sabato 22 ottobre 2016

19 ottobre - Non solo nelle campagne: caporalato anche in fabbrica



Ad Asti al via il processo per truffa ai danni di 130 bengalesi. Un caso di caporalato applicato alla fabbrica?
di Enrico Mugnai
Si è aperto con una sorpresa il processo per truffa ai danni di 130 lavoratori bengalesi. Solo due di loro infatti sono stati ammessi come parte civile dal giudice Fabio Liuzzo del Tribunale di Asti. La vicenda ha inizio nell’aprile 2013, quando due bengalesi, Jamal Miah e Musum Hussein, diramano un appello ai connazionali residenti in Italia. La voce circola tra la comunità, la proposta è allettante: 1.055 euro al mese per fare l’operaio con contratto a tempo indeterminato. Ma per entrare nel progetto serve un contributo iniziale di 2mila euro da versare alla Rubina Coop arl fondata poche settimane prima da Miah e Hussein. Già alla fine del mese 130 bengalesi erano partiti da varie parti d’Italia e avevano raggiunto a proprie spese Torino.
Riajul Alam, a quel tempo appena ventenne, è tra loro. Ha lasciato Vicenza, dove vive coi genitori, ed è giunto in Piemonte pieno di speranza: «Sapevamo che ci sarebbe stato un contratto a tempo indeterminato, anche chi aveva solo 2mila euro ha scelto di darli perché sperava di garantirsi un futuro».

Dopo un breve periodo a Torino in casa di connazionali a cui pagavano 10 euro al giorno, ai bengalesi viene detto di raggiungere i luoghi di lavoro, Ceresole D’Alba, Carmagnola e Osasio, dove avrebbero lavorato per la S.I.O. Automotive srl, il cui rappresentante legale è Daniele Olivero. «Ci sono venuti a prendere alla stazione con dei camion, abbiamo viaggiato sul cassone per raggiungere gli edifici dove dovevamo vivere» dice Riajul, che venne destinato allo stabilimento di Osasio. «Il lavoro era molto duro – racconta Riajul – dove servivano due persone per svolgere la mansione ne veniva messa una sola. Olivero ci urlava sempre contro, ci diceva che non servivano né indumenti né guanti né scarpe. Lavoravamo in pantaloncini corti e ciabatte. Non ci avevano dato neanche i tappi per le orecchie e il rumore delle macchine ci assordava. Quando qualcuno si è fatto male, anche in modo grave, è stato portato all’ospedale solo a fine turno, come privato. Non doveva risultare che lavorassimo alla S.I.O.».
Come successe a Mohammed Chowdhury, che ferito seriamente al polso dovette dire ai medici del pronto soccorso di essersi procurato il taglio a casa tagliando il pesce. I 2mila euro di “entrata” venivano raccolti da Jamal Miah e Musum Hussein, dicevano che sarebbero state consegnate a Daniele Olivero. Giovanni Nigra, avvocato di Miah e Hussein che sono stati ammessi come parte civile: «I miei assistiti erano stati indotti da Olivero a creare la Rubina, prima per fornire lavoro, poi per acquistare la S.I.O. L’accordo prevedeva che consegnassero subito un acconto di 40mila euro a Olivero poi, con gli introiti del lavoro dei bengalesi, versassero 72 rate da 20mila euro per l’acquisto della società. I 2mila euro raccolti servivano a pagare l’acconto a Olivero per l’acquisto dell’azienda e per affittare le case dove sarebbero andati a vivere i lavoratori. Era stabilito che Olivero rimanesse amministratore della S.I.O. per un certo periodo. Poi però ha iniziato a contestare in modo generico il lavoro dei bengalesi, senza addurre specifiche motivazioni, rifiutandosi di pagare la Rubina che non poteva pagare i lavoratori. Alla fine ha annunciato che avrebbe rescisso il contratto».
Roberto Ponzio legale di Daniele Olivero conferma il pagamento dei 40mila euro, ma pensa che il truffato sia il suo cliente: «Il signor Olivero rimaneva come amministratore perché i responsabili di Rubina Coop non conoscevano né i clienti né il mestiere. Olivero avrebbe dovuto percepire 5mila euro al mese di stipendio, ma non ebbe mai niente. Purtroppo dopo poco tempo ha dovuto rescindere il contratto perché i lavoratori danneggiavano il materiale aziendale e non riuscivano a svolgere il lavoro in maniera appropriata. Il mio assistito è la prima vittima di questa truffa. A seguito del pessimo lavoro della Rubina Coop la S.I.O. ha perso credibilità verso i committenti ed è stata costretta a chiudere».
Chi ci ha rimesso di sicuro sono i lavoratori, «Pensavamo di venire assunti come dipendenti invece ad un certo punto ci hanno fatto firmare l’iscrizione alla Rubina Coop come soci lavoratori, solo allora abbiamo capito a cosa servissero i 2mila euro. Non ci hanno mai pagato per il lavoro che facevamo, quei pochi soldi che ci sono arrivati li abbiamo dovuti dare per l’affitto e lo scarso cibo che ci fornivano» afferma Riajul. Non solo le condizioni di lavoro, ma anche quelle abitative, per i 130 lavoratori, erano indecenti. «Stavamo in 11 in una stanza, non c’era né riscaldamento né energia elettrica. Invece della fogna c’era una fossa biologica sempre intasata. Vivevamo nella sporcizia e nel fetore» racconta Riajul. Nonostante Osasio, Carmagnola e Ceresole d’Alba non siano megalopoli e il numero dei bengalesi giunti fosse rilevante, le Amministrazioni locali non ritennero opportuno accertare le condizioni degli edifici locati dalla Rubina. L’avvocato Gianluca Vitale, che aveva chiesto di ammettere altri sette lavoratori come parte civile fa un’ipotesi: «Forse la speranza di chi impiegava i bengalesi era che non stringessero rapporti con gli abitanti dei paesi dove vivevano e rimanessero invisibili. Di certo non temevano che si sarebbero sindacalizzati. La vicenda però è venuta alla luce quando i carabinieri, constatando la grave indigenza in cui vivevano, hanno chiesto alla Caritas di procurare un qualche aiuto. Coperte e un po’ di cibo».
La Caritas non è la sola ad accorgersi del problema. La Fiom, che ha ottenuto di costituirsi parte civile nel processo, nel 2013 presenta un esposto alla Procura della Repubblica di Torino. «Abbiamo cercato di avviare anche vertenze per casi di singoli lavoratori, ma poi, quando i bengalesi si sono accorti di essere stati raggirati si sono dispersi, tornando nei luoghi da dove erano partiti, soprattutto del sud Italia» dice Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom. Gli appalti della S.I.O. erano per case prestigiose, Fiat, Renault, Citroen, Iveco e il ritmo di lavoro altissimo. Si devono produrre per ogni turno 2000 pezzi se di piccole dimensioni, 2700 se grandi. «Capitava spesso che dopo aver fatto il turno di notte venivamo chiamati alle 12 per entrare al lavoro alle 14. In fabbrica per mangiare c’erano solo dei distributori automatici a pagamento, nessuna mensa aziendale» rammenta Riajul. «Il caporalato è legato di solito al lavoro agricolo, ma in questo caso sembra essersi traslato nella fabbrica» afferma Bellono. Dello stesso parere l’avvocato Vitale «Speriamo che durante il processo emergano elementi per approfondire le indagini. La truffa non è il solo reato in questa vicenda. Dagli elementi raccolti dai numerosi lavoratori con cui abbiamo parlato, cosa che non ha fatto il pubblico ministero, è emerso un quadro di sfruttamento davvero grave, sia per le condizioni di vita e di lavoro, sia per il numero delle persone coinvolte». Federico Bellono ritiene che ci sia stato «un tentativo di trovare manodopera a basso costo e pronta a tutto. La S.I.O. automotive sta alla base della piramide produttiva e la verifica da parte dei committenti delle condizioni di lavoro dell’indotto non è prevista per legge. Sta solo alla serietà delle case automobilistiche, in questo caso, accertarsi che tutto sia in regola». Ma questa vicenda, che vede tutti i 130 bengalesi protagonisti, avrà una sua conclusione solo per 2 di loro. Gli altri, ha deciso il giudice Liuzzo, non potranno prendervi parte perché non avevano un rapporto diretto con Daniele Olivero ma solo con Rubina Coop. Una beffa per i 128 lavoratori che oggi, dopo aver perduto 2mila euro e il lavoro, vedono sfumare anche la speranza di giustizia.

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