, come associazione PeaceLink, inseriti nel registro europeo per la trasparenza, è stata fondamentale per far avviare due procedure di infrazione: una, relativa alla normativa relativa alle emissioni industriali e un’altra relativa al principio “Chi inquina paga”. A Taranto non è stato applicato il principio “Chi inquina paga” e poi, siccome l’Autorizzazione Integrata Ambientale non è stata rispettata nei tempi e nei modi, questa è una chiara violazione di un principio fondamentale. La Direttiva 75/2010 ha unificato il principio “Chi inquina paga” con il principio delle emissioni industriali e adesso c’è un’unica procedura di infrazione ancora pendente. Ci sono dei tempi piuttosto lunghi, anche perché l’Europa sta attraversando un periodo molto critico da un punto di vista politico e poi anche perché è subentrata Arcelor Mittal, quindi è una situazione ancora di stallo. Piccola considerazione personale: abbiamo avuto, da parte della Commissione Europea, dei riscontri... nel senso che, quando tu mandi una e-mail alla Commissione Europea, ti rispondono dopo due tre giorni; tu mandi una e-mail invece a certe istituzioni e non ti rispondono mai.


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