martedì 13 gennaio 2026

13 gennaio - Ilva: svendita e tragedia

 Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia del 12 gennaio


Perché No al Fondo Flacks? Perché le prime notizie che riceviamo dalla stampa non depongono certo a favore di questo Fondo americano.

Innanzitutto, in altre realtà in cui è intervenuto, in particolare in Germania, è diventato noto per i fallimenti a cui ha portato le aziende che aveva comprato.

Questo fondo risulta avere la sua sede nel mega palazzo/torre di Trump.
Questo fondo ha finanziato periodicamente l'ala più oltranzista e sionista dello Stato di Israele, quella che si è resa protagonista della politica di genocidio a Gaza e sponsor delle organizzazioni che sostengono i coloni israeliani che stanno occupando la Cisgiordania.

Chiaramente siamo in un mondo capitalista/imperialista globalizzato, e qualcuno può dire: gli affari sono affari, ma fino a un certo punto! E ci fa specie che chi dice di rappresentare i lavoratori non dicano nulla su tutto questo.

Praticamente il governo Urso/Meloni è passato da un grande gruppo industriale siderurgico, come ArcelorMittal, che naturalmente nessuno rimpiange, ma che era allora il primo produttore d'acciaio nel mondo, a un Fondo che non si è mai occupato di acciaio.

Non ha senso che lo Stato contribuisca a un Fondo che gestirà a sua immagine e somiglianza sia il piano industriale sia il futuro dell'Ilva e di questa città.

In questo momento è pervenuta la tragica notizia: un altro operaio è morto stamattina. Non sappiamo ancora esattamente le circostanze. Intanto facciamo le nostre condoglianze alla famiglia e ai suoi colleghi di lavoro.

Ecco, questa fabbrica che sembrerebbe non produttiva però qualcosa la produce quotidianamente. Non parliamo solo dell'inquinamento, ma dell'insicurezza dei lavoratori, dell'insicurezza di vita, dell'insicurezza di futuro, dell'insicurezza.

Questa situazione non può andare avanti così! I sindacati tutti devono esprimere un movimento reale che risponda agli interessi generali reali degli operai.

Questa gara oscura fatta dal governo Urso/Meloni, tenuta a riparo dalle osservazioni che sono venute dalle organizzazioni sindacali, pone in modo chiaro che noi non possiamo affidare il futuro del più grande stabilimento siderurgico, non solo del nostro Paese ma uno dei più grandi d'Europa, il futuro di migliaia di operai - tuttora l’Ilva è la fabbrica esistente in questo Paese col più alto numero di lavoratori, ad un piano che vede nelle soluzioni di questa fabbrica, all’interno della trasformazione dell'economia in economia di guerra, la produzione di acciaio legata agli armamenti, alla guerra. E questo, oltre a non rispondere ai nostri criteri morali e politici con cui operiamo, sicuramente non ci sembra che debba essere il futuro degli operai.

La questione di fondo rimane sempre quella. Non si capisce perché lo Stato dovrebbe dare soldi per cassintegrazione di quasi 5mila operai, soldi per essere parte della governance di questa nuova avventura industriale, e non invece assumere direttamente la gestione di questo stabilimento. Ma anche su questo non basta parlare di “nazionalizzazione”, bisogna raccogliere le richieste dei lavoratori, sia quelle ufficiali che vengono portate dai sindacati, sia le tante che maturano nelle file degli operai.

Noi abbiamo raccolto 600 firme nello stabilimento che pongono dei paletti fondamentali.

Il primo paletto è chiaramente quello del No agli esuberi e invece l'impiego di tutti i lavoratori nell'area industriale, presso un solo soggetto industriale, perché questo garantisce che il rapporto tra lavoro e salute, lavoro e bonifica della fabbrica e area industriale possa avere un unico indirizzo, un unico criterio di gestione, e tuteli realmente i lavoratori, integrando in un unico asset industriale sia il momento produttivo sia il momento delle bonifiche.

La seconda questione è l'estensione delle tutele dei lavoratori dell'appalto. I lavoratori dell'appalto vengono licenziati, non ricevono stipendi, tredicesime puntuali, tantissimi hanno contratti a termine di mesi, e il loro contratto è stato cambiato negli anni da metalmeccanico a multiservizi; vivono in condizioni di insicurezza lavorativa molto più precarie degli operai dello stabilimento; però quando si pensa a una soluzione, loro non sono all’Ordine del giorno. Qualsiasi soluzione li deve riguardare, dall’integrazione della cassintegrazione alla parità con tutti i lavoratori che sono nell'area industriale.

Sul fronte della sicurezza non si può parlare di emergenza e non prendere misure d'emergenza. Da tempo noi insistiamo che vi sia una postazione degli organi rispettivi, Ispettorato del LavoroASL/Spesal, direttamente nella zona industriale, che possa funzionare sia da controllo, da deterrenza e da immediato riferimento per quei lavoratori e quei delegati sindacali che fanno davvero la loro parte per intervenire subito. La casistica dei morti sul lavoro all’Ilva ha visto diverse volte lavoratori e alcuni delegati che avevano segnalato i pericoli, le violazioni alle norme di sicurezza e non è successo niente.

Quindi serve cambiare le regole di sicurezza e di controllo interno alla fabbrica, soprattutto ora, in tutto questo periodo di cosiddetta “transizione”.

Infine, servono chiaramente misure che siano di risarcimento anche sociale verso i lavoratori vittime di questo stabilimento insieme ai cittadini. Misure che vanno in direzione dei benefici pensionistici per amianto, attività usuranti, ‘25 anni bastano’, in una fabbrica siderurgica, per andare in pensione. Ma qui dobbiamo dire che il Governo invece sta aumentando l'età pensionabile e ha già detto No a tutte le misure di pre-pensionamento, e quindi questa richiesta come farà ad essere accolta da questo Governo?

In questo senso non basta che ci si lamenti. Occorre che queste richieste entrino realmente al tavolo di discussione, in via prioritaria rispetto al cambio di proprietà. Perché altrimenti, una volta che c'è il cambio di proprietà, avremo lo scenario che abbiamo avuto con altri padroni.

Tutto questo è urgente e su questo faremo la nostra parte. I lavoratori in tempi di crisi tendono a stringersi intorno ai sindacati ufficiali perché pensano che li possano meglio tutelare. La realtà dimostra esattamente il contrario.

Torniamo alla morte di un altro operaio, questa volta un operaio dell'Acciaieria 2. L'operaio, Claudio Salamida, aveva 47 anni, è precipitato per circa 7 metri, dal quinto al quarto piano del convertitore 3 dell'Acciaieria, dove stava lavorando a seguito del crollo di una pedana grigliata.

Già questo fatto ci spiega lo stato effettivo degli impianti Ilva che, nonostante i Commissari dicano che siano in manutenzione soprattutto in questo periodo di transizione, è evidentemente che proprio lì invece si manifestano le carenze più evidenti.

Ci uniamo allo sciopero immediatamente indetto per 24 ore in tutto il gruppo, in corso anche nelle ditte dell'appalto. Mandiamo un forte abbraccio alla moglie e alla figlia di Claudio.

Da tempo stiamo denunciando come in questa situazione non solo i lavoratori sono messi in cassa integrazione ma quelli che lavorano sono a rischio vita; non solo gli operai dell'Indotto trovano difficoltà a prendere salari e tredicesima anche in occasione del Natale; non solo siamo di fronte ad alcune aziende che hanno annunciato chiusure come la Semat, la Pitrelli; non solo siamo di fronte ad aziende che rendono difficile la continuità lavorativa quotidiana dei lavoratori (vedi alla Castiglia ditta dell'appalto ILVA operante al porto, i cui nostri rappresentanti proprio questa mattina chiedevano un intervento immediato perché potessero lavorare, perché potessero essere assorbiti i lavoratori che sono stati mandati a casa e che vengano tutelati diritti, sicurezza forme di organizzazione del lavoro che permettano effettivamente un lavoro continuo), ma ora riprendono anche gli infortuni mortali. E le responsabilità all'Ilva sono chiare, dal governo ai Commissari.

L'appello ad una nuova mobilitazione generale degli operai dell'appalto e della Acciaieria è chiaramente ora assorbito dallo sciopero in corso; però, e i lavoratori ce l'hanno sempre detto, proprio in occasione dei morti sul lavoro la lotta non può durare né un turno né un giorno perché è da tempo che gli operai hanno visto che questa forma di protesta non ha portato a risultati concreti e le dichiarazioni di circostanza che vengono da tutti non si traducono in fatti concreti che cambino la condizione di insicurezza; la lotta deve continuare fino a risultati effettivi a difesa della vita, della salute, del futuro degli operai. Con gli operai che devono ribellarsi, fermarsi, protestare quotidianamente di fronte a situazioni di evidente insicurezza.

Noi siamo contro la chiusura dell'ILVA. e non per una ideologia industrialista ma perché gli operai sono la forza reale che può contrastare all'interno di questo assetto industriale e di questa città il piano che porta a meno lavoro, più morti in fabbrica; nello stesso tempo fuori dalla fabbrica senza la forza determinante dei lavoratori non è possibile unire tutte le istanze di questa città che rivendicano la fine di una fabbrica capitalistica che uccide, affermando ancora una volta che è il capitale che uccide e la gestione capitalistica che uccide in fabbrica e fuori; e che quindi abbiamo bisogno di ricostruire attraverso la lotta degli operai una situazione per cui gli operai controllino la produzione e possano mettere fine all'orrore senza fine rappresentato dalle fabbriche della morte.

Oggi ci troviamo in uno snodo fondamentale, abbiamo un governo che è dall'altra parte. Come si può pensare che il governo Meloni-Urso, che anche a livello europeo contrasta le misure ambientaliste, possa realizzare nel nostro paese un risanamento dell'Ilva sul piano del lavoro, della sicurezza, della salute? Come si può pensare che un Fondo speculativo che finora si è distinto per fallimenti, possa salvare il lavoro e la salute a Taranto e negli altri siti? Dobbiamo smetterla con una trattativa governativa così come è fatta adesso, a perdere.

Bisogna ripartire con la lotta, facendo tesoro delle forme di lotta, ma non dei contenuti di sapore corporativo, di Genova; esse vanno estese anche a Taranto, perché quelle forme di lotta possono supportare una piattaforma operaia alternativa e far pesare realmente i lavoratori, molto di più degli impotenti sindacati presenti in fabbrica.


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