Il sistema carcerario iraniano sta intensificando le esecuzioni con la scusa dell’emergenza bellica. Nell’attuale situazione difficile e pericolosa la resistenza della società civile continua sotto la guida delle organizzazioni dei lavoratori che firmano l’appello qui sotto.
A cura di M.B.
Sono
in corso lotte in varie zone dell’Iran che, sia pure piccole e
spesso isolate, danno coraggio alla resistenza nel paese contro il
regime e l’aggressione straniera.
Negli ultimi giorni.
6
luglio:
sciopero dei minatori di rame di Sarcheshmeh (miniera nel
sud-est del paese, a 2600m di altitudine) per tre mesi di salario non
pagato
8 luglio:
-agitazione di lavoratori licenziati dalla
raffineria di Bid Boland (nor del Golfo Persico); hanno presentato
denunce al governo, all’ufficio del lavoro e al tribunale perché
la direzione della raffineria non ha rispettato il contratto che
prevedeva la loro assunzione definitiva. Il procuratore del tribunale
a sua volta li ha minacciati di denuncia. La raffineria è stata
bombardata dagli americani il 23 luglio;
– gli operai di
produzione e sicurezza del campo petrolifero di Masjid-e-Suleiman
(Iran Occidentale) sono in agitazione per mancato pagamento del
salario di un mese. Stanno organizzando una manifestazione davanti
alla prefettura assieme alle loro famiglie e con il sostegno
organizzativo del consiglio per l’organizzazione delle proteste dei
lavoratori del petrolio.
12 luglio:
è stata ottenuta la
scarcerazione di Yasr Ahmadi Nejad, ex operaio petrolifero che ha
organizzato e guidato lotte sindacali, incarcerato varie volte,
l’ultima con una condanna a 42 mesi per partecipazione alle
mobilitazioni di “Donna, vita, libertà” del 2023. Da prima del
2023 si era laureato in legge ed aveva iniziato l’attività di
avvocato nei processi contro i lavoratori.
13 luglio:
– circa
700 lavoratori assunti con il sistema delle cooperative (come in
Italia ad esempio nella logistica) nella miniera di carbone di Tazreh
(est di Tehran a 2200m di altitudine ) sono scesi in sciopero per
ottenere le retribuzioni arretrate e il versamento dei contributi non
pagati da precedenti cooperative e miglioramento della sicurezza e
delle condizioni di lavoro (6 morti per un crollo nel 2023);
–
sciopero dei lavoratori della fabbrica di materiale rotabile
ferroviario di Karaj (nord di Tehran, verso il Caspio) per salari non
pagati e contributi non versati.
16 luglio:
proteste nei
mercati di Tehran per i prezzi delle derrate.
20
luglio:
manifestazione della domenica di pensionati ad Ahvaz e
altre città per il costo della vita e l’assistenza sanitaria
Pubblichiamo qui di seguito un appello degli operai del settore petrolifero iraniano
IRAN – APPELLO DEGLI OPERAI DELL’INDUSTRIA PETROLIFERA
Contro la pena di morte e la repressione, contro la distruzione del tenore di vita, smettiamo di lavorare!
Oggi, andando al lavoro, sappiamo che i profitti derivanti dalla produzione di petrolio, frutto del duro lavoro di noi operai, vengono utilizzati per finanziare l’espansione delle prigioni, l’acquisto di strumenti per reprimere anche la minima forma di protesta nelle strade e per rafforzare la macchina di morte, pena di morte e guerra.
Dietro i varchi di sicurezza, poco più in là delle aree operative, la povertà, l’inflazione, la distruzione del tenore di vita e la repressione brutale spingono le nostre vite, quelle delle nostre famiglie e di milioni di persone sull’orlo del baratro. Non si vede alcuna traccia di volontà o iniziativa da parte del governo per gestire la società o migliorare le condizioni di vita.
Il governo si limita a soffocare qualsiasi forma di protesta che si alzi dalla gola di operai, insegnanti, pensionati e del popolo affamato e stanco di mancanza di elettricità, acqua, diritti e insoddisfazione. Ricorre alla pena di morte, organizzando raduni e atti di violenza notturna, illudendosi di prevenire le proteste di piazza.
Cari colleghi e concittadini!
Attualmente, 1500 detenuti nella prigione di Gharchalar sono in sciopero della fame dal 22 luglio per fermare il massacro e l’esecuzione dei loro compagni. Questi coraggiosi hanno issato la bandiera della resistenza contro la repressione e alcune delle loro condizioni sono critiche. In queste circostanze, noi operai petroliferi dobbiamo stare al fianco di questi cari, delle loro famiglie, delle famiglie dei condannati a morte e delle famiglie che cercano giustizia.
Con pretesti diversi, tra cui i casi di droga, il governo impicca i giovani di questa terra per intimidire la società.
Sappiamo che nella zona economica di Pars del Sud, a Asaluyeh e in altre zone economiche, la diffusione e l’abbondanza di droghe su vasta scala sono possibili solo attraverso una struttura coordinata e mafiosa, che senza dubbio è organizzata dai vertici del governo, dalla Base Khatam e dagli alti funzionari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Sono gli stessi che sono coinvolti nella creazione di falsi casi che portano alla condanna a morte dei nostri giovani e le cui mani sono macchiate del sangue di molti.
Questa mafia, dopo il massacro spietato dei giovani durante il movimento di Mahsa e le proteste di dicembre, e anche prima, ha bisogno di continuare la guerra, il massacro e le esecuzioni più che mai per prevenire la furia dei lavoratori e del popolo oppresso.
Attualmente, la corda dell’impiccagione è intorno al collo di persone care che non hanno fatto altro che chiedere il diritto alla vita. Purtroppo, 12 persone coinvolte nel caso di Ali Jani a Isfahan sono tra queste, e finora due di loro sono state impiccate.
Innumerevoli persone si recano ai patiboli in un momento in cui la povertà, la guerra e il saccheggio hanno reso le nostre vite ancora più difficili. In un contesto del genere, in una situazione di continue esecuzioni, che sono chiaramente omicidi di stato, noi operai petroliferi e operai di tutti i settori economici non ci schiereremo con coloro che continuano a far girare la produzione a beneficio degli artefici di questi crimini e dei responsabili di queste terribili condizioni.
Dobbiamo agire, dobbiamo fermare la macchina di sangue, violenza e pena di morte.
Dobbiamo interrompere il ciclo di morte attraverso scioperi operai, che sono lo strumento di pressione più importante.
Per fermare immediatamente le esecuzioni e abolire definitivamente questa terribile punizione, smettiamo di lavorare!
Uniamoci per salvare le vite dei detenuti a rischio di esecuzione a Gharchalar e in tutto il paese. Alziamoci per difendere il nostro tenore di vita, la nostra dignità e la nostra umanità!
Colleghi!
Il tenore di vita, la dignità umana e il diritto alla vita sono inestricabilmente legati al diritto alla vita di tutti gli esseri umani liberi.
Oggi è il giorno della nostra solidarietà con una società stanca di massacri e repressione, guerra, privazioni e ingiustizia.
Come abbiamo fatto in precedenza con una dichiarazione congiunta di 9 organizzazioni operaie e sociali, gridiamo ancora una volta contro l’ingiustizia e saremo una voce per lo sciopero!
Insieme ai detenuti di Gharchalar e alle loro famiglie, gridiamo:
No alla pena di morte, sì alla vita!
L’esecuzione e la prigione non sono il destino dei nostri giovani.
Il tenore di vita, la dignità, sono i nostri diritti!
Noi operai petroliferi, sostenitori dei caduti delle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà” e delle proteste di dicembre 2022 e precedenti, invitiamo tutti gli operai dei diversi settori economici a scioperare e a chiudere i centri di saccheggio del governo contro il sanguinamento, le esecuzioni e la guerra fomentata da una minoranza parassitaria.
-Consiglio per l’organizzazione delle proteste degli operai appaltatori del petrolio
-Consiglio per l’organizzazione delle proteste degli operai informali del petrolio (terzi).
5 agosto 2023 ((26/7/2026)
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