sabato 14 novembre 2020

14 novembre - La situazione ArcelorMittal - Affermare una visione e azione di classe - L'intervista allo Slai Cobas sc fatta da compagni dell'Iskra di Napoli e dal Prof. Di Marco

 

Domanda - Questa sera la nostra intervista partirà dalla questione ArcelorMittal, così indicativa di tutta una serie di problemi focalizzati intorno al conflitto capitale/lavoro, capitale/natura, intorno alle problematiche dell'inquinamento ambientale, del rapporto tra fabbrica e territorio che caratterizza la situazione dell'AM a Taranto. Questa sera ci aiuterà in questo percorso la compagna Margherita Calderazzi che è coordinatrice del sindacato Slai Cobas, presente nelle lotte intorno all'AM e a Taranto in una maniera molto peculiare e con una serie di tematiche e di angolazioni con cui questo problema viene affrontato. Questa conversazione ci servirà ad enucleare proprio dalla situazione di Taranto delle questioni che, come sempre accade quando è in gioco la classe operaia, partono da situazioni particolari ma hanno una valenza generale. La prima questione che porrei è di farci il punto della situazione attuale, le mosse di Mittal, le mosse della classe operaia; insomma, qual'è lo stato attuale della contraddizione capitale/lavoro a Taranto nell'ArcelorMittal.


 Risposta – La prima questione è che Mittal non se ne va da Taranto. Questo noi, come Slai Cobas, l'abbiamo affermato da tempo, a fronte di idee, presenti anche tra gli operai: “No, Mittal se ne va...”, “Chiude. Non gli interessa tenere la fabbrica a Taranto a livello delle richieste che fa Mittal... se non le ottiene non resta a Taranto”, ecc. Noi abbiamo sempre spiegato come in realtà per ArcelorMittal lo stabilimento di Taranto in particolare è uno stabilimento strategico, tra l'altro, ricordo, che è il più grande a livello europeo e, quindi, questa realtà di Taranto è stata una scelta ben precisa che non può essere lasciata. Nei giorni scorsi vi è stato un nuovo incontro tra AM e governo, in cui AM ha confermato che resta a Taranto; da parte sua il governo ha anch'esso confermato la linea di concedere quasi tutto quello che Mittal ha richiesto nei mesi passati e continua a richiedere. E' confermato l'ingresso dello Stato, che, e qui sgombriamo il campo, non è affatto un modo perchè lo Stato controlli il capitale, ma invece è un modo per aggirare anche normative europee e per dare soldi ad AM, attraverso la società Invitalia; così come c'è tutta la questione dei rinvii per i tempi dell'Aia, e anche questo dimostra un'accettazione dei ricatti, imposizioni che porta avanti AM. Ma il vero punto di accettazione, di legame tra il piano di Mittal e il piano del governo è sulla questione esuberi. Mittal vuole liberarsi di almeno 4000 operai, il governo ne vorrebbe un po' di meno, sui 3000, ma non c'è contraddizione sul fatto che migliaia di operai devono andare comunque via. Qui l'unica questione è l'uso di ammortizzatori sociali - poi c'è tutta la vicenda, che sarebbe ora lungo affrontare, di ciò che sta facendo Mittal dall'inizio dell'emergenza pandemia, la trasformazione della cassintegrazione ordinaria, già precedente il covid, già programmata, in cassintegrazione covid. Quindi, al massimo una parte degli esuberi potrebbe essere risolta con una cassintegrazione permanente, come già si sta realizzando, e per cui il governo dice: “calibrata sull'andamento del mercato”. Ma il mercato è in crisi, c'è la guerra dell'acciaio a livello internazionale...

D – Ecco se ci puoi illustrare questo aspetto che è importante, che viene usato anche come ricatto.

R - Mittal un anno fa o poco più era il primo produttore dell'acciaio a livello mondiale, attualmente è sceso un po' di grado. E' una partita che si svolge a livello mondiale. Come al solito il capitale fa “l'internazionale”, il capitale globale, quando deve occupare dei mercati, delle postazioni strategiche, come appunto questa di Taranto, nel Mediterraneo, verso l'Africa; poi fa il “sovranista” quando invece deve difendere i suoi mercati, la possibilità di vendere le sue produzioni, contro altri Stati, la Cina in particolare, ma non solo. Mittal si comporta proprio in questa maniera. Subisce i colpi della crisi, della guerra dell'acciaio. Ma una “guerra dell'acciaio” che è pienamente interna al modo di produzione capitalista, frutto della sovrapproduzione che è inevitabile nel sistema capitalista, solo che questa crisi viene al solito scaricata sugli operai. Noi abbiamo detto che non è vero che ci sarebbe “troppo acciaio”. Assolutamente no. Ci sono settori di popolazione, migliaia di persone nel mondo che non ha neanche il minimo, neanche un utensile d'acciaio, una lavatrice, ecc., quindi, figurarsi se l'acciaio è troppo; è troppo per il capitale per il ritorno di profitti. Mittal è interno a questa guerra. Quello che noi diciamo, tra gli operai – e qui apro una breve parentesi e parlo della classe operaia - è che questa realtà internazionale del capitale, e in particolare di questo capitalista Mittal, in un certo senso è un fatto negativo da un lato, e poi vedremo le conseguenze verso gli operai non solo in termini di posti di lavoro, ma anche di attacco al salario, attacco alla sicurezza, alla salute, ma è anche un'opportunità: essere oggettivamente, come classe operaia, una forza che può incidere da Taranto all'India, da Taranto all'America. Questo è un elemento di fiducia. Chiaramente non è semplice.

D – E' interessante tra l'altro questa osservazione sul doppio gioco del capitalista tra sovranismo e globalismo. Marx lo aveva detto molto bene osservando l'America e dicendo che non è sempre vero che i conservatori sono protezionisti e invece i democratici sono “mercato mondialisti”, e mostrava come i partiti in America facessero questo. Questo problema ora ci porta ad una delle questioni su cui voi siete stati particolarmente presenti, cioè il nesso tra fabbrica e territorio che si connette al problema: fabbrica, gioco di Mittal, gli esuberi, risparmio di forza-lavoro e quindi “ecatombe” di operai e il problema della salute che viene posto in antitesi. Ecco, la vostra parola d'ordine: non è la fabbrica che inquina ma è il capitale che inquina è significativa di un certo modo di rispondere al problema.

Ci vuoi illustrare questa questione che vi caratterizza?

R Sì. Intanto è bene sgombrare però il campo da una idea, “luogo comune” che è circolato anche a livello nazionale. Cioè che tutta la popolazione di Taranto, in particolare quella dei quartieri più inquinati, sarebbe contro il mantenimento della fabbrica per il problema della salute e dell'inquinamento, e in ultima analisi anche contro gli operai che vogliono difendere il lavoro. La questione non è esattamente così; questa è una parte della verità ma non tutta. La verità è che Taranto è una città industriale da più di 100 anni e che anche nel quartiere più inquinato, Tamburi, ogni famiglia ha sì un morto ma anche un familiare che lavora in Ilva o nell'appalto Ilva. In questo senso ogni idea di tornare ad una Taranto dedita all'agricoltura, alla pesca e che ora dovrebbe dedicarsi al turismo è totalmente fuori dalla realtà, sia dalla realtà storica sia dalla realtà di questi ultimi decenni. Questa è una prima questione. Cioè la contraddizione lavoro/salute è stata molto amplificata, anche usata per affermare determinate linee e posizioni, ma non rappresenta effettivamente quella che è la realtà.

Detto questo, perchè noi diciamo che “nocivo è il capitale e non la fabbrica”. In parte per quello che ho detto prima. Perchè dire la fabbrica, allora, vorrebbe dire che vogliamo far tornare Taranto non a cento anni fa ma a 200/300 anni fa; cosa assurda, che fa a pugni con una minima analisi storico materialista. Chi conosce Taranto sa bene che a parte l'Ilva che è due volte l'estensione della città, ci sono poi tante altre fabbriche, c'è l'Eni, l'Arsenale e altre fabbriche. Quindi, dire che “la fabbrica” deve chiudere, di fatto vuol dire che dovrebbero chiudere anche tutte le altre fabbriche.

Ma è soprattutto dire che tutto questo secolo e mezzo ha portato solo distruzione e non invece un necessario sviluppo della produzione, della tecnica, delle possibilità dell'umanità. Quindi la fabbrica non può essere identificata con il modo di produzione che oggi regola la fabbrica: il capitalismo.

A parte il fatto che se non fosse stato il capitale, chi lo avrebbe fatto? Senza il capitalismo non ci sarebbe la classe operaia, non ci sarebbe neanche la possibilità che la classe operaia lotti, conquisti il potere e sviluppi tutt'altro modo di produzione al servizio del benessere dell'umanità.

La classe operaia senza la fabbrica non ci sarebbe. Allora, dire che nociva è la fabbrica, vuol dire che “nociva” è la classe operaia, la classe operaia non ci deve essere... Il capitale ha portato ad un certo livello lo sviluppo delle forze produttive, ma il capitale da un lato sviluppa le forze produttive, organizza le grandi fabbriche e poi è il capitale stesso che distrugge le fabbriche. Invece la classe operaia ha interesse a sviluppare quelle fabbriche con tutt'altre leggi, non per il profitto, non per lo sfruttamento, ma per fare una produzione che serva alle popolazioni. In questo senso chi dice: Nocivo è la fabbrica, vuole attaccare non il capitale ma la possibilità stessa che la classe operaia possa prendere in mano, nella lotta contro il capitale e il suo sistema, la lotta per costruire una nuova società.

D – Questo ci porta poi al grosso tema delle trasformazioni dei processi lavorativi che il capitale sta facendo attraverso altre forme di lavoro, che pone il problema: fabbrica, altri valori d'uso che richiedono altri processi lavorativi e forma capitalistica. L'acciaio non può richiedere altro che la fabbrica. Anche queste nuove frontiere del capitale, le ulteriori ristrutturazione dei processi lavorativi aprono il discorso sul rapporto tra quello che Marx chiama “sistema di fabbrica” e sua forma capitalista. Anche da questo punto di vista la situazione di Taranto diventa strategica.

R – Aggiungo una cosa. Chiaramente chi dice che nociva è la fabbrica, nociva è l'industria tout court propone tutta una riconversione dell'economia volta ad eliminare la fabbrica e a dare invece spazio ad un'economia del turismo, della cultura, dellapesca, ecc. Ma anche qui, scusate la battuta,: “o ci sei o ci fai”, perchè nel sistema capitalista non è che questi altri settori sono neutri, sono sganciati dal modo di produzione capitalista...

D – Non solo ma Marx diceva che sono organizzati anch'essi sul sistema di fabbrica... e quindi non si presentano come antitesi alla fabbrica.

R – Esatto. E' abbastanza evidente proprio a Taranto questo problema, perchè le leggi con cui il capitale interverrebbe per esempio sullo sviluppo del turismo sono sempre quelle, sfruttare le risorse, e la prima risorsa chiaramente è la forza-lavoro, fare profitto e ridurre al massimo i costi, in primis quelli legati all'inquinamento, alla sicurezza, salute. A Taranto non è che questo non lo si vede. Taranto è la “città dei due mari”, quindi, una parte delle coste è già sfruttata, ma chi le sfrutta inquina. Inquina con gli scarichi, inquina con l'uso/occupazione delle coste, dei territori distruggendo la vegetazione che c'era. Allora, di che parliamo? O si cambia, e questo è possibile solo se la classe operaia che è il cuore, il “becchino” del capitale rovescia questo sistema, altrimenti è come dire: non devono, giustamente, essere inquinati le donne, i bambini dei Tamburi, però devono essere inquinati gli abitanti dei paesi che stanno sulla costa.

D – E' chiaro. Il capitale non guarda se è acciaio o se è turismo, impone le sue leggi. Dobbiamo tornarci su questo, anche con una discussione più ampia. E' stato importante stasera cominciare.

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