Buone
notizie dalla Francia
40.000
poliziotti, città in stato d'assedio, non hanno fermato la
rivolta in atto nelle banlieues parigine,
da Nanterre a tutti i quartieri popolari, da Parigi a tante città.
Ancora
una volta un giovane, Nahel, è stato ucciso a sangue freddo dalla
polizia francese, come avviene negli
Stati Uniti e in alcuni casi anche nel nostro paese.
Un
banale controllo poliziesco, una reazione del giovane, niente di che.
I poliziotti diventano brutali e gli gridano a più riprese che gli
avrebbero sparato, che gli avrebbero tirato una palla in testa. E lo
fanno.
17
anni, un giovane di un quartiere proletario, assassinato a sangue
freddo.
Ma
anche questa volta nelle banlieues parigine la notizia si diffonde e
i giovani - e non solo i giovani - entrano in lotta, in rivolta. Per
tre notti si combatte: gli edifici pubblici, i commissariati della
polizia, diventano oggetto della rivolta dei giovani.
Chi
ha ucciso Nahel? È importante anche
capire queste cose. L'ha ucciso un poliziotto che si chiama Florian
Menesplier, uno già messosi in luce il 10 dicembre del 2020 durante
la repressione dei gilet gialli; egli vi prende parte e riceve una
medaglia di bronzo per atti cosiddetti “di coraggio”. E’ un
militare del Reggimento di fanteria di Belfort,
un poliziotto fascista e assassino, dell'esercito repressivo messo in
piedi dallo Stato imperialista francese di Macron
che uccide.
E’
lo stesso Stato che ha represso le grandi manifestazioni dei
lavoratori ed i momenti di ribellione dei
giovani,
degli studenti, in occasione della grande lotta per la riforma delle
pensioni, 14 giornate nazionali che, anche quelle, hanno paralizzato
trasporti e città in Francia e hanno visto a Parigi, come altrove,
la lotta, la rivolta, lo scontro.
Durante
la grande lotta contro la riforma delle pensioni più volte ci siamo
chiesti: cosa succede nelle banlieues? I giovani delle banlieues ci
sono? Nelle banlieues c’è il movimento che dalla lotta per la
riforma per le pensioni diventa lotta contro la disoccupazione, i
bassi salari, la povertà?
No,
non lo era diventato ma si sono dati la mano: dalla rivolta
dei lavoratori - sia pure in forme certo non simili alla rivolta
delle banlieues - ai giorni d'oggi.
Il
Ministro degli Interni ha parlato di “intollerabili violenze”.
C’è una sola “intollerabile violenza”, quella che uccide un
giovane.
E
oggi l'allarme dilaga in Francia così come esiste la paura del
contagio verso gli altri paesi.
D'altra
parte l'assassinio di Nahel non è
che la logica conseguenza delle leggi che questo governo sta facendo:
il nuovo articolo 435/1 del codice di sicurezza
dà un'ampia discrezionalità agli agenti prevedendo 5 circostanze in
cui è legittimo ricorrere all'uso delle armi.
E’
chiaro che, se dai questo potere e mano libera ai poliziotti, “5
circostanze” diventano “tutte le circostanze”.
Questa
rivolta viene da lontano: viene dal 2005,
un'altra grandiosa rivolta che mise a ferro e fuoco per più di un
mese Parigi e tutta la Francia.
Allora
al governo vi era Sarkozy, un poliziotto corrotto che dimostrò che
cosa significava il potere poliziesco, lo Stato borghese, la
dittatura in Francia quando le masse si ribellano.
“E’
giusto ribellarsi!”
- dicono i giovani – “senza
giustizia niente pace”, “tout le monde déteste la police”.
Ebbene
questa rivolta dimostra che siamo in
Francia in una situazione rivoluzionaria in sviluppo. Nel cuore dei
paesi imperialisti non è tutta uguale la situazione e la Francia
oggi indica una strada come l’ha
indicata in altre occasioni.
Il
blog proletari comunisti dà molto spazio a questa rivolta,
in francese direttamente, per fare presto - ma chi vuol leggere
riesce a leggere - per dare elementi di cronaca, di valutazione sul
campo, per dire che il vento della rivolta, le
idee di rivolta non sono mai morte!
Da
questo noi dobbiamo trarre non tanto un fragile slogan “facciamo
come in Francia” - le condizioni sono e restano diverse - ma la
comprensione che è giusto
ribellarsi, che
è possibile, che
è necessario e quando una scintilla
- è il caso dell'ultimo, criminale, omicidio poliziesco - incendia
la prateria, allora la prateria in
fiamme è il brodo di cultura della Rivoluzione, dello spettro della
Rivoluzione. Perché
solo la Rivoluzione oggi serve
in Francia come in tutti i paesi imperialisti, per non dire quello
che serve da sempre nei paesi oppressi dall'imperialismo, dove la
ribellione delle masse e le guerre di popolo stanno indicando una
strada, stanno offrendo il punto di riferimento di un incendio che
deve dilagare.
Guardare
oltre il quotidiano, guardare il quotidiano alla luce del mondo,
pensare che un altro mondo è davvero possibile ma la via di un altro
mondo è quella che la Francia ci indica,
in un paese capitalista/imperialista avanzato. Dalle grandi giornate
di lotta contro la riforma delle pensioni, per i salari, per il
lavoro, contro le insopportabili condizioni di lavoro e di
oppressione alla rivolta generale, al ruolo di prima linea della
gioventù ribelle, della gioventù più povera, della gioventù dei
quartieri, della gioventù multinazionale, multirazziale, che ancora
una volta si dimostra essere una leva potente, una forza poderosa del
cambiamento all'interno dei nostri paesi, cambiamento indispensabile
su ogni cosa.
Abbiamo
fiducia che anche da questa rivolta i giovani, le avanguardie, la
classe operaia, le forze autenticamente comuniste, ribelli,
rivoluzionarie trarranno insegnamenti e impugneranno la strada per
trasformare la rivolta in
Rivoluzione, perché la Rivoluzione è l’unica soluzione.
Torniamo
al nostro paese, ai nostri padroni.
I
nostri padroni vogliono tutti i soldi
del Pnrr, tutti i soldi del Mes, tutti i soldi destinati dallo Stato
alle emergenze industriali, alle emergenze della transizione
ecologica, alle emergenze della contesa internazionale tra padroni
nel mondo, contesa che origina le guerre e le porta anche alle loro
estreme conclusioni.
“I
soldi sono nostri”
dice Bonomi. Si azzuffano per averli, si uniscono per averli e quindi
insistono con i governi per ottenerne di più nei tavoli europei ma
sempre con la stessa logica: che tutti quei soldi devono andare a
loro. E Bonomi lo dice chiaramente: le imprese devono averli, “c'è
bisogno di un piano di investimenti per la transizione 5.0
indipendente dalla logica dagli aiuti di Stato che dia le risorse
direttamente alle imprese a livello UE”,
una politica
industriale che metta
al centro le imprese.
E
agli operai che producono? E ai
lavoratori e ai cittadini? per loro invece niente.