Lo
stato dell'arte sulla procedura di vendita degli asset industriali
del gruppo siderurgico
Corriere di Taranto
Gianmario Leone
Come da sempre accade nella vicenda Ilva, il caos regna sovrano. Anche lì dove invece dovrebbe regnar chiarezza e trasparenza assoluta. E’ il caso, ad esempio, di quale dovrà e potrà eventualmente essere il futuro produttivo degli asset industriali del gruppo siderurgico. Su cui quasi ogni giorno escono indiscrezioni di ogni genere su quotidiani nazionali e locali, che non fanno altro che contribuire e confondere le acque in una situazione che di per sé è già profondamente complessa e ingarbugliata. Confusione che viene anche alimentata da una comunicazione, da parte delle fonti primarie, come il governo, i ministeri coinvolti e i commissari straordinari, che spesso non è e non può essere delle più chiare e approfondite vista la delicatezza e la riservatezza che un dossier del genere necessita. Ciò detto, proviamo brevemente a chiarire i termini della questione. Allo stato attuale, esiste solo la trattativa esclusiva con Flacks Group, come del resto comunicato lo scorso 30 dicembre dagli stessi commissari straordinari di Ilva in AS (gli attuali proprietari degli impianti) e di Acciaierie d’Italia in AS (gli attuali gestori degli stessi), dopo aver ottenuto il via libera da parte dei rispettivi comitati di sorveglianza ad avviare i negoziati con il fondo americano. La cui offerta venne preferita rispetto a quella presentata dall’altro fondo americano Bedrock industries. Dallo scorso gennaio quindi, è stata avviata una trattativa che nelle intenzioni del governo dovrebbre concludersi entro il mese di aprile con la vendita definitiva. Eventualità che al momento però resta più sulla carta che nella realtà. Questo perché, in particolar modo nelle ultime settimane, diverse ombre hanno iniziato ad aleggiare sul fondo americano e sulla consistenza reale del suo interesse per acquisire gli asset industriali del gruppo siderurgico italiano. A maggior ragione dopo che, per ben due volte, Flacks Group ha mancato le scadenze temporali indicate dai commissari straordinari (il 12 e il 20 marzo) per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario: ovvero chiarire quanto capitale di rischio proprio è intenzionato ad investire per un’operazione di questo tipo e quali garanzie bancarie ha alle spalle per sostenerla. Anche perché parliamo di un fondo che ha un interesse economico evidente nel portare a termine un investimento finanziario, dal quale dovrà inevitabilmente guadagnare ben più di quanto investito. La risposta è attesa per questi giorni o al massimo entro le prossime due settimane. E dal governo sono certi che il fondo americano risponderà. Cosa, al momento, è difficilmente ipotizzabile e prevedibile. Soltanto qualora dovesse decadere la trattativa con Flacks Group, potrà essere avviata una nuova trattativa esclusiva con altri soggetti interessati. In prima fila, come ampiamente risaputo, ci sono gli indiani di Jindal Steel International, che sono tornati ad interessarsi del gruppo ex Ilva dopo aver effettuato l’accesso alla data room di Ilva in AS e AdI in AS lo scorso anno per poi defilarsi, come accaduto anche per il gruppo azero Baku Steel. A riportare in auge il gruppo indiano, il rallentamento delle trattative per l’acquisizione del gruppo tedesco Thyssenkrupp Steel Europe su cui la società aveva puntato i suoi obiettivi. Un cambio in corsa repentino, tanto da portare il gruppo indiano a presentare ai Commissari una proposta vincolante per l’acquisizione degli asset siderurgici lo scorso weekend. Anche in questo caso, è bene chiarire e sottolineare che il gruppo indiano ha un interesse preciso: l’assoluta necessità di acquisire un impianto di produzione di acciaio in Europa, per non restare tagliato fuori dal mercato europeo dopo l’entrata in vigore del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, in italiano Meccanismo di Regolamento del Carbonio alle Frontiere), il regolamento dell’Unione Europea che definisce un meccanismo di tassazione del carbonio associato a determinati beni importati da paesi extra-UE. Tra cui appunto l’acciaio. Una necessità impellente anche per attutire e dare un senso all’investimento da oltre 3 miliardi di dollari per realizzare un impianto siderurgico in Oman, che a regime arriverà a produrre 5 milioni tonnellate annue di acciaio attraverso forni elettrici. In questo articolo, a differenza dei precedenti, abbiamo volutamente omesso la parte relativa alle cifre che Flacks Group e Jindal Steel International hanno ipotizzato di investire nell’operazione Ilva. Così come abbiamo evitato ipotesi su quanto, come e sino a quando utilizzare gli altiforni per poi passare ad una produzione di acciaio attraverso i forni elettrici (con le eventuali ricadute ambientali e sanitarie su cui oramai i fari sono costantemente accesi). Sino a quando non ci saranno proposte e documenti ufficiali, è inutile continuare a riportare cifre e promesse, viste le troppe variabili ancora oggi in essere, a cominciare dalla possibilità di una partizione minoritaria dello Stato italiano nella futura nuova compagine societaria (ipotesi sulla quale il governo ha spesso mostrato profonde riserve). Senza dimenticare la strettoia più importante dalla quale passare, ovvero un accordo occupazione con i sindacati che ad oggi appare più una chimera che il resto (e le eventuali importanti ricadute sul mondo dell’indotto, dell’appalto e dell’autotrasporto). Vedremo se nei prossimi giorni o nelle prossime settimane almeno su questo fronte ci sarà maggiore chiarezza.
TARANTO
– Entra nel vivo il confronto sul destino dell’ex Ilva, con i
commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie
d’Italia che hanno ripreso l’analisi delle 2 proposte di
acquisizione presentate dal fondo americano Flacks Group e dal gruppo
indiano Jindal Steel International. Dopo mesi di attesa e con
l’ingresso recente di Jindal nella procedura, il dossier è entrato
nella fase decisiva. I commissari, affiancati dal team legale, hanno
cominciato ieri ad esaminare nel dettaglio i piani industriali per
definire le prossime mosse e il percorso di confronto con i due
potenziali acquirenti. Al centro della valutazione non c’è
soltanto la sorte dello stabilimento di Taranto, ma l’intero
assetto della politica industriale italiana, che continua a dipendere
in maniera strategica dalla produzione siderurgica nazionale. Le due
offerte si distinguono in modo netto per impostazione industriale,
volumi produttivi, livelli occupazionali e impegni finanziari. Il
progetto presentato da Jindal Steel International prevede una fase
transitoria fino al 2030, durante la quale resterebbero attivi 2
altiforni su 3, con una produzione stimata in 4 milioni di tonnellate
di acciaio. Attualmente, tuttavia, risulta operativo soltanto
l’altoforno 2. A partire dal 2030, il piano indiano punta allo
spegnimento degli altiforni e alla transizione verso un sistema
basato su un unico forno elettrico da 2 milioni di tonnellate. La
produzione complessiva autorizzata dall’Aia, pari a 6 milioni di
tonnellate, verrebbe comunque garantita grazie all’integrazione con
gli impianti che Jindal intende sviluppare in Oman, dove sono
previsti 2 forni elettrici e 2 impianti Dri per la produzione di
preridotto. In questo schema, una parte significativa della
produzione arriverebbe dall’estero sotto forma di semilavorati,
destinati a essere lavorati negli impianti italiani a valle, tra cui
Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, con particolare riferimento
ai laminatoi e agli impianti di finitura. Il nodo più delicato del
piano Jindal riguarda l’impatto occupazionale. L’attuale forza
lavoro, pari a 9.702 addetti, di cui 7.920 a Taranto, potrebbe
ridursi a circa 4.000-4.500 unità. Una prospettiva che si inserisce
in un contesto già segnato dalla cassa integrazione straordinaria,
che coinvolge oltre 3.000 lavoratori nel sito ionico e diverse
centinaia negli altri stabilimenti.
Di segno opposto
l’impostazione del fondo americano Flacks Group, che punta a
mantenere una produzione a Taranto pari a 6 milioni di tonnellate
interamente realizzate nello stabilimento, con un impatto
occupazionale stimato in circa 8.500 lavoratori diretti. Anche sul
fronte degli investimenti le differenze sono evidenti. Il piano
Flacks prevede un impegno finanziario di 5 miliardi di euro, contro
gli 1,5 miliardi indicati da Jindal. Due approcci che riflettono
visioni industriali profondamente diverse: da un lato un modello
centrato sul rilancio produttivo interno, dall’altro una strategia
integrata su scala internazionale. Resta tuttavia aperta una
questione cruciale sul fronte americano. I commissari avevano
richiesto entro la scorsa settimana ulteriori chiarimenti
sull’offerta Flacks, in particolare sulla struttura finanziaria e
sulle modalità di copertura degli investimenti. Il fondo non ha
fornito le integrazioni nei tempi previsti, spiegando di aver
ricevuto richieste particolarmente stringenti e sottolineando
l’esistenza di un negoziato già in fase avanzata, chiedendo al
contempo un confronto diretto. La scelta finale si presenta dunque
complessa e carica di implicazioni. Da un lato la sostenibilità
economica e industriale, dall’altro la tutela dell’occupazione e
il mantenimento di una produzione strategica sul territorio
nazionale. In gioco non c’è soltanto il futuro di Taranto, ma la
capacità dell’Italia di mantenere una filiera siderurgica
autonoma, elemento ritenuto essenziale per settori chiave come
manifattura, infrastrutture ed energia. Una decisione che segnerà
non solo il destino dell’ex Ilva, ma anche l’indirizzo della
politica industriale del Paese nei prossimi anni.

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