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mercoledì 27 aprile 2016

27 aprile - Di M. Spezia: SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 27/04/16



Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”

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INDICE

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
MA LO SAI CHE CONTRO IL LAVORO NERO È POSSIBILE LOTTARE (E VINCERE)?

Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
LA STRAGE PROVOCATA DAGLI INFORTUNI SUL LAVORO E' INARRESTABILE!

Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
LE RAGIONI DEL QUORUM MANCATO

Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
ONDE NERE: PEGGIO DELLA MERDA

CUB Sanità Firenze cubsanita.firenze@libero.it
L'OBBEDIENZA NON E' UNA VIRTU': SOLIDARIETA' A GINA DE ANGELI


Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
UNA STRAGE DIMENTICATA QUELLA DEGLI AGRICOLTORI

Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
VALPOLCEVERA: INTERVISTA A VALERIO GENNARO

Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
BRESCIA, LA MEGA-PATTUMIERA DEL NORD ITALIA

AIEA Vicenza aieavicenza@gmail.com
LA SALUTE: ELEMENTO CENTRALE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEI SISTEMI PRODUTTIVI DEL TERRITORIO

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
I BRACCIANTI INDIANI DELL'AGRO-PONTINO SCENDONO IN PIAZZA!
NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA

Ancora In Marcia! redazioneweb@inmarcia.it
CAPITRENO E MACCHINISTI UMILIATI DA MAZZONCINI, AMMINISTRATORE FS

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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, March 27, 2016 6:59 PM
Subject: MA LO SAI CHE CONTRO IL LAVORO NERO È POSSIBILE LOTTARE (E VINCERE)?

Ripubblichiamo dal sito Je So Pazzo (http://jesopazzo.org) questo articolo di aggiornamento sulla campagna contro il lavoro nero messa in atto a Napoli.
Dopo la stesura del manuale di autodifesa dei lavoratori, come primo strumento di difesa, si è passati alla raccolta e alla denuncia presso l’Ispettorato del Lavoro delle segnalazioni ottenute. Ora a che punto siamo? E’ stato possibile esercitare una pressione sull’Ispettorato, dargli indicazioni su come e dove agire? E’ possibile vincere? 
E’ una storia vecchia come il mondo: se sei solo e sei debole, il più forte ti schiaccia. Ma se ti allei con altri come te, diventi maggioranza, e riesci a vincere. È questo quello che sta succedendo in questi mesi.
Molti di noi, molti di quelli che ogni giorno frequentano l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, hanno 18, 20, 30 anni. Come tanti nostri coetanei e concittadini lavoriamo a nero: non solo nei pub e nei ristoranti, ma in negozi, uffici, fabbrichette… Non c’è bisogno di complesse indagini sociologiche per sapere che siamo tantissimi, che in tanti posti del nostro Sud il lavoro sommerso e irregolare è la norma non solo nelle isolate campagne dove sfruttano per lo più immigrati a tre euro l’ora, ma anche nel centro delle città. Non ci vuole la zingara per sapere che se lavori a nero guadagni di meno, non hai i contributi per la pensione, non hai diritti precisi, lavori più ore e peggio, rischi di farti male e di non essere manco rimborsato...
Siamo tanti, e stiamo male. E quindi abbiamo pensato di fare qualcosa per cambiare. Perché se sei solo e hai bisogno di lavoro, è difficile che andrai a parlare con il tuo padrone, magari a chiedergli un contratto e soldi, anche se ti spettano. Hai paura che ti cacci, che ne trovi un altro, e poi tu dove vai? Tanto da tutte le parti, ti dici, è la stessa cosa. Però di rassegnazione in rassegnazione padroni e padroncini si prendono da noi sempre di più. Da qualche parte questa corsa al ribasso dovrà pure finire!
E’ una storia vecchia come il mondo: finisce quando ci si mette insieme. E noi abbiamo deciso di metterci insieme, di lottare. Così è nata la Camera Popolare del Lavoro e la campagna contro il lavoro nero. Non siamo partiti con studi di settore, denunce ai giornali che scandalizzano i lettori per due ore: tanto queste cose le sanno tutti. Siamo partiti con l’idea di essere immediatamente utili a chi come noi aveva un problema concreto.
I problemi concreti sono: come faccio a farmi fare un contratto? Se domani mi licenziano, come faccio ad avere i soldi e dimostrare che stavo lavorando lì? Se c’è un problema come faccio a vincere una causa di lavoro?
Per risolvere questi problemi c’è innanzitutto bisogno di essere coscienti, svegli e informati. Abbiamo parlato con un po’ di avvocati e consulenti del lavoro, abbiamo incrociato le nostre esperienze, e come prima cosa abbiamo scritto questo manualetto di autodifesa legale: “50 sfumature di nero (e come combatterle):
Lo abbiamo presentato all’Ex OPG:
E’ venuta tanta gente, è andato a ruba.
Allora abbiamo iniziato a darlo per strada. E ai banchetti le persone si fermavano e dicevano: guarda c’è anche il mio caso, ho lavorato qui, mi trattavano così. Altre persone si sono aggiunte e ci hanno mandato le loro segnalazioni.
E quindi abbiamo pensato: mettiamole insieme tutte queste segnalazioni, e portiamole all’Ispettorato del Lavoro, che dovrebbe fare proprio questo: controllare i posti dove i lavoratori dicono che si sfrutta. Portiamole tutti insieme, non deleghiamo a nessuno, e vediamo che succede, magari intervengono, magari anche i padroni arrivano ad avere un po’ paura, gira voce fra di loro, iniziano a fare qualche contratto in più...
E’ una storia vecchia come il mondo: uno può essere pazzo, ma se ha ragione, se è onesto, se ha una strategia, se la maggioranza si rivede in lui, be’ le persone lo seguono.
E in tanti siamo andati lì sotto il 3 febbraio:
All’Ispettorato erano sorpresi: “in genere qui non viene mai nessuno”. Alcuni di loro condividevano: “dobbiamo lavorare insieme, voi portateci le segnalazioni, noi controlliamo”. Altri erano un po’ infastiditi per la “invasione di campo”, o perché ci siamo lamentati che non li abbiamo mai visti prima. Però lo sapevano anche loro che è la verità: non perché loro non lavorino, anzi, ma perché c’è un clima che dà sempre ragione al datore di lavoro, e poi perché il Governo taglia gli organici, e non basta il personale per fare tutti i controlli che ci vorrebbero a Napoli e provincia...
Comunque sia, all’Ispettorato ci dicono che controlleranno. Passa qualche settimana. Noi continuiamo coi banchetti, continuiamo a sentire storie, continuiamo con le cause portate avanti dal nostro sportello legale gratuito. Vinciamo anche qualcuna di queste battaglie: arriva voce che ci siamo noi dietro, e i padroncini sganciano i soldi che non volevano dare. Ma sulle ispezioni nessun segnale...
Finché alcuni lavoratori ci scrivono: “avevate ragione, si può fare”. Cos’è successo: l’Ispettorato ha fatto partire i controlli, e gli Ispettori sono andati nei luoghi che i lavoratori avevano segnalato (anonimamente, sotto l’ombrello della nostra Associazione, per evitare ripercussioni individuali). Anche se i controlli non sono stati i più severi del mondo, e anzi si è chiuso un po’ di occhio per quieto vivere, resta il fatto che gli Ispettori hanno riscontrato delle irregolarità. E hanno comminato delle sanzioni e intimato la “riqualificazione dei rapporti di lavoro”, cioè di “mettere a posto” i lavoratori!
E’ una cosa importante, che a Napoli non era mai successa prima. Che ci si organizzasse dal basso, che si facesse pressione, che si facessero pagare i padroni (perché loro solo questo capiscono!) è una novità. Una pratica che può essere riprodotta e allargata ovunque. Una pratica che soprattutto ci dice: vincere si può!
Ora possiamo fare diverse cose, abbiamo già tante altre idee. Ma, prima di passare avanti, dobbiamo ancora far conoscere questa storia, raccogliere altre segnalazioni, motivare altre persone, tornare all’ispettorato. Per questo saremo in giro nelle piazze i prossimi week end, per distribuire materiale informativo e per raccogliere le denunce. 
Il 6 aprile poi ci sarà un’assemblea della Camera Popolare del Lavoro che farà il punto sulla campagna. Per qualsiasi cosa potete comunque passare tutti i mercoledì alle 18 all’ex OPG allo sportello legale gratuito...
E’ una storia vecchia come il mondo. Ma finirà, insieme a questo vecchio mondo. 

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Monday, April 18, 2016 7:10 PM
Subject: LA STRAGE PROVOCATA DAGLI INFORTUNI SUL LAVORO E' INARRESTABILE!

Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 ho aperto l'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro.
L'indifferenza della politica e della classe dirigente del paese è mortificante per tutti quelli che hanno a cuore la vita di chi lavora.
Partecipa anche tu alla festa dei lavoratori con il lutto al braccio
L'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro chiede a tutti di portare il lutto al braccio il 1° maggio Festa dei Lavoratori.
Non ci sono mai stati così tanti morti da quando il il 1° gennaio 2008 è stato aperto l'Osservatorio.
Se si prendono in esame tutti i lavoratori morti per infortuni e non solo gli assicurati INAIL da quell'anno le morti sono sempre aumentate nonostante la perdita di moltissimi posti di lavoro.
E' il terzo anno che centinaia di cittadini che partecipano alla festa aderiscono a questa iniziativa

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From: Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
To:
Sent: Tuesday, April 19, 2016 2:03 PM
Subject: LE RAGIONI DEL QUORUM MANCATO

Due interessanti contributi dal Manifesto di oggi: Laura Marchetti e Marco Bersani
Saluti
Gino Carpentiero
Sezione Pietro Mirabelli di Medicina Democratica Firenze

LE RAGIONI DEL QUORUM MANCATO SULLE TRIVELLE
di Marco Bersani
19/04/16
Un’analisi del voto referendario del 17 aprile richiede una valutazione complessa per le numerose variabili da considerare. Tredici milioni di persone che votano Si in un referendum che si è fatto di tutto per boicottare, non sono poche, soprattutto in un paese dove la disaffezione al voto (frutto della caduta verticale di fiducia verso la politica istituzionale) è diventata di ampia portata e quasi endemica.
Il boicottaggio del voto è stato tanto manifesto, quanto evidenti sono i poteri forti che sono scesi in campo per il mantenimento dello status quo. Il Presidente del Consiglio, dapprima con la definizione della data (nessun accorpamento con le amministrative e indicazione della primissima data utile per abbreviare il più possibile la campagna referendaria) poi con la discesa in campo aperto per l’astensione, si è dimostrato un pasdaran della nuova idea di democrazia autoritaria e plebiscitaria che propone al paese.
I grandi mass media, dapprima con il totale silenzio sul quesito, poi con la denigrazione dello stesso, hanno fatto ampiamente la loro parte. A tutto questo va aggiunto l’evidente obsolescenza della norma che disciplina i referendum, che mantiene un quorum (50% più 1 degli aventi diritto al voto) da missione quasi impossibile e che facilita la strumentalizzazione della disaffezione elettorale per far fallire ogni esperimento di democrazia diretta.
Questo quadro oggettivo non esime, tuttavia, dal valutare il voto del 17 aprile come una sconfitta.
Perché, se sono realtà tutti gli impedimenti sopra descritti, è altrettanto vero che, se si decide di sfidare le politiche governative utilizzando lo strumento referendario, si è consapevoli dell’entità della sfida e occorre di conseguenza prendere atto dell’esito.
Ecco perché vale forse la pena provare a fare una riflessione più ampia in merito a quali condizioni rendano praticabile la sfida e a quali invece ne pregiudichino in partenza l’esito.
La prima non può che riguardare la frammentazione sociale che oltre venti anni di liberismo e la crisi sistemica in atto hanno prodotto nel paese: oggi le persone che hanno una visione d’insieme dei problemi sono una minoranza, mentre per la gran parte della popolazione l’isolamento e l’atomizzazione hanno agito in profondità, al punto da renderle disponibili alla mobilitazione solo di fronte ad un attacco diretto ed esplicito alle proprie condizioni di vita.
Se Eugenio Scalfari può scrivere sulla Repubblica che chi non vive nelle regioni direttamente interessate dalle trivellazioni è bene che se ne disinteressi, è perché ha chiara (e la utilizza pro-Renzi) esattamente questa dimensione di frammentazione sociale.
E’ questa realtà a dimostrare, come oggi una prima condizione sine qua non la sfida referendaria diviene impossibile è che l’argomento da sottoporre al voto degli italiani debba o riguardare un tema che incide direttamente sulla vita di tutte e tutti o, in alternativa, diversi temi dirimenti che, nella loro pluralità, mobilitino ciascuno una fetta di popolazione direttamente interessata.
Il primo caso lo si è visto con la straordinaria esperienza del movimento per l’acqua, non a caso l’unico referendum degli ultimi venti anni ad aver raggiunto il quorum; il secondo caso, ancora da verificare nella sua efficacia, è attualmente in corso con la campagna di raccolta firme, avviata da due settimane, sui referendum sociali.
A mio avviso, c’è una seconda condizione irrinunciabile per poter mettere in campo la sfida referendaria: la raccolta delle firme fra i cittadini. E’ l’unico antidoto possibile alla disinformazione dei mass media e consente, nell’anno precedente al voto, una sorta di alfabetizzazione di massa e un processo di motivazione sociale che divengono dirimenti nella successiva mobilitazione per la partecipazione al voto.
Sono entrambe condizioni assenti nel referendum del 17 aprile e, che, a mio avviso, ne hanno determinato l’impossibilità strutturale di un esito positivo.
Tredici milioni di persone hanno comunque deciso di scendere in campo e di disobbedire all’indifferenza richiesta dal governo e dai poteri forti di questo paese. A mio avviso si parte da lì.

SIAMO TUTTI MATERANI, IL VOTO DEI SUDICI
di Laura Marchetti
19/04/16
Sembra invertirsi il rapporto di subalternità politica e psicologica che faceva dire a Salvemini, con ironia, che l’Italia si divide in nordici e sudici. Nel senso che l’esito del referendum mostra l’esistenza di una questione settentrionale se la civilissima Bolzano se ne frega di far proseguire le estrazioni di gas e petrolio a tempo indeterminato (17% di affluenza) o se l’altrettanto civilissima Milano, reduce ancora dai fasti cibari dell’Expo, vota così blandamente (31%), superando di poco Ravenna (28%) che evidentemente vuole conservare le sue trivelle nonostante l’acqua rossa, i pesci morti spiaggiati e l’abbassamento progressivo delle coste.
L’esito del referendum mostra altresì una ripulitura dei sudici, un disinquinamento anche mentale, e indica una possibile uscita dalla questione meridionale se Matera dice un no così netto alle trivelle (52%), come Potenza (49%) o Lecce (46%), o Brindisi (40%), o Taranto (42%), fino alla stessa Bari (42%).
In queste città della Basilicata (50,4%) e della Puglia (46,52%) è maturata infatti, in questi anni, una coscienza ecologica, frutto di vere lotte: lotte collettive, di intere comunità, contro le estrazioni della Total di Tempa Rossa, contro il deposito di scorie nucleari a Scanzano, contro il gasdotto della Trans Adriatic Pipeline che, in un groviglio di interessi, offenderà le più belle coste di Santa Foca, contro il mostro produttore di tumori dell’ILVA o il carbone altrettanto nefasto della centrale dell’ENEL.
Sono state lotte scaturite dall’impegno e dal dolore, dalla sofferenza cruda: di operai ammalati, di padri e madri di bambini non nati, di paesaggi devastati, dell’identità culturale minacciata. Esse hanno dato respiro ai flussi elettorali, facendo partecipare pezzi ampi di popolazione, incitando le prese di posizione di artisti e giovani e comitati e anche, non ultimo, dei governatori delle due regioni che hanno scelto di farsi voce dei loro territori e non della corruzione di politici e imprenditori.
Mao Valpiana scriveva oggi, sui social, “Siamo tutti materani”. Lo dico anche io (con la stessa passione con cui in anni passati ho pensato siamo tutti No TAV), ammirata da questa città che negli anni cinquanta era additata come vergogna nazionale dagli sviluppisti e che oggi, non avendo rinnegato i sassi, le grotte, lacqua, la pietra, i lavori artigianali e agricoli, le conoscenze tradizionali, è diventata un modello di città sostenibile e democratica.
Capitale della Basilicata, la regione con i più grandi giacimenti di petrolio non solo del Paese ma di tutta l’Europa occidentale, Matera è oggi veramente diventata Capitale della Cultura per il 2019 perché ci ha detto chiaramente che la corsa all’oro nero è una scelta sbagliata che, a fronte di numeri dell’occupazione irrisori, minaccia irreversibilmente le preziose risorse idriche, naturali, economiche, storiche e memoriali.
Appunto le risorse culturali, perché la cultura non è solo nei libri, nei quadri o nelle invenzioni solitarie, ma la cultura (come si legge nelle motivazioni per cui è diventata Patrimonio Unesco e bene comune dell’umanità) è nel rapporto armonico che, anche in condizioni di povertà, i popoli riescono a stabilire con la Natura, con la propria storia, con l’insieme dei viventi e della biodiversità.
Perché la cultura è innanzitutto, come dissero i costituenti che ne affidarono la protezione alla Repubblica, il Paesaggio, il primo bene comune, il fondamento della patria, in quanto contenitore dell’intelligenza, della manualità, dell’affettività, dell’immaginazione della sua gente.
Sì anche dell’immaginazione, valore da non trivellare e che era nella posta in gioco di questo referendum. Perché chi ha votato e fatto votare con convinzione, almeno qui in Puglia, lo ha fatto per dire no ai petrolieri, allo svuotamento della democrazia, alla deriva dell’informazione, ma lo ha fatto soprattutto perché si è fatto incantare dal mare (lo slogan regionale era infatti: Noi Si-amo il mare): il mare dei bagni d’infanzia, delle cozze mangiate nelle sciale popolari, degli sbarchi sempre accoglienti, e dell’orizzonte che deve essere aperto, sgombro, senza trivelle, se vuoi naufragare con la poesia o pensare l’infinito con la filosofia.
Ed è perciò dall’immaginazione che viene una lezione alla nostra politica, perché non bastano i discorsi razionali, utilitaristici, per la difesa del mare, ma ci vuole anche un immaginario del mare, una adesione sentimentale, un farsi mare. Ce lo insegnò Ivan Illich, il grande ecologista, in un libro delizioso (H2O e le acque dell’oblio), in cui ricordava che quando la municipalità di Dallas gli chiese di fare proposte avanzate sul depuratore cittadino in costruzione, lui rispose, lasciando tutti stupiti, “dobbiamo prima di tutto farci acqua”, farci Mare.

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From: Daniele Barbieri pkdick@fastmail.it
To:
Sent: Wednesday, April 20, 2016 12:06 PM
Subject: ONDE NERE: PEGGIO DELLA MERDA

Segnalo su "La bottega del Barbieri"
PETROLIO NEI POLMONI DI GENOVA
Qualcosa di Genova sapete, anche se i grandi media non “pompano” (ops: termine freudian-petrolifero) più di tanto. Un quartiere genovese inquinato dall’oleodotto della raffineria IPLOM; il fiume Polcevera cimitero di animali; il greggio che cola verso il mare per nuove, meno visibili ma terribili sciagure; le autorità pronte solo a minimizzare; qualche mediconzolo che parla di “psicosi” alla gente che fatica a respirare...
E’ “la droga del petrolio” scrive oggi sul quotidiano Il Manifesto Alessandro Gianni di Greenpeace; “dittatura del petrolierato” la chiamo io, ben più assassina e permanente della vecchia e transitoria dittatura del proletariato.
C’è un prima in questa storia.
Se andate sul sito della IPLOM (Industria Piemontese Lavorazione Oli Minerali) potete leggere del suo “impegno ambientale”. A esempio nel 1990: “A salvaguardia del greto del torrente Scrivia, IPLOM realizza il diaframma plastico. Un muro di cemento e bentonite, con all’interno un foglio in HDPE (plastica), in grado di isolare completamente il terreno della raffineria dal greto del torrente Scrivia impedendo anche sversamenti occasionali”.
E nel 1999 “IPLOM è la prima raffineria in Italia ad aver realizzato un sistema per il monitoraggio delle emissioni. Denominato PEMS (Predictive Emission Monitoryng System) collegato alla centralina meteo della raffineria e alla sala controllo degli impianti. E’ in grado di calcolare la ricaduta al suolo delle emissioni provenienti dai camini, tenendo conto della mappa orografica della zona”.
Eccetera.
Queste le balle volanti, la verità dei veleni invece bisogna cercarla, anzi scavarla ma volendo si può trovarla.
Intanto becchiamoci questa merda nell’aria e nell’acqua, dunque dentro di noi.
Anzi peggio, ché la merda è un buon concime.

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From: CUB Sanità Firenze cubsanita.firenze@libero.it
To:
Sent: Wednesday, April 20, 2016 10:13 PM
Subject: L'OBBEDIENZA NON E' UNA VIRTU': SOLIDARIETA' A GINA DE ANGELI

Ancora una volta i tribunali vengono in aiuto di chi cerca di punire i lavoratori che difendono i propri diritti e a chi li sostiene: Gina De Angeli, infermiera ospedaliera, è stata condannata a 10 giorni di arresto o al pagamento di 2.500 euro di multa per aver sostenuto la lotta delle lavoratrici delle pulizie.
Le viene contestato che durante il presidio del 10 giugno 2013 davanti all’ospedale di Carrara, promossa dai sindacati in sostegno alla vertenza, le avrebbe “istigate a recarsi in corteo in Comune per parlare con il sindaco...”.
Da anni i tagli alla sanità stanno ripercuotendosi sulle condizioni di vita e di lavoro degli operatori del settore.
Per i dipendenti pubblici il blocco del turnover e la conseguente carenza di risorse, ha creato condizioni di lavoro sempre più usuranti e intollerabili: anche l'obbligo per l'Italia di adeguamento alle normative europee si sta ripercuotendo come un boomerang sull'orario di lavoro del personale, non essendo accompagnato dalle assunzioni necessarie alla sua attuazione.
In una situazione in cui i lavoratori devono garantire l'assistenza in condizioni che ne rendono sempre più difficile l'attuazione, agli stessi viene richiesto il consenso alle politiche aziendali e regionali nell'ottica della fedeltà aziendale: non si sputa nel piatto dove si mangia!
Ma ancora di più sui lavoratori dei servizi appaltati agisce la scure dei tagli.
A ogni nuova finanziaria e spending review, a ogni nuovo bando di gara d'appalto, le spese per gli appalti vengono riviste al ribasso,con tagli di ore e di posti di lavoro e peggioramento della qualità dei servizi: i tempi che le amministrazioni pubbliche richiedono e a cui le cooperative si adeguano offrendo anche ribassi pur di vincere gli appalti, sono assolutamente insufficienti. Ad esempio nel settore delle pulizie i tempi che spesso vengono assegnati (3 minuti per la pulizia di un bagno, 7 minuti per la stanza di degenza) non possono garantire la sanificazione e l'igiene necessaria in ambiente sanitario: in ospedale si va per guarire non per ammalarsi!
Per tutto questo pensiamo che i lavoratori pubblici e i lavoratori delle ditte in appalto debbano combattere insieme per migliori condizioni di lavoro e contro lo smantellamento dei servizi, senza lasciarsi ricattare e intimidire.
La CUB Toscana sostiene e sosterrà con tutti i mezzi a propria disposizione chi lotta in difesa dei diritti di tutti i lavoratori e in difesa dei servizi.

Confederazione Unitaria di Base
via Guelfa 148R Firenze
telefono e fax: 055 49 48 58

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From: Carlo Soricelli carlo.soricelli@gmail.com
To:
Sent: Friday, April 22, 2016 7:52 PM
Subject: UNA STRAGE DIMENTICATA QUELLA DEGLI AGRICOLTORI

Dal Corriere della Sera del 22 aprile 2016
MORTI SUI TRATTORI, STRAGE DIMENTICATA
22 VITTIME NEL 2016: ANCHE UN BIMBO
Travolti dai muletti, gambe e braccia tranciate da motozappe, persino tamponamenti con automobili.
La denuncia dell’Osservatorio sul lavoro di Bologna: “Mezzi vecchi non in sicurezza, scarsa conoscenza di territorio e meteo. Serve più prevenzione”.
Schiacciato da un trattore. Un uomo di 49 anni, originario di Oristano, è morto così, in un terreno tra le colline di Piancastagnaio, nel Senese. E’ rimasto schiacciato dal mezzo che si è ribaltato per l’impatto contro il ramo di un albero. Il suo nome va ad aggiungersi all’impressionante lista di venti persone morte nel 2016 sui campi agricoli. Quasi tutti travolti dal mezzo che stavano guidando: escavatori, montacarichi, motozappe. Compare pure un bimbo, quello finito sotto le ruote del muletto guidato dal nonno a Bolzano. E anche stranieri come Hamid Jalil, schiacciato nel Lucchese dal trattore il 21 gennaio. O il senegalese Diao Saiba che ha perso la vita nello stesso modo un mese dopo circa, il 27 febbraio. Tanti italiani: Stefano Melis, dilaniato dalla motozappa a Cagliari il 3 aprile. Quasi la stessa atroce sorte toccata pochi giorni fa, il 12, a Tullio Fraticelli, agricoltore a Macerata, morto dissanguato (la gamba tranciata) dopo un vano tentativo di rianimarlo in ospedale e a Giuseppe Vetro (il 3 febbraio ad Agrigento: entrambe le gambe tranciate).
LA “SPOON RIVER” DELLA LAPIDI
Il 15 è toccato a Giuseppe D’Elia, sbalzato fuori dal posto guida di un trattore dopo essere stato tamponato da un’auto mentre stava dirigendosi verso il suo podere, nel Tarantino. Il 21 gennaio il brutto incidente che ha visto vittima a Napoli Felice Fresa, incastrato nella fresa del muletto. Tanti gli incidenti dalla stessa dinamica: il trattore si rovescia e schiaccia chi lo manovra. E’ toccato a Giuseppe Mancini (il 13 marzo a Forlì), Bruno Buelli (il 3 gennaio), Giuseppe Rossini (l’11 gennaio a Como), Rocco Damonte (il 2 febbraio a Genova), Domenico Racalbuto (il 2 febbraio ad Agrigento), Giorgio Vencato (il 5 febbraio a Vicenza), Basilio Di Domenico (il 18 febbraio a Salerno). Il 23 febbraio a Cuneo Vincenzo Boretta è precipitato in un torrente con il trattore che poi lo ha schiacciato. Ancora: Josef Cagol a Bolzano, il 25 febbraio. Altri nomi: Francesco Fasano, Angeo Andreotti, Vincenzo Di Bernardo, Pietro Ferrari...
LUIGI FAVARO, INCASTRATO CON IL VESTITO
Il 31 marzo Luigi Favaro è rimasto schiacciato perché il mezzo si è rovesciato è lui è rimasto incastrato con il vestito. Paolo Coperta, nello stesso giorno, ha avuto un malore: ha perso il controllo finendo sotto al trattore. Ci sono altre tipologie di incidenti. L’elenco raccolto da Soricelli racconta di Isio Musa, morto carbonizzato mentre bruciava sterpaglie. Poi Corrado Pigni, colpito da un albero caduto nel Reggiano il 13 gennaio. incidenti simili occorsi a Francesco Cucurullo (il 30 gennaio nel Senese) e a Daniele Luciani (il 7 febbraio a Terni). E Michele Iozzia, caduto dal tetto di una stalla a Caltanissetta quattro giorni dopo, il 17. Il 3 febbraio Antonio Spitoni è morto schiacciato a Macerata da una rotoballa. Giuseppe Tarditi è precipitato da un silos il 27 febbraio, ad Alessandria. Quello stesso giorno l’elenco comprende una donna, Teresa Nalesso, che ha sbattuto violentemente la testa contro un aratro a Brescia. Francesco Di Sando è caduto in una vasca di liquami per esalazioni, il 1° aprile a Catanzaro: morto per asfissia. E il 19 Gaetano Bianco, a Caltanissetta, è morto punto da una vespa.
ECCO IL PERCHE’ DELLA STRAGE
Le morti sul trattore sono circa il 20/25 per cento (a seconda degli anni) di quelle totali su lavoro. A fine anno assommano a un centinaio. Talvolta molti di più. Una strage. Ma perché è così pericolosa quest’attività lavorativa? Allarga le braccia Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio bolognese che raccoglie certosinamente ogni dato riguardante storie dal lavoro che sovente sfuggono ai dati INAIL e ISTAT. Tante le ragioni. “Il territorio italiano è prevalentemente collinare, le condizioni atmosferiche che incidono sulle condizioni del terreno (il terreno bagnato, ma asciutto in superficie oppure molto friabile per la siccità); in molti casi è già possibile sapere con anticipo quali potrebbero essere le giornate più pericolose per i lavoratori che lavorano all’aperto quali agricoltori ed edilizia, e questo in base alle previsioni del tempo”. Un’altra causa riguarda il mezzo il trattore stesso “che in molti casi è vecchio e senza la protezione adeguata della cabina. Rischio del territorio e obsolescenza del mezzo aumentano di molto il pericolo in caso di ribaltamento”. Poi c’è l’età di chi guida il trattore. “Di solito sono anziani con non hanno più i riflessi pronti”. Ma anche “persone più giovani e giovanissime”. “Moltissimi agricoltori e familiari, a causa della mancanza d’informazione sulla pericolosità del trattore, non sanno che è il loro è il mezzo di lavoro più pericoloso in assoluto”.
“SERVE PIU’ PREVENZIONE”
Le soluzioni? Soricelli plaude all’iniziativa INAIL dello stanziamento del fondo per la messa in sicurezza dei trattori vecchi. “Ma la cifra resta insufficiente e bisogna fare di più, soprattutto in termini di prevenzione. Da anni chiedo che i Ministeri competenti quali quello delle Politiche Agricole e del Lavoro, si attivino con una campagna informativa”. Non solo. “Lo Stato deve avere il coraggio di far sottoporre a una visita d’idoneità fisica chi ha raggiunto una certa età, anche se guida il mezzo in una proprietà privata”. Poi previsioni metereologiche mirate per chi lavora all’aperto (“noi l’avevamo già fatto per qualche anno con buoni risultati”). Infine, nuove figure, “con incentivi dallo Stato o dalle Regioni, lavoratori specializzati e con mezzi idonei che lavorano i campi. In questo modo si creerebbe molta occupazione e si salverebbero tante vite”.
di Alessandro Fulloni

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From: Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
To:
Sent: Friday, April 22, 2016 7:14 PM
Subject: VALPOLCEVERA: INTERVISTA A VALERIO GENNARO

VALPOLCEVERA ERA GIA’ INQUINATA, LIVELLO DI SALUTE COME TARANTO
di Riccardo Chiari,
Il Manifesto, 22/04/16
INTERVISTA
Il medico epidemiologo Valerio Gennaro: "C'è una indagine scientifica nel quinquennio 2001-05 che segnala eccessi di mortalità in quell'area. Ora andrebbe aggiornata, dopo l'esplosione dell'oleodotto. Come Associazione Medici per l'Ambiente ISDE eravamo lì anche sabato scorso, la valle era già prima in emergenza per gli effetti collaterali dei tanti impianti industriali".
Valerio Gennaro è medico epidemiologo, lavora da oltre trent’anni in un Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) per la ricerca sul cancro, fa parte della Commissione ambiente dell’Ordine dei Medici di Genova, e del comitato tecnico-scientifico dell’ISDE, i Medici per l’Ambiente. Come esperto nell’individuazione delle cause, evitabili, delle malattie nelle comunità, si era già interessato della Valpolcevera.
Dottor Gennaro, gli abitanti della valle stanno continuando a protestare. Dicono che sono anni che respirano aria inquinata. Stanno esagerando?
“Non esagerano. Sono abituati a convivere con una realtà difficile, anche a sopportarla. Il petrolio ha fatto traboccare un vaso già colmo. Anno dopo anno, in quella valle che per fortuna in certi punti resta splendida, c’è stata una riduzione degli spazi ambientali, sociali e sanitari. Oggi la Polcevera è vissuta nei ritagli dello spazio fra la raffineria, l’oleodotto, altri impianti produttivi, strade e parcheggi. Storicamente è la zona più industriale della città. Dà lavoro, ma toglie ambiente e salute”.
Al di là di quest’ultima emergenza, davvero la situazione è così grave?
“I dati scientifici, certificati dalla Regione Liguria e relativi al quinquennio 2001-05, hanno segnalato nella valle eccessi di mortalità da patologie rispetto alle altre zone della città. Non solo tumori, anche altre malattie. La valle era già una situazione critica prima del disastro di domenica. Proprio sabato scorso come ISDE eravamo lì in Polcevera, per un incontro tecnico-scientifico e anche enogastronomico, organizzato da una popolazione che ha un buon DNA: resiste, e rilancia. Quanto alla gravità della situazione, possiamo dire che il livello di salute è paragonabile a quello di Taranto”.
Addirittura?
“Quando c’è una concentrazione di impianti industriali, e fra questi una raffineria, un deposito petroli e un oleodotto, c’è una impronta subliminale continua, quotidiana, di avvelenamento dell’aria. Lo studio epidemiologico di cui le parlavo non è aggiornato si ferma al 2005. Ecco, sarebbe opportuno andare avanti, e scoprire quali sono le origini delle patologie in eccesso in Valpolcevera. Per capire se è causa dell’amianto, o degli idrocarburi, o anche della povertà”.
Vista sotto questa luce, non le sembra che anche i media più popolari, come le televisioni nazionali, abbiano sottovalutato la portata di quello che è successo in Valpolcevera?
“Fortunatamente è mancato il morto, così tutto è finito nelle retrovie dell’informazione generalista. Comunque se ne continua a parlare. Tutto sommato anche questa è stata una fortuna per la Valpolcevera. Quella zona così sofferente ha avuto finalmente un riconoscimento nazionale. Caso mai, visto che ci sono tante altre enclave pericolose in giro per l’Italia, consiglio di ascoltare le popolazioni, con le loro sofferenze e le loro proteste. Capiremmo tutti meglio”.
A proposito di sottovalutazioni, ho sotto gli occhi un comunicato della ASL locale nel quale si dice che, allo stato attuale, non si può parlare di un rischio reale per la popolazione a causa dell’esplosione dell’oleodotto, perché i dosaggi delle sostanze volatili del greggio sono bassi.
“Attenzione, non dobbiamo sottovalutare l’interazione dei fattori di rischio che incidono sulla valle e che possono provocare dei problemi al soggetto X che è più debole, mentre non vengono avvertiti dal soggetto Y che è più forte. Poi bisogna vedere cosa hanno misurato, e cosa non hanno misurato”.
Quanto tempo ci vorrà per bonificare tutto e tornare alla situazione pre-esplosione dell’oleodotto IPLOM?
“Ci vorrà molto tempo. Sarebbe necessario attivare un pool di esperti, dal geologo al sociologo, per ragionare su una situazione che, comunque, era compromessa già prima di domenica. Almeno per me, l’indicatore che conta è quello della salute. E il complesso delle patologie, sia nei maschi che nelle femmine, in tutte le età, mi fa pensare che la Valpolcevera era in emergenza a prescindere dallo sversamento di petrolio. Sarebbe molto importante aggiornare lo studio epidemiologico sulla popolazione della valle”.

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From: Gino Carpentiero ginocarpentiero@teletu.it
To:
Sent: Friday, April 22, 2016 7:14 PM
Subject: BRESCIA, LA MEGA-PATTUMIERA DEL NORD ITALIA

di Ernesto Milanesi
Il Manifesto, 22/04/16
INTERVISTA
Erano di sicuro ben più di 10.000 domenica scorsa nel variopinto corteo dal parco Gallo fino a piazza Paolo VI a Brescia. “E’ stata una giornata straordinaria. In termini di partecipazione popolare, un corteo davvero sorprendente: paragonabile alle grandi manifestazioni sindacali del secolo scorso. E, forse, perché rappresenta non solo una svolta per Brescia, ma anche una sorta di segnale a tutta l’Italia” commenta Marino Ruzzenenti, classe 1948, protagonista negli anni ’70 del Movimento di cooperazione educativa con il maestro Mario Lodi e poi nella CGIL Scuola e nella Camera del Lavoro, ora curatore del sito www.indutriaeambiente.it per la Fondazione Luigi Micheletti e autore di “Rifiuti. Il business dei rifiuti a Brescia” (Led-Liberedizioni).
Com’è nata “Basta veleni, per il diritto alla salute e al futuro”?
“Dal Tavolo che si è costituito a giugno, dal basso. In cui si discute e si decide sempre tutti insieme: dalle mamme di Travagliato e Castenedolo a Legambiente, da Medicina Democratica agli amici di Grillo della Valtrompia, da Custodi del creato fino ai No TAV. Si è lavorato per mesi in profondità fra la gente all’insegna dell’informazione con iniziative tutte autofinanziate. E due sole discriminanti politiche: l’antifascismo e l’antirazzismo”.
Brescia così fa da “apripista” a un nuovo movimento? L’ambientalismo del Duemila come antidoto alla crisi non solo economica?
“Il segnale del 10 aprile è inequivocabile. Prima, c’erano centinaia di persone alle iniziative. E io che alla mia età ne ho visti tanti di cortei mi sento di dire che finalmente si è costruito un movimento di massa per il cambiamento. E’ stata una manifestazione di gente comune che insieme ha pensato bene di mettere al centro della propria vita l’idea di rimediare ai guasti prodotti dal ‘900 e di ricostruire un’economia pacificata con l’ambiente. Una grande rivoluzione di prospettiva a Brescia, per altro città innovativa nella sua storia di unità sindacale nella FLM o del movimento cattolico aperto. Ma pesava sempre negativamente l’eredità di un industrialismo che scaricava nel territorio l’impatto della metallurgia, della chimica, dei rifiuti speciali. Ora la gente ha scelto: se prima pensava ai soldi, adesso si è presa a cuore l’ambiente e la tutela della salute”.
In piazza c’erano anche molti sindaci. Un altro sintomo di questa “rinascita” o la solita convenienza di facciata?
“Premesso che il maldestro tentativo della Lega Nord di incursione nel movimento è stato subito rigettato nettamente, nei confronti dei sindaci occorre distinguere come del resto comitati, associazioni e cittadini già sanno ben fare. Giacomo Morandi, il sindaco di San Gervasio, è stato eletto grazie alla lotta contro la discarica di rifiuti speciali: era vice presidente del comitato popolare Respiro Libero votato dalla gente proprio per questo. Al corteo c’era anche il sindaco di Montichiari, che si batte contro le discariche ma è favorevole all’alta velocità ferroviaria come alternativa all’inutile aeroporto. Con Emilio Del Bono, invece, resta aperta la vertenza sul più grande inceneritore d’Europa gestito da A2A. I Comuni di Milano e Brescia detengono sempre la maggioranza della società, tuttavia in base ad un patto scellerato la terza linea dell’impianto brucia rifiuti da fuori provincia in cambio di 10,5 euro a tonnellata nelle casse del municipio”.
Siete la “mega-pattumiera” del Nord, perfino peggio della terra dei fuochi?
“Basta semplicemente fare i conti con i dati ufficiali. I rifiuti speciali dispersi o sversati nel Bresciano a fine 2015 ammontano a oltre 58 milioni di metri cubi, cioè cinque volte tanto quelli stimati nella terra dei fuochi. Se replichiamo la licenza poetica di Roberto Saviano, qui dobbiamo scalare una montagna alta 85.710 metri rispetto ai presunti 14.600 metri di quella della Campania”.
E resta irrisolta la bonifica della ex Caffaro, dove dagli anni ’30 si producevano policlorobifenili del brevetto Monsanto?
“In Italia i PCB non erano considerati fino al 1976. Addirittura la legge Merli non li contemplava nelle proprie tabelle nemmeno dopo il 1980, quando si scoprì che dalla Caffaro ne uscivano 10 kg al giorno. Si tratta di un’area inquinata solo dalla diossina peggio che a Seveso, di un sito da bonificare con 1,5 miliardi secondo le stime del ministero dell’ambiente e di un fattore di rischio certificato dal registro dei tumori. Ma l’ASL è testarda: insiste nel suo negazionismo, continuando a ignorare la contaminazione da diossine oltre a quella del PCB. E se il 19 gennaio scorso il Comune di Brescia si è costituito parte civile dopo anni di pressioni da parte di un gruppo di avvocati e attivisti, le inchieste della magistratura sono finite con la prescrizione. Una follia giuridica, come per l’Eternit di Casale Monferrato. Abbiamo un problema insormontabile, perché gli effetti dei disastri affiorano a decenni di distanza”.

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From: AIEA Vicenza aieavicenza@gmail.com
To:
Sent: Saturday, April 23, 2016 4:01 PM
Subject: LA SALUTE: ELEMENTO CENTRALE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE DEI SISTEMI PRODUTTIVI DEL TERRITORIO

L’ENEA e l’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia), con il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, organizzano il prossimo 5 Maggio il Convegno “La salute: elemento centrale per lo sviluppo sostenibile dei sistemi produttivi e del territorio”.
L’iniziativa si inserisce nell’ambito del Protocollo d’Intesa tra ENEA e ISDE finalizzato a condurre ricerche sul rapporto tra ambiente e salute e a diffonderne i risultati, promuovendo iniziative di formazione e aggiornamento degli specialisti del settore, e fornendo supporto alla Pubblica Amministrazione per l’identificazione e la gestione dei fattori di rischio ambientale.
Nel corso della giornata, alla quale parteciperanno   ricercatori ENEA, il Presidente e soci di ISDE Italia, ricercatori di altre Istituzioni (ISS, ISPRA) e rappresentanti della pubblica amministrazione, si approfondiranno tematiche relative ad  alcuni inquinanti ambientali (sostanze perfluoroalchiliche, PFAS, e  particolato sospeso, PM), valutandone le concentrazioni sul territorio e i loro effetti a livello prenatale, infantile e di popolazione, mediante indagini genetiche, epigenetiche ed epidemiologiche.
Seguirà una tavola rotonda, in cui verranno trattati gli aspetti relativi alle metodologie di valutazione, alla percezione e alla gestione del rischio.
Il programma del Convegno è scaricabile al link:
La registrazione online può essere fatta al link:
Ulteriori informazioni su questo evento.
Quando: 05/05/16 dalle 08:30 alle 13:30
Dove: Roma, via Giulio Romano, 41
Persona di riferimento: Raffaella Uccelli raffaella.uccelli@enea.it

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From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, April 24, 2016 6:45 PM
Subject: I BRACCIANTI INDIANI DELL'AGRO-PONTINO SCENDONO IN PIAZZA!
Qualcosa di storico è accaduto nelle campagne romane e dell'agro-pontino: migliaia di braccianti stranieri sono scesi in piazza per manifestare per i loro diritti! Anche i giornali ne hanno dovuto parlare, anche se ben davvero poco, considerata la portata della notizia.
Lunedì 18 Aprile, infatti, migliaia di lavoratori agricoli, quasi tutti provenienti dal Punjab, India, sono scesi in Piazza della Libertà, a Latina, sotto il palazzo della Prefettura, per chiedere il rispetto della propria dignità, costantemente calpestata da padroni e padroncini, che per arraffare quanto più possibile non si fanno scrupolo alcuno a ricorrere ai mezzi più biechi, dal caporalato al sistema dell'indebitamento, dal lavoro grigio a forme di lavoro quasi-schiavistico.
Quello che succede nelle campagne italiane lo abbiamo documentato più volte, e ormai lo sappiamo tutti quali sono le effettive condizioni di lavoro: paghe da fame, intorno ai 3,50 euro all'ora, per giornate lavorative interminabili di 12 – 14 ore, dentro le serre-fornaci o sotto il sole cocente, senza pausa alcuna, e sotto le minacce di padroni e capetti.
Ma il fenomeno eccezionale, più che la giornata di ieri, sono le scintille che hanno iniziato a infiammare i singoli posti di lavoro. La giornata di ieri infatti non è altro che il risultato di un fermento che già da qualche tempo anima questa zona rurale a sud di Roma. I lavoratori indiani hanno iniziato loro stessi a organizzarsi per resistere nelle singole aziende, facendo piccoli presidi davanti ai campi, o occupando le serre, per chiedere le paghe arretrate, il versamento dei contributi, il riconoscimento delle giornate lavorate.
E su questo ribollire è planato il sindacato, che con tanto ritardo prova finalmente a dare forma organizzata a una conflittualità che si è inevitabilmente sprigionata a partire da condizioni di lavoro inaccettabili e ormai ben note. Ovviamente rivolgendosi ai lavoratori come vittime passive e non soggetti che hanno deciso da sé di mobilitarsi e hanno dimostrato di esserne in grado.
E noi ovviamente ci auguriamo che non sia facile placarli con false promesse...e che quindi i lavoratori agricoli, indiani, africani, rumeni, italiani, continuino la lotta per migliorare le condizioni di lavoro di tutto il paese!

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From: Medicina Democratica segreteria@medicinademocratica.org
To:
Sent: Monday, April 25, 2016 9:46 AM
Subject: NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA

AIUTA MEDICINA DEMOCRATICA ONLUS CON IL TUO 5 PER MILLE

Per devolvere il tuo 5 per mille a favore di Medicina Democratica onlus è sufficiente firmare nel riquadro "sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative”

RIVISTA NUMERI 222-224

Medicina Democratica ONLUS mette a disposizione i numeri 222-224 della rivista.


MANFREDONIA

Si può raccontare un disastro ambientale e umano come quello connesso al Petrolchimico di Manfredonia anche con un romanzo.

INCONTRI SULLA SANITA’ A BRESCIA

Segnaliamo due importanti e interessanti incontri organizzati da Medicina Democratica a Brescia per il 5 e il 13 maggio sulla sanità con gli interventi di Antonio Muscolino e Giorgio Cosmacini.

NO ALLE GRANDI NAVI IN LAGUNA

Medicina Democratica sostiene e partecipa alla lotta contro la distruzione della Laguna di Venezia ad opera del passaggio delle grandi navi fino a sfiorare San Marco.


DA NAPOLI UNA PIATTAFORMA PER LA SANITA PUBBLICA

Dalla sezione di Medicina Democratica di Napoli mettiamo a disposizione l'atto di Nascita e la piattaforma della Rete per il diritto alla Salute locale.


RIVISTA NUMERI 219-221

Medicina Democratica ONLUS mette a disposizione i numeri 219-221 della rivista.


RIVISTA NUMERI 216-218

Medicina Democratica ONLUS mette a disposizione i numeri 216-218 della rivista.


LA NOCIVITA DELLA SIDERURGIA A SALERNO

Sabato 9 Aprile 2016 a Salerno il Comitato Salute e Vita di Fratte-Salerno e Medicina Democratica hanno tenuto una conferenza stampa sull'inquinamento di Salerno e della Valle dell'Irno.


PIROGASSIFICATORE A LIVORNO, INNOVAZIONE O FREGATURA?

La società Pyrenergy vuole rifilare a Livorno (all'interno della ex Dow Chemical) un impianto di pirogassificazione di rifiuti fermo dal 1993 e proveniente da una azienda fallita, che ha lasciato un sito inquinato da bonificare (con i soldi pubblici).


Medicina Democratica Onlus

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From: Ancora In Marcia! redazioneweb@inmarcia.it
To:
Sent: Monday, April 25, 2016 6:29 PM
Subject: CAPITRENO E MACCHINISTI UMILIATI DA MAZZONCINI, AMMINISTRATORE FS

MAZZONCINI: CAPITRENO E MACCHINISTI UMILIATI, GLI ALTRI FERROVIERI CANCELLATI

L'AMMINISTRATORE DELEGATO DELLE FS ITALIANE, MAZZONCINI, ATTACCA FRONTALMENTE, OFFENDENDO E UMILIANDO, TUTTI I CAPITRENO E I MACCHINISTI
Roma, 24 aprile 2016
Con dichiarazioni farneticanti e prive di qualsiasi fondamento, Renato Mazzoncini, amministratore delegato del gruppo FS Spa, calpesta in un solo colpo il lavoro e la dignità di tutti i ferrovieri di Trenitalia e cancella tutti i lavoratori delle altre società del gruppo, tentando di contrapporli a quelli di RFI.
PRIMA DI TUTTO  ASCOLTARE
Invitiamo prima di tutto i colleghi ad ascoltare dalla sua viva voce quanto è stato capace di dire contro tutti noi e la nostra azienda (dirigenti compresi). Solo dopo aver ascoltato dalla sua voce le inverosimili dichiarazioni che ha rilasciato si può comprendere la gravità dell'accaduto.
"Trenitalia...non me ne vogliano i colleghi...è una società che ha i macchinisti e poi gli addetti alla Customer Care: il capotreno... Cos'é che fa alla fine, voglio dire... Secondo voi un macchinista che viaggia a 300 km/h, cosa fa sul treno? Non voglio minimizzarlo, ma è chiaro che non guida... E’ RFI che lo sta guidando...".
Vedi il video completo al link:
INDIGNAZIONE GENERALIZZATA
Siamo indignati, come lavoratori e ferrovieri, dalle dichiarazioni, irresponsabili e offensive di questo "damerino" della politica, rilasciate non al bar o durante un litigio in famiglia, ma ufficialmente, durante una audizione alla Commissione Trasporti, alla Camera dei Deputati, il 22 marzo 2016, di fronte alla più qualificata rappresentanza parlamentare sulla materia.
MIGLIAIA DI PERSONE CANCELLATE
I capitreno che lavorano “al fronte” secondo lui, che fanno? I macchinisti mica guidano i treni! Inoltre per lui tutti gli altri lavoratori non esistono: manutenzioni, biglietti, assistenza, amministrazione, ecc. sono attività non degne di essere neanche menzionate. Migliaia di persone e la loro professionalità cancellate in un attimo. Se volessimo entrare nel dettaglio probabilmente dovremmo invece studiare molto per capire cosa fanno le decine di manager come lui che non servono a far camminare i treni, né tantomeno e tenere in efficienza l'infrastruttura ferroviaria.
COME POTREMO DIFENDERE IL NOSTRO LAVORO 
Se anche il più alto dirigente aziendale, colui che dovrebbe rappresentarci verso l'esterno, sminuisce in modo così netto il nostro lavoro, come potremo difendere le nostre ragioni nella delicata fase del rinnovo contrattuale e in materia di pensioni, oppure sui gravissimi problemi delle aggressioni ai capotreno o sulla nocività del lavoro per i macchinisti, di fronte all'opinione pubblica e alle istituzioni?
DIVULGAZIONE RITARDATA
Sebbene queste sue posizioni siano state espresse nelle settimane scorse, durante una lunghissima audizione parlamentare e nonostante fossero già di natura pubblica non erano state divulgate forse perché gli addetti stampa erano consapevoli della loro gravità e delle possibili implicazioni interne all'azienda. Solo oggi, grazie ad alcuni dirigenti della protezione aziendale interni al “palazzo” sono state segnalate nel dettaglio e divulgate.
ARROGANZA ED IGNORANZA
Un comportamento arrogante e presuntuoso, ereditato dai suoi predecessori, in sintonia con i toni sempre sprezzanti di chi l'ha messo in quella posizione. Come può un dirigente con queste idee sui suoi dipendenti gestire una grande azienda, strategica per il paese, indispensabile per milioni di cittadini che occupa migliaia di lavoratori?
LO SCHIAFFO PIU' FORTE AI MACCHINISTI ALTA VELOCITA’
Una coltellata alle spalle per tutti i ferrovieri, ma lo schiaffo e l'umiliazione più forte è stata per i macchinisti dell’Alta Velocità (poche centinaia rispetto alle molte migliaia che guidano gli altri treni), il cui lavoro viene irresponsabilmente sminuito, nonostante la loro particolare dedizione al lavoro e all'azienda. Vengono, infatti presi a riferimento per descrivere l'attività di guida a 300 km all'ora come banale, inconsistente e di nessun pregio (i treni li guida RFI...). Ma anche i macchinisti che guidano sulla restante parte della rete (15.000 km tradizionale a fronte di 1.000 km di Alta Velocità) e dei capitreno che ogni giorno sono fianco a fianco dei milioni di pendolari sono stati umiliati e denigrati.
NESSUNA CONTRAPPOSIZIONE TRA FERROVIERI
Tenta inoltre di mettere in contrapposizione i lavoratori tra loro dimostrando così anche l'assenza di qualsiasi capacità di gestione. Infatti, con la sua  dichiarazione (ovvia e banale, al limite della demenzialità) sull'importanza dell'infrastruttura per il sistema ferroviario (anche i bambini sanno che senza binari e controllo del traffico i treni non camminerebbero), invece che valorizzare le sinergie indispensabili al servizio ferroviario ha calpestato di fronte al Parlamento il faticoso lavoro quotidiano di tutti noi. Queste affermazioni nei confronti di un'intera categoria ci hanno danneggiato irreparabilmente e meritano di essere stigmatizzate in tutti i modi possibili, finanche di fronte al Giudice.
LA PRIVATIZZAZIONE
Lo scopo apparente della lunga audizione, che invitiamo ad ascoltare per intero, era forse quello, in estrema sintesi, di convincere i parlamentari a privatizzare tutte le imprese del gruppo, meno che RFI. Fosse stato anche questo lo scopo del suo argomentare, ciò non toglie che il suo discorso solenne pronunciato in una sede così prestigiosa abbia svelato quale sia la sua reale considerazione delle persone che gli consentono di guadagnare il suo lauto stipendio, che deriva in gran parte proprio dagli incassi di quei treni che lui crede “telecomandati”.
INDIFENDIBILE
Anche ammesso che volesse dire altro e volendo interpretare le sue frasi infelici come un infortunio lessicale (come si sono affrettati a giustificarlo alcuni giannizzeri sindacali), l'incapacità espositiva e la scarsa proprietà di linguaggio dimostrata nello sviluppare il suo discorso, non ne riducono la gravità, trattandosi di un soggetto con una enorme responsabilità professionale al quale sono affidate le sorti delle ferrovie italiane. Aveva quindi il preciso dovere di non improvvisare e, se non conosce il lavoro che si fa nell’azienda da lui diretta (cosa già di per sé inaccettabile), avrebbe almeno dovuto documentarsi: il suo comportamento è indifendibile.
IL TRASPORTO FERROVIARIO E' UN PATRIMONIO COLLETTIVO E UN BENE COMUNE
I ferrovieri restano contrari (tutti) alla privatizzazione di un patrimonio inestimabile valore e di proprietà collettiva, realizzato col sacrificio e le risorse di intere generazioni di cittadini italiani. Esso serve a garantire la libertà di circolazione di persone e cose, valore di rilevanza costituzionale e funge da fattore strategico di crescita economica e culturale per riequilibrare il trasporto modale delle merci  e le differenze sociali economiche tra le varie aree del paese. Concedere le scelte strategiche sul servizio, e lasciare che siano i futuri ingenti profitti dei privati a orientare le scelte strategiche su investimenti, tariffe, servizi offerti ed aree servite, vorrebbe dire per lo Stato abdicare ad una delle sue funzioni fondamentali.
CI CHIEDA SCUSA E TORNI DA DOVE E' VENUTO
Sminuire il nostro lavoro, migliaia di persone (che notte e giorno, con fatica e sacrificio, fanno “viaggiare” i treni) e umiliare le nostre capacità umane e professionali, non è certamente il modo per far lavorare al meglio la macchina ferroviaria, nell'interesse dei viaggiatori-utenti, dell'intero Paese. Mazzoncini ci deve chiedere scusa e poi tornarsene da dove è venuto. Che è meglio per tutti.
I BAMBINI POSSONO GIOCARE CON I TRENINI, GLI AMMINISTRATORI NO
I treni e le ferrovie sono una cosa seria: con i trenini e i binari ci si deve giocare da bambini, da grandi bisogna parlarne con cognizione di causa, e avere sempre rispetto del lavoro altrui, soprattutto quando si dirige un'azienda.

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