Durissimo intervento di Loris Scarpa davanti alle Commissioni del Senato. Il sindacato denuncia il rischio di licenziamenti a catena, l'insufficienza delle tutele per i lavoratori e l'assenza di risorse per manutenzioni e produzione
da taranto buonasera - 27 Ottobre 2026 - 13:17
ROMA - Il nuovo decreto sull'ex Ilva non offre garanzie sufficienti per salvaguardare l'occupazione e rischia di lasciare migliaia di lavoratori senza prospettive diverse dalla cassa integrazione. È la posizione espressa dalla Fiom-Cgil durante l'audizione sul disegno di legge 2065, relativo al decreto-legge 185/2026, davanti alle Commissioni Industria e Agricoltura del Senato.
A illustrare le osservazioni del sindacato è stato Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, che ha descritto una situazione industriale e occupazionale estremamente critica, chiedendo modifiche sostanziali al provvedimento.
«L'ennesimo decreto ILVA si inserisce nel momento più grave in cui si svolge la vertenza ex ILVA», ha dichiarato Scarpa, richiamando l'incertezza sul futuro degli impianti, la possibile fermata dell'area a caldo e le difficoltà finanziarie dell'amministrazione straordinaria.
Il sindacato evidenzia come sullo stabilimento pesi ancora il provvedimento relativo allo spegnimento degli impianti dell'area a caldo, mentre resta in attesa la decisione della Corte di Cassazione.
A complicare ulteriormente il quadro è la carenza di risorse a disposizione dei commissari, che secondo la Fiom impedisce di garantire adeguatamente le attività di manutenzione e le lavorazioni necessarie a mantenere occupato il maggior numero possibile di dipendenti.
Il rischio, avverte Scarpa, è che la cassa integrazione venga progressivamente estesa fino a coinvolgere la totalità dei lavoratori.
Ancora più preoccupante viene giudicata la condizione delle aziende dell'indotto, già esposte alle conseguenze della riduzione delle attività produttive.
«L'indotto con i propri lavoratori rischia di essere spazzato via», denuncia il rappresentante sindacale, prospettando una successione di licenziamenti e fallimenti aziendali.
La Fiom ricorda inoltre che la procedura internazionale per la vendita degli stabilimenti prosegue da oltre 2 anni senza risultati definitivi, tra rinvii e incertezze che rendono sempre più difficile individuare una prospettiva industriale.
Una vertenza che, dopo 14 anni, secondo Scarpa rischia di arrivare a un punto di non ritorno.
Per il sindacato, il decreto affronta soltanto una parte delle questioni sollevate dalle organizzazioni dei lavoratori, senza fornire risposte complessive sul futuro produttivo e occupazionale del gruppo.
Il primo nodo riguarda proprio gli ammortizzatori sociali destinati alle imprese dell'indotto.
La Fiom ricorda di aver già affrontato il problema durante un confronto con il Ministero del Lavoro il 9 ottobre, senza che siano seguiti ulteriori approfondimenti con le organizzazioni sindacali.
In quell'occasione era stata avanzata la proposta di definire un accordo collettivo per evitare i licenziamenti, accompagnato da strumenti di sostegno al reddito e da garanzie sul recupero dei crediti vantati dalle imprese.
Secondo Scarpa, la cassa integrazione in deroga prevista dal provvedimento non assicura, nella formulazione attuale, una protezione sufficientemente efficace.
«L'ammortizzatore in deroga così proposto nel decreto non è assolutamente certo nell'efficacia di utilizzo e di evitare licenziamenti. Riteniamo serva un accordo sindacale con impegni precisi del governo e delle aziende dell'indotto», ha sottolineato il coordinatore nazionale.
Le perplessità riguardano anche i criteri che consentirebbero alle imprese di accedere alla misura.
La Fiom considera insufficiente il riferimento al fatturato, anche dopo la riduzione della soglia al 50%, perché rischierebbe di escludere lavoratori effettivamente impiegati negli stabilimenti ex Ilva.
Il sindacato propone quindi di attribuire maggiore importanza alla certificazione rilasciata dall'amministrazione straordinaria, nella quale dovrebbero essere documentati la durata dei rapporti commerciali e il numero dei dipendenti entrati negli impianti tra il 2023 e il 2026, con l'indicazione dei relativi nominativi.
Questo sistema, secondo la Fiom, permetterebbe di tutelare sia il personale delle aziende che lavorano esclusivamente per l'ex Ilva sia quello delle imprese attive in più settori, ma con una presenza significativa negli stabilimenti siderurgici.
Un'altra contestazione riguarda l'applicazione alla cassa integrazione in deroga dei criteri previsti per la revoca della NASPI, l'indennità destinata ai disoccupati.
Per Scarpa si tratta di strumenti differenti, che non possono essere sottoposti automaticamente alle stesse condizioni.
L'ammortizzatore previsto per l'indotto dovrebbe infatti accompagnare una fase transitoria, durante la quale salvaguardare le competenze professionali e, dove necessario, favorire percorsi di riconversione.
Sul trattamento economico dei dipendenti diretti di Acciaierie d'Italia, invece, arriva un giudizio parzialmente positivo.
La Fiom riconosce l'importanza della soluzione individuata per garantire ai lavoratori di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, analogamente a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria, l'integrazione al 70% del trattamento di cassa integrazione.
Rimane però irrisolta la situazione dei dipendenti dell'indotto, per i quali non è prevista una tutela equivalente.
Il sindacato critica inoltre il ricorso ai criteri di revoca della NASPI anche per questa integrazione, sostenendo la necessità di privilegiare percorsi collettivi di formazione e ricollocazione.
Un ulteriore problema riguarda le modalità di pagamento del sostegno economico.
Scarpa rileva una contraddizione tra l'integrazione a carico di Acciaierie d'Italia e la cassa integrazione erogata direttamente dall'INPS.
La richiesta della Fiom è che l'intero trattamento venga corrisposto con continuità e secondo le ordinarie scadenze retributive, evitando ritardi che potrebbero mettere in difficoltà le famiglie dei lavoratori.
Sul fronte degli incentivi contributivi previsti per favorire nuove assunzioni, il sindacato chiede invece che venga attribuita priorità alle ricollocazioni collettive rispetto a quelle individuali.
Secondo la Fiom, le soluzioni individuali potrebbero prestarsi maggiormente ad abusi e irregolarità, mentre percorsi concordati permetterebbero di garantire condizioni più eque ai dipendenti coinvolti.
Un'apertura arriva sul mantenimento in riscaldo dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La Fiom considera significativa la scelta di autorizzare i commissari a mantenere gli impianti in questa condizione nella fase transitoria, in attesa della pronuncia della Cassazione.
Una misura ritenuta utile per non compromettere un'eventuale ripartenza degli altiforni, preservando la possibilità di riprendere le attività produttive.
Il sindacato precisa tuttavia che il solo mantenimento in riscaldo non risolve il problema dell'occupazione, se non vengono assicurate le risorse necessarie alle lavorazioni e alle manutenzioni.
La questione industriale torna centrale anche nelle osservazioni sugli articoli 5, 6 e 7 del decreto, relativi alle aree ex Ilva non attualmente utilizzate per la produzione siderurgica.
Secondo Scarpa, la destinazione di questi spazi non rappresenta la priorità immediata della vertenza, ma qualsiasi intervento dovrebbe essere inserito in una strategia industriale definita, valutando anche la possibilità di un'iniziativa pubblica.
L'obiettivo è evitare che le aree dismesse diventino oggetto di operazioni speculative o siano lasciate in stato di abbandono.
La Fiom collega questa mancanza di prospettiva anche ai ritardi nelle bonifiche e nei programmi di decarbonizzazione dei processi produttivi, per i quali denuncia l'assenza di finanziamenti.
Il giudizio complessivo del sindacato sul decreto resta quindi fortemente critico. Pur riconoscendo alcuni interventi utili, Scarpa ritiene che il provvedimento non affronti in maniera adeguata la gravità della crisi.
La richiesta al Governo è di trasformare le misure emergenziali in un percorso capace di garantire continuità industriale, manutenzioni, tutela dell'indotto e salvaguardia dei posti di lavoro, evitando che la cassa integrazione diventi l'unica prospettiva per migliaia di dipendenti.
Per la Fiom, senza un accordo complessivo e impegni precisi da parte del Governo, il rischio è che la crisi dell'ex Ilva produca nuovi licenziamenti e una progressiva perdita del patrimonio industriale e professionale degli stabilimenti.

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