la testimonianza del dramma che si vivono gli operai Stellantis, ma non solo, di fronte alla chiusura delle fabbriche
da Operai Contro
Il dramma nascosto dietro le uscite incentivate.
Dietro
la formula burocratica e apparentemente neutra delle “uscite
incentivate” si consuma una realtà complessa e dolorosa
all’interno degli stabilimenti italiani di Stellantis. Quelli che
vengono presentati pubblicamente come percorsi di transizione morbida
e consensuale, concordati tra l’azienda e le parti sociali, si
rivelano nei fatti il risultato di un progressivo e insostenibile
sfinimento psicofisico ed economico dei singoli lavoratori.
Operai
e impiegati si trovano da anni intrappolati in un meccanismo
logorante. La quotidianità è segnata da una cassa integrazione a
singhiozzo che taglia drasticamente i salari, unita a una gestione
dei turni estremamente precaria. Spesso i turni vengono comunicati e
poi improvvisamente revocati con la scusa della “mancanza di
materiale”, molte volte anche all’ultimo minuto. In alcuni
stabilimenti si assiste addirittura al ricorso improvviso alla “messa
in libertà” — un termine arcaico, di vecchia usanza quasi da
caserma, che fotografa perfettamente il clima di incertezza e la
rigidità della gestione aziendale.
A questo scenario si
sovrappongono carichi di lavoro insostenibili nei pochi giorni in cui
le linee produttive tornano effettivamente in funzione. Così
facendo, l’attività si concentra in rari picchi stressanti, mentre
parallelamente ci sono lavoratori che da mesi, se non da anni, non
entrano in fabbrica per fare un solo giorno di lavoro. Con uno
stipendio che alla fine del mese diventa inevitabilmente “leggero”,
l’accettazione dell’incentivo economico non è una libera scelta,
ma l’unica via di fuga rimasta per pagare il mutuo, evitare il
pignoramento della casa e sottrarsi a una situazione psicologicamente
insostenibile. Il rischio concreto, tuttavia, è quello di ritrovarsi
poco dopo disoccupati e senza alcuna prospettiva per il
futuro.
Mentre il dibattito pubblico, la politica e i sindacati si
concentrano su discussioni astratte riguardanti i “nuovi modelli da
produrre”, nessuno pensa concretamente alla tutela di chi quei
modelli dovrebbe materialmente costruirli. Il timore diffuso tra le
maestranze è che l’effetto finale di questo silenzio istituzionale
sia lo svuotamento progressivo dei siti produttivi storici della loro
forza lavoro stabile e tutelata. Una volta ridotto l’organico, per
le future esigenze di mercato, eventualmente, si attingerà a piene
mani dal bacino del precariato, utilizzando giovani lavoratori
interinali per il tempo strettamente necessario, per poi interrompere
i contratti senza alcuna garanzia.
Non era difficile prevedere
quello che sta succedendo, eppure ci siamo arrivati senza nessuna
reazione, dietro a un sindacato inutile a difendere i nostri
interessi, buono solo a chiedere “piani industriali” e tavoli
concertativi con la presenza del Governo.
Un
operaio di Melfi che ha accettato “ l’uscita incentivata’’

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