domenica 12 novembre 2023

12 novembre - info internazionalista: Ancora sulla grande lotta degli operai e le operaie tessili in Bangladesh

 

Da Sole 24 ore

Per i lavoratori gli incrementi salariali, il salario minimo a 106 euro non bastano. Scoppiano agitazioni: una donna perde la vita. È la terza vittima in una settimana d’incidenti

Aveva 23 anni, un marito e due figli, Anjuara Khatun, la donna rimasta uccisa negli scontri avvenuti in un sobborgo di Dacca tra migliaia di lavoratori del settore tessile e la polizia bengalese. Gli incidenti, che vanno avanti da una settimana e sono già costati la vita ad altri due manifestanti, sono scoppiati quando i lavoratori hanno respinto l’offerta del governo di aumentare il loro salario minimo di oltre il 56%, a 12.500 taka mensili, poco più di 106 euro.

Bangladesh, violente proteste dei lavoratori nell’industria tessile, chiuse centinaia di fabbriche: “Non ce la facciamo con 70 euro al mese”

Le fabbriche tessili producono 55 miliardi di dollari e impiegano più di 4 milioni di persone. Altissimi i profitti delle Grandi marche della moda che appaltano il lavoro per produrre abbigliamenti di lusso alle fabbriche del Bangladesh, comprese imprese italiane.

PROFITTI FATTI SULLO SFRUTTAMENTO, SULLA MISERIA, SUL SANGUE DEGLI OPERAI E OPERAIE - Ricordiamo anche le tantissime morti, per incendi, crolli, in particolare di operaie, in queste fabbriche tessili dove le condizioni di lavoro sono terribili, sempre a rischio vita.

Da Repubblica

ROMA – Nel corso dei cortei ci sono stati scontri con la polizia e già due persone hanno perso la vita. I lavoratori manifestano da giorni e chiedono che il loro salario minimo mensile sia triplicato. Chiedono

sabato 11 novembre 2023

11 novembre - ASSOLUZIONE! LA MORTE OPERAIA RIDOTTA A “DISGRAZIA”. Ancora un'oscena sentenza di una magistratura al servizio dei padroni assassini

 da

Operai Contro 2

È quanto certificano le motivazioni per l’assoluzione del padrone nel cui tendone morì ad Andria, nel 2015, la bracciante Paola Clemente. E’ questa giustizia? Si, è la giustizia a misura dei padroni.

L’operaio, se, mentre lavora, si fa male, se anche muore, è colpa sua. In fabbrica, sul cantiere o nei campi, se si ferisce o perde la vita, è stato in qualche modo disattento, si è trovato per suo errore nel posto sbagliato, ha eseguito in maniera imperfetta qualche operazione, ha calcolato male, non ha capito il funzionamento di un attrezzo o di una macchina o non l’ha fatto/a funzionare nella maniera adeguata, si è comportato in modo scorretto, superficiale, si è confuso, si è sentito male, era già ammalato… Tutte le volte che a un operaio capita un incidente, ne procuri esso l’infortunio o la morte, emerge, in primo luogo nei resoconti giornalistici, un malore, un errore o una distrazione come causa, probabile o sbandierata come certa, della “disgrazia”. Insomma, in qualche modo, per caso o per sua incuria, il “disgraziato” di turno se l’è andata a cercare. È la motivazione che il giornalista pacioso trova più facile e comoda, persino ovvia, da ammannire a chi lo legge o ascolta. È, non a caso, la stessa motivazione che ogni volta viene fornita dal padrone della fabbrica, del cantiere o del campo e/o dai suoi sottoposti, scaricandosi della pur minima responsabilità e rilanciando la “colpa” sul “poveraccio” incorso nella “disgrazia” particolare (che a volte viene addirittura licenziato, come è accaduto a un operaio nello stabilimento siderurgico di Acciaierie d’Italia di Taranto, perché il suo infortunio ha causato il blocco della produzione!). Addurre puntualmente tale motivazione è agevole perché essa trova piena giustificazione nelle sentenze fasulle dei giudici eventualmente chiamati a individuare le cause della “disgrazia”, coerenti nel discolpare il padrone e nell’incolpare, di fatto, il malcapitato operaio.

11 novembre - Operai - il 17 novembre con i proletari e il popolo palestinese. Appello da Taranto

 


11 novembre - PORTUALI CONTRO L'INVIO DI ARMI A ISRAELE. IL PRESIDIO/BLOCCO AL PORTO DI GENOVA

 

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

Le nostre mani non si bagneranno del sangue delle vostre guerre!

Oggi centinaia di persone, riunite al buio della notte fino a giornata inoltrata, a ribadire con forza questo concetto, semplice, ma forte e chiaro!

Noi, insieme ai lavoratori Portuali di altre città in giro per il

Mondo, ci rifiutiamo di movimentare i vostri carichi di morte.

Persone arrivate da molte parti d'Italia, e anche da fuori nazione per far sentire forte e chiaro la vicinanza, la. Solidarietà a tutti i popoli martoriato dalle guerre.

Abbiamo risposto all'appello della comunità Palestinese, ci siamo fatti trovare pronti al grido di dolore, di questo popolo oppresso da 75 anni da ogni forma di repressione.

Di fronte al bieco servilismo verso israele e i suoi partner storici, USA in testa, centinaia di militanti di collettivi, gente comune, associazioni antimilitaristiche, sindacati, hanno risposto alla chiamata da parte del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Porto) e di altri collettivi genovesi per ribadire con forza che da qui, da questo Porto, le armi troveranno il fermo diniego da parte nostra!

Noi ci rifiutiamo di caricare, di lavorare le navi della compagnia di navigazione israeliana ZIM (la stessa che in accordo con il governo israeliano si è offerta di fare da vettore per gli armamenti).

La giornata di oggi fa parte di un percorso di lotta contro questa classe politica che ci sta sempre di più portando verso il baratro e quindi continueremo imperterriti questa lotta!

Free Palestine!


giovedì 9 novembre 2023

9 novembre - Solidarietà dalle operaie Beretta alle operaie della Tessitura di Mottola

 

CARISSIME operaie della Tessitura Mottola

Ci uniamo in tutta sincerità al coro delle voci di unità e alla volontà di lotta a difesa dei posti di lavoro.

Diamo la nostra massima solidarietà, la stima, l'affettuosa vicinanza a tutte voi. 

Siete un esempio di incoraggiamento, anche per la nostra lotta. 

Un abbraccio a ognuna di voi. 

Le operaie del Salumificio Beretta - Trezzo (MI)


9 novembre - NAPOLI: DISOCCUPATI ALL'UNIVERSITÀ SOLIDALI COL POPOLO PALESTINESE

 

    il 6 pomeriggio si è tenuta l’assemblea generale dei disoccupati e disoccupate per discutere insieme i contenuti del tavolo al Ministero del Lavoro, la situazione della vertenza e le prossime scadenze di lotta.

    Si è deciso in maniera unanime di proseguire senza sosta la mobilitazione permanente perché la lotta e la forza che stiamo esprimendo sappiamo essere l’unico strumento per garantire la continuità del percorso per tutte e tutti.

    Nelle prossime ore ci impegneremo per dare sviluppo agli impegni assunti a Roma e per ricordare i protagonisti reali di questo percorso ovvero la platea che da 9 anni ha sbloccato questa strada e non è disponibile a strumentalizzazioni di alcun tipo.

    Soluzioni immediate per dare continuità al nostro percorso per garantire i servizi di pubblica utilità ed un salario per le centinaia e centinaia di famiglie che da 9 anni si sono impegnati in questa prospettiva!

    Abbiamo scelto di spostare la nostra assemblea prevista altrove per svolgerla all’interno dell’Università dell’Orientale occupata questa mattina dagli studenti e studentesse come azione di lotta contro il genocidio del popolo palestinese.

    Siamo arrivati in corteo in centinaia e l’assemblea infatti ha ribadito come il movimento di lotta ritiene necessario dare il proprio contributo per le mobilitazioni previste contro la barbarie imperialista.

    Movimento di Lotta – Disoccupati “7 Novembre”


martedì 7 novembre 2023

7 novembre - COMUNICATO DAL PRESIDIO DEI LAVORATORI E LAVORATRICI DELLA ex TESSITURA ALBINI di MOTTOLA (TA)

 

                                 

Ancora più partecipato e compatto il presidio dei lavoratori e lavoratrici oggi - nonostante voci allarmistiche diffuse ad arte da ambienti sindacali circa l’arrivo di camionette di forze dell’ordine per permettere l’ingresso degli incaricati aziendali allo smantellamento degli impianti previo sgombero del presidio.

Di fatto nulla di questo è avvenuto e si è rafforzata la determinazione dei lavoratori,con in prima fila le lavoratrici - oggi al presidio presenti il sindaco di Mottola e poi dirigenti Uil - il clima è buono e il presidio continua.

Una informazione del presidio in corso e’ stata fatta alla Regione e task force Sepac in vista dell’incontro in regione del 14 novembre e lo Slai Cobas ha chiesto un incontro urgente in Prefettura. Il piano di licenziamento a fine cassa integrazione a dicembre non deve passare senza che la possibile nuova azienda in campo Ekasa assuma tutti i lavoratori - intanto la Cigs deve essere rinnovata.

Cominciano ad arrivare al presidio solidarietà da altre realtà di lotta di lavoratori e lavoratrici - importante quella da palermo - letta al presidio.

info dal presidio a cura Slai Cobas TA

7 novembre 2023


alla Regione

Spett.le Comitato Sepac - Bari

Alla cortese att.ne del presidente Dr. Caroli

TA. 6.11.23

presidio lavoratori e lavoratrici e lavoratrici della Tessitura di Mottola srl.

La scrivente O.S., nel sostenere le giuste ragioni dei lavoratori, chiede al Dr. Caroli di adoperarsi per quanto possibile affinchè l'incontro del 14 novembre sia produttivo. E si comunica che è intento dei lavoratori di venire a Bari in tale giornata.

Distinti saluti

SLAI COBAS per il sindacato di classe

Calderazzi Margherita


Al Sig. PREFETTO, Paola Dessì

Taranto

7 novembre - Con la Palestina, sotto attacco genocida di Israele, la solidarietà che popoli e lavoratori stanno mettendo in campo - Da Controinformazione rossoperaia del 6/11

 

Dobbiamo continuare a denunciare e a mettere in campo azioni solidali con il popolo palestinese su cui ogni giorno che passa si scatena sempre più la ferocia criminale dello Stato occupante, terrorista, nazisionista, israeliano, su Gaza in particolare, ma anche nei Territori occupati, in Cisgiordania.

Con una lunga scia di sangue lo Stato terrorista di Israele continua a bombardare quartieri dove vive la popolazione civile, colpisce ospedali, scuole, ambulanze, depositi di acqua - a Tal al Zaatar, nel nord di Gaza il contenuto del serbatoio rotto si è riversato nelle strade. E questo avviene mentre i palestinesi di Gaza stanno affrontando una terribile carenza di acqua dolce -, mentre avvengono decine di uccisioni, pestaggi nella West Bank da parte di coloni impuniti.

I lavoratori palestinesi che si trovano in Israele sono stati prelevati sul posto di lavoro e spediti con forza nella Striscia di Gaza. Molti di questi sono stati "sottoposti a tortura elettrica, picchiati e detenuti. Le forze israeliane gli hanno scatenato addosso i cani”.

E’ salito a 9.488 il bilancio delle vittime a Gaza da quando Israele ha iniziato a colpire la Striscia, come rappresaglia agli attacchi del 7 ottobre compiuti da Hamas. Dei morti 3.900 sono bambini e 2.509 donne.

Ma il popolo palestinese non è solo. Le masse popolari in tutto il mondo da settimane stanno manifestando a loro fianco, lottando anche contro i propri governi che sostengono il governo razzista, nazista, criminale, di Netanyahu. Operai in diversi paesi cominciano a scendere in campo per la Palestina, dal Canada alla Gran Bretagna. I sindacati belgi dei lavoratori aeroportuali si sono fermati bloccando il transito d'armi Usa verso Israele.

Anche in Italia la mobilitazione per la Palestina non si ferma, da Milano a Palermo, a Torino, ecc.

Sabato ci sono stati cortei e manifestazioni in oltre 40 città italiane, con decine di migliaia di presenze; sono state occupate università e sedi UE. Le manifestazioni più importanti e numerose, sono state a Milano e Roma.

A MILANO oltre 10.000 al fianco del popolo di Palestina, mentre è stato un flop la provocazione di Salvini: solo quattro gatti nella manifestazione dal titolo “in difesa dell’Occidente”, amplificati dai media, messi sullo stesso piano di chi esprime la solidarietà al popolo palestinese. 4 gatti ad ascoltare uno che con la solita faccia come il c…, lui che sta con i fascisti, ed è fascista, razzista come chi governa Israele, da del “fascista” a chi manifesta contro Israele.

Scrivono i compagni di proletari comunisti presenti al corteo a Milano.

“A fronte di schifosa campagna di criminalizzazione di media, questura, governo, anche questo sabato una marea di palestinesi, comunità arabe, centri sociali, lavoratori, organizzazioni solidali e politiche, sono scese in piazza al grido di "Stop genocide a Gaza" - "Israele fascista, stato terrorista" - "Free Palestine"; ed è risuonata forte dal camion la denuncia della complicità del governo Meloni nel genocidio che sta avvenendo in questi giorni, in queste ore, contro il popolo palestinese.

Una manifestazione con una presenza asfissiante di Digos che filmava e registrava, alla ricerca di ipotetici slogan "terroristici", quando proprio dal corteo si alzava forte il grido "le mani di Netanyahu di Biden della Meloni, siete sporche del sangue dei bambini, delle donne, dei civili di Gaza". Una manifestazione che si è ingrossata lungo il percorso e che ha ricevuto la solidarietà anche dai balconi del centro, che ha denunciato vicino la sede di Assolombarda il sostegno militare del governo italiano”.

“Almeno la metà del corteo – riporta nella cronaca Radio Onda d'urto - è composta dalla comunità e dalle associazioni palestinesi. Grande partecipazione anche da parte delle altre comunità originarie di paesi arabi, da parte di giovani di seconda e terza generazione migrante, ma sono presenti anche tutti i centri sociali milanesi e diversi partiti e associazioni della sinistra”.

E poi il fuoco davanti a Confindustria: “Vi boicotteremo”, “industrie italiane complici del genocidio”, “Boicotteremo le industrie italiane che producono e vendono armi a Israele", "non vi lasceremo in pace: state aiutando Israele a commettere un genocidio“.

A ROMA, dal quartiere Esquilino è partito il corteo per arrivare in piazza S. Giovanni. In 10 mila anche a Roma hanno scandito slogan contro Meloni e Israele, contro “la complicità del governo nella guerra di sterminio a Gaza”. Diversi gli striscioni: . "Fuori l'Italia dalla guerra", "No alla guerra e alle spese militari". "Fuori dalla Nato", "Palestina libera" e "Nato, Ue, sionisti: cacciamoli via”.

E’ stato esposto uno striscione con i volti di Meloni, Biden, Netanyahu, del segretario generale della Nato Jens Stoltemberg e di Ursula Von der Leyen. Vicino ai volti compariva la richiesta di "una nuova Norimberga per i crimini dell'Occidente in Palestina".

Il governo Meloni e il Parlamento nero volevano il 4 novembre come festa nazionale, anche da contrapporre e sostituire quella del 25 Aprile, per celebrare l’ideologia della Patria, l’ideologia del nazionalismo, del militarismo, della guerra al servizio dei padroni capitalisti/imperialisti, si è invece levata alta e forte la bandiera dell’internazionalismo, della solidarietà alla Resistenza del popolo palestinese che ha seppellito la retorica fascio-imperialista.

Segnaliamo e appoggiamo nel nostro paese le lotte dei lavoratori in solidarietà con i lavoratori e il popolo palestinese, perché altri lavoratori comincino a fare sentire la propria voce e si schierino contro i massacri dei nazisionisti israeliani, contro l’imperialismo che li sostiene, contro il nostro governo che li appoggia. 10/100/1000 azioni dirette per sostenere il popolo palestinese e la sua Resistenza!

“Governi complici dei massacri, fermiamo la lobby delle armi”: è l’appello dei portuali di Genova per bloccare gli armamenti diretti in Israele

L’appello è a bloccare il varco di San Benigno, a Genova, all’alba di venerdì 10 novembre. E' solo l’ennesimo atto di una lotta, quella contro il transito di armamenti dal porto, che il Collettivo autonomo dei lavoratori portuali porta avanti da oltre cinque anni: “La catena logistica è necessaria ad alimentare i conflitti rifornendoli di armamenti e non vogliamo fare parte di questo ingranaggio”. “La compagnia marittima Zim ha messo a disposizione la sua flotta per portare armi verso Israele, sappiamo che in questi giorni transiteranno di qua, mentre in banchina ci sono già armamenti destinati all’Arabia Saudita, pronti a essere imbarcati sui cargo della compagnia Bahri”. “Quello a Gaza non è certo l’unico conflitto in Medio Oriente, ma indubbiamente è il più feroce e sanguinario. Noi siamo sempre dalla parte delle popolazioni oppresse e dei civili che restano vittime di chi per motivi economici sostiene l’industria delle armi e alimenta guerre sempre più pericolose”.

“Il porto di Genova continua a caratterizzarsi come snodo per la logistica di guerra – si legge nel volantino diffuso dall’Assemblea contro guerra e repressione, che insieme al Calp ha lanciato l’iniziativa – quanto sta accadendo a Gaza lo rende evidente, chi governa le nostre società ci sta portando sull’orlo della Terza Guerra mondiale, e le conseguenze indirette sono già arrivate”.

Il timore di chi organizza il presidio non è solo l’allargamento del conflitto nelle regioni vicine, ma i tagli al sociale necessari per implementare le spese belliche e l’aumento del costo delle materie prime; e questo a causa della scelta dei “governi occidentali” di “continuare a supportare e armare” le parti coinvolte, mentre una certa omologazione dei media scredita chi propone soluzioni diplomatiche e nonviolente, arrivando a sostenere la repressione delle proteste antimilitariste. Il riferimento particolare è al divieto, in Francia e Germania, di manifestazioni che “chiedono di fermare il massacro in Palestina” con la motivazione di possibili atti di “apologia di terrorismo”.

Nel frattempo, agli operai che lavorano al Genoa Metal Terminal, la società Steinweg avrebbe dato indicazioni in chiave “antiterroristica”. Il terminal è ritenuto “obiettivo sensibile per atti di terrorismo” dal momento che lì, da anni, approdano le navi della flotta saudita Bahri, con i loro carichi d’armamenti destinati al Medio Oriente. “La guerra è fatta anche di chi ci lucra sopra – scrivono in uno dei comunicati che lancia il presidio di protesta previsto per venerdì mattina – I porti si confermano uno snodo fondamentale per la logistica di guerra” e per questo, chi intende “mettere della sabbia negli ingranaggi della macchina bellica” si dà appuntamento ai varchi portuali.

Ma su questo campo, c’è l’aperto coinvolgimento del governo italiano che tutto questo rende lecito! Se esportare e consentire il transito di armamenti verso zone di guerra è vietato dalla legge 185 del 1990 e dal trattato internazionale sulle armi convenzionali, secondo il Weapon Watch “molti grandi gruppi stranieri, in particolare americani, hanno aperto filiali in Italia che a loro volta esportano materiale militare verso destinazioni terze, in maniera quanto meno opaca e difficilmente tracciabile”.

Siamo con i compagni del Calp di Genova, supportiamo e sosteniamo queste iniziative e creiamole anche negli altri posti di lavoro.


7 novembre - Solidarietà alle popolazioni colpite dall'alluvione - e ancor più colpite da questo Stato e governi - Da Controinformazione rossoperaia del 6/11

 

La nostra vicinanza e solidarietà alle popolazioni della Toscana su cui si è abbattuto l'alluvione, un estremo evento climatico che ormai sta diventando sinonimo di strage per le responsabilità politiche di questa classe dominante - sono 7 i morti e 2 i dispersi- con il conseguente carico di distruzione di città, paesi, case, strade. Sono 1200 gli sfollati in un’area che va da Firenze/Campi Bisenzio, a Pisa, Prato, Pistoia. Chi è stato colpito ha perso tutto, case, macchine, anni di sacrifici buttati via…

Anche altre regioni come il Friuli, la Liguria, hanno avuto danni ma in Toscana le conseguenze sono state più pesanti, qui ci sono state delle vittime.

Sta accadendo sempre più di frequente eppure per i media, per gli amministratori, per il governo, sembra sempre la prima volta.

Il disastro di maggio dell’Emilia Romagna non ha spinto le istituzioni e il governo a impegnarsi nella difesa dei territori e delle popolazioni – abbiamo visto in questi giorni di maltempo che i fiumi della Romagna si stavano di nuovo gonfiando in maniera preoccupante - ma è un’illusione pensare che da questo Stato e dal governo ci possa essere qualsiasi tipo di soluzione a fare fronte agli eventi climatici che si trasformano, ormai sempre più frequentemente, in disastri idrogeologici, in enormi tragedie per le persone. Anzi, il cambiamento climatico diventa un alibi per salvarsi dalle proprie responsabilità!

Certo, è anche crisi climatica, come denunciano i movimenti ambientalisti, come esito inevitabile di questo sistema capitalistico che per il profitto distrugge uomini e ambiente; ma queste denunce trovano un potere politico sordo, e lo è proprio perché è espressione di questo sistema capitalista, che spesso alle denunce , alle proteste, lotte risponde solo con la repressione.

Non si abbatte invece la repressione sulle Istituzioni locali che l’unica cosa che sanno dire alle proprie

popolazioni in eventi come questi è “salite ai piani alti”, mentre non predispongono neanche piani di evacuazione; che ringraziano i volontari per gli aiuti mentre lo Stato è assente.

Interventi, bonifiche, manutenzione dei fiumi, casse di espansione, piani per mettere in sicurezza i territori e le persone “non sono nell’agenda”, come si dice, delle istituzioni, partendo dai sindaci e finendo al governo.

Si sono mossi immediatamente invece le Brigate di solidarietà Attiva (Bsa), il Collettivo di Fabbrica Gkn, assieme ai lavoratori di 'Mondoconvenienza' in sciopero, che hanno creato, assieme ad altre realtà di movimento, di centri sociali, di associazioni, una rete per portare aiuti.

Gli aiuti sono necessari per sostituire l’assenza dello Stato. Ma, proprio dall’esperienza fatta delle Brigate e dalle organizzazioni di solidarietà nelle zone alluvionate della Romagna, emerge la necessità di portare, assieme agli aiuti, un lavoro per organizzare assieme alle popolazioni colpite forme di contropotere popolare, comitati popolari di autodifesa, perché con il protagonismo popolare, con l’autorganizzazione le masse popolari possano effettivamente contare, far pesare la propria voce, e non delegare alle istituzioni.

L’esperienza dell’alluvione in Romagna deve far ricordare che le popolazioni colpite sono state solo una passerella mediatica per il governo Meloni, perché le misure reali prese sono nettamente insufficienti e comunque provenienti da fondi destinati al lavoro, oppure dalla lotteria...! Dei circa 9 miliardi allora annunciati, il decreto 'Alluvione' ne ha stanziato la metà, 4,5 miliardi.

La realtà è che questo governo che per la guerra trova i finanziamenti molto rapidamente ha, invece, cancellato, “definanziato” - come afferma nel linguaggio tecnico della burocrazia - quasi 16 miliardi di euro dei progetti del Pnrr in totale, di cui una parte, 2,5 miliardi di euro, dovevano servire proprio a fronteggiare il dissesto idrogeologico, assieme a miliardi che dovevano servire per interventi per le periferie delle città, per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.

Che poi sarebbero giunti a destinazione, questo è un altro discorso... Anche perché è sempre lo stesso governo che vuole cancellare il reato di "abuso d’ufficio" per mettere a riparo, difendere il malgoverno delle amministrazioni, la corruzione, che è all’origine delle scelte che portano alla distruzione dei territori per finanziare invece padroni, palazzinari, centri commerciali e garantirgli i profitti.

Dicono gli operai del Collettivo di fabbrica GKN: “200 millimetri di pioggia in due ore, il Bisenzio che sale di sette metri, case allagate, macchine distrutte. Cementificazione, consumo del territorio, tagli ai servizi e infine cambiamento climatico. Quanto accaduto ci ricorda l’urgenza di cambiare, di ottenere qui e ora giustizia climatica. Ma in questa lotta, dobbiamo essere tutte e tutti”.

Questa denuncia, la necessità di cambiare, è solo nelle nostre mani, mani che hanno bisogno di diventare forza e furia per rovesciare questo governo, per cacciare gli amministratori che permettono tutto questo, e mettere in campo forme di autorganizzazione popolare, per gettare le basi di un contropotere popolare reale.


7 novembre - I PORTUALI DEL CALP DI GENOVA IN SOLIDARIETÀ COL POPOLO PALESTINESE E CONTRO L'INVIO DI ARMI A ISRAELE DA PARTE DEL GOVERNO ITALIANO

 


lunedì 6 novembre 2023

6 novembre - DA PALERMO LA SOLIDARIETÀ CON LA LOTTA ALLA EX TESSITURA ALBINI DI MOTTOLA TA

 

Solidarietà ai lavoratori della fabbrica tessitura di
Mottola.

Solidarietà alle operaie e operai in lotta alla fabbrica
di Mottola... la vostra lotta è giusta e vi sosteniamo

Gisetta per le precarie Coop Sociali Palermo

L' Assemblea delle precarie e Precari Coop Slai Cobas sc
in lotta a Palermo riunitasi ieri pomeriggio manda forte
solidarietà alle operaie e operai dell'Albini di 
Mottola... resistere sempre un minuto in più dei padroni
e lottare... il filo della lotta ci collega... Forza

Giorgia delegata Slai


6 novembre - CONTINUA IL BLOCCO ALLA ex TESSITURA ALBINI di MOTTOLA TARANTO

 

L'azienda Tessitura Albini di Mottola srl ci riprova. Questa mattina alle 9 si sono ripresentati gli incaricati dell'azienda per far uscire i macchinari dalla fabbrica, questa volta presenti anche i carabinieri. Ma il presidio compatto e unitario dei lavoratori li ha nuovamente rimandati a "casa". 

I lavoratori stanno dalla parte della ragione. L’azienda Albini aveva promesso di lavorare a una soluzione che permettesse ai lavoratori a fine cassa integrazione a dicembre di ottenere nuova occupazione per tutti e 93 lavoratori e lavoratrici, tutelando redditi e diritti. La task force regionale con l’impegno del presidente Caroli aveva lavorato e lavora ancora per questo. Ma i patti non sono mantenuti e per i lavoratori invece che lavoro c'è licenziamento e Naspi, da cui gli acquirenti del Capannone svuotato, l'azienda Ekasa, poi attingerebbe in tempi ‘biblici’ e a "spizzichi e mozzichi".

Così non va! È giusto e legittimo che i lavoratori  a questo punto si oppongano pacificamente e democraticamente allo svuotamento della fabbrica rivendicando un lavoro garantito per tutti e, nel tempo necessario a questa soluzione, una cassa integrazione a tutela del reddito. 

Quello che è in gioco oltre che il lavoro e il destino di 93 famiglie è il futuro industriale della zona di Mottola e della provincia di Taranto per la quale Tessitura Albini aveva costituito una importante speranza, poi però sacrificata sull’altare del profitto e delle delocalizzazioni. Non si specula sulla vita dei lavoratori e delle loro famiglie!

Il presidio continua anche domani 7 novembre - i macchinari non escono senza vere soluzioni! L’incontro alla Regione del 14 novembre deve portarle. 

Invitiamo stampa e tv a venire al presidio e dare voce alla lotta dei lavoratori. i

Invitiamo Prefettura e Governo ad occuparsene. 

Invitiamo le segreterie provinciali di tutte le OO.SS a metterci la faccia anche presentandosi al presidio e mettendo in campo tutte le iniziative necessarie a livello provinciale e regionale.            

info dal presidio 6 novembre 2023 



pc 6 novembre - ORE 12 - Controinformazione rossoperaia - con le popolazioni alluvionate - operai scendono in campo con la Palestina e contro la guerra- dalle operaie in lotta di tessitura Mottola

 

domenica 5 novembre 2023

5 novembre - da tarantocontro: GLI OPERAI DELLA TESSITURA di MOTTOLA (gruppo ALBINI) BLOCCANO L'USCITA DEI MACCHINARI

  COMUNICATO DAL PRESIDIO 

Questa mattina, da prima delle ore 7, i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica Tessitura di Mottola srl con un presidio unitario molto partecipato hanno impedito all’azienda Albini e ai suoi incaricati di entrare in fabbrica per smontare i macchinari in vista dello svuotamento dell’azienda e la consegna al nuovo soggetto acquirente, Ekasa, solo del capannone; dato che finora alcuna garanzia di assunzione è stata data ai 93 operai, mentre sta per scadere a dicembre la cassa integrazione. 

Di qui la protesta legittima pacifica e di massa dei lavoratori, che continuerà nei prossimi giorni. La richiesta è chiara: o assunzione di tutti o rinnovo della cassa integrazione per il tempo necessario alla riassunzione di tutti.

E' previsto un incontro convocato dalla task force regionale il 14 novembre - i lavoratori chiedono che questo incontro trovi una soluzione verso le loro richieste e si preparano a essere in massa presenti il 14 a Bari.

Slai cobas sc Taranto - 5.11.23

Dal presidio di Tessitura di Mottola - La voce delle lavoratrici


https://drive.google.com/file/d/1aNh8gII-mBqQ_EQXaC7HMS0m3m2ipZSj/view?usp=drive_link






giovedì 2 novembre 2023

2 novembre - ASSEMBLEA PALESTINA A PALERMO

 

Comunicato stampa

Sosteniamo la Resistenza e lotta del popolo Palestinese

Fermare la mano genocida dello Stato di Israele che vuole annientare un intero popolo, sostenuto pienamente dagli Stati imperialisti, compreso l’Italia/governo Meloni

Nessuno può dire: io non so… nessuno può voltarsi dall’altra parte


Venerdì 3 novembre ore 16

Presso sede Slai Cobas via M. Cipolla, 93


Per conoscere la verità di classe contro le falsità dei mass media borghesi

2 novembre - La condizione operaia e la lotta nelle grandi fabbriche del nostro paese, inserite in un contesto sempre più internazionale -Dalla controinformazione rossoperaia del 1/11

 

Non è vero che gli operai non possono lottare e vincere in Italia e in altri paesi. Il recente grande sciopero degli operai americani dell'auto ne è un esempio. Ne stiamo parlando da tempo e abbiamo portato il messaggio alla Stellantis, in particolare alla Stellantis di Melfi, come all'ex Ilva di Taranto e, in generale, in tutte le fabbriche in cui operiamo. 

Questo sciopero si è parzialmente concluso proprio in questi ultimi giorni con accordi che le grandi multinazionali dell'auto negli Stati Uniti sono stati obbligati a fare. Via via sono caduti come pere mature tutti i gruppi, dalla Ford alla Stellantis e, infine, alla General Motors. 

Chiaramente l'accordo che è stato fatto deve essere sottoposto alle assemblee dei lavoratori e va considerato approvato solo quando le grandi assemblee degli operai americani che hanno partecipato allo sciopero lo approveranno. Pensiamo che questo avverrà, ma anche fonti stampa dicono che in alcune realtà operaie dell'auto vi sarà pure una critica ai risultati di quest'accordo, e questo non certo perché non siano stati dei grandi risultati in paragone a quello che avviene nelle lotte operaie - non solo negli Stati Uniti ma in tutti i paesi del mondo, Italia compresa - quanto perché gli operai in questo sciopero hanno preso coscienza della loro forza e prendendo coscienza della loro forza hanno alzato il tiro delle loro rivendicazioni e delle prospettive della lotta operaia negli Stati Uniti, e per quello che essa ha significato per gli operai in tutti i paesi capitalisti e imperialisti nel mondo. 

Uno sciopero che aveva obiettivi molto avanzati: forti aumenti salariali che permettessero

effettivamente di recuperare la perdita di salario che gli operai in tutto il mondo hanno avuto per lo scaricamento della crisi economica mondiale sulla loro pelle, per le conseguenze delle guerre, della pandemia e così via. Tutto questo si è tradotto per la classe operaia di tutto il mondo in perdite di salario, di posti di lavoro, peggioramenti della sicurezza e in generale della condizione operaia. 

Il secondo punto legato ai forti aumenti salariali era quello della scala mobile. Tutti gli operai italiani sanno quanto abbia pesato l'abolizione della scala mobile, dovuta alle politiche dei governi dei padroni e alla complicità su questo delle grandi confederazioni sindacali, che non rappresentano gli interessi immediati e generali della classe operaia e non sono stati in grado di tutelare salari, lavoro, condizioni di lavoro e sicurezza sui posti di lavoro. 

Gli operai americani hanno lottato per introdurre la scala mobile, per difenderla e farla diventare uno strumento automatico di difesa, parziale, ma pur sempre importante, a fronte del carovita. 

La terza questione era quella dell'abolizione dei contratti a tempo determinato, con il passaggio dei lavoratori a tempo indeterminato. Soprattutto le nuove generazioni operaie e i livelli più bassi all'interno delle fabbriche sono assunti a tempo determinato, restando precari a vita, e in una certa misura, quest'operazione di dividere gli operai influisce notevolmente sull'unità degli operai e sulla loro lotta per difendere salario, lavoro e condizioni di lavoro. 

Altre questioni sono state poste. In una sola questione questa grande lotta degli operai dell'auto negli Stati Uniti non ha raggiunto i risultati in questa tornata: quello della riduzione dell'orario di lavoro generalizzata. E’ chiaro che su questo pensiamo si esprimerà una parte del dissenso operaio rispetto anche all'accordo che gli operai certamente considereranno una conquista parziale. 

Questa lotta ha riguardato praticamente tutta la classe operaia dell'auto americana, nonostante non tutta la classe operaia dell'auto americana sia organizzata nel sindacato che ha promosso questi scioperi. Una svolta c'è stata anche nel cambiamento di direzione dei sindacati, perché chiaramente gli operai americani che avevano visto come le direzioni sindacali avevano permesso questo peggioramento sulle condizioni di lavoro e sul lavoro, sulla precarietà e sui diritti dei lavoratori, hanno imposto un cambiamento della direzione del sindacato che ha permesso lo sviluppo di questa lotta. 

Perché è stato fatto? E' stato fatto per evitare che esplodesse la lotta autonoma e selvaggia dei lavoratori? E' stato fatto al servizio della contesa politica tra i grandi gruppi capitalistici, del capitale industriale finanziario che esistono negli Stati Uniti? Questa è una questione evidentemente da approfondire. Però nella sostanza è stata lanciata una nuova grande lotta con una strategia precisa, una strategia che è partita da scioperi che colpivano le industrie dove c'erano stati profitti maggiori, e che erano maggiormente in funzione, proprio per colpire al cuore il sistema automobilistico, ridurre il peso generale dello sciopero pur agendo per fare il massimo danno ai grandi padroni.

Via via questo sciopero è stato esteso, via via ha toccato tutte i grandi gruppi industriali che poi sono le grandi multinazionali dell'auto nel mondo. Non solo, ma all'interno degli scioperi, sono state sviluppate forme di lotta molto creative: la ripresa, per esempio, degli scioperi a gatto selvaggio, degli scioperi improvvisi, spesso organizzati in assemblee in diretta Facebook che colpivano via via padroni e queste grandi multinazionali nel momento in cui potevano fare il massimo danno. E chiaramente il danno anche economico proveniente da questa strategia di scioperi ha pesato tantissimo in questo scontro. Danni da scioperi di 3 miliardi dichiarano le multinazionali. 

Si è generato un clima positivo tra gli operai che, giustamente, hanno detto che è una lotta contro i ricchi, tra ricchi e proletari, tra sfruttati e sfruttatori. Questa coscienza diffusa negli operai ha alimentato gli scioperi, le forme di lotta, i momenti di manifestazione e ha polarizzato l'attenzione in tutti gli Stati Uniti, tanto che i due candidati presidenziali sono stati costretti ad andare agli stabilimenti perché hanno considerato che non potevano starne fuori (Biden ha usato questa lotta di più pro domo sua rispetto a Trump, che però aveva usato una parte del malcontento operaio nella elezione che l'aveva portato alla presidenza precedentemente).

Quindi la lotta ha costretto tutti a guardare ad essa e i risultati sono stati conseguenti: i lavoratori hanno ottenuto aumenti medi del 25%, più il recupero dell'inflazione, raggiungendo complessivamente un 30% di aumento, portando il salario a 40 $ l'ora nei maggiori stabilimenti della Ford.