martedì 28 aprile 2026

28 aprile - un articolo condivisibile: NELLE MORTI DEGLI OPERAI NON ESISTE ALCUNA FATALITÀ

 da Operai Contro

La scienza e la tecnica permettono oggi di identificare i rischi, individuare le criticità e implementare le azioni correttive che possono garantire la sicurezza e prevenire qualsiasi incidente. Ma per i padroni prima di ogni accorgimento viene la ricerca del massimo profitto

Tragica fatalità. Nelle morti di operai sul lavoro, anche in quelle che sembrano le meno casuali, si insinua, fra i compagni di lavoro, fra i parenti e gli amici, fra chi rimane e chi guarda, un amaro senso di ineluttabilità. Come se l’evento mortale sia in qualche modo – un modo non spiegato – legato a categorie irrazionali come il destino avverso e la sfortuna e quindi sia stato, per sua intima natura, imprevedibile e quindi ineluttabile, davanti al quale l’unica reazione possibile sia accettarlo e tacere. Non a caso il termine che più frequentemente si associa alla morte di un operaio è disgrazia (“Che disgrazia!”, “La disgrazia è avvenuta…”), che significa evento infausto, sventura o grave sfortuna! Questa codificazione della morte di un operaio crea le condizioni per un’organizzazione mentale e psicologica che porta alla rassegnazione, all’adattamento a una nuova realtà umana, familiare e amicale, priva dell’operaio deceduto, in fin dei conti all’assenza della ricerca dei responsabili della morte dell’operaio.

Nella morte di ogni operaio che lavora per un qualsivoglia padrone non esiste, invece, alcuna fatalità, non esiste una briciola di casualità. E questo vale non solo per gli eventi mortali, ma anche per gli infortuni che provocano un danno fisico all’operaio e pure per quelle situazioni di rischio che per un nulla non hanno causato un infortunio o, peggio, una morte. Detto in altre parole nessuna morte, nessun infortunio, nessun mancato danno è conseguenza di un avvenimento inatteso. Non esistono “incidenti”, termine che porta con sé un inevitabile nesso di casualità, ma morti messe nel conto della produzione per il profitto come prezzo naturale da pagare. Morti, giusto per fare qualche esempio, come quelle degli operai Claudio Salamida e Loris Costantino caduti da passerelle malmesse cedute sotto il loro peso, perché prive da anni di manutenzione, all’ex Ilva di Taranto o come quella di Luana D’Orazio intrappolata in un orditoio manomesso per farlo andare più veloce in un’industria tessile di Prato o come quelle dei cinque operai costretti a lavorare sui binari senza che fosse stato bloccato il passaggio dei treni e poi travolti da un treno in transito a 160 km/h a Brandizzo (TO).

Sebbene alcuni incidenti sul lavoro possano apparire casuali, l’analisi attenta delle dinamiche infortunistiche dimostra che non esiste la “fatalità”: tutti gli incidenti, sia quelli mortali sia quelli che procurano un infortunio, sono, al contrario, sempre conseguenze di pressioni lavorative, ritmi frenetici, carenze strutturali, mancato rispetto delle norme di sicurezza. Sono proprio questi fattori che rendono il lavoro operaio statisticamente più a rischio dei lavori di altre classi sociali.

Affinché la prevenzione di morti e infortuni sul lavoro sia efficace sarebbe fondamentale considerare la sicurezza sul lavoro non come un aspetto secondario o trascurabile dell’attività lavorativa, ma come il punto fondamentale, attentamente integrato in ogni fase del lavoro, dalla progettazione alla realizzazione, dalla formazione all’adozione di misure preventive adeguate. Sarebbe fondamentale, ma non lo è. La reiterazione delle morti, sempre uguali le une alle altre, e la ripetizione degli infortuni, sempre uguali gli uni agli altri, dimostrano in maniera incontrovertibile che nella società capitalista non esiste alcun interesse a prevenire morti e infortuni, non c’è alcun interesse strutturale a impedire morti e infortuni.

La scienza e la tecnica permettono oggi preventivamente di identificare i rischi, individuare le criticità e implementare le azioni correttive che possono garantire la sicurezza e prevenire qualsiasi incidente, impedire morti e infortuni. A patto di considerare la pelle e salute dell’operaio, essere umano prima che operaio, le priorità assolute, prima della produzione. Invece per il padrone, per il capitalista è esattamente il contrario: prima il profitto, dopo il profitto, poi il profitto e infine ancora il profitto. Tutto il resto non conta o conta, e solo con ipocrite parole di circostanza, dopo, dopo che l’operaio già si è fatto male o è morto.

L.R.



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