venerdì 25 gennaio 2019

24 gennaio - Morti all’Alfa di Arese, sull’amianto la verità è lontana. Rischio ennesima assoluzione per i padroni ASSASSINI

Il giudice va in pensione e il processo rischia di ripartire daccapo
di ANNA GIORGI
Milano, 24 gennaio 2019 - È una storia che si ripete, quando si tratta di amianto, che finisca in assoluzione per tutti gli imputati. Un tema controverso, quello delle morti per amianto e soprattutto delle responsabilità di chi aveva il compito di gestire la sicurezza. Questa volta, l’inghippo è processuale, così rischia di ripartire da capo il processo d’appello, che era già alle battute finali, a carico di cinque ex vertici ed ex manager di Fiat, Alfa Romeo e Lancia accusati di omicidio colposo, e assolti in primo grado, per una quindicina di casi di operai morti per forme tumorali dopo essere stati esposti, secondo l’accusa, all’amianto negli stabilimenti Alfa di Arese. Ieri erano attese le arringhe dei difensori, ma il presidente del collegio della quinta sezione penale della Corte d’Appello, Pietro Carfagna, ha comunicato che andrà in pensione e quindi non potrà concludere il processo, già arrivato alle battute finali, e ha aggiornato l’udienza all’8 marzo per la composizione di un nuovo collegio di giudici che si occuperà del procedimento. Insomma è possibile che sia tutto da rifare.
Senza un eventuale accordo tra le parti per mantenere validi gli atti del processo che si è svolto finora (e i difensori dei manager non ne hanno l’interesse), il procedimento potrebbe ricominciare da zero. Il sostituto pg Nicola Balice nelle scorse udienze ha chiesto una condanna a 8 anni di carcere per l’ex presidente di Lancia Industriale spa, Pietro Fusaro, 6 anni per l’ex aministratore delegato Fiat Auto, Paolo Cantarella, 5 anni per l’ex presidente Fiat, Giorgio Garuzzo, e 5 e 8 anni per due ex ad di Alfa Romeo. Per il tribunale, che aveva assolto gli imputati in primo grado, non era stato «possibile accertare» se l’amianto presente nello stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese, tra la metà degli anni ‘70 e metà anni ‘90, «abbia o meno causato, o concorso a causare, i decessi per tumore polmonare o mesotelioma pleurico dei 15 lavoratori che» in quella fabbrica «hanno prestato per molti anni la loro attività, né a chi siano attribuibili tali decessi». Un verdetto, quello dei giudici di primo grado, tra l’altro in linea con gli altri recenti del Tribunale milanese che hanno assolto manager di grandi imprese per casi di lavoratori che sono morti o si sono ammalati dopo essere stati esposti all’amianto. Come il caso degli ex manager Breda, accusati della morte di 10 operai dello stabilimento di viale Sarca, tutti assolti. Milano è considerata «la capitale dell’amianto con record di casi di mesotelioma». Secondo il presidente dell’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona), Ezio Bonanni, nel capoluogo lombardo «c’è stata una particolare trascuratezza nelle misure di sicurezza che, seppur in sé poco efficaci, avrebbero diminuito le esposizioni e dunque l’impatto della fibra killer sulla salute dei lavoratori e dei cittadini». La magistratura, come ha chiarito il pm Maurizio Ascione, titolare di molte inchieste su grandi aziende per la morte di operai finite con assoluzioni, «sta seguendo un complesso e profondo percorso sulla tematica, atteso il principio della obbligatoria azione penale che poi, però, deve confrontarsi con la verifica della responsabilità penale che è personale».
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